I pastori: servi,

non padroni del gregge!

Domenica XVI del T.O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

Gesù-buon-pastore

Pecore senza pastore

Di fronte alla crisi attuale della chiesa, alcuni pastori sono tentati di accusare le pecore, la società, gli altri. Se non ci sono vocazioni è perché i giovani sono meno generosi; se non c’è più fede, è perché il mondo è diventato materialista e gaudente; se non c’è più obbedienza, è perché non c’è più educazione e rispetto. Erano le stesse giustificazioni che portavano già un tempo i capi della sinagoga quando vedevano le folle abbandonare loro per andare dietro a Giovanni Battista o a Gesù! Ma Gesù guarda con simpatia queste folle, si commuove perché “sono senza pastori”. Come i contemporanei del Cristo, anche oggi le folle accorrono dove sperano di trovare un vero pane, una vera pace, una vera luce. Quelle folle che raggiungevano Gesù nei posti più lontani, lasciando casa, famiglia, abitudini, avevano sacerdoti qualificati, rabbini istruiti, tante sinagoghe vicino casa, il magnifico tempio di Gerusalemme. La tentazione era quella di adagiarsi su quelle venerande istituzioni: “Siamo figli di Abramo!”. E però lo Spirito spingeva quelle folle verso una fede più viva, un impegno più radicale. Erano stanche di ascoltare rabbini che si limitavano a ripetere la vecchia verità, stanche dei sacerdoti che organizzavano cerimonie che non cambiavano nulla di nulla, stanche dei sommi sacerdoti duri e orgogliosi che non avvertivano le novità della storia.
Desideravano ritrovarsi tutti insieme, poveri, ignoranti peccatori, soldati, prostitute, uniti nella grande gioia di uno stesso perdono e di una stessa famiglia. Gesù portava alle folle la liberazione dai formalismi, dai pregiudizi teologici, dalle tradizioni disumane. È inutile attendere che queste persone tornino pentite al loro antico ovile, dove li aspettano i rimproveri dei loro pastori: “Ve lo avevamo detto!”. Occorre invece raggiungerle là dove sono; non sono loro che devono venire verso la chiesa, ma la chiesa che deve andare verso di loro (chiesa in uscita), in uno scambio fraterno, in cui la chiesa accetta di rinnovarsi per loro, mentre esse accettano di dialogare con la chiesa, non solo “maestra” ma soprattutto “madre”.

 

Servire, non dominare!

Cristo rifiutò ogni potere, visse come servo, e insegnò che ha valore solo un primato: quello di servire. Non solo come atteggiamento interiore, ma come stile di vita, come scelta di campo. Egli non ha fatto il povero ogni tanto, ma lo è stato; non ha rinunciato al potere in un momento critico, ma ci ha rinunciato in partenza. Gesù ha rifiutato la potenza e ha scelto l’amore. In questo sta il suo fascino eterno! L’amore è anti-potere, rifiuto di ridurre i soggetti a oggetti, di dominare le coscienze anziché di servire. Dobbiamo stare attenti quando parliamo di Dio! “Per volontà di Dio” i tiranni e i monarchi si sono presentati ai popoli. È un Dio fatto a loro immagine, la cui morte va salutata con gioia! Il Dio di Gesù si chiama amore, e si manifesta non attraverso la corona regale o il triregno, non attraverso gli scudi crociati o la potenza militare, ma attraverso la rinuncia al potere. Il povero: ecco il simbolo di Dio sulla terra! Gesù ha onorato le coscienze, ha paura dell’entusiasmo dei sudditi. Egli non è un leader di folle; anche se parla con autorità, questa non gli viene dal fascino o dalla corona. Quando la folla lo vuole fare re, dopo la moltiplicazione dei pani, egli fugge tutto solo, sul monte! Le manifestazioni di massa sono sempre sospette, perché crescono sullo smarrimento dell’io, che conduce alla dipendenza cieca e fanatica. Su questo argomento G. Le Bon e Ortega y Gasset hanno scritto pagine magistrali e sempre attuali!
La volontà di potenza ha due manifestazioni pericolose:
▪ il potere delle istituzioni: vi sono falsi pastori che danno ordini in nome di Dio: “Dio lo vuole!”. Questo modo di pensare, dice Gesù, è tipico dei pagani. Gesù dice che chi vuole comandare deve servire, le coscienze anzitutto. E i falsi pastori non portano scritta la loro falsità sulla fronte, anzi, spesso sono i più ammirati; sono falsi pastori quelli che un giorno ci dicono che i nemici sono in occidente, un giorno in oriente; nel momento in cui dovrebbero tacere parlano e viceversa; se scoppiano tensioni, prudentemente stanno alla larga; danno disposizioni contando sulla cieca obbedienza. Ricordo a proposito un libro di E. Fromm, poco noto forse perché non piace al sistema: La disobbedienza come problema psicologico e morale. L’obbedienza è sempre una virtù? Se lo chiedeva già a suo tempo quell’obbediente ribelle di don Lorenzo Milani! Se vogliamo essere fedeli al Signore, occorre diventare adulti, in piedi, nella fede, davanti a Dio.
▪ Il potere della folla: Gesù non indulge a nessuna demagogia; l’istinto di potenza non è solo in chi comanda, ma è anche delle masse; quasi sempre i dominati hanno la stessa volontà dei dominatori, e Gesù li contesta; cosa cercano gli oppressi? prendere il posto dei loro oppressori. Ma non è questa la via della pace. Quando la folla vuole fare re Gesù, che ha poco prima moltiplicato i pani, quella folla è religiosa in apparenza, ma in realtà segue la volontà di potenza: vuole un Dio a sua disposizione! La verità è che la vita ha senso solo nella logica dell’amore, la quale può condurre alla crocifissione, ma non al palazzo del potere; l’amore ci rende “vasi di creta tra vasi di ferro”. Ma l’amore, anche se sconfitto, sempre rinasce perché resta l’unica energia positiva della storia.

Il pastore è una guida che ama!

Il breve brano del vangelo, 5 versetti appena, presenta due quadri:
▪ il primo è segnato dal silenzio: i discepoli sono appena tornati dalla loro prima missione pubblica, e Gesù vuole offrire loro una pausa di pace; lasciare dietro la folla, i problemi, il lavoro … che impediscono loro persino di mangiare. Gesù prepara ai suoi un buon pranzo e li invita a riposare. Commuove la preoccupazione di Gesù per il riposo dei suoi discepoli. Vengono da una missione che aveva richiesto loro fatica e spostamenti. E Gesù vuole subito che si ritirino con lui in un luogo tranquillo per un meritato riposo. Gesù era semplicemente umano. E gli piaceva tutto quello che piace a noi uomini. Buone vacanze, un viaggio di riposo, una convivenza piacevole, è qualcosa che tutti desideriamo. Ed anche Gesù lo desidera. Questa legge del riposo è una necessità fisica e spirituale. Bombardati da flussi continui di parole e d’impegni, corriamo il rischio di svendere la nostra vita, il nostro mistero.
▪ nel secondo quadro è di scena la folla, con i suoi problemi, le sue sofferenze, i suoi bisogni: “La folla andava e veniva”. Particolare interessante: con i Vangeli viene alla ribalta un protagonista prima sconosciuto: il mondo degli umili. Bisogna aspettare Manzoni e Verga per ritrovare qualcosa di simile. Sì, anche in sede estetica i Vangeli segnano una novità importante: gli umili, gli ultimi, i piccoli diventano i primi, prendono il posto dei potenti, sono i destinatari non solo del regno ma anche dell’espressione artistica! A questa folla, Gesù darà il pane, ma ora “insegna molte cose”, perché non di solo pane vive l’uomo. Questo è l’impegno anche della chiesa: annunciare il regno di Dio, e sollecitare strutture socio-politiche a misura di uomo. Entrambe le due dimensioni sono necessarie. Una religione solo “sociale” scade nella politica, nella lotta di classe, nella rivendicazione salariale; ma anche una religione solo “celeste” scade nel vuoto ritualismo, nell’illusione e nell’alienazione. La religione cristiana ha le sue radici nel silenzio: “Ascolta, Israele”, ma accetta in pieno anche la consegna di Gesù: “Ama il prossimo come te stesso”.

In un luogo solitario …

Questa cultura rischia di farci morire di decibel: anche la liturgia qualche volta presenta i segni e i suoni del baraccone e della discoteca. Il recupero del silenzio è avvertito come una esigenza indilazionabile. Occorre saper distinguere fra silenzio e mutismo, fra solitudine e isolamento. Un ex marxista divenuto monaco, T. Merton, contribuì con il suo best seller La montagna dalle sette balze a rilanciare il valore della contem¬plazione e della solitudine, della parola come fiore e frutto del silenzio. A me torna in mente Francesco di Assisi, un uomo di pochissime parole: nella Regola raccomandava ai suo frati di predicare con “brevi parole”. Poi fece a meno anche di quelle, e tenne la “predica del silenzio”, traversando tutta Assisi con gli occhi bassi, il cappuccio tirato sul capo, le braccia nelle maniche, a piedi scalzi. Senza dire una parola! E confermava, nella imperfetta e nella perfetta letizia, ciò che canta di Gesù un famoso Spiritual negro: “E non disse nemmeno una parola”. Silenzio e solitudine non significano passività e isolamento. I Padri del deserto corsero spesso, come Antonio, nel cuore dell’impero e delle città per difendere la fede e l’uomo; qualche imperatore fece il percorso inverso, chiedendo aiuto ai Padri del deserto. Lo stesso Gandhi usò il digiuno e il silenzio: accanto alla sua branda, tutte le ragioni della violenza si dissolvevano, per gli inglesi come per i suoi seguaci indù. Ha scritto G. Tersteegen che “dal silenzio sono riconosciuti quelli che portano Dio”.

Mi voglio bene, perciò faccio silenzio!

M. Baldini, nel suo libro Le parole del silenzio, precisa che non esiste un solo tipo di silenzio: “C’è un silenzio di chiusura, un silenzio di riservatezza. un silenzio di mortificazione, un silenzio di minaccia, un silenzio di collera, un silenzio di rancore ... C’è un silenzio pesante che mi opprime in tal modo che la più piccola parola sarebbe per me una liberazione, e c’è un silenzio fragile di cui temo la rottura; c’è un silenzio in cui ringhia un’ostilità irritata dal non trovare mezzi abbastanza forti per esprimersi, e c’è un silenzio dell’amicizia piena”. Abbiamo bisogno di silenzi “pieni”. Ma il silenzio non è mutismo. C’è un silenzio che è pura negazione di parole di amicizia e di amore: il mutismo del cuore può uccidere chi ci ama o chi ci odia; alcuni raggiungono la massima cattiveria in silenzio. La scelta del silenzio è certo rifiuto per la parola banale, ed è invece amore per la parola autentica, per la parola rimasta fedele al silenzio che la sorregge come le acque sostengono l’iceberg. Come non va confuso il silenzio con il mutismo, così non va confusa la solitudine con l’isolamento. L’isolato si rinchiude con alterigia, come Achille sotto la tenda. L’isolamento ci allontana dagli altri, ci rende talvolta feroci.
La più grande gioia dell’uomo è l’indolenza mentale. È felice se può dimenticarsi e abbrutirsi a forza di lavorare. La donna è in genere più attenta ai valori personali, vuole che quanto fa le somigli; l’uomo invece accetta di somigliare a quanto fa. È bello pensare solo a quello che si fa (cioè, a quello che si guadagna!). Questo non accade solo agli operai della catena di montaggio. Un avvocato, un medico, un professore si identificano volentieri con la loro funzione e un linguaggio fortemente tecnico bene esprime questa identificazione. È doloroso poi accorgersi di essere uno sposo mediocre, un padre mediocre, un uomo mediocre. Sente di non avere la verità profonda, e che la deve invocare in una preghiera spoglia di ogni orgoglio. La sua verità è in un Altro, la verità è un Altro! Semplicemente, davanti a Dio, il nostro vuoto si riempie, il nostro essere insignificante si illumina di senso, la nostra solitudine si popola. Restare qualche volta soli con se stessi è un salutare bisogno dell’uomo; non è un caso che le nostre “civiltà del rumore” avvertano il bisogno del silenzio; lo attesta la fortuna del stanno avendo anche nel nostro Paese quelle religioni orientali che privilegiano il silenzio. L’estate potrebbe essere un tempo favorevole per il silenzio, non attraverso le false solitudini di luoghi incontaminati e selvaggi, reclamizzati dalle agenzie turistiche, ma attraverso una rimpatriata nel proprio interiore: “Noli foras ire! In te ipsum redi! In interiore homine habitat veritas!”.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano