Venite a me

Fratel Nimal - Bose

19 luglio

25In quel tempo Gesù disse: «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. 26Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. 27Tutto è stato dato a me dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo.
28Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. 29Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. 30Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero».
Mt 11,25-30


Gesù sta predicando il vangelo del Regno nelle città e nei villaggi e la sua parola non è accolta, come era accaduto a Giovanni Battista. Giovanni sente parlare delle opere compiute da Gesù e gli manda a chiedere: “Sei tu quello che deve venire?”. Gesù risponde: “Riferite a Giovanni ciò che udite e vedete: … ai poveri è annunciato il vangelo”. Egli compie la profezia e i poveri sono beati perché a loro è annunciata la buona notizia.
L’inizio del capitolo può aiutarci a comprendere questo autentico grido di esultanza che irrompe sulla scena senza apparente legame con il contesto. Letteralmente il testo dice: “… rispondendo Gesù disse”, ma non v’è traccia di una domanda precisa né di interlocutori diretti, sicché possiamo pensare questa risposta rivolta a ciascuno di noi, a quella domanda, a quella sete di Dio che siamo incapaci di formulare e rimane in fondo al nostro cuore come desiderio inespresso.
Gesù apre uno squarcio nel mistero della bontà di Dio, un Dio che, sì, è Padre e Signore del cielo della terra, ma si rivela ai piccoli e agli ultimi, agli uomini della sua benevolenza per i quali la stessa nascita di Gesù è annuncio di pace (cf. Lc 2,14).
Questa rivelazione privilegiata ai piccoli, ai semplici non implica alcun disprezzo degli studi o dell’intelligenza di quanti si applicano per approfondire la conoscenza. No! Gesù invita a distinguere quello che è uno strumento, pur utile e importante come lo studio, dal fine che è la conoscenza del Padre alla quale possiamo giungere in pienezza solo tramite il Figlio. Solo attraverso Gesù possiamo conoscere il volto del Padre, se ci riconosciamo piccoli, poveri della nostra sola umanità. È una rivelazione grande e Luca scrive nella sua versione che Gesù esultò nello Spirito dicendo queste parole.
Il vangelo annunciato da Gesù Cristo è buona notizia per ogni uomo e donna ovunque sulla terra, perché ciascuno diviene destinatario di questa promessa non in virtù di qualità intellettuali, studi o intelligenza, ma semplicemente della sua povertà in quanto essere umano.
Chi sono questi piccoli, destinatari della rivelazione? Sono i poveri, gli ultimi, i disprezzati, coloro che non possono avanzare pretese nel mondo, e, piegati dalla sofferenza psichica o fisica, portano ferite profonde nel cuore, nella vita. Essi non possono contare su nulla, né ricchezze, né potere, né fama, ma solo sull’amore di Dio. Chi è veramente povero sa che la sua vita può acquistare senso solo se affidata a un altro, vive nella speranza di una relazione possibile, mendicante di quell’umanità semplice e quotidiana sola ricchezza che nessuno può toglierci.
Chi può porre in Dio la sua speranza se non chi, sapendosi povero, non abbia sperimentato almeno una volta nella sua vita la mano di Gesù piegato a curare le sue ferite, ad asciugare le sue lacrime, a riempire di calore la sua solitudine.
Tutto è stato dato al Figlio dal Padre, ma Gesù ha svuotato se stesso per essere accanto a noi nella nostra solitudine, luce nel buio delle nostre esistenze e ci chiama a sé per darci il riposo dalla stanchezza e dai pesi della vita. Questa stanchezza a volte è frutto del desiderio di realizzare progetti umani, ideali staccati dalla realtà, ma il progetto di Dio è altro e possiamo conoscerlo solo se aderiamo al Signore, se impariamo da lui la mitezza e l’umiltà del cuore. Mitezza che non è muta rassegnazione o apatica accettazione della realtà, ma piena obbedienza al disegno d’amore di Dio, dietro a Gesù che mite entrò su un asino a Gerusalemme per compiere la sua passione. Questa mitezza è obbedienza alla nostra verità, alle sofferenze; seguendo il nostro maestro che imparò l’obbedienza dalle cose che patì, in questa piena accettazione noi saremo capaci di levarci contro ogni ingiustizia umana, contro ogni sofferenza. È una mitezza capace di spostare macigni grandi come la pietra che chiudeva il sepolcro, mitezza dei cuori umili, piccoli perché semplici e limpidi della trasparenza dello sguardo, mitezza che rende possibile oggi il cammino delle beatitudini.
Con un cuore povero, liberato da pretese arroganti, e dal nostro orgoglio, avanziamo su questo cammino col cuore dilatato dall’inesprimibile dolcezza dell’amore. Dolcezza della croce d’amore che Gesù pone sulle nostre spalle, mentre lui il Signore si carica dei nostri dolori e delle nostre sofferenze.