Gesù, i discepoli

e la folla

Domenica XVI del T.O. (B)

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

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6,30-34 I tre verbi del pastore [1]

Dopo l’esperienza della missione, gli apostoli sono tornati contenti ma anche stanchi. E Gesù, pieno di comprensione, vuole dare loro un po’ di sollievo; e allora li porta in disparte, in un luogo appartato perché possano riposare un po’ (cfr Mc 6,31). “Molti però li videro partire e capirono… e li precedettero” (v. 32). E a questo punto l’evangelista ci offre un’immagine di Gesù di singolare intensità, “fotografando”, per così dire, i suoi occhi e cogliendo i sentimenti del suo cuore, e dice così l’evangelista: “Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose” (v. 34). 

Un programma in tre verbi
Riprendiamo i tre verbi di questo suggestivo fotogramma: vedere, avere compassione, insegnare. Li possiamo chiamare i verbi del Pastore. Vedere, avere compassione, insegnare. Il primo e il secondo, vedere e avere compassione, sono sempre associati nell’atteggiamento di Gesù: infatti il suo sguardo non è lo sguardo di un sociologo o di un fotoreporter, perché egli guarda sempre con “gli occhi del cuore”. Questi due verbi, vedere e avere compassione, configurano Gesù come Buon Pastore. Anche la sua compassione, non è solamente un sentimento umano, ma è la commozione del Messia in cui si è fatta carne la tenerezza di Dio. E da questa compassione nasce il desiderio di Gesù di nutrire la folla con il pane della sua Parola, cioè di insegnare la Parola di Dio alla gente. Gesù vede, Gesù ha compassione, Gesù ci insegna. È bello questo!

6,30 Custodite i vostri sacerdoti [2]

Il primo volto che vi supplico di custodire nel vostro cuore è quello dei vostri sacerdoti. Non lasciateli esposti alla solitudine e all’abbandono, preda della mondanità che divora il cuore. Siate attenti e imparate a leggere i loro sguardi per gioire con loro quando si sentono felici di raccontare ciò che “hanno fatto e insegnato” (cfr Mc 6,30), e anche per non tirarsi indietro quando si sentono un po’ umiliati e non possono far altro che piangere perché “hanno rinnegato il Signore” (cfr Lc 22,61-62), e anche, perché no, per sostenerli, in comunione con Cristo, quando qualcuno, già abbattuto, uscirà con Giuda “nella notte” (cfr Gv 13,30). In queste situazioni, che non manchi mai la vostra paternità di Vescovi verso i vostri sacerdoti. Incoraggiate la comunione tra di loro; fate sì che possano perfezionare i loro doni; inseriteli nelle grandi cause perché il cuore dell’apostolo non è stato fatto per piccole cose.

6,30-44 La tavola del Regno [3]

Gesù e la folla
Spesso il Vangelo ci mostra Gesù in mezzo alla gente: seguiva una “folla” e il Signore parlò loro a lungo, guarì, li accolse, andava eleggendo tra di loro i suoi Apostoli, che inviava a sua volta a stare in mezzo a quella folla. Voglio intrattenermi oggi a contemplare con voi questa tanto speciale relazione di Gesù con la gente.

La folla che segue Gesù
La gente lo segue e lo ascolta perché sente che parla in maniera diversa, con l’autorità che deriva dall’essere autentico e coerente, lui non ha doppi messaggi né doppie intenzioni. C’è gioia e giubilo quando ascoltano il Maestro. La gente benedice Dio quando Gesù parla, perché il suo discorso li include tutti, li personalizza e li rende popolo di Dio. Avete notato che solo gli scribi e i farisei, che Gesù taccia di ipocrisia, chiedono sempre: “A chi dite questo?”. “Lo dice a noi?” “Guarda che nel dire questo offende anche noi”. La gente non fa questa domanda ma chiede, desidera che la Parola sia per loro. Sa che è una parola che fa bene, che dice: “Questo è per me”, quella parola li guarisce, li migliora, li pulisce... È curioso che mentre alcuni disprezzano che il Signore si esprimesse attraverso le parabole, la gente queste se le beve e le diffonde di bocca in bocca; riceve tutto: il contenuto e lo stile di Gesù. Era assetata di questa Parola nuova, assetata di Vangelo, assetata della Parola di Dio.

La folla-calcolata, anonima
Seguendo il Signore quella sera, la folla si addentra con lui nel campo aperto, senza preoccuparsi dell’ora o della distanza. Sorge la preoccupazione tra i discepoli. “Congeda la folla” dicono, e Gesù risponde subito con: “Voi stessi dategli da mangiare”. A quel punto, nel momento di mangiare, la folla non è più anonima e diventa per i discepoli un calcolo: “Circa cinque volte mille uomini”. Gesù dice: “Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa”. In realtà il Signore utilizza un’espressione come a dire “per tavolate” di cinquanta persone (klisias, in greco, è “la tavola per un gruppo di convitati”). Tavoli di cinquanta ospiti, in mezzo ai quali si mette cibo, dal quale tutti vanno a servirsi.
Questa tavola è già un’immagine del Regno. Gesù la usa di nuovo nella parabola dei servi vigili in attesa del loro Signore, di ritorno dal matrimonio. Per coloro che stanno vegliando, Gesù dice che “Egli si cingerà e li farà appoggiare alla tavola e, passando da uno all’altro, li servirà”.
Comincia a operare qui la forza inclusiva dell’Eucaristia, che trasforma la fola in comunità, la cui misura è data dalla possibilità di condividere il pane.

La folla trasformata
E c’è tuttavia una terza menzione della folla. Quando è ben organizzata, in questa misura umana così familiare che trasforma un gruppo in una comunità di compagni, allora sì che il Signore prende i cinque pani e i due pesci, e alzando gli occhi al cielo li benedice, li divide e li dà ai discepoli affinché li servano alla folla.
Quella folla è già trasformata, personalizzata, familiarizzata. Questa comunità è l’ambito in cui avvengono le benedizioni e i miracoli. In questa comunità basta tutto per tutti, e avanza: “Mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste”.

Gesù in mezzo a “noi-folla”: “folla a tavola”
Ancora una volta Gesù è in mezzo a noi-folla, ci esorta a organizzarci in comunità alla misura del pane. Organizzarci così come hanno fatto nei centri per anziani, nelle mense delle scuole, nelle fa-miglie/case di accoglienza, nelle feste dei quartieri, nelle cooperative di lavoro, nella Caritas, e nelle parrocchie.
Che la misura la dia “colui che può condividere il pane”. Organizzarsi in modo che non debba mancare ai bambini o agli anziani, perché essi sono inseriti già lì dove mangiano coloro che sostano nelle famiglie/case (di accoglienza).
Purtroppo le attuali statistiche parlano separatamente di bambini e anziani, perché parlano anche di “disoccupati”. I numeri del Signore sono diversi: egli nota la comunità e la solidarietà, vede “tavoli da cinquanta”, gruppi di familiari e amici come quelli che si incontrano nelle feste, nelle celebrazioni religiose, e da lì comincia a organizzare la sua comunità, la sua Chiesa. Da lì dobbiamo partire a organizzare la parrocchia, il quartiere e la patria.

Preghiera
Solo Gesù ci vede così. Solo il suo pane vivo ha la forza di unire in tal modo la folla. Solo la forza della sua morte sulla Croce, per farsi Pane, è capace di convertire le folle in comunità. E gli chiediamo:
Signore, dacci sempre questo pane!
Vogliamo essere una comunità che condivide il pane che tu hai benedetto e ripartito.
Vogliamo essere comunità che si organizza al tuo stile, per permetterti di servirci e trasformarci.
Non vogliamo mangiare soli il nostro pane: né quello della fede, né quello del lavoro.
Non vogliamo “disperdere” le folle che, quando sono convocate, ti cercano e ti desiderano, anche senza saperlo molte volte.
Non vogliamo accettare rassegnati le statistiche che già danno per scartati tanti nostri fratelli.
Vogliamo seguirti, riceverti e condividerti ognuno “al tavolo da cinquanta”.
Vogliamo essere comunità che vive di questa forza che dà l’Eucaristia, per annunciare con la nostra vita, piuttosto che con le parole, questa verità del Vangelo che è trascendente perché parla, di là dell’individualismo, di un Regno che è già in mezzo a noi quando ci riuniamo per dividere il pane nel tuo nome, Signore.

NOTE
[1] Udienza, 19 luglio 2015.
[2] Incontro con i vescovi del Messico, 13 febbraio 2016.
[3] Il pane della vita. Responsabilità condivisa, in J.M. BERGOGLIO, Vita, (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della sera, Milano 2015, 107-114; J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Riflessioni di un pastore. Misericordia, Missione, Testimonianza, Vita, LEV, Città del Vaticano, 2013, 559-562.