Ostinazione

ad amare

Fratel Nimal - Bose

28 marzo 2018 

In quel tempo 1 Gesù si mise a parlare ai capi dei sacerdoti, agli scribi e agli anziani con parabole: «Un uomo piantò una vigna, la circondò con una siepe, scavò una buca per il torchio e costruì una torre. La diede in affitto a dei contadini e se ne andò lontano. 2Al momento opportuno mandò un servo dai contadini a ritirare da loro la sua parte del raccolto della vigna. 3Ma essi lo presero, lo bastonarono e lo mandarono via a mani vuote. 4Mandò loro di nuovo un altro servo: anche quello lo picchiarono sulla testa e lo insultarono. 5Ne mandò un altro, e questo lo uccisero; poi molti altri: alcuni li bastonarono, altri li uccisero. 6Ne aveva ancora uno, un figlio amato; lo inviò loro per ultimo, dicendo: «Avranno rispetto per mio figlio!». 7Ma quei contadini dissero tra loro: «Costui è l'erede. Su, uccidiamolo e l'eredità sarà nostra!». 8Lo presero, lo uccisero e lo gettarono fuori della vigna. 9Che cosa farà dunque il padrone della vigna? Verrà e farà morire i contadini e darà la vigna ad altri. 10Non avete letto questa Scrittura:
La pietra che i costruttori hanno scartato
è diventata la pietra d'angolo;
11questo è stato fatto dal Signore
ed è una meraviglia ai nostri occhi?».
12E cercavano di catturarlo, ma ebbero paura della folla; avevano capito infatti che aveva detto quella parabola contro di loro. Lo lasciarono e se ne andarono.
Mc 12,1-12

“Ne aveva ancora uno, il figlio amato”. Al centro della Parabola raccontata da Gesù queste parole si stagliano come masso erratico nel deserto dell’umana incomprensione e dell’ostilità che circondano Gesù in questo cammino nella sua Pasqua, che egli intraprende con decisione nella libera obbedienza alla volontà del Padre che non è la morte del figlio, ma l’amore. Un amore ai nostri occhi irrazionale, perché fedele, perseverante, ostinato di fronte al rifiuto, alla durezza di chi non osa neanche la relazione, l’incontro, ma ha già condannato e ucciso, mosso dalla sete di possesso di una vigna che come servo senza importanza è chiamato a custodire e lavorare.
Questo amore ai nostri occhi incomprensibile è un filo rosso che ci guida dietro a Gesù, in questi giorni intensi in cui noi spesso siamo come gli apostoli, incapaci di rimanere, nell’ora più buia, nell’impero delle tenebre. Questa passione che troppo facilmente noi viviamo alla luce della Resurrezione, è il culmine di una lunga storia d’amore e di cura che Dio ha per l’umanità. Una storia fatta di lavoro concreto, di un “fare” come profetizza Isaia nel canto d’amore per la vigna, con cui Gesù apre la sua parabola.
Proprio lui, la Parola che era presso il Padre, oggi si fa promessa e parola d’amore per noi. È lui il figlio amato che Dio ci dona incondizionatamente nonostante la nostra ottusità e ostilità persistente.
Colpisce questa ostinazione del padrone che continua a inviare, nonostante sia palese il rifiuto e la violenza a cui vanno incontro i suoi servi e da ultimo il figlio amato. È il paradigma dell’amore di Dio, fino all’estremo, un amore che attraversa la violenza, l’odio, la persecuzione di cui noi uomini siamo capaci. In Gesù il rifiuto e la violenza non sono un ostacolo all’amore, ma lo fanno emergere con più forza e determinazione.
Questi uomini che da lontano vedono arrivare il figlio e già decidono di ucciderlo ricordano i fratelli di Giuseppe che quando lo vedono arrivare, gelosi del figlio amato da Giacobbe, progettano di ucciderlo. Ma in questo atto di ostilità del fratello contro il fratello, Dio scrive una storia più grande, una promessa di liberazione e di vita che è la Pasqua, che oggi per noi ha un volto e un nome: Gesù, il Signore.
Gesù canta per noi il salmo 117, canta la bontà e la meraviglia di un Dio che nell’angoscia della persecuzione non lo abbandona, ma agisce forte del suo amore che è per sempre.
Siamo tentati di rifugiarci nella speranza della Pasqua che è vicina, ma oggi dobbiamo fermarci, ancora, in questa tenebra, senza sapere come e perché, dietro a Gesù, nella notte che è l’angoscia dell’umanità perseguitata e oppressa a causa della giustizia, degli uomini e delle donne che piangono nell’abbandono, rifiutati e disprezzati. Se anche vivessimo questa condizione saremmo pur consapevoli che noi non siamo né giusti né innocenti come lo era Gesù, possiamo solo fermarci, anche nel dubbio e nell’incomprensione. Ancora oggi noi lo “giudichiamo castigato, percosso da Dio e umiliato”, ma egli si è caricato delle nostre sofferenze. Gesù è il giusto perseguitato, giusto perché amato, giusto perché nella tribolazione sempre fedele e amante.
In questo mistero, che nel silenzio di questi giorni osiamo contemplare, noi possiamo scorgere un frammento di quella speranza che ci fa essere figli nel Figlio, amati nell’Amato grazie alla fedeltà e alla fiducia che un Padre, che solo è buono, continua da avere per noi umani, nonostante ancora oggi noi continuiamo a percuotere, uccidere e gettare fuori dalla vigna.