Morire… per non vivere

inutilmente (Gv 12,20)

V domenica di Quaresima B

a cura di Franco Galeone *

chicco di grano


Il chicco di grano potrebbe morire inutilmente!

1. La società attuale sembra finalizzata a dare spettacolo di efficienza, bellezza, salute, giovinezza. Quanto offusca questo effimero luccichio, viene occultato e rimosso. Ci sono gli ospedali, immense città di dolore, ma noi non le incontriamo. Passiamo sotto le pareti delle carceri, ci sono gli handicappati, i vecchi, i cimiteri … ma tutto questo è lontano dal nostro orizzonte. Anche la nostra personale psicologia risulta modificata: viviamo come  se fossimo immortali. A 90 anni ci crediamo ancora giovani!  Il pensiero della morte è rifiutato come osceno. Ma per amare la vita, bisogna accogliere dentro di noi, anche il dolore e l’oscurità. Entrare nella morte con amore, ci libera dalla morte. L’amore per la vita non deve poggiare sulla menzogna. Non dobbiamo ignorare l’esistenziale negativo che ci avvolge. Forse la morte ci spaventa perché noi la vogliamo sconfiggere attraverso le vie opposte a quelle dell’amore.  Ed è per questo che le persone deboli, malate, insufficienti, le abbiamo emarginate, perché non fanno parte dell’esercito giovanile eternamente bello. Su questa spazzatura umana dolorante, noi stendiamo, al più, il manto fragile della compassione.
2. La parola di Gesù “Chi ama la vita, la perde” è totalmente estranea all’etica dominante. E invece dobbiamo ricordare che si nasconde un segreto anche nel morire, oltre che nel vivere, che suscita meraviglia il fiore profumato come la foglia secca, che salgono interrogativi inquietanti dalla scintillante metropolis come dalla silenziosa necropolis! Alla fine, quella che vince è la morte, ma quello che resta è sempre l’amore. Per tante altre cose, possiamo avere maestri di ogni genere. Per la politica, la scienza, l’estetica … quanti maestri ci sono e quanto ci costano! Ma quando entriamo nell’ombra del dolore e della morte, non c’è nessun maestro. Tutti restano lontani, all’orizzonte. Nessuno può fare nulla per noi. Nessuno si può sostituire a noi. Solo l’ascolto docile di un Amore, la cui sapienza non si vende nelle pubbliche piazze, potrà darci coraggio. In quell’ombra, Qualcuno ci attende! Vorrei dirlo a me, perché quando viene la “mia” ora, non me ne dimentichi. Allora il “mio” chicco di grano non sarà morto inutilmente.

Se non muore, rimane solo

3. Il vangelo è pieno di parabole tratte dal mondo contadino e agricolo. Gesù parla del seminatore, della campagna, della mietitura, del grano, del vino, del fico, della vigna, della vendemmia… L’immagine del chicco di grano che, solo se immerso nella terra, e immolato alla natura, cresce e porta frutto, era certo familiare a quanti ascoltavano Gesù. Un po’ meno a noi, figli del postmoderno, della società del superfluo, che non sa più cosa significhi “seminare nel pianto” oggi, nella speranza di “mietere nella gioia” domani.
4. Il chicco di grano è anzitutto Gesù: come chicco caduto durante la sua passione e morte, egli risorge carico di vita per sé e per tutti noi. Ma la storia del piccolo chicco si riferisce anche a ciascuno di noi: cadere nella terra e morire ci permetterà due cose importanti: salvare la propria vita e portare frutto agli altri. Cosa succede al chicco che rifiuta di cadere in terra? Viene qualche uccello e lo becca, o inaridisce e ammuffisce, o viene ridotto a farina e viene mangiato, in ogni caso non ha nessun seguito. Tutto questo significa che sul piano umano e spirituale, niente si realizza senza il dolore; chi è egoista non produce nulla, tutto finisce con lui; solo l’amore è creativo, fecondo, immortale. Come sempre, il vangelo, anche quando ci racconta la storia di un chicco, ci parla della nostra vita. Alla fine quei chicchi che cadono nella terra e muoiono siamo tutti noi, ma la parola di Gesù ci assicura la vita eterna di una primavera immortale.

La morte e la glorificazione

5. Non insisteremo mai abbastanza sul fatto che il Padre non vuole che i suoi figli soffrano. Bisogna insistere su questo perché si è insistito troppo con l’immagine orrenda del “dio vampiro” che ha bisogno di sangue, dolore e morte per perdonare i suoi figli. “Con frequenza diciamo di Dio cose che non diremmo di nessuna persona decente” (Anthony De Mello). Il chicco di grano deve morire perché solo così può dare frutto. Dio non vuole la morte, ma il frutto, cioè la vita. Però in questo mondo chiunque si mette dalla parte della vita e dei diritti della vita, se lo fa seriamente, dovrà passare attraverso situazioni che assomigliano molto alla morte o che finiscono anche con la morte.
6. Gesù affronta il dolore e la morte non come l’eroe impavido, ma come uno di noi; egli si presenta debole, smarrito, abbandonato anche da Dio. Quando Gesù vede sul suo orizzonte la sagoma della croce, non sospira devotamente, ma urla “forti grida”. Non una bocca, ma uno squarcio, un crepaccio vivo. Non una parola d’uomo, ma un ruggito disperato. Noi vorremmo dall’Uomo dei dolori alcune risposte sicure, e invece ci consegna una terribile domanda: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Giovanni evangelista descrive il momento decisivo della vita di Gesù attraverso i due simboli fondamentali dell’esistenza: il tempo (“E’ giunta l’ora”), e lo spazio (“Quando sarò elevato da terra”). Questo evento centrale della vita di Gesù viene tratteggiato con una mini-parabola, anche questa attinta al mondo agricolo. E’ la storia semplice di un seme, che si perde nelle pieghe della terra, dove tutto sembra marcire per poi invece risorgere a primavera, prima stelo verdeggiante, poi turgida spiega in estate, e infine pane profumato sulla nostra mensa. Il simbolo del seme è Gesù, è ognuno di noi. Come il seme morendo produce frutto, così Gesù attira tutti a sé morendo in croce. La morte e la glorificazione sono i due versanti della pasqua che si avvicina: essa è passione ma anche gloria.  E questo è anche il nostro destino, come ci promette Gesù: “Dove sono io, là sarà anche il mio servo”.

Vogliamo vedere Gesù!

7. Quell’aspirazione dei greci, che vogliono vedere Gesù (Gv 12,21), attraverso i secoli è giunta fino a noi; anche noi, giovani o meno, vorremmo incontrare il suo volto, riascoltare la sua voce. Questa richiesta mi ha sempre colpito, tanto che l’ho scelta come ricordo e impegno del mio sacerdozio. E’ una richiesta sempre urgente e attuale. Come far vedere Gesù? Difficile rispondere, ma necessario, perché la vita cristiana o è manifestazione di Dio (epifania) oppure è una immorale catena di montaggio di opere pie, una orribile chiacchiera (Kierkagaard). Non si tratta di insegnare, di “fare discorsi”, ma di “far vedere” Gesù. Non dimostrare con la ragione, ma mostrare con l’amore! Dio non si può insegnare, ma lo si racconta, come chi ha fatto un viaggio, personalmente. Non è un’operazione impossibile! L’uomo porta in sé il marchio di fabbrica, la cicatrice di Dio, l’immagine e la somiglianza di Dio. In ogni uomo quindi c’è un passaggio incustodito, un anello debole, un nervo scoperto che rende possibile l’incontro con Dio. Il nostro compito forse sarà quello di ricordare quell’immagine divina, sepolta sotto la polvere e le distrazioni.  Saint-Exupéry lamentava: “C’è troppa gente che lasciamo dormire”.  Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano