Solidarietà:

un test per la nostra fede

Domenica XVII del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

Mosaico
Moltiplicazione dei pani (XIV sec.), S. Salvatore in Chora, Instanbul

Ritornare al banchetto

Con questa domenica si interrompe la lettura del vangelo di Marco, e per cinque domeniche rifletteremo sul capitolo sesto di Giovanni; il motivo, ci dicono i liturgisti, è che Giovanni spiega molto meglio questa “sezione dei pani”, ricca di simboli eucaristici. Giovanni anzitutto dà le coordinate spaziali: Gesù va sull’altra parte del mare di Galilea; e poi le coordinate temporali: era vicina la Pasqua. Si tratta della seconda delle tre Pasque celebrate in pubblico da Gesù: la prima vide la cacciata dei mercanti dal tempio; la seconda è raccontata nel vangelo di oggi, è la Pasqua del “pane di vita”; la terza sarà quella di passione e risurrezione.
In tutte le religioni, il banchetto è un simbolo, un rito, una profezia; anche Gesù paragona la vita eterna ad un banchetto. I profeti di Israele vedono i popoli tutti radunati per un grande banchetto; i tempi messianici saranno caratterizzati dall’abbondanza; naturalmente i poveri, quelli che non mangiano mai a sazietà, sono quelli che maggiormente sono sensibili a questo messaggio. Il fatto della sazietà, dell’abbondanza, viene sottolineato nel vangelo (“riempirono 12 canestri con i pezzi avanzati”), e nella I lettura (“quelli mangiarono e ne avanzò”). Nel vangelo di Giovanni, il racconto ricco di allusioni: ritorna sempre il numero 12, troviamo gli stessi verbi usati (“prese il pane, rese grazie, lo distribuì”). L’amore per i poveri è il test per eccellenza, al quale devono rispondere le nostre eucaristie.

 Meno rubriche e più vita

Per una serie di motivi che qui non si possono spiegare, l’Eucaristia nella Chiesa si è deformata fino al punto che oramai è praticamente impossibile riconoscere quello che ha voluto Gesù. Ancor meno se si tratta di un pontificale solenne in una cattedrale. Il problema sta nel fatto che l’Eucaristia ha avuto la sua origine nei pranzi di Gesù con la gente, specialmente nella condivisione dei pani e nella cena di addio. Ma tutto questo è scomparso. E il cibo condiviso si è trasformato in un cerimoniale religioso che per di più non è capito da molta gente e non interessa loro.
Inoltre, la messa si è organizzata in maniera tale che l’attenzione dei credenti si concentra sulla presenza di Gesù Cristo, sulla comunione, sul sacerdote. Altri, quello che desiderano è che la messa giovi loro per essere migliori, per pregare per un defunto o forse per un’altra intenzione. Pagando il disturbo, natural-mente! Stando così le cose, a molti di quelli che vanno a messa non interessa quello che veramente ha voluto Gesù: la convivialità, la mensa condivisa, destinata a costruire una comunità umana basata non sulla religiosità, né sulla pietà, né sulla devozione, né sulla sottomissione al clero. La convivialità di Gesù con tutti, iniziando dai peccatori e dai miscredenti, è stata pensata per costruire la convivenza e le relazioni umane sulla bontà, sul rispetto, sull’aiuto e sulla solidarietà. Ogni giorno ci sono meno preti e più cristiani senza Eucaristia. E soprattutto più gente alla quale non interessa andare a messa. La Chiesa si sta sgretolando da sola. Quelli che comandano hanno conseguito il risultato che restano con loro solo i gruppi fanatici.

Come vincere la fame?

Argomento della prima e della terza lettura è come vincere la fame: cosa sono “venti pani di orzo e farro” per cento persone? Cosa sono “cinque pani di orzo e due pesci” per circa cinquemila persone? In antico, gli studiosi interpretavano questo brano di Giovanni solo in chiave eucaristica, ma oggi non è più possibile. Il problema della fame è uno dei più terribili, e la sua soluzione è ancora lontana, perché lo squilibrio tra nazioni ricche e nazioni povere aumenta a forbice; l’aiuto / elemosina dei Paesi opulenti è del tutto insufficiente. La chiesa ha qualcosa da fare, oltre al solito ufficio di ricordare e di pregare? Ma siamo convinti che la chiesa in concreto siamo noi?
Gesù prima dà il pane vero, abbondante, con companatico, e solo dopo affronta il tema duro dell’eucaristia. Particolare importante! Non è possibile rivelare il pane del cielo, senza impegnarsi per il pane della terra! L’amore per i poveri è un test del nostro essere cristiani. Scrivere queste cose non vuol dire fare politica o essere di sinistra; significa solo difendere la dignità della persona. Il problema della fa-me nel mondo è facile e difficile insieme, e consiste tutto nel fatto che una lobby di egoisti tiene il cibo necessario per sfamare milioni di persone, e non vuole mollare neppure gli avanzi; preferisce buttare, sprecare, essere obesi … anziché condividere il pane, la gioia, la vita. È vero che nel mondo si muore per fame, ma è più vero che si muore per indigestione altrui; si muore per l’ingordigia di pochi, non per l’indigenza dei tanti!

La distribuzione: un familiare picnic!

Ci troviamo davanti ad una scena vivace e festosa. Il miracolo nasce da un moto di amore in Gesù. Mat-teo, narrando la seconda moltiplicazione, precisa che gli portarono “zoppi, ciechi, sordi e molti altri mala-ti”. Marco, nella sua narrazione, precisa che “erano come pecore senza pastore”. E Gesù li guarisce. Ma non vuole che vadano in giro a cercare qualcosa da mangiare e da bere. E allora, con fare quasi materno, li fa sedere tutti, benedice il pane, benedice i pesci, li dà agli apostoli, e questi alla folla. Senza riti magici, con semplicità, come chi dà un gelato al proprio figlio. Alla fine, si registra il numero dei canestri avanzati pieni di pane: 12 canestri, e il numero di quanti hanno mangiato: circa cinquemila uomini (delle donne e dei bambini al solito non si parla!). Gesù davvero detestava “suonare la tromba davanti a sé”, il pregare in modo da “essere visto dagli altri”. Eppure aveva tutti i titoli per farlo! Una lezione di umiltà, che gli evangelisti hanno ben compreso, visto che hanno raccontato questo miracolo quasi fosse un familiare picnic!

Gesù ha soltanto i nostri pani per saziare la fame

Cerchiamo di capire, di decifrare questo episodio scritto in codice, per crescere nella fede. Occorre attualizzare e interiorizzare: oggi, qui, cosa suggerisce quest'episodio del Vangelo alla mia coscienza? Noi insegniamo una religione che seduce a dieci anni, ma rende atei a venti! Secondo una lettura semplicistica, è Gesù che moltiplica il pane; ma questo miracolo non è uno spettacolo di magia sacra. È per tutti un monito alla nostra responsabilità, un appello alla nostra generosità. Occorre attualizzare e interiorizzare: oggi, qui, cosa suggerisce questo episodio del vangelo alla mia coscienza? Allora, come è avvenuto il miracolo? Un ragazzo (Gv 6,9) è rimasto colpito dalle parole di Gesù, e ha messo in comune i suoi “cinque pani di orzo e i due pesci arrostiti”. È stato un gesto contagioso: come un effetto domino o una reazione a catena, ognuno ha messo in comune le sue cose. È avvenuta una poderosa invasione di grazia! A questo punto Gesù è intervenuto. Gesù, per operare il miracolo, non crea il pane dal nulla. Non trasforma, come gli aveva suggerito Satana nel deserto, le pietre in pane. Si serve delle nostre piccole e povere cose, come a insegnarci che il miracolo sarà sempre possibile, ma solo dopo che noi abbiamo aperto il nostro zaino, il nostro cuore. Prima no! Sarebbe comodo lasciare fare tutto a Dio, e noi restare artigliati rabbiosamente al nostro pane, preferire magari di buttarlo ammuffito nel cassonetto, anziché condividerlo nella fraternità. “Date loro voi stessi da mangiare”: ecco la fede adulta! Anche in questo i ragazzi sono un esempio per noi adulti, forse incalliti nel male, induriti nell’egoismo. Il Vangelo non parla di moltiplicazione, ma di distribuzione, di un pane che non finisce. E mentre lo distribuivano non veniva a mancare, e mentre passava di mano in mano, restava in ogni mano. Come avvengano certi miracoli non lo sapremo mai. Ci sono e basta. Ci sono, quando a vincere è la legge della generosità. Date loro voi stessi da mangiare: ecco la fede adulta! Anche in questo, i ragazzi sono un esempio per noi adulti. Gesù non ha mani, ha soltanto le nostre mani per continuare oggi a sfamare. Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi, la nostra voce, il nostro cuore per continuare ad andare, annunciare, amare gli uomini di oggi, come ha scritto M. Pomilio in Quinto evangelio. quel ragazzo generoso, e diventiamo anche noi generosi! Le nostre eucaristie: atti indegni se siamo insensibili ai fratelli! Solo dopo esserci impegnati a modificare questa società ingiusta, solo allora potremo cantare il gregoriano, potremo spezzare il pane con penitenza e con gioia!
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano