Davanti ai problemi

della gente

Domenica XVII del T.O. (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

Apollinare
La moltiplicazione dei pani (VI sec.), Basilica di S. Apollinare Nuovo, Ravenna

6,1-15 i discepoli alla prova [1]

Gesù il maestro mette alla prova i discepoli
Gesù si trova sulla riva del lago di Galilea (Gv 6,1-15), ed è circondato da «una grande folla», attirata dai «segni che compiva sugli infermi» (v. 2). In Lui agisce la potenza misericordiosa di Dio, che guarisce da ogni male del corpo e dello spirito. Ma Gesù non è solo guaritore, è anche maestro: infatti sale sul monte e si siede, nel tipico atteggiamento del maestro quando insegna: sale su quella “cattedra” naturale creata dal suo Padre celeste. A questo punto Gesù, che sa bene quello che sta per fare, mette alla prova i suoi discepoli. Che fare per sfamare tutta quella gente? Filippo, uno dei Dodici, fa un rapido calcolo: organizzando una colletta, si potranno raccogliere al massimo duecento denari per comperare del pane, che tuttavia non basterebbe per sfamare cinquemila persone.

 

Dalla logica del comprare a quella del dare…
I discepoli ragionano in termini di “mercato”, ma Gesù alla logica del comprare sostituisce quell’altra logica, la logica del dare. Ed ecco che Andrea, un altro degli Apostoli, fratello di Simon Pietro, presenta un ragazzo che mette a disposizione tutto ciò che ha: cinque pani e due pesci; ma certo – dice Andrea – sono niente per quella folla (cfr v. 9). Ma Gesù aspettava proprio questo. Ordina ai discepoli di far sedere la gente, poi prese quei pani e quei pesci, rese grazie al Padre e li distribuì (cfr v. 11). Questi gesti anticipano quelli dell’Ultima Cena, che danno al pane di Gesù il suo significato più vero. Il pane di Dio è Gesù stesso. Facendo la Comunione con Lui, riceviamo la sua vita in noi e diventiamo figli del Padre celeste e fratelli tra di noi. Facendo la comunione ci incontriamo con Gesù realmente vivo e risorto! Partecipare all’Eucaristia significa entrare nella logica di Gesù, la logica della gratuità, della condivisione. E per quanto siamo poveri, tutti possiamo donare qualcosa. “Fare la Comunione” significa anche attingere da Cristo la grazia che ci rende capaci di condividere con gli altri ciò che siamo e ciò che abbiamo.

… e offrire quel poco che abbiamo
La folla è colpita dal prodigio della moltiplicazione dei pani; ma il dono che Gesù offre è pienezza di vita per l’uomo affamato. Gesù sazia non solo la fame materiale, ma quella più profonda, la fame di senso della vita, la fame di Dio. Di fronte alla sofferenza, alla solitudine, alla povertà e alle difficoltà di tanta gente, che cosa possiamo fare noi? Lamentarsi non risolve niente, ma possiamo offrire quel poco che abbiamo, come il ragazzo del Vangelo. Abbiamo certamente qualche ora di tempo, qualche talento, qualche competenza... Chi di noi non ha i suoi “cinque pani e due pesci”? Tutti ne abbiamo! Se siamo disposti a metterli nelle mani del Signore, basteranno perché nel mondo ci sia un po’ più di amore, di pace, di giustizia e soprattutto di gioia. Quanta è necessaria la gioia nel mondo! Dio è capace di moltiplicare i nostri piccoli gesti di solidarietà e renderci partecipi del suo dono.
La nostra preghiera sostenga il comune impegno perché non manchi mai a nessuno il Pane del cielo che dona la vita eterna e il necessario per una vita dignitosa, e si affermi la logica della condivisione e dell’amore. La Vergine Maria ci accompagni con la sua materna intercessione.

6,1-15 Gesù si occupa dei problemi della gente [2]

Il passo liturgico del Vangelo di Giovanni (6,1-15) racconta che a seguire Gesù c’era «una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi, sugli indemoniati. Ma lo seguiva anche per ascoltarlo, perché la gente diceva di lui: questo parla con autorità! Non come gli altri, i dottori della legge, i sadducei, tutta questa gente che parlava ma senza autorità. Erano queste, infatti, persone che non avevano un discorso forte come Gesù. E forte non perché Gesù gridasse: forte nella sua mitezza, nel suo amore, forte in quello sguardo con cui il Signore guardava la gente, con tanto amore. La forza è appunto l’amore: ecco l’autorità di Gesù e per questo la gente lo seguiva.
Proprio questo brano evangelico fa vedere come Gesù ama la gente e pensa alla fame della gente: “Questi che sono qui hanno fame, come possiamo dare da mangiare?”. Dunque Gesù si occupa dei problemi della gente. A lui non passa per la testa di fare per esempio un censimento: ma vediamo quanti ci seguono, è cresciuta la Chiesa? Gesù parla, predica, ama, accompagna, fa strada con la gente. È mite, umile. A tal punto che quando la gente, presa un po’ dall’entusiasmo di vedere una persona così tanto buona che parla con autorità e che ama tanto, vuol farlo re, lui li ferma. E dice loro: no, questo no! E se ne va. Gesù, così, aiutava davvero il suo popolo.

6,5 Date voi stessi da mangiare [3]

Lasciarsi coinvolgere
Una delle conseguenze del cosiddetto “benessere” è quella di condurre le persone a chiudersi in sé stesse, rendendole insensibili alle esigenze degli altri. […]
Di fronte a certe notizie e specialmente a certe immagini, l’opinione pubblica si sente toccata e partono di volta in volta campagne di aiuto per stimolare la solidarietà. Le donazioni si fanno generose e in questo modo si può contribuire ad alleviare la sofferenza di tanti. Questa forma di carità è importante, ma forse non ci coinvolge direttamente. Invece quando, andando per la strada, incrociamo una persona in necessità, oppure un povero viene a bussare alla porta di casa nostra, è molto diverso, perché non sono più davanti a un’immagine, ma veniamo coinvolti in prima persona. Non c’è più alcuna distanza tra me e lui o lei, e mi sento interpellato. La povertà in astratto non ci interpella, ma ci fa pensare, ci fa lamentare; ma quando vediamo la povertà nella carne di un uomo, di una donna, di un bambino, questo ci interpella! E perciò, quell’abitudine che noi abbiamo di sfuggire ai bisognosi, di non avvicinarci a loro, truccando un po’ la realtà dei bisognosi con le abitudini alla moda per allontanarci da essa. Non c’è più alcuna distanza tra me e il povero quando lo incrocio. In questi casi, qual è la mia reazione? Giro lo sguardo e passo oltre? Oppure mi fermo a parlare e mi interesso del suo stato? E se fai questo non mancherà qualcuno che dice: “Questo è pazzo perché parla con un povero!”. Vedo se posso accogliere in qualche modo quella persona o cerco di liberarmene al più presto? Ma forse essa chiede solo il necessario: qualcosa da mangiare e da bere. Pensiamo un momento: quante volte recitiamo il “Padre nostro”, eppure non facciamo veramente attenzione a quelle parole: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”.

… e dimostrare che la nostra fede non è morta…
Nella Bibbia, un Salmo dice che Dio è colui che «dà il cibo ad ogni vivente» (136,25). L’esperienza della fame è dura. Ne sa qualcosa chi ha vissuto periodi di guerra o di carestia. Eppure questa esperienza si ripete ogni giorno e convive accanto all’abbondanza e allo spreco. Sono sempre attuali le parole dell’apostolo Giacomo: «A che serve, fratelli miei, se uno dice di avere fede, ma non ha le opere? Quella fede può forse salvarlo? Se un fratello o una sorella sono senza vestiti e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: “Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi”, ma non date loro il necessario per il corpo, a che cosa serve? Così anche la fede: se non è seguita dalle opere, in sé stessa è morta» (2,14-17) perché è incapace di fare opere, di fare carità, di amare. C’è sempre qualcuno che ha fame e sete e ha bisogno di me. Non posso delegare nessun altro. Questo povero ha bisogno di me, del mio aiuto, della mia parola, del mio impegno. Siamo tutti coinvolti in questo.

… condividendo ciò che abbiamo
È anche l’insegnamento di quella pagina del Vangelo in cui Gesù, vedendo tanta gente che da ore lo seguiva, chiede ai suoi discepoli: «Dove possiamo comprare il pane perché costoro possano mangiare?» (Gv 6,5). E i discepoli rispondono: “È impossibile, è meglio che tu li congedi…”. Invece Gesù dice loro: “No. Date loro voi stessi da mangiare” (cfr Mc 14,16). Si fa dare i pochi pani e pesci che avevano con sé, li benedice, li spezza e li fa distribuire a tutti. È una lezione molto importante per noi. Ci dice che il poco che abbiamo, se lo affidiamo alle mani di Gesù e lo condividiamo con fede, diventa una ricchezza sovrabbondante.

6,5-13 Insufficienti ma indispensabili [4]

Forse possono costituire un buon simbolo di noi stessi quei cinque pani e due pesci che il ragazzo del Vangelo consegna a Gesù per saziare la folla. Non si sarebbe detto che con cinque pani e due pesci Gesù avrebbe potuto saziare la folla; ma nemmeno senza di essi, forse, Gesù l’avrebbe sfamata. Sicché i cinque pani e i due pesci donati da un uomo e ricevuti da Dio si rivelavano insieme indispensabili e insufficienti. Da soli non sarebbero serviti a niente; in mano a Gesù hanno cominciato a servire in una maniera insospettata. È accaduto in seguito a un’unica condizione: quella di essere stati donati senza remore. Cinque pani e due pesci possedeva quel ragazzo, e cinque pani e due pesci ricevette Gesù. Allo stesso modo, anche a noi è richiesto di donare pienamente i nostri cinque pani e due pesci senza dimenticarcene alcuno nelle pieghe della nostra coscienza; e, una volta che Gesù li ha benedetti, ci è richiesto di distribuirli con generosità e con fede, guidati dall’unica e retta intenzione di alimentare il cuore degli uomini e di servire il Signore. E questa verità umile, che sarà quella della nostra vita, servirà anche, insieme con le sante preghiere e con i desideri, a far sì che altri uomini vogliano vivere a loro volta, come noi, cercando la limpidezza di vita.

6,5-13.48-58 “Fate questo” [5]

Fare
«Fate questo». Cioè prendete il pane, rendete grazie e spezzatelo; prendete il calice, rendete grazie e distribuitelo. Gesù comanda di ripetere il gesto con cui ha istituito il memoriale della sua Pasqua, mediante il quale ci ha donato il suo Corpo e il suo Sangue. E questo gesto è giunto fino a noi: è il “fare” l’Eucaristia, che ha sempre Gesù come soggetto, ma si attua attraverso le nostre povere mani unte di Spirito Santo.
«Fate questo». Già in precedenza Gesù aveva chiesto ai discepoli di “fare”, quello che Lui aveva già chiaro nel suo animo, in obbedienza alla volontà del Padre. Lo abbiamo ascoltato poco fa nel Vangelo. Davanti alle folle stanche e affamate, Gesù dice ai discepoli: «Voi stessi date loro da mangiare» (Lc 9,13; cfr Gv 6,2-13). In realtà, è Gesù che benedice e spezza i pani fino a saziare tutta quella gente, ma i cinque pani e i due pesci vengono offerti dai discepoli, e Gesù voleva proprio questo: che, invece di congedare la folla, loro mettessero a disposizione quel poco che avevano. E poi c’è un altro gesto: i pezzi di pane, spezzati dalle mani sante e venerabili del Signore, passano nelle povere mani dei discepoli, i quali li distribuiscono alla gente. Anche questo è “fare” con Gesù, è “dare da mangiare” insieme con Lui. È chiaro che questo miracolo non vuole soltanto saziare la fame di un giorno, ma è segno di ciò che Cristo intende compiere per la salvezza di tutta l’umanità donando la sua carne e il suo sangue (cfr Gv 6,48-58). E tuttavia bisogna sempre passare attraverso quei due piccoli gesti: offrire i pochi pani e pesci che abbiamo; ricevere il pane spezzato dalle mani di Gesù e distribuirlo a tutti. Fare e anche spezzare!

Spezzare
Questa è l’altra parola che spiega il senso del «fate questo in memoria di me». Gesù si è spezzato, si spezza per noi. E ci chiede di darci, di spezzarci per gli altri. Proprio questo “spezzare il pane” è diventato l’icona, il segno di riconoscimento di Cristo e dei cristiani. Ricordiamo Emmaus: lo riconobbero «nello spezzare il pane» (Lc 24,35). Ricordiamo la prima comunità di Gerusalemme: «Erano perseveranti […] nello spezzare il pane» (At 2,42). È l’Eucaristia, che diventa fin dall’inizio il centro e la forma della vita della Chiesa. Ma pensiamo anche a tutti i santi e le sante – famosi o anonimi – che hanno “spezzato” sé stessi, la propria vita, per “dare da mangiare” ai fratelli. Quante mamme, quanti papà, insieme con il pane quotidiano, tagliato sulla mensa di casa, hanno spezzato il loro cuore per far crescere i figli, e farli crescere bene! Quanti cristiani, come cittadini responsabili, hanno spezzato la propria vita per difendere la dignità di tutti, specialmente dei più poveri, emarginati e discriminati! Dove trovano la forza per fare tutto questo? Proprio nell’Eucaristia: nella potenza d’amore del Signore risorto, che anche oggi spezza il pane per noi e ripete: «Fate questo in memoria di me».

6,9 Ma che cos’è questo per tanta gente? [6]

Sentiamo spesso la fatica e la stanchezza. Ci tenta lo spirito di accidia, di pigrizia. Inoltre guardiamo a quanto c’è da fare, e a quanto siamo pochi. Come gli apostoli, diciamo al Signore: «Ma che cos’è questo per tanta gente?» (Gv 6,9), che cosa siamo noi per curare tanta debolezza? E proprio là si radica la nostra fortezza: nella fiducia umile di chi ama e si sa amato e curato dal Padre, nella fiducia umile di chi si sa scelto gratui¬tamente e inviato. L’esperienza di san Paolo è stata quella di portare un tesoro in vasi di creta (2Cor 4,7), e la trasmette a tutti noi. È lo sguardo su di sé e sugli altri. Non ha paura di guardare il vaso di creta perché pro¬prio il tesoro che contiene è fondato in Gesù Cristo, e da lui gli vengono il coraggio, l’audacia, il fervore apostolico.

6,11 La benedizione di Gesù [7]

Prendendo i cinque pani e i due pesci (da un bam¬bino, che forse era un venditore ambulante), Gesù rivolse gli occhi al cielo, recitò la benedizione, li spezzò e li diede ai discepoli affinché li distribuis-sero fra la gente. Quella benedizione sortì un effet¬to moltiplicatore e il pane bastò per tutti. Qualche tempo dopo, istituendo il sacramento dell’Eucari¬stia, la stessa benedizione del Signore sul pane e il vino darà luogo alla transustanziazione. Da quella notte, il pane e il vino consacrati si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo, pane della vita e calice di salvezza di cui siamo partecipi (cfr 1Cor 10,16).

6,15 Nella preghiera Gesù scopre la sua missione [8]

Se ci soffermiamo su queste parole notiamo che la preghiera di Gesù presenta una profonda disposizione all’obbedienza legata a una missione che il Padre gli ha affidato. Nella preghiera, Gesù scopre o, meglio, rivela la sua missione: Mc 1,38; Lc 4,42-43; Mc 6,46; Gv 6,15. Sempre nella preghiera, san Paolo trova l’efficacia della sua missione apostolica (2Cor 1,11; Rm 10,1; 2Ts 3,1; Rm 1,10). Per adempiere a essa prega incessantemente (Rm 1,10; Col 1,9; 2Ts 1,3; 2,13). Ricorre alla preghiera per riconoscere il progetto di Dio anche nei momenti di difficoltà, come per esempio allorché la comunità non chiede né il castigo per i persecutori né la fine delle vessazioni, ma il coraggio di rimanere fedeli alla propria missione, cioè di annunciare apertamente il Vangelo di Cristo anche durante la persecuzione (At 4, 24-30).

 

NOTE
[1] Angelus, 26 luglio 2015.
[2] Meditazione, 2 maggio 2014.
[3] Udienza, 19 ottobre 2016.
[4] Chiarezza di coscienza e limpidezza di vita, in M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 31-46.
[5] Omelia, 26 maggio 2016.
[6] Gettiamo le reti in acque profonde, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 251-254.
[7] Bene, in PAPA FRANCESCO - J. M. BERGOGLIO, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 109-140.
[8] Sottomettere la nostra carne: l’obbedienza della preghiera, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 191-194; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014,12-15.