Gesù risorto: comincia

un mondo nuovo!

Domenica IV di Pasqua B

a cura di Franco Galeone * 

Buon-pastore Catac
Il Buon Pastore, Catacombe di Priscilla, III-IV sec., Roma

Il Signore è il mio pastore!

Siamo alla domenica del Buon Pastore. Oggi, l’immagine del pastore, tanto familiare ai tempi di Gesù, non lo è più ai nostri giorni. Essa rivela tutto l’amore di Dio per l’uomo, per gli ultimi. Il cristiano deve saper discernere i pastori buoni dai mercenari, e lasciarsi guidare dal vero ed unico pastore, Gesù. Giovanni fa ricorso a tre simboli importanti: quello del pastore, quello della porta, quello delle pecore. Gesù è il buon pastore; en passant, ricordiamo che nell’originale greco abbiamo bel …kalòs pastore: nello stile orientale bellezza e bontà formano un tutt’uno. Uno dei salmi più belli così descrive il rapporto tra Dio e il fedele: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla (Sal 23). In seguito il titolo di pastore viene dato anche a quelli che rappresentano Dio in terra: i re, i sacerdoti, i capi. Ma qui il simbolo evoca, oltre le immagini della sicurezza, anche quelle dello sfruttamento; appare così la figura del mercenario, contro cui il profeta Ezechiele scrive una terribile requisitoria (Ez 34,1). Un’altra nota del pastore bello/buono è quella della conoscenza: Conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Già sappiamo che nella Bibbia il verbo conoscere implica mille sfumature, che coinvolgono sensi e ragione, sessualità e affetto, volontà e intelligenza. In una società pastorale, il rapporto tra pastore e gregge non è solo di tipo economico; si sviluppa invece un rapporto quasi personale; giornate passate insieme, in luoghi solitari, il pastore finisce per conoscere tutto di ogni pecora, e la pecora riconosce tra tante la voce del suo pastore.
Questo brano di vangelo appartiene al genere di auto-rivelazione. Quando Gesù dice di essere il buon pastore, egli presenta la sua identità, molto diversa da quella del mercenario, uno che non si compromette, uno che è e resta un estraneo. La differenza profonda tra pastore e mercenario è quel legame di vita profondo, non intellettualistico o burocratico, bene espresso dal verbo ebraico ידע conoscere. Va anche sottolineato che il punto di raccolta per le pecore non è un luogo particolare, ma l’amore di Dio rivelato dal Figlio. Gesù ha dato vita ad una chiesa intesa non in senso stretto (chiesa cattolica, ortodossa, sinagoga, moschea, fiume sacro) ma in senso lato, cioè a un raduno ecumenico universale. E la chiesa cattolica deve perciò presentarsi non come una potenza ma come una forza di attrazione, grazie all’amore per la vita e alla passione per l’uomo.

 

Le pecore conoscono la voce del pastore

Cristo vuole che noi lo conosciamo come egli si conosce, come il Padre lo conosce. Tale esigenza ci spaventa; anche nella migliori famiglie è raro conoscersi veramente; pensiamo che sia pericoloso. Chi oserebbe dire: Mia moglie conosce me come io conosco mia moglie? I genitori vogliono conoscere tutto dei figli, ed è anche giusto, e se anche i figli conoscessero tutto del padre e della madre? Quanti schermi, quanti silenzi, quante parole non si dicono più perché è meglio tacere, perché non saremmo capiti. Bisogna veramente amare per desiderare di mostrarsi come siamo, con le nostre odiose colpe, i nostri vergognosi pensieri, e con quello strano resto di innocenza che ancora è presente in ognuno di noi. Sappiamo che il Signore ci conosce bene, ma di questo abbiamo più timore che gioia; dal catechismo sappiamo che Dio vede tutto (il famoso occhio nel triangolo!), e pensiamo quasi di essere spiati e condannati, invece di pensare che ci segue per aiutarci. È questo l’unico lavoro degno di un padre e di un Dio; è questo il primo articolo della nostra fede: Credo in Dio, padre onnipotente, cioè sempre pronto a perdonare, a dare fiducia, ad accogliere ogni figlio dissoluto!
C’è però un’altra conoscenza, quella intraecclesiale, che deve realizzarsi tra i pastori e i fedeli, facendo cadere quelle distanze che impediscono il dialogo e l’amicizia. Dobbiamo evitare questo doppio errore: che il pastore sospiri un gregge più docile, parrocchiani più sottomessi, fedeli più obbedienti; l’altro, che i parrocchiani applichino il vangelo al proprio parroco: se si interessasse un po’ di più … se fosse meno attaccato ai soldi … se non si lasciasse condizionare da … Siamo tutti purtroppo abili a confessare i peccati degli altri! Un gioco inutile, oltre che immorale. Ma poi la conoscenza del pastore deve allargarsi oltre i confini della propria parrocchia o diocesi; è l’impegno missionario, sull’esempio di Gesù, che ha avuto la passione per la universalità. È necessario uscire, tutti, dal guscio della propria chiesa, ed entrare nel rumore delle città e nella miseria della vita. Notare ancora come il pastore va alla ricerca della pecora: fuori di metafora, Dio cerca il suo popolo, non viceversa; Dio prende l’iniziativa, si rivela; la Bibbia tutta descrive quanto Dio fa per l’uomo e non viceversa. Non sfugga infine il fatto che Dio non ci ama come massa ma come persone. Dio è come un padre, meglio, come una madre di molti figli: tutti i figli messi insieme non riescono a colmare il vuoto di un figlio perduto.

L’uomo è la passione di Dio

Tanto le divinità elaborate dalle filosofie classiche, quanto le religioni storiche dell’Oriente possono essere situate alla foce di un processo che possiamo chiamare di traiettoria ascendente. L’uomo appare alla ricerca dell’assoluto, come la fame cerca il suo pane. Ad un certo punto osserviamo un movimento di direzione opposta, una traiettoria discendente: dall’alto verso il basso. Dio prende l’iniziativa, si mette in cammino per le strade dell’uomo. È l’esperienza religiosa dell’ebraismo e del cristianesimo: La Bibbia non è la storia del popolo ebraico alla ricerca dl Dio, ma è la storia di Dio che si mette alla ricerca dell’uomo (A. Heschel). Se le altre religioni presentano l’uomo che ha bisogno di Dio, Gesù rivela che Dio ha bisogno dell’uomo, non un bisogno ex indigentia perché Dio è perfettissimo, ma un bisogno ex summa diligentia, per un amore totale e gratuito. L’uomo ha bisogno di Dio, perché Dio ha bisogno dell’uomo. Il bisogno che noi sentiamo di Lui è solo l’eco del bisogno che Egli ha di noi.

Io sono venuto perché abbiate la vita

Chi si accontenta di vivere, corre il rischio di sopravvivere. Bisogna invece super-vivere con un significato profondo, una fede, una passione, una bandiera. Se la vita perde significato, l’uomo diventa un disperato. Significato e speranza sono indissolubili. La nostra società ha il suo tipo originale di angoscia: la mancanza di significato. Gli fa eco H. Cox: l’uomo del primo secolo si preoccupava prevalentemente della morte; l’uomo del XVI secolo si preoccupava del castigo; l’uomo contemporaneo è turbato dalla mancanza di significato.
L’uomo oggi affida la sua gioia al sesso, la sua sicurezza alla forza, il suo successo al denaro, i suoi turbamenti alla psicanalisi, i suoi tormenti ai barbiturici, le sue paure alla magia. Il male resta! La nostra società, così opulenta per strumenti, è povera di fini. Ma solo chi ha un perché nella vita, è in grado di sopportare ogni come nella vita. Per esistere, occorre il coraggio di esistere. È il titolo significativo dell’opera di Tillich. M. Buber decrive l’uomo di oggi come uno senza casa, ma senza casa non si può vivere. La casa conferisce sicurezza all’uomo. Sentirsi a casa è non sentirsi a caso. Quando non ci si sente a casa propria, si vuole uscire dall’abitacolo soffocante. I fenomeni dell’evasione oggi vanno interpretati anche così. Droga e violenza sono sintomi del malessere di fondo, in una società ricca di averi ma povera di essere, sempre meglio attrezzata e sempre più disumanizzata. Se chiedete a un giovane: Perché la droga? Egli vi risponderà con un’altra domanda: Che senso ha questa vita?
Le conquiste dell’uomo non coprono tutti i bisogni dell’uomo. Restano sempre quelle inestirpabili passività esistenziali, con le quali occorre fare sconsolatamente i conti, anche nella società meglio progettata e realizzata. L’uomo moderno, illuso e deluso dopo le tante ubriacature illuministiche, sta tentando di ricostruirsi una dimora. Le proposte di salvezza offerte dal consumismo, dalla ragione, dalla politica … sono però insufficienti. A chi fa difetto la profondità, a chi la larghezza, a chi la lunghezza. A tutti fa difetto l’altezza, il significato ultimo. Il loro umanesimo si conclude con la presunzione e con la disperazione. La presunzione di Prometeo, che dà la scalata al cielo e sfida gli dei, strappando loro il fuoco sacro. La disperazione di Sisifo che vede inutile la sua fatica, vanificato il suo sforzo. E allora si accascia in un cinismo scettico e stanco, rinunciando alla speranza. Forse Cristo ha una parola che ci può tutti salvare. La sua verità, prima di essere rifiutata, chiede solo di essere verificata con la vita.

La religione del futuro

Sono molte le occasioni che mettono a dura prova la nostra fede. Da un lato la fede ci assicura che Dio è nostro padre, che i capelli del nostro capo sono tutti contati, che veste gli effimeri gigli dei campi, che nutre gli uccelli del cielo … dall’altro questo Dio noi non lo conosciamo: solo il Figlio lo conosce, proprio quel Figlio che nell’ora della passione non fu ascoltato dal Padre. Ecco l’antitesi della fede, che non potrà mai risolversi in una pacifica sintesi. In quanto credenti, dobbiamo confessare di continuo la paternità universale di Dio; ma c’è anche un aspetto inquietante della fede: Dio è nascosto, le sue vie non ci sono note, i tragici fatti della vita tante volte contraddicono la paternità di Dio. Noi oggi non viviamo come gli antichi monaci, chiusi nel loro orticello dove fioriscono fiori, maturano frutti, sorge il sole, cantano salmi. Le tragedie sono vicino a noi, nelle nostre cose, nei nostri occhi. I pii discorsi non sono più possibili, la nostra fede è chiamata a diventare matura, a uscire allo scoperto, dalle celle dei conventi alle piazze della storia. È pericoloso parlare di Dio con sicurezza, dire con presunzione “Dio lo vuole!”. In tutte le epoche storiche, in cui si era molto sicuri di Dio, in quelle stesse epoche storiche si era spietati contro l’uomo. I roghi sono stati accesi da credenti che erano sicuri di Dio, che avevano teologie molto precise e filosofie molto dogmatiche. La “santa” inquisizione è nata nella “societas christiana”, in cui era assente ogni pluralismo religioso. Furono gli uomini sicuri di sé (sacerdoti o politici che fossero poco importa) a mettere in croce Gesù, non i nemici di Dio né gli atei del tempo. I roghi sono stati accesi da tutti quei teologi e ideologi che erano troppo sicuri circa il bene e il male, sempre pronti a lanciare la pietra contro il fratello, sempre pronti a ghigliottinare il cittadino in nome degli immortali principi. Nessuno deve mettere le mani sull’uomo. Nella storia antica si legge di uno che per costruire una nuova e bella Roma, bruciò migliaia di romani: quel folle si chiamava Nerone!

Accettare l’oscurità della fede

Dio buono e giusto sembra lontano e ingiusto, e questo provoca interrogativi che noi dovremo presentare a Dio: “Abbiamo creduto in te, Padre, nonostante i forni crematori, i lager, i genocidi, gli scandali provocati anche da quelli che parlavano a nome tuo”. Il giudizio universale non è la grande scenografia delle fantasie medievali: è certo un rendere conto dell’uomo a Dio, ma è anche un rendere conto di Dio all’uomo. Avremo anche noi alcune cose da chiedere a Dio, si dovrà giustificare, non tutto è chiaro; come Maria gli chiederemo anche noi: “Come è possibile questo?”. Nessuno venga a dire: “Lei che crede, lei che è prete, mi spieghi”. Io non so spiegare nulla! Il mio non è il Dio dei filosofi, il Dio della teodicea, che spiega come questo nostro mondo è il migliore dei mondi possibili. La fede non è l’evidenza di una missione, ma l’obbedienza ad una missione. Dovremmo amarla questa oscurità luminosa. Essa non è un segno necessariamente di infedeltà: è una sfida per una fede più radicale. La rivalutazione del silenzio è uno degli atti più caratteristici ed originali della speculazione moderna. Anche i poeti contemporanei hanno sperimentato una forte tendenza ad ammutolire. Penso soprattutto a Eugenio Montale: Non chiederci la parola che squadri da ogni lato l’animo nostro informe … Non domandarci la formula che mondi possa aprirti … Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo (Ossi di seppia).

Pastori sono anche i genitori

È possibile anche interpretare la parola del “Buon Pastore” in chiave familiare: i genitori e i figli. A prima vista, l’amore tra genitori e figli è il più limpido e il più nobile. L’amore paterno e materno è il prototipo di ogni autorità: non a caso i superiori religiosi si fanno chiamare abate, padre, papa; e le autorità civili si fanno chiamare padre della patria, re buono, padre dei sudditi. Ad una lettura più profonda, l’egoismo può rovinare anche i rapporti tra genitori e figli, quando al centro della famiglia non viene messa la persona dei figli ma quella dei genitori, con i loro progetti proiettati sui figli, dai quali ci si attende di essere ripagati dopo una vita di sacrifici. In questo modo, anche i genitori, che dovrebbero essere buoni pastori diventano mercenari, perché non servono i figli, ma si servono dei figli, anche per finalità nobili ma estranee ai figli. Dare la vita: un gesto che non si esaurisce nel solo momento della generazione; il figlio deve nascere alla vita, ma anche al mondo, e questo è possibile solo se il genitore diventa anche padre, senza cadere nella tentazione di riprendersi quella vita generata.
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano