La fede,

altrimenti

solo simboli vuoti!

Corpo e Sangue di Cristo - Anno B

a cura di Franco Galeone * 

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Partire dall’Alleanza

Nell’AT il termine Alleanza ricorre ben 286 volte e questo ci dice l’importanza che Israel ha dato a questa istituzione. Ma che significa? Non si tratta certo di un contratto bilaterale perché i contraenti (Dio / uomo) non sono uguali. La prima alleanza, stabilita con Noè e in lui con tutti gli uomini, dopo il diluvio, fu unilaterale (Genesi 9,8). Lungo la sua travagliata storia Israel non ha perso mai la speranza in Dio, fedele all’Alleanza.
Erano solenni e a volte complicati i riti di alleanza; il più cruento consisteva nello squartare in due parti un vitello e far passare i contraenti tra le sue metà, dichiarando così di essere disposti a subire la sorte toccata all’animale se avessero infranto il patto (Geremia 34,18). Il patto poteva anche essere stabilito consumando insieme del sale (alleanza del sale) perché, come il sale, anche il patto doveva essere incorruttibile.
Il brano della prima lettura fa riferimento a un altro rito: quello del sangue (Esodo 24,6): Mosè prende il sangue delle vittime e ne versa metà sopra l’altare e metà sopra le dodici pietre (simbolo delle dodici tribù): con questo rito Mosè stabiliva un legame intimo tra Dio e Israel. Una stessa vita, un unico corpo, un unico destino: Come la cintura aderisce ai fianchi di un uomo, così io volli che aderisse a me tutto Israel (Geremia 13,11).

 

Partire dalla Pasqua ebraica

La solennità del Corpo e del Sangue di Gesù è un’occasione forte per rivivere con intensità l’esperienza della comunione eucaristica, che dev’essere per il cristiano una necessità quasi fisica, primordiale, biologica direi. Il racconto di Marco, bene analizzato dagli studiosi, rivela in filigrana i gesti e le formule che, nel nome di Gesù, la comunità delle origini usava nelle celebrazioni eucaristiche; quei riti, ripetuti attraverso i secoli, sono giunti a noi, nelle chiese di tutto il mondo. Per comprendere meglio, occorre partire dal rituale della Pasqua ebraica, regolato dal sèder (ordine)che comprende almeno 14 riti diversi. Davanti a Gesù, si trovano i pani azzimi e la terza coppa di vino. Gesù pronuncia la tradizionale benedizione e spiegazione, ma poi, ecco a sorpresa, quelle misteriose parole: Questo è il mio corpo, che nella mentalità orientale significano Questo sono io! Poi Gesù prende la terza coppa di vino, forse inghirlandata di fiori, espressione della gioia pasquale, e dice ancora quelle misteriose parole: Questo è il mio sangue, che nel linguaggio orientale significano Questa è la mia vita. Con questi due gesti, Gesù chiama i suoi ad una profonda unione con lui, alla sua vita, al suo sangue, alle sue vicende di morte e di gloria.

Notazioni sul vangelo di Marco

Il racconto di Marco sembra semplice resoconto stenografico. Ma così non è:
* l’iniziativa di celebrare la Pasqua non parte da Gesù ma dai discepoli (v.12); sono loro che vogliono fare memoria della liberazione dall’Egitto e non immaginano cosa accadrà quella notte durante la cena; Gesù sarà rimasto felice: i discepoli finalmente prendevano un’iniziativa;
* colui che accompagna i discepoli nella sala è un servo (v.13) che svolge un lavoro riservato alle donne (portare acqua); non è un dettaglio banale, ma il segno di un cambiamento nei rapporti sociali: si va alla scuola di Gesù non per diventare maestri ma servi;
* la sala è grande, perché c’è posto per tanti; è al piano superiore, perché quel cibo nutre lo spirito; è arredata con divani (v.15) perché chiunque entra, anche se povero o schiavo, si deve sentire libero e figlio di Dio;
* Gesù si dona a molti, che significa a tutti (v.24), perché l’eucaristia non è un privilegio per i buoni e i catari, ma è pane spezzato e condiviso tra fratelli in cammino.

L’eucaristia: una tavola con amici

Per un buon pranzo, occorre una persona che inviti, degli invitati che accettino, del cibo da consumare. Qui la persona che invita è Gesù, che offre tutto se stesso attraverso il gesto più umano: l’invito a una tavola. A tavola avviene un duplice scambio: scambio con chi invita, ma anche tra gli invitati. Che tavola triste quella in cui ogni invitato parla solo con il padrone, o gli invitati solo tra loro senza ringraziare il padrone! Non sarebbe più un pasto tra amici ma una refezione tra collegiali. Qualche volte nelle nostre chiese sembra di partecipare non a un unico banchetto, dove batte un cuore e un’anima sola, ma di trovarsi in un ristorante con tanti tavolini, dove ognuno si comunica con il suo Dio. Ognuno per sé e Dio per tutti! A tavola occorre stare insieme e parlarsi, raccontarsi, progettare. La tavola è fatta non solo di presenze, ma anche di parole, di confidenze, di narrazioni. A tavola si dialoga. A tavola il cellulare va spento. A tavola occorre non solo darsi, ma anche dirsi! Allora il Corpus Domini è in qualche modo anche il Corpus hominis, allora le nostre piccole cose diventano grandi cose, epifania di Dio!
L’eucaristia deve produrre fraternità
Andare a messa è diventato questione di buona abitudine, di educazione ricevuta, e tanta brava gente va la domenica in chiesa perché precettata. Questo è drammatico: la gente ci va, restando però come prima, anzi, ritorna dispensata da ogni inquietudine. Noi preti dobbiamo fare qualcosa perché qualche buon cristiano senta inquietudine, e qualche spirito tormentato riacquisti tranquillità! Rispettiamo realmente noi cristiani quello che ci ha detto? Il Signore ci ha lasciato detto questo: Fate questo (quello che io sto facendo) perché vi ricordiate di me. Sono state le sue ultime volontà. Cosa stiamo facendo noi di quel suo ultimo testamento?
Guardiamo la realtà. L’autorità ecclesiastica ha legiferato – in forma meticolosa – su come si deve celebrare l’Eucaristia; la conseguenza è che più della metà delle parrocchie del mondo non celebra e non può celebrare la messa se non una volta a settimana. Questo perché, invece di fare quello che ha fatto Gesù quella notte, si sono organizzati una teologia ed un rituale che vanifica il mandato del Signore. È necessario un prete che abbia studiato, che sia celibe, che sia uomo (e mai donna!), che abbia l’approvazione del vescovo (ed il vescovo deve averla da Roma)…
La cosa più preoccupante non è quello che sta avvenendo, ma quello che avverrà tra pochi anni. Sappiamo che, negli ultimi dieci anni, il numero dei preti cattolici è diminuito del 45%. Nei seminari non entrano giovani per prendere il posto di quelli che si ammalano, muoiono, abbandonano il ministero, etc. Questo vuole dire che il problema si aggrava ogni anno che passa. Possiamo permettere che questo stato di cose peggiori di giorno in giorno? E conviene terminare ricordando che l’importante non è cenare insieme, ma rendere vivo ed attuale quello che ha rappresentato quella cena d’addio. Pensiamoci!
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano