Il seme cresce...

l'uomo deve avere pazienza

Domenica XI del T. O. (B)

a cura di Franco Galeone * 

senape 1

La religione del "granello di senape”

La parabola del granello di senape, da un punto di vista teologico insegna la libera e gratuita iniziativa di Dio; da un punto di vista storico ricorda ai cristiani di non farne una lettura trionfalistica o apologetica, come se la “chiesa” si identificasse con il “regno”. Nessuno spazio per le sacre finanze, i concordati, le protezioni, i privilegi: il regno non dipende da queste cose. Il regno, come il seme, non ha bisogno di grandi numeri, ma di profondità. Siamo in un tempo in cui i simboli sacri perdono importanza, il linguaggio si laicizza, le istituzioni religiose sono contestate; qualcuno parla di un’epoca post-cristiana, che tuttavia continua a dirsi cristiana e fa ancora sua la frase di quel grande filosofo liberale B. Croce, che cristiano non era: “Non possiamo non sentirci e non dirci cristiani”. Come possiamo reagire a questa eclissi del sacro? In due modi: o deplorando i tempi presenti, rifugiandoci nel bel tempo passato, o imparando a vivere la fede oggi, anche senza tanti simboli religiosi. La fede è autosufficiente, ha bisogno solo di Dio. Chi ha Dio, ha tutto! Chi ha fede si adatta a tutte le possibilità storiche, è disponibile a vivere la fede anche in assenza di strutture e di supporti. Possiamo vivere la fede anche se essa non viene presa in considerazione nelle Costituzioni e nei Codici civili, nei palazzi della politica e nei pretori del potere dove si decide la storia. La fede vive umile, ha una sua terza dimensione, è solo una manciata di lievito nella pasta della storia. Le strutture che nel corso della storia la fede si dà, sia razionali che istituzionali, sono relative anche se utili. Quando la fede viene meno, restano in piedi le sue strutture, le crisalidi morte, gli involucri vuoti. Noi a volte ci trasciniamo dietro strutture senz’anima, parole senza senso, simboli senza vita. Ecco perché la secolarizzazione può diventare una preziosa occasione per purificare la fede dai tanti sacri giocattoli che riempiono la nostra religiosità. Alcuni anni fa, dopo una conferenza, una signora mi rimproverò con garbo di essere vestito come un uomo qualunque: “Persino i vigili urbani hanno una divisa!”. È vero, può dare scandalo, in un primo momento, il vedere o il sapere che quel signore vestito con abiti normali è invece un prete, una suora, addirittura un vescovo! Ma viene il tempo in cui la fede non dev’essere arricchita da divise, da ruoli pubblicamente significativi, catalogati nell’organigramma dei ruoli sociali, per cui c’è il militare, il prete, la suora, il carabiniere. Se è profonda e vitale, la fede troverà il modo di esprimersi, di “convincere” con la forza della testimonianza e non di “vincere” con la forza della divisa!

 

 

Vivere e crescere secondo natura

Breve e intensa parabola, piccolo gioiello, conservatoci solo da Marco. Possiamo dividerla in tre parti: la semina (v.26), la crescita (vv.27-28), il raccolto (v.29). La prima e la terza, che descrivono il lavoro del contadino, sono ridotte al minimo, perché Marco vuole attirare l’attenzione non sul contadino ma sul seme, che, gettate nel terreno, ha una forza irresistibile e cresce da solo. Da questo piccolo seme di frumento, e da quello ancor più piccolo di senapa, vengono fuori grandi insegnamenti:

▪ il primo è l’automaticità (auvtoma,th h` gh/ karpoforei): nel processo di crescita del seme fino alla spiga c’è un automatismo che sfugge all’azione del contadino; di notte egli può anche dormire, ma sotto la terra la vita è in attività; questo significa che noi dobbiamo imparare a stare più calmi, a non agitarci troppo; per esempio, spegnere il telefono, qualche volta sedere in silenzio; dire: “Non so”, smetterla con quell’aria di protagonisti salvatori del mondo; se non riusciamo a dormire, affacciamoci alla finestra e ascoltiamo il silenzio del cosmo, appoggiamo come gli indiani l’orecchio sulla terra e avvertiremo il movimento silenzioso della vita, senza che noi possiamo nulla. La crescita è dovuta al dinamismo interiore del seme; Gesù lo fa capire con un climax efficace di verbi: “germoglia, cresce, produce”, nonostante la opacità del terreno o l’incapacità del contadino; noi facciamo qualcosa, ma il miracolo, il più, avviene senza il nostro intervento. Noi spesso non abbiamo fiducia in questo piccolo seme, e diventiamo pessimisti, polemici, lamentosi: “Il cristianesimo ha smesso di essere una fonte di stupore e di scandalo, di scatenare virtù e di fecondare intelligenze” (Cioran Emil, filosofo rumeno, tra i più influenti del XX secolo).

▪ Il secondo è la campagna: oggi i preti non vanno in campagna ma sulle autostrade, le loro prediche sono perfette ma per niente interessanti, citano i più moderni “maîtres à penser”, discutono dell’ultimo romanzo che non è ancora uscito. Noi preti dobbiamo ricordare che il cristianesimo non è una dottrina che va dimostrata, ma un mistero che va raccontato. Mi chiedo: perché il cristianesimo non viene “raccontato” attraverso il linguaggio delle cose semplici, ma dev’essere spiegata attraverso le elucubrazioni della ragione raziocinante? Anche Gesù si chiedeva: “A che possiamo paragonare il regno di Dio? Con quale parabola possiamo descriverlo?”. E si guardava intorno, la campagna, i semplici, la vita … Gesù davvero è venuto dall’alto, ma i suoi sandali erano pieni di terra e di vita! Ricordiamole queste due parabole, piene di alberi, rami, frutti, germogli, uccelli, spighe, chicchi, contadino, senapa, ombra … Soprattutto quei preti inamidati, chiamati a spiegare la Parola di Dio. Alcuni decenni fa i preti avevano la terra attaccata agli scarponi; coltivavano il giardino e la vigna per il vino della messa, tenevano a posto la cantina, passeggiavano tra i campi e osservavano la natura; le loro prediche avevano poco della sacra eloquenza, ma sapevano farsi ascoltare e soprattutto capire. Nell’omelia del giovedì santo, Papa Francesco paragona i preti al pastore, tanto vicini al gregge da portare su di sé l’odore delle pecore.

▪ Il terzo è l’ottimismo: Marco dice nella terra, non in campo cattolico e area protestante ma dappertutto: è l’invito a superare ogni esclusivismo. Le benedizioni di Dio sono per tutti perché Dio non appartiene a nessuno; il processo di crescita va rispettato; chi fa uso della coercizione non rispetta la libertà. Coloro che, fin dai tempi di Agostino, sono giunti a giustificare il ricorso alla spada, non hanno compreso il vangelo. Usare la violenza in educazione e in religione è semplicemente illegale e immorale. La parabola interpella genitori, educatori… che, pur animati da buone intenzioni, si lasciano prendere dall’impazienza. Molte guide spirituali hanno raccomandato ’impegno, l’attività, il lavoro; è vero, ma il vangelo oggi ci invita a “dormire”, a sedere, a contemplare stupiti il seme che cresce da solo. Noi, uomini tecnologici digitali, abbiamo ormai perduto il contatto con la semina; non vediamo più il gesto sacro e maestoso del seminatore, ma quello automatico e ripetitivo del braccio metallico della macchina. In ogni caso, la parola “seminare” è rimasta nel nostro vocabolario, basta pensare ai tanti “seminari” di cui sono piene le nostre università e le nostre città, anche se più che seminare si parla soltanto! Seminare è anzitutto donare ciò che ci appartiene, ciò cui siamo fortemente legati, comporta un certo doloroso il distacco; per questo un famoso salmo recita: “nell’andare, semina nel pianto”. Ma seminare è anche una fatica, è una scommessa, perché significa aprirsi agli altri, rimettere in discussione i nostri equilibri, le nostre sicurezze.

▪ Il quarto: la pazienza, perciò Gesù chiama i suoi discepoli In disparte (κατ’ἰδίαν); tutte le volte che Gesù prende i discepoli in disparte non è un favore che fa loro, un privilegio, ma significa che proprio i discepoli non hanno capito assolutamente niente. Allora Gesù, proprio ai discepoli, deve rispiegare proprio tutto quanto. Perché i discepoli non capiscono? Sono dominati dall’idea del successo e della ambizione. Loro seguono il Messia, ma la loro idea di Messia non corrisponde a quella che Gesù ha annunziato. Loro pensano: adesso seguiamo l’uomo inviato da Dio che va a Gerusalemme, sbaraglia i sacerdoti corrotti, elimina i romani ed inaugura il regno di Israele. Quindi volevano seguire una persona che andava a conquistare il potere e desiderava spartire con lei il potere stesso. Questa ideologia li aveva resi ciechi e sordi alle parole di Gesù.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano