Il mistero della fecondità

Domenica V di Pasqua B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

Vigna

Gv 15,1-8 Uniti a Gesù in modo nuovo [1]

L’immagine della nuova unione
Il Vangelo di oggi ci presenta Gesù durante l’Ultima Cena, nel momento in cui sa che la morte è ormai vicina. È giunta la sua “ora”. Per l’ultima volta Egli sta con i suoi discepoli, e allora vuole imprimere bene nella loro mente una verità fondamentale: anche quando Lui non sarà più fisicamente in mezzo a loro, essi potranno restare ancora uniti a Lui in un modo nuovo, e così portare molto frutto. Tutti possiamo essere uniti a Gesù in un modo nuovo. Se al contrario uno perdesse questa unione con Lui, questa comunione con Lui, diventerebbe sterile, anzi, dannoso per la comunità. E per esprimere questa realtà, questo modo nuovo di essere uniti a Lui, Gesù usa l’immagine della vite e dei tralci e dice così: «Come il tralcio non può portare frutto da sé stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci» (Gv 15, 4-5). Con questa figura ci insegna come rimanere in Lui, essere uniti a Lui, benché Lui non sia fisicamente presente.  

Importanza di rimanere uniti a Gesù  

Gesù è la vite, e attraverso di Lui – come la linfa nell’albero – passa ai tralci l’amore stesso di Dio, lo Spirito Santo. Ecco: noi siamo i tralci, e attraverso questa parabola Gesù vuole farci capire l’importanza di rimanere uniti a Lui. I tralci non sono autosufficienti, ma dipendono totalmente dalla vite, in cui si trova la sorgente della loro vita. Così è per noi cristiani. Innestati con il Battesimo in Cristo, abbiamo ricevuto da Lui gratuitamente il dono della vita nuova; e possiamo restare in comunione vitale con Cristo. Occorre mantenersi fedeli al Battesimo, e crescere nell’amicizia con il Signore mediante la preghiera, la preghiera di tutti i giorni, l’ascolto e la docilità alla sua Parola - leggere il Vangelo -, la partecipazione ai Sacramenti, specialmente all’Eucaristia e alla Riconciliazione.

I frutti dell’unione con Gesù
Se uno è intimamente unito a Gesù, gode dei doni dello Spirito Santo, che – come ci dice san Paolo – sono «amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé» (Gal 5,22). Questi sono i doni che ci vengono se noi rimaniamo uniti a Gesù; e di conseguenza una persona che è così unita a Lui fa tanto bene al prossimo e alla società, è una persona cristiana. Da questi atteggiamenti, infatti, si riconosce se uno è un vero cristiano, come dai frutti si riconosce l’albero. I frutti di questa unione profonda con Gesù sono meravigliosi: tutta la nostra persona viene trasformata dalla grazia dello Spirito: anima, intelligenza, volontà, affetti, e anche il corpo, perché noi siamo unità di spirito e corpo. Riceviamo un nuovo modo di essere, la vita di Cristo diventa nostra: possiamo pensare come Lui, agire come Lui, vedere il mondo e le cose con gli occhi di Gesù. Di conseguenza, possiamo amare i nostri fratelli, a partire dai più poveri e sofferenti, come ha fatto Lui, e amarli con il suo cuore e portare così nel mondo frutti di bontà, di carità e di pace.
Ciascuno di noi è un tralcio dell’unica vite; e tutti insieme siamo chiamati a portare i frutti di questa comune appartenenza a Cristo e alla Chiesa. Affidiamoci all’intercessione della Vergine Maria, affinché possiamo essere tralci vivi nella Chiesa e testimoniare in modo coerente la nostra fede - coerenza proprio di vita e di pensiero, di vita e di fede -, consapevoli che tutti, a seconda delle nostre vocazioni particolari, partecipiamo all’unica missione salvifica di Cristo. 

15,4 “Rimanere” per testimoniare e servire 

Mettere radici nella preghiera
Oggi più che mai le attuali difficoltà obbligano coloro che Dio chiama a consolare il suo popolo, a mettere radici nella preghiera, per «avvicinarci all’aspetto più paradossale del suo mistero, l’ora della Croce» (NMI 27). Solo da un incontro personale con il Signore, possiamo adempiere la diaconia della tenerezza, senza fermarci o lasciarci opprimere dalla presenza del dolore e della sofferenza.
Oggi è più che mai necessario che qualsiasi movimento verso il fratello, qualsiasi servizio ecclesiale, abbia come presupposto e fondamento la vicinanza e la familiarità con il Signore. Proprio come la visita di Maria ad Elisabetta, ricca di atteggiamenti di servizio e di gioia, si può capire e si realizza solo a partire dalla profonda esperienza di incontro e di ascolto avvenuta nel silenzio di Nazareth.
La nostra gente è stanca di parole: non ha bisogno di maestri, ma di testimoni. […]
E la testimonianza si consolida nell’interiorità, nell’incontro con Gesù Cristo. Ogni cristiano, ma soprattutto il catechista, deve essere in modo permanente un discepolo del Maestro nell’arte della preghiera. «E necessario imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente quest’arte dalle labbra stesse del Maestro divino, come i primi discepoli: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1). Nella preghiera si sviluppa quel dialogo con Cristo che ci rende suoi intimi: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4)» (NMI 32). 

Servizio dell’ascolto e pastorale dell’incontro
Ne deriva che l’invito di Gesù a prendere il largo dobbiamo intenderlo anche come una chiamata a prendere coraggio e abbandonarci nella profondità della preghiera, per evitare l’azione delle spine che soffocano il seme. A volte la nostra pesca è inutile perché non la compiamo nel suo nome; perché siamo troppo preoccupati per le nostre reti... e ci dimentichiamo di operare con e per lui.
Questi tempi non sono facili, non sono tempi per entusiasmi passeggeri, per spiritualità spasmodiche, sentimentaliste o gnostiche. La Chiesa cattolica ha una ricca tradizione spirituale, con numerosi e vari maestri che possono guidare e nutrire una vera spiritualità che renda oggi possibile il servizio dell’ascolto e la pastorale dell’incontro. 

15,3-4 Uscire per poter rimanere [2] 

«Ricominciare da Cristo» significa avere in ogni momento l’esperienza che Lui è il nostro unico pastore, il nostro unico centro. Perciò incentrarci su Cristo significa «uscire con Cristo». E così la nostra uscita verso la periferia non sarà un allontanarci dal centro, bensì rimanere nella vite e dare così vero frutto nel suo amore (cfr. Gv 15,4). Il paradosso cristiano richiede che l’itinerario del cuore del discepolo sia uscire per poter rimanere, cambiare per poter restare fedele.
Perciò, da quella benedetta alba della domenica della storia, risuonano nel tempo e nello spazio le parole dell’Angelo che accompagna l’annuncio ilei la Risurrezione: «Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”» (Mc 16,7). Il Mae-stro ci precede sempre, cammina davanti (cfr. Lc 19,28) e, pertanto, ci mette in cammino, ci insegna a non starcene fermi. Se c’è qualcosa di opposto al l’atteggiamento pasquale, è dire: «Noi siamo qui, vengano pure». Il vero discepolo sa e coltiva un mandato che dà identità, significato e bellezza al suo credere: «Andate...» (Mt 28,19). Allora sì che l’annuncio sarà kérigma, la religione vita piena, il discepolo un autentico cristiano. 

15,5 Il mistero della fecondità (EG 279) 

Poiché non sempre vediamo questi germogli, abbiamo bisogno di una certezza interiore, cioè della convinzione che Dio può agire in qualsiasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti, perché «abbiamo questo tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7). Questa certezza è quello che si chiama “senso del mistero”. È sapere con certezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5). Tale fecondità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Uno è ben consapevole che la sua vita darà frutto, ma senza pretendere di sapere come, né dove, né quando. Ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola attraverso il mondo come una forza di vita. A volte ci sembra di non aver ottenuto con i nostri sforzi alcun risultato, ma la missione non è un affare o un progetto aziendale, non è neppure un’organizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura. Forse il Signore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spendiamo con dedizione ma senza pretendere di vedere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario. Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa. Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lasciamo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a Lui. 

NOTE
[1] Angelus, 3 maggio 2015.
[2] Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 566-570.