Il cammino 

delle donne di Pasqua

cammino del popolo

Domenica di Pasqua B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

 Risurrezione Veronese 1570
Paolo Veronese, La resurrezione di Cristo (1570)

 c.Mc 16,1 Gli aromi per l’unzione: partecipazione alla gloria nella Croce [1]

Il Signore ci insegna che si unge chi deve essere perfezionato e guarito: si unge il morto (Mc 16,1); si unge il malato (Mc 6,13; Gc 5,14); si ungono le ferite (Lc 10,34); si unge il penitente (Mt 6,17). L’unzione possiede un senso di riparazione (Lc 7,38; 7,46; 10,34; Gv 11,2; 12,3). Tutto questo è valido per noi: siamo resuscitati, guariti, riformati, rinnovati dall’unzione dello Spirito Santo. Ogni giogo di schiavitù è distrutto a causa dell’unzione (cfr Is 10,27). Il primo unto è il Signore (Lc 2,26; At 4,26; Lc 4,18; At 10,38). Fu unto con olio di esultanza (Eb 1,9).
L’esultanza ci richiama la gloria. Essere unto significa partecipare della gloria di Cristo, che è la sua Croce. “Padre, glorifica tuo Figlio... Padre, glorifica il tuo nome” (cfr Gv 12,23.28). Invece, quelli che cercano la pace o le contraddizioni fuori dall’unzione non cercano la gloria di Dio nella Croce di Cristo: “E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?” (Gv 5,44).

 

16,1-7 La notte insonne per vincere la paura [2]

Un notte insonne
All'alba uscirono dalle loro case per andare al sepolcro. Prima avevano comprato degli oli aromatici per ungere il corpo di Gesù. Nel preparare ogni cosa, in pratica avevano trascorso quasi tutta la notte in bianco fino a che ci fosse stata abbastanza luce per andare con il levare del sole. Anche noi stanotte siamo insonni, non preparandoci per ungere il corpo del Signore, ma ricordando le meraviglie di Dio nella storia dell'umanità. Soprattutto ricordiamo che quella stessa notte per la grande meraviglia la passò insonne: “Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dal paese d'Egitto” (Es 12,42). Questa veglia risponde a un mandato di gratitudine: “Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione” (ivi).

Perché questa veglia?
Come gli Israeliti è possibile che i nostri figli, i nostri conoscenti ci chiedano il motivo di questa veglia. La risposta deve venire dal profondo della nostra memoria di popolo eletto del Signore: “Con braccio potente il Signore ci ha fatto uscire dall'Egitto, dalla condizione servile” (Es 13, 14). Così è: “Il Signore marciava alla loro testa di giorno con una colonna di nube, per guidarli sulla via da percorrere, e di notte con una colonna di fuoco per far loro luce, così che potessero viaggiare giorno e notte” (cfr Es 13,21); la notte in cui noi, peccatori, siamo resi alla grazia, “la notte in cui Cristo spezzò le catene della morte ed è risorto vittorioso dagli abissi”.
Questa è la notte in cui si consolida la libertà. Per questo, “questa notte è chiara come il giorno”.
La nostra vita continuerà con la luce di quello che celebriamo durante questa veglia e, come è accaduto ai nostri Padri nel deserto, accadrà anche a noi. Molte volte le difficoltà, le distrazioni del cammino, i dolori e le sofferenze offuscano la gioia e anche la certezza di questa libertà donata, e possiamo provare la nostalgia delle “cose belle” della schiavitù, come le cipolle e l'aglio d'Egitto (cfr Nm 11,4-6).

La paura paralizza il cuore, la speranza
Possiamo anche essere dominati dall'impazienza che ci porta a preferire l'immediatezza occasionale degli idoli (cfr Es 32,1-6). In questi momenti sembra che il sole si nasconda e torni la notte, e la libertà donata entri in eclissi. Maria Maddalena, Maria di Giacomo e Salome, anche se il giorno era appena iniziato, giunsero alla fine dell'altra notte, la notte della paura, e “fuggirono via dal sepolcro” (Mc 16,8).
Sono scappate via senza dire niente a nessuno. La paura ha fatto loro dimenticare quello che avevano appena ascoltato: “Voi cercate Gesù di Nazaret, il Crocifisso. È risorto, non è qui”. La paura le ammutolì così che non potevano annunciare la notizia. La paura paralizzò loro il cuore e si accoccolarono nella sicurezza di un sicuro fallimento, invece di cedere alla speranza, quella che le suggeriva: “Andate in Galilea, lì lo vedrete”. E così accade anche a noi: come loro, abbiamo paura della speranza e preferiamo rifugiarci nei nostri limiti, meschinità e peccati, nei dubbi e le negazioni che, giusto o sbagliato, ci impegniamo a gestire. Esse venivano in segno di lutto, venivano per ungere un cadavere e restano stupite, come i discepoli di Emmaus sono incapsulate nella delusione (cfr Lc 24,13-24). In sostanza, avevano paura della gioia (cfr Lc 24,41).

Una storia che si ripete nelle nostre notti
E la storia si ripete. In queste nostre notti, notti di paura, di tentazione e di prova, notti in cui la schiavitù vinta vuole essere ristabilita, il Signore continua a vegliare come fece quella notte in Egitto; e con parole dolci e paterne ci dice: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho” (Lc 24,38-39) o, a volte con un po' più di energia: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (Lc 24,25-26). Il Signore Risorto è sempre vivo al nostro fianco.
Ogni volta che Dio si manifestava a un Israelita, cercava di dissipare la sua paura: “Non temere”, gli diceva. Lo stesso fa Gesù: “Non temere”, “non avere paura”. Questo è ciò che l'angelo dice a queste tre donne che la paura spinge a scegliere la veglia.

Diciamo gli uni con gli altri: “Non avere paura” 
In questa notte di Vigilia diciamocelo gli uni con gli altri: non avere paura, non temiamo; non evitiamo la certezza che ci si impone, non rifiutiamo la speranza. Non optiamo per la sicurezza del sepolcro, in questo caso non vuoto ma pieno di sporcizia ribelle dei nostri peccati e dell'egoismo. Apriamoci al dono della speranza. Non temiamo la gioia della Risurrezione di Cristo.
In questa notte anche Lei, la Madre, vegliava. Le sue viscere le facevano percepire la vicinanza di quella vita che coincideva in Nazareth e la sua fede ne rafforzava l'intuizione. Le chiediamo che, come prima discepola, ci insegni a perseverare nella vigilia, ci nella pazienza, ci rafforzi nella speranza. Le chiediamo che ci conduca all'incontro con il suo Figlio Risorto. Le chiediamo che ci liberi dalla paura, in modo da poter ascoltare l'annuncio dell'angelo e uscire correndo: non di spavento, ma per annunciarlo agli altri.

16,1-8 L’ostacolo della pietra [3]

Il cammino per l’incontro e l’ostacolo della pietra 
Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e Salome, all’alba, si mettono in cammino. Stasera anche noi abbiamo camminato, seguendo il percorso del Popolo di Dio per i sentieri dell’elezione, della promessa e dell’alleanza. Il cammino di queste donne si inserisce in questo lungo cammino dei secoli... e anche nel nostro. Perché essere eletti ed essere portatori di alleanza comporta sempre il mettersi in marcia. L’alleanza che Dio fa con il suo popolo e con ognuno di noi è quella di andare verso una promessa, verso un incontro. Questo cammino è vita.
Come contrasto lì c’è la pietra. Immobile e sigillata dalla congiura dei corrotti, un vero ostacolo per l’incontro. Queste donne camminavano in bilico tra l’illusione e l’ostacolo; andavano al Sepolcro per svolgere un’opera di misericordia, ma la minaccia della pietra le faceva esitare. L’amore le muoveva, ma le paralizzava il dubbio.

Anche per noi, l’ostacolo della pietra
Anche noi come loro sentiamo l’impulso di camminare, il desiderio di fare grandi opere. Portiamo dentro al cuore una promessa e la certezza della fedeltà di Dio, ma il dubbio è la pietra, i sigilli della corruzione sono legami e spesso cediamo alla tentazione di rimanere paralizzati, senza speranza. La paralisi ammala la nostra anima, ci priva della memoria e toglie la gioia. Ci fa dimenticare che siamo stati scelti, che siamo portatori di promesse, che siamo contrassegnati da un’alleanza divina. La paralisi ci priva della sorpresa dell’incontro, ci impedisce di aprirci alla “buona notizia”. E oggi abbiamo bisogno di tornare ad ascoltare questa buona notizia: “Non è qui. È risorto”. Abbiamo bisogno di quell’incontro che sposta le pietre, rompe i sigilli e ci apre a un nuovo cammino, quello della speranza. Il mondo ha bisogno di quell’incontro, questo mondo che “è diventato un cimitero”. […] Abbiamo bisogno che la nostra fragilità sia unta dalla speranza; e che questa speranza ci muova a proclamare l’annuncio e a ungere solidalmente la fragilità dei nostri fratelli.
Il peggio che ci può succedere è che scegliamo la pietra e la corruzione dei sigilli per lo scoraggiamento, per essere rimasti senza sentirci eletti, senza promessa, senza alleanza. Il peggio che ci può succedere è che il nostro cuore resti chiuso allo stupore dell’annuncio vivificante che ci spinge a continuare a camminare.

La speranza spezza la pietra
Questa è la notte dell’annuncio, gridiamolo con tutto il nostro essere: Gesù Cristo, nostra speranza, è risorto! Proclamiamo che è più forte della pietra pesante e della sicurezza provvisoria che offre la corruzione dei sigilli. In questa notte Maria godeva già della presenza del suo Figlio. Alla sua cura affidiamo il nostro desiderio di camminare guidati dallo stupore dell’incontro con Gesù Cristo Risorto.

16,1-8 La notte dei tre cammini verso la pienezza [4]

Il cammino del popolo di Dio e il cammino delle donne
Nel cammino delle donne al mattino della domenica si condensa il cammino che il popolo di Dio ha compiuto ininterrottamente dal momento in cui Abramo cominciò il suo viaggio “senza sapere dove andava” (Eb11,8; Gn12,1). Quante volte, nel corso dei secoli, la promessa si sbiadiva nella quotidianità della vita, nelle difficoltà, nelle guerre, in esili, deportazioni e schiavitù! Ciò nonostante, il popolo continuava a portare in sé, spesso senza rendersene conto, il germoglio di quella vittoria promessa. Questa notte abbiamo ripercorso a grandi linee quel cammino per ravvivare la nostra memoria, e ora, insieme alle donne, seguiamo questo percorso di solitudine e dolore, di cura pietosa nei confronti del morto. Abbiamo già sentito che volevano ungere il corpo di Gesù, pur consapevoli della grande difficoltà che avrebbe potuto vanificare il loro intento: la pietra. Il Vangelo ci dice che quella pietra era “molto grande” (Mc 16,4). E tra ciò che volevano fare e la difficoltà della pietra si ripete il segno di Abramo: si mettono in cammino, ma senza sapere bene dove vanno, senza sapere se potranno riuscire nel loro intento.

L’evento inaspettato
Poi accade l’inaspettato. La preoccupazione per la pietra svanisce, perché vedono che è già stata fatta rotolare. La difficoltà diventa porta d’entrata, il dubbio si scioglie in un orizzonte promettente..., la sorpresa genera speranza. L’antichità della promessa rifiorisce in quella giovinezza che annuncia la novità: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui” (ivi, 6). Ciò che era muro e impedimento si trasforma in nuovo accesso a una certezza diversa e a una speranza diversa, che le rimette in cammino: “Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: ‘Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto’” (ivi, 7).
E così comincia un nuovo cammino; in continuità con il precedente, ma nuovo. “Andate”, come con Abramo... e poi anche una promessa: “Là lo vedrete”. Abbiamo appena sentito che quelle signore erano tutt’altro che tranquille: “Uscirono e fuggirono via [...], perché erano piene di spavento e di stupore. Ed erano impaurite” (ivi, 8). Avvertono in sé lo stupore che produce ogni incontro con il Signore, che, in questo modo, si va avvicinando a loro per manifestarsi pienamente.

Come va il mio cammino?
Dicevo che noi, stanotte, abbiamo fatto memoria del grande cammino di nostro padre Abramo e anche del cammino piccolo di Maria Maddalena, di Maria madre di Giacomo e di Salome. E mi domando: come va il mio cammino? Va nella direzione della promessa dell’incontro con Gesù risorto? Si ferma o torna indietro davanti alla difficoltà della pietra, delle tante pietre della vita? Oppure, come i pellegrini di Emmaus, se la fila nella direzione opposta per evitare problemi di quelli che catturano il cuore? O, come gli altri discepoli, scelgo la paralisi, la chiusura, la difesa da qualsiasi annuncio, dagli orizzonti di speranza? Il mio cammino scommette sulla speranza? Cerca l’incontro? Conosce lo stupore che smuove tutto l’essere quando si lascia commuovere dal Signore che passa e apre il cuore? Verso dove è incamminato il mio cuore, oggi?

Sboccerà anche il mio nella pienezza?
Tre cammini, stanotte: quello del popolo eletto, cominciato con il nostro padre Abramo; appresso a lui quello delle donne che anche loro, come Abramo, vanno in cerca di ciò che non sanno; e il tuo: il tuo cammino e il mio cammino. Sappiamo che i primi due sono sfociati nella pienezza. Ma il tuo, il mio, verso dove fa strada? Procede? È fermo? Si arresta e torna indietro davanti alla pietra? Oppure si è lasciato toccare dalla notizia ed esce di corsa da tutto ciò che è sepolcro e morte, esce di corsa tremante e fuori di sé, impaurito perché ha sentito il brivido dell’annuncio e lo stupore della presenza? Spero che il tuo cuore e il mio siano in quest’ultima disposizione. È il modo migliore per augurarci una buona Pasqua.

66,1-8 La domanda: chi ci rotolerà via la pietra? [5]

Domanda di ieri
Queste buone donne si alzarono presto per andare a ungere il corpo di Gesù morto. Lo amavano molto. Erano convinte: è morto. È finita. È finita la storia. È finita una bella illusione. Facciamo buon viso e continuiamo come possiamo... ma le portava a questo l’amore. Ed erano lì preoccupate su chi poteva andare ad aprire il Sepolcro: un masso rotondo, che si faceva ruotare per coprire l’ingresso del Sepolcro. Questo le preoccupava. Stavano parlando. “Chi ci rotolerà via il masso?” Abbiamo sentito che il Vangelo dice: “Era una pietra molto grande”. Il resto lo sappiamo: trovarono il masso rotolato via, l’angelo annunciò che Gesù era vivo e poi uscirono correndo tremanti, senza dire niente a nessuno, perché erano spaventate a morte.
Pensavo, mentre ascoltavo il Vangelo, che il corso dei secoli della storia che oggi abbiamo rivissuto qui, con letture sulla storia della salvezza, del popolo ebraico, del popolo di Dio... tutti quei secoli di storia si schiantano e falliscono contro un masso che sembra che nessuno possa muovere. Tutte le promesse dei profeti, le illusioni, le speranze finiscono qui, si schiantano su un masso. E pensavo che possiamo superare secoli di storia della nostra vita. Le nostre vite. Tutti abbiamo la nostra storia. Non di secoli.
Anni e anni di storie. Con i suoi pro e contro, il suo bene e il suo male, tutti noi abbiamo la nostra storia. E tutti abbiamo fede in Gesù.

Domanda di oggi
Mi chiedo: quante volte nella nostra vita cristiana, nella nostra vita al seguito di Gesù, ci troviamo a un tratto a preoccuparci di chi ci rotolerà via il masso? E così passiamo la vita! Se questo si può, se questo non si può, come posso essere più buono, come posso essere migliore, come posso risolvere questo problema o quell’altro? Sempre di fronte a un masso, mi rendo conto di non potermi muovere! E questo ci lega, ci toglie libertà, non ci lascia volare! Non ci lascia essere noi stessi! E quindi mi azzarderei a dire che ci fa dimenticare perfino il nostro nome! Quante volte, ore, giorni, settimane, mesi e anni a pensare a chi mi rimuoverà il masso! Questo è un fallimento. Quando ci dicono: “Guarda, la pietra viene rimossa, guarda che chi state cercando è vivo accanto a te”, ci prende la paura e usciamo fuggendo! E preferiamo la sicurezza che ci dà il nostro rimuginare su chi ci può spostare il masso, preferiamo questo all’insicurezza di averlo vivo accanto! A ciò che, in ogni momento, ci ispira qualcosa di nuovo, audace, creativo! Che ci ispira la vita del Risorto.

Siamo convinti che la pietra è stata rotolata vita?
Oggi, guardando il rimuginare di queste donne, interroghiamoci sulle riflessioni della nostra vita. Chiediamoci se siamo convinti che il masso è stato già rotolato via e dentro non c’è nessuno. “Sì, Padre, siamo tutti convinti”, quindi, se siete convinti, perché perdete tempo chiedendovi chi vi può togliere la difficoltà? Lo avete vivo accanto a voi! Egli è risorto! Egli è vivo! Egli è con noi! Invece di sentire la tristezza del rimuginare su chi vi rimuoverà il masso della difficoltà, sentite lo stupore dell’incontro con Lui, questo stupore che trasforma, questo stupore che cambia la vita!

Signore, che io senta la meraviglia dell’incontro con te
E stasera chiediamo a Gesù, ognuno per sé e per tutti quelli che sono qui: Signore, che io senta la meraviglia dell’incontro con te, che non mi avviluppi la vita in questioni secondarie, in questo e quello, se potrò e se non potrò; che senta l’allegria, la meraviglia, la gioia, lo stupore di saperti risorto, vivo accanto a me; e questa non è una finzione.
Ci restano due strade: o crediamo nella pietra che chiude il Sepolcro e ci domandiamo chi ce la sposterà, o crediamo che egli è già uscito dal Sepolcro e ci sta accompagnando. Quello che celebriamo oggi è questa seconda via: egli è vivo. Incontriamoci con lui. Lasciamoci incontrare con lui affinché così ci cambi la vita. Amen.

16,1-8 Dio ci sorprende e ama per primo [6]

Un gesto-annuncio
Nell’atrio della cattedrale, abbiamo proclamato che Gesù Cristo era ieri, è oggi e sarà sempre, mentre abbiamo segnato nel cero pasquale, figura del Cristo Risorto, la data di quest’anno. Questo gesto che la Chiesa ripete da secoli è l’annuncio schietto, nel corso della storia, di quello che è successo quella domenica mattina al Sepolcro di Gerusalemme: colui che esisteva prima che Abramo fosse nato, che volle diventare vicino nel cammino con noi, il buon samaritano che ci sceglie sconfitti dalla vita e dalla nostra labile libertà, che morì e fu sepolto e il suo Sepolcro sigillato, è risorto e vive per sempre.
Si tratta dell’annuncio a quelle donne sorprese per la pietra rotolata e per l’angelo seduto sul luogo dove era stato deposto il morto. Un annuncio che, da quel momento, venne trasmesso di persona in persona attraverso la storia degli uomini. Un annuncio che proclama con forza che, da oggi, in ogni morte, c’è un seme di risurrezione. L’inizio di questa liturgia, al buio, non è altro che un simbolo di oscurità e di morte; mentre la luce è Cristo, scintilla di speranza nel mezzo delle situazioni e dei cuori, ancor più immersi nella profonda oscurità.
L’angelo fuga la paura delle donne: “Non temete”. Si tratta di quella paura istintiva a ogni speranza di felicità e di vita, la paura che non sia vero quello che sto vivendo o quello che mi dicono, la paura della gioia che ci è donata da una effusione di gratitudine. E dopo il tranquillizzante avvertimento “non temete”, l’invito: “Andate ora a dire ai suoi discepoli e a Pietro che Egli andrà prima di loro in Galilea; lì lo vedranno, come Egli aveva detto loro”.

Il Signore ci precede e ci attende
È il Signore che sempre ci precede, il Signore che ci attende. L’apostolo Giovanni, quando ha cercato di spiegare che cosa fosse l’amore, è dovuto ricorrere a questa esperienza di sentirsi preceduto, sentirsi aspettato: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi” (1Gv 4,10). Sebbene nella nostra vita, in un modo o nell’altro, cerchiamo Dio, la verità più profonda è che siamo cercati da Lui, siamo aspettati da Lui. Come accade nella fioritura dei mandorli che menzionano i Profeti - il mandorlo è il primo a fiorire - così con il Signore: Egli aspetta per primo. Egli “primeggia” in amore.
Sono secoli che il nostro Dio ci anticipa nell’amore. Sono duemila anni che Gesù “ci precede” e ci aspetta in Galilea, quella Galilea del primo incontro, quella Galilea che ognuno di noi ha da qualche parte nel cuore. Nel sentirci preceduti e attesi acceleriamo il ritmo del nostro cammino per essere pronti all’incontro. Lo stesso Dio, che “ci ha amati per primo”, è anche il buon samaritano che si avvicina e ci dice, come alla fine di questa parabola: “Vai e procedi allo stesso modo”.

… e ci invita a primeggiare (primierar) nell’amore
Proprio così, fai quello che fece lui: “primeggiare” (“primierar”) sui tuoi fratelli in amore, non aspettare di essere amato ma ama per primo. Fai il primo passo, perché quei passi ci lasceranno uscire dalla sonnolenza (dal non aver potuto vegliare con Lui) o da qualsiasi quietismo sofisticato. Passo di riconciliazione, passo d’amore. Fai il primo passo nella tua famiglia, il primo passo in questa città; renditi vicino di coloro che vivono nell’indigenza: ogni giorno sono di più. Imiteremo il nostro Dio, che ci precede e ama per primo, facendo gesti di prossimità verso i nostri fratelli che soffrono la solitudine, la povertà, la perdita del lavoro, lo sfruttamento, che non hanno un tetto, disprezzati per essere migranti, malati, isolati negli ospizi.
Fai il primo passo e porta, con la tua vita, l’annuncio: egli è risorto. Per poi mettere, in mezzo a tanta morte, una scintilla di risurrezione, quella che egli vuole che tu porti. Allora la tua professione di fede sarà credibile.
In questa notte di Pasqua, chiedo alla nostra Madre che ci aiuti a capire questo “primeggiare” in amore. Chiedo a Lei, che stava navigando sostenuta dalla speranza, che ci aiuti a non avere paura di annunciare, con la parola e gli atteggiamenti di prossimità verso i più indigenti, che Egli è vivo in mezzo a noi. E che, come una buona madre, ci conduca per mano all’adorazione silenziosa di Dio che ci precede in amore. Amen.

16,1-8 “Questa notte splende come il giorno” [7]

Notte di veglia
All’alba uscirono da casa dirette al sepolcro. Prima avevano comprato i profumi per ungere il corpo di Gesù. In pratica, per preparare tutto, avevano passato la notte in veglia, ad aspettare che ci fosse luce sufficiente per andare non appena sorto il sole. Anche noi stanotte siamo in veglia: non per prepararci a ungere il corpo del Signore, ma per ricordarci le meraviglie di Dio nella storia dell’umanità. Anzitutto ricordiamo che quella stessa notte della grande meraviglia Egli la passò in veglia: “Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d’Egitto” (Es 12,42). A questa veglia risponde un debito di gratitudine: “Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione” (ivi).

Perché questa veglia?
Così come gli Israeliti, è possibile che i nostri figli, i nostri conoscenti, ci chiedano il perché di questa veglia. La risposta deve sorgere dal più profondo della nostra memoria di popolo eletto del Signore: “Con la potenza del suo braccio il Signore ci ha fatto uscire dall’Egitto, dalla condizione servile” (Es 13,13-24). È così: “Questa è la notte in cui ha liberato i figli di Israele e li ha fatti passare illesi attraverso il Mar Rosso; la notte in cui ha vinto le tenebre del peccato con lo splendore della colonna di fuoco”; [8] la notte in cui noi, peccatori, veniamo restituiti alla grazia; “la notte in cui Cristo, spezzando i vincoli della morte, risorge vincitore dal sepolcro” (ivi). Questa è la notte in cui si rinsalda la libertà. Perciò “questa notte splende come il giorno”.

La tentazione di ritornare nella notte
La nostra vita procederà alla luce di ciò che celebriamo in questa vigilia, e anche a noi accadrà ciò che è accaduto ai nostri padri nel deserto. Molte volte le difficoltà, le distrazioni lungo la strada, i dolori e le pene, offuscheranno la felicità e perfino la certezza di questa libertà donata, e potremo giungere perfino a rimpiangere le “belle cose” che aveva la schiavitù, l’aglio e le cipolle d’Egitto (cfr. Nm 11,4-6); forse l’impazienza potrebbe dominarci e portarci a propendere per l’immediatezza contingente degli idoli (Cfr Es 32,1-6). In quei momenti è come se il sole si nascondesse: torna la notte e la libertà ricevuta in dono si eclissa. A Maria Maddalena, a Maria di Giacomo e a Salome, dopo che l’alba era già sorta, piombò addosso un’altra notte, la notte della paura, e “fuggirono via dal sepolcro” (Mc 16,8). Fuggirono via senza dire niente a nessuno.

… vinti dalla paura della speranza
La paura fece loro dimenticare che cos’avevano appena sentito: “Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. E risorto, non è qui”. La paura le rese mute per impedire loro di proclamare la notizia. La paura paralizzò il loro cuore e restarono avviluppate nella sicurezza di un fallimento certo anziché fare posto alla speranza, che diceva loro: andate in Galilea, là lo vedrete. E lo stesso succede anche a noi: come loro, abbiamo paura della speranza e preferiamo accovacciarci nei nostri limiti, nelle nostre meschinerie e nei nostri peccati, nei dubbi e nei dinieghi che, bene o male, reputiamo controllabili. Loro venivano in clima di cordoglio, venivano a ungere un cadavere... e restano a quello, così come i discepoli di Emmaus si incapsulano nella delusione (cfr Lc 24,13-24). In fondo, avevano paura della gioia (cfr. ivi, 41).

La storia si ripete
E la storia si ripete. In queste nostre notti - notti di paura, notti di tentazione e di prova, notti in cui la schiavitù sconfitta vuole riprendere il potere - il Signore continua a vegliare come fece quella notte in Egitto; e con parole dolci e paterne ci dice: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate” (ivi, 39); o, a volte, con un poco più di energia: “Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?” (ivi, 25-26). Il Signore risorto è sempre vivo accanto a noi.

Apriamoci al dono della speranza
Ogni volta che Dio si manifestava a un israelita, cercava di dissipare la sua paura: “Non temere” gli diceva. Gesù fa lo stesso: “Non temere”, “non avere paura”. E ciò che l’Angelo dice a queste tre donne che la paura spingeva a preferire il funerale. Diciamocelo a vicenda, in questa notte di veglia: non avere paura, non temiamo; non scansiamo la certezza che ci si impone, non respingiamo la speranza. Non preferiamo la sicurezza del sepolcro, in questo caso non vuoto, ma pieno della spazzatura ribelle dei nostri peccati e del nostro egoismo. Apriamoci al dono della speranza. Non temiamo la gioia della Risurrezione di Cristo.
Quella notte anche Lei, la Madre, era in veglia. Il suo cuore le faceva intuire la vicinanza di quella vita che aveva concepito a Nazaret, e la sua fede rafforzava l’intuizione. A Lei chiediamo che, da prima discepola, ci insegni a perseverare nella veglia, ci accompagni nella pazienza, ci rafforzi nella speranza; la supplichiamo di liberarci dalla paura, così che possiamo ascoltare l’annuncio dell’Angelo e uscire anche noi di corsa... ma non per il terrore, bensì per annunciarlo ad altri.

26,2.9 Fare “memoria” del “primo giorno della settimana” [9]

Nell’Eucaristia domenicale si rinnova la Pasqua, il passaggio del Signore che è voluto entrare nella storia per renderci partecipi della sua vita divina. Ci raduna ogni domenica come famiglia di Dio riunita intorno all’altare, a nutrirci del Pane vivo, a rivivere e celebrare gli avvenimenti del cammino, a rinnovare le forze per continuare a gridare che egli è vivo in mezzo a noi. In ogni messa domenicale sperimentiamo la nostra intima appartenenza al popolo di Dio del quale siamo entrati a far parte grazie al battesimo, e facciamo “memoria” del “primo giorno della settimana” (Mc 26,2.9). Nel mondo attuale, così spesso malato di secolarismo e consumismo, sembra che si stia perdendo la capacità di fare festa, di vivere come famiglia. Perciò il catechista è chiamato a impegnare la propria vita per far sì che non ci venga rubata la domenica, che la festa possa perdurare nel cuore degli uomini dando senso e pienezza al peregrinare della settimana.

16,6 “Non temete”: parole che risvegliano la memoria della voce amata [10]

“Non temete” (Mt 28,5; Mc 16,6) fu la parola che l’angelo portò alle donne recatesi al sepolcro. E quelle due parole risuonarono nel profondo della loro memoria, risvegliando la voce amata che tante volte le aveva spinte a mettere da parte ogni dubbio e a superare qualunque timore. Quelle parole inoltre ravvivarono nei loro cuori la speranza, che si fece subito fede e gioia traboccante nell’incontro con Cristo risorto, offrendo loro il dono ineffabile di ricordare ogni cosa per poter attendere con animo aperto e sincero il compimento del loro destino. “Non temete: io sono sempre con voi”: con queste parole, più di una volta, il Signore si è rivolto ai suoi seguaci, e non ha mai smesso di ripeterlo quando costoro hanno accettato la sfida di essere luce dei popoli, primizia di un mondo nuovo. “Non temete” dice oggi a coloro che, come noi, assolvono un incarico davvero difficile, in un contesto che ci priva delle nostre certezze e ci mette in relazione con una realtà sociale e culturale che sembra condannare tutte le nostre iniziative a una sorta di inevitabile insuccesso, giacché le mette in crisi con la sfiducia e lo sconforto.
E anch’io vi esorto a non temere. Il lavoro degli educatori cristiani, al di là del luogo in cui si espleta, partecipa alla novità e alla forza della risurrezione di Cristo: in questo risiede il tratto pasquale del compito educativo. Esso non toglie nulla alla sua autonomia come servizio all’uomo e alla comunità nazionale e locale, anzi, lo carica di un senso e una motivazione trascendenti e di una forza che non trae origine da alcuna considerazione pragmatica, bensì dalla fonte divina della chiamata e della missione che abbiamo deciso di assumere.

16,7 Il Maestro ci precede, ci mette in cammino [11]

Da quella benedetta alba della domenica della storia, risuonano nel tempo e nello spazio le parole dell’Angelo che accompagna l’annuncio della la Risurrezione: “Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: ‘Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto’ ” (Mc 16,7). Il Maestro ci precede sempre, cammina davanti (cfr Lc 19,28) e, pertanto, ci mette in cammino, ci insegna a non starcene fermi. Se c’è qualcosa di opposto all’atteggiamento pasquale, è dire: “Noi siamo qui, vengano pure”. Il vero discepolo sa e coltiva un mandato che dà identità, significato e bellezza al suo credere: “Andate...” (Mt 28,19). Allora sì che l’annuncio sarà kérigma, la religione vita piena, il discepolo un autentico cristiano.
Eppure la tentazione di rinchiudersi, del timore paralizzante, ha accompagnato anche i primi passi dei seguaci di Gesù: “Erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei” (Gv 20,19). Oggi come ieri può darsi che abbiamo paura. Anche oggi ci ritroviamo molto spesso a porte chiuse. Riconosciamo di essere in debito.


NOTE

[1] PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book Milano - LEV Città del Vaticano, 2013, n.71.
[2] Non aver paura, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Riflessioni di un pastore. Misericordia, Missione, testimonianza, vita, LEV, Città del Vaticano 2013 (Omelia, Vigilia di Pasqua, Buenos Aires, 7 aprile 2012); Non abbiate paura, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Agli educatori. Il pane della speranza. Non stancarti di seminare, LEV, Città del Vaticano 2014, 67-69.
[3] Omelia nella Veglia Pasquale, Cattedrale metropolitana di Buenos Aires,19 Aprile 2003, in J. M. BERGOGLIO, Pasqua, (= Le parole di papa Francesco, 16), Corriere della Sera, Milano 2015, 20-23.
[4] Omelia, veglia pasquale, Buenos Aires, 15 aprile 2006, in Le donne volevano ungere il corpo di Gesù, J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 428-429; Per quale strada andrà il mio cuore?, J. M. BERGOGLIO, Pasqua, (= Le parole di papa Francesco, 16), Corriere della sera, Milano 2015,35-39.
[5] Omelia nella Veglia Pasquale, Cattedrale metropolitana di Buenos Aires, 11 aprile 2009, in La pietra è stata rotolata via, J.M.BERGOGLIO, Pasqua, (= Le parole di papa Francesco, 16), Corriere della Sera, Milano 2015,51-55; Lui è vivo, J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Agli educatori. Il pane della speranza. Non stancarti di seminare, LEV, Città del Vaticano 2014, 35-37.
[6] Omelia nella veglia pasquale, Cattedrale metropolitana di Buenos Aires, 22 aprile 2000, in Dio ci precede e ama per primo, J. M. BERGOGLIO, Pasqua, (= Le parole di papa Francesco, 16), Corriere della Sera, Milano 2015, 5-9.
[7] Omelia, veglia pasquale, Buenos Aires, 7 aprile 2012, in Questa notte splende come il giorno, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 909-911.
[8] Cfr Annuncio pasquale nella liturgia della veglia pasquale; cfr Es 13,21.
[9] Lettera ai catechisti, Buenos Aires agosto 2001, in Lasciarsi trovare per favorire l’incontro, in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016,120-125.
[10] Educare, un impegno condiviso, Messaggio alle comunità educative, 2007, in J.M. BERGOGLIO, Educazione, Le parole di papa Francesco, vol 2, Corriere della Sera, Milano 2014; J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 63-86.
[11] Lettera ai catechisti, Buenos Aires, 21 agosto 2007, «Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori», in J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.I., Rizzoli, Milano 2016, 566-570; Ricominciare da Cristo, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Ai Catechisti. Uscite, cercate, bussate!, LEV, 2015, 67-74.