Chi rimane in Gesù

porta molto frutto

Domenica V di Pasqua B

a cura di Franco Galeone *

potatura

La domenica di “Gesù, la vite che alimenta noi, i suoi tralci”
1. La prima comunità cristiana era attraversata da tensioni tra conservatori e innovatori (I lettura); la comunità di Gerusalemme tendeva a custodire le tradizioni; l’apostolo Paolo si presenta come portatore di innovazioni; ma prima di diffondere le sue idee, Paolo sente il bisogno di farsi accettare dalla chiesa-madre di Gerusalemme. Ogni crescita è sempre accompagnata da tensioni; anche le tensioni, che oggi attraversano la chiesa, possono rivelarsi feconde, a condizione che siano vissute nella carità. Per questo non basta possedere la fede; occorre anche la carità: Non amiamo a parole, ma con i fatti ci esorta Giovanni (II lettura). Per definire bene il nostro rapporto con Gesù, egli non poteva trovare immagine più poetica e realistica come quella della vite e del tralcio; il tralcio è un prolungamento della vite, su di esso cresce il grappolo, ma la linfa che lo nutre gli viene dalla vite (vangelo).

Paolo, il tollerato!
2. L’ingresso di Paolo nel gruppo dei credenti non fu facile né indolore, come sempre accade quando nelle strutture ordinarie entra il dinamismo della novità. I primi apostoli erano brava gente, ma integralista, pronta a fare quadrato, anziché a sperimentare il pluralismo. Paolo si era convertito, ma aveva idee troppo nuove, e in tutta la storia della chiesa queste due componenti (il dinamismo paolino e la prudenza petrina) saranno presenti con alterne vicende. Gerarchia e profezia, tradizione e innovazione, antico e nuovo. Giovani e anziani… due dimensioni necessarie, altrimenti o si va incontro all’invecchiamento o a pericolose fughe in avanti. È una schematizzazione semplicistica, che pure fotografa 20 secoli di storia del cristianesimo. Pensate, per esempio, durante il nostro risorgimento: i fautori del potere temporale riuscirono a imbavagliare quei pochi profeti che volevano una chiesa povera e libera. Da un lato, Don Margotti, Pio IX e tanti altri sostenevano né eletti né elettori; dall’altro, i tanti Caputo, Pazzaglia, Scalabrini, Tosti, Bonomelli … furono respinti extra castra, considerati eretici e pericolosi. Qualcosa di simile avviene nelle parrocchie: queste, spesso, sono vaste; da qui la necessità e la fortuna di comunità minori, associazioni, gruppi, movimenti… che, in comunione con il parroco, diventano forze nuove, come lievito nella massa. Questi gruppi sono una speranza nella chiesa se non si lasciano politicizzare, se evitano la tentazione della contestazione, se restano fedeli alla chiesa locale e alla chiesa universale, se non si considerano migliori degli altri, se ogni giorno diventano missionari e testimoni, se non si rinchiudono nel loro ghetto. Le tensioni diventano illegittime solo quando provocano settarismo e divisioni. Aveva ragione quando diceva Papa Giovanni: Nelle cose necessarie: l’unità; nelle cose facoltative: la libertà; sempre la carità.

Io sono la vera vite
3. Non è facile individuare la vera vite; abitiamo un mondo popolato di viti, che producono messaggi tossici; ogni vite promette frutti di salvezza, un vino inebriante; alla fine qualcuno arriva anche a pensare che alla fine tutte le viti si equivalgono, che tutte le religioni sono uguali, che Cristo o Maometto fa lo stesso. La nostra vita è una infinita ricerca di questa vera vite, di questo Santo Graal che salva. Il tema della vite è molto sviluppato nell’Antico Testamento e nel Nuovo Testamento; qui è presente però una novità: la vite non è il popolo ma è il Signore. Se facciamo il male, ci stacchiamo da Cristo vera vite. Aut vitis aut ignis: così Agostino con il suo latino lapidario. L’immagine della vite suggerisce che la fede è intimità, e ce lo ricorda il verbo rimanere/dimorare (ménein); alla pallida religiosità di molti cristiani, tutta folclore ed esteriorità, Cristo chiede un’adesione cordiale e radicale, come il legame nuziale. Ma la fede è anche sofferenza, e ce lo ricorda il verbo potare, tagliare, ma sempre perché porti più frutto. Dio ci toglie una gioia perché ce ne vuole offrire una più grande. Le mani di Dio sono mani ora di grazia ora di dolore, ma sempre di amore, ha scritto D. Bonhoeffer, pastore protestante, impiccato nel carcere nazista di Flossenbürg.

L’unità nella verità e nella giustizia
4. Amare veramente il Dio di Gesù Cristo vuol dire entrare con passione dentro la tribolazione del mondo. I paesani (gente saggia, quella di Nazaret!) invitavano Gesù a restare nel suo paese; anche i suoi discepoli lo invitavano a non andare a Gerusalemme. Ma Gesù si è esposto, ha rischiato. Accettare il vangelo è annunciare una pace scomoda. Chi ha qualche capello bianco, deve ammettere che tante cose in cui aveva creduto erano stolte, che tante bandiere prima sventolate ora giacciono nell’armadio, che tanti libri di sedicenti maestri ora finiscono al macero, che tanti leaders prima conclamati ora sono semplici ricordi. Ma tutta questa fragilità storica non autorizza nessuna fuga mundi. La pace non è solo quella fra gli italiani o la pace nell’Europa. Chi ha la passione per l’uomo, può trovarsi in conflitto con coloro che sostengono la falsa pace, la falsa unità. Gli apostoli erano uomini che amavano il mondo, ma rifiutavano di adorare l’imperatore, e si auguravano anche la fine degli idoli. Ci sono uomini religiosi che non sono uomini di pace; li abbiamo conosciuti; ci hanno insegnato canzoni di guerra; abbiamo visto la celebrazione della messa al campo; gli eserciti hanno pregato lo stesso Dio per una impossibile vittoria di ambedue. Noi vogliamo non uomini religiosi ma uomini evangelici.

Potare non è odiare la pianta
5. Gesù, nel suo parlare, prende sempre spunto dalle cose familiari agli ascoltatori. Questa volta ricorre all’immagine comune e suggestiva del tralcio, della vite, della potatura. Gesù fa due ipotesi: il tralcio è secco, non porta frutto, perciò va tagliato; il tralcio è vivo, perciò va potato perché faccia più frutto. Potare non è odiare la pianta: se questa non viene potata, la sua forza si disperde, mette grappoli più del dovuto, non li porta tutti a maturazione; se resta a lungo senza essere potata, finisce addirittura per inselvatichirsi, come il giardino di Renzo descritto da Manzoni. Lo stesso avviene nella nostra vita. Vivere è scegliere, è rinunciare. Chi coltiva molti interessi, chi fa tante cose … finisce con il disperdersi. Occorre potare! Questo nella vita spirituale è ancora più vero. La santità somiglia alla scultura, che Leonardo da Vinci definisce l’arte di levare perché, mentre tutte le altre arti aggiungono qualcosa (il colore sulla tela, la pietra sulla pietra in architettura, la nota sul pentagramma …), solo la scultura consiste nel togliere i pezzi di marmo superflui, per fare venire fuori (e-ducere) la figura. Un giorno Michelangelo vide un blocco di marmo ricoperto di terra e di erbe; come colpito, disse agli amici che lo accompagnavano: In quel blocco di marmo è racchiuso un angelo, che io devo tirare fuori! Anche Dio ci vuole educare: dentro ognuno di noi vede la sua immagine, e la vuole tirare fuori. Come? Prende lo scalpello della croce e ci modella; prende le forbici del dolore e ci plasma. In genere non si tratta di croci e di dolori eccezionali; sono le sofferenze della vita quotidiana.

Potare… tagliare
6. L’interpretazione più immediata di queste immagini può indurre alla tristezza, perché sono una minaccia per quei tralci secchi, simbolo di cristiani religiosi ma poco credenti. Il loro destino sembra il fuoco: lo gettano nel fuoco e lo bruciano (v.6). Si tratta di un’interpretazione errata, in contrasto con la predilezione di Dio per i peccatori. Potare e tagliare non sono immagini di vendetta e di castigo ma delle premure di Dio: i rami secchi non rappresentano le persone ma le miserie, le infedeltà, le debolezze, che sono presenti anche nei migliori discepoli, e perciò la necessità della purificazione. Le separazione manichea tra buoni e cattivi, tra chi si sente a posto perché appartiene alla chiesa e chi ne è fuori, è una forma di arroganza e d’ipocrisia. Chi vede rami secchi solo negli altri è solo una persona supponente che vede la pagliuzza nell’occhio del fratello e non la trave nel suo occhio (Mt 7,4). Chi non capisce i fratelli che sbagliano, chi li rifiuta, si allontana lui dalla vite, Gesù, che era amico dei pubblicani e dei peccatori (Mt 11,19). La potatura non è il giudizio infernale ma l’invito a confrontarsi con la sua parola: Voi siete mondi per la parola che vi ho annunciato (v.3). La sua parola è più tagliente di una spada a doppio taglio (Eb 4 12); non c’è angolo oscuro in noi che sfugga alla sua parola; potare è togliere foglie e rami inutili che tolgono luce e rallentano la vita. Per quanto dolorosa sia una potatura, alla fine è sempre gioia, le mani di Dio feriscono solo per risanare (Gb 5,17).

Fuori dalla comunione
7. Fuori della chiesa non c’è salvezza. È la celebre tesi di Cipriano, vescovo di Cartagine, affermata nel III secolo e non sempre ben intesa. Alcuni cristiani identificano il regno di Dio con la chiesa di appartenenza, ostentano sicurezze e coltivano privilegi rispetto ad altri credenti, ritenuti impuri e lontani. Alcune volte sono anche ricorsi alla forza (braccio secolare!) per costringere a ricevere il battesimo. Chiesa e Regno non combaciano; ci sono zone d’ombra nella chiesa che sono fuori dalla grazia di Dio. Praticante non equivale a inserito in Cristo come tralcio nella vite; credente non è colui che compie alcuni riti religiosi (messa, sacramenti) ma chi pratica le sei opere di misericordia elencate in Mt 25,25. La linea di demarcazione tra chi appartiene e chi non appartiene non passa per il campo del sacro me per quello dell’amore all’uomo e chiunque pratica la giustizia, a qualunque popolo (e religione) appartenga, è accetto a Dio (Atti 10,35).

Rimanete in me!
8. Gesù si congeda dai suoi amici più intimi con una raccomandazione, che è anche un imperativo: μείνατε ἐν ἐμοί, κἀγὼ ἐν ὑμῖν. Il verbo greco méneiv non ha nessun significato soprannaturale. E non si riferisce al fatto di restare uniti a Gesù per mezzo della grazia divina. Tale cosa non stava (né poteva stare) nella mente di quegli uomini. Quello che Gesù chiede ai discepoli è che si mantengano fedeli e saldi in quello che hanno imparato e vissuto accanto a lui. Gesù, nel tempo in cui è vissuto assieme ai suoi discepoli, non ha fondato un’istituzione, stabilito un regolamento, dato norme o redatto una costituzione. E ancor meno ha avviato un’azienda. Gesù andò direttamente al fondo di quello che è decisivo nella vita: è vissuto in maniera da cambiare la mentalità ed il cuore di quegli uomini. Così, ha trasmesso loro una mistica, un’etica, una spiritualità. Così è nato quel movimento di carismatici itineranti (G. Theissen). Un gruppo di persone dotate di un carisma, il dono di esercitare un’autorità, senza basarsi su istituzioni o funzioni già esistenti. Quel gruppo che, come Gesù, subito è entrato in conflitto con le istituzioni, ha avuto una forza di cambiamento così forte che da allora è iniziata una nuova tappa nella storia della cultura ed anche nelle speranze per questo mondo.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano