Vedere Gesù

in tempo

di miopia spirituale

Domenica V del tempo di Quaresima B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

VogliamoVedereGesù 

Gv 12,20-33 Vedere Gesù [1]

Un desiderio che attraversa tutte le epoche
In questa Quinta Domenica di Quaresima, l’evangelista Giovanni attira la nostra attenzione con un particolare curioso: alcuni “greci”, di religione ebraica, venuti a Gerusalemme per la festa di Pasqua, si rivolgono all’apostolo Filippo e gli dicono: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Nella città santa, dove Gesù si è recato per l’ultima volta, c’è molta gente. Ci sono i piccoli e i semplici, che hanno accolto festosamente il profeta di Nazaret riconoscendo in Lui l’Inviato del Signore. Ci sono i sommi sacerdoti e i capi del popolo, che lo vogliono eliminare perché lo considerano eretico e pericoloso. Ci sono anche persone, come quei “greci”, che sono curiose di vederlo e saperne di più sulla sua persona e sulle opere da Lui compiute, l’ultima delle quali – la risurrezione di Lazzaro – ha fatto molto scalpore.
«Vogliamo vedere Gesù»: queste parole, come tante altre nei Vangeli, vanno al di là dell’episodio particolare ed esprimono qualcosa di universale; rivelano un desiderio che attraversa le epoche e le culture, un desiderio presente nel cuore di tante persone che hanno sentito parlare di Cristo, ma non lo hanno ancora incontrato. “Io desidero vedere Gesù”, così sente il cuore di questa Gente.

La risposta: il chicco di grano
Rispondendo indirettamente, in modo profetico, a quella richiesta di poterlo vedere, Gesù pronuncia una profezia che svela la sua identità e indica il cammino per conoscerlo veramente: «E’ giunta l’ora che il figlio dell’uomo sia glorificato» (Gv 12,23). È l’ora della Croce! È l’ora della sconfitta di Satana, principe del male, e del trionfo definitivo dell’amore misericordioso di Dio. Cristo dichiara che sarà «innalzato da terra» (v. 32), un’espressione dal doppio significato: “innalzato” perché crocifisso, e “innalzato” perché esaltato dal Padre nella Risurrezione, per attirare tutti a sé e riconciliare gli uomini con Dio e tra di loro. L’ora della Croce, la più buia della storia, è anche la sorgente della salvezza per quanti credono in Lui.
Proseguendo nella profezia sulla sua Pasqua ormai imminente, Gesù usa un’immagine semplice e suggestiva, quella del “chicco di grano” che, caduto in terra, muore per portare frutto (cfr v. 24). In questa immagine troviamo un altro aspetto della Croce di Cristo: quello della fecondità. La croce di Cristo è feconda. La morte di Gesù, infatti, è una fonte inesauribile di vita nuova, perché porta in sé la forza rigeneratrice dell’amore di Dio. Immersi in questo amore per il Battesimo, i cristiani possono diventare “chicchi di grano” e portare molto frutto se, come Gesù, “perdono la propria vita” per amore di Dio e dei fratelli (cfr v. 25).

Per vedere oggi Gesù: il Vangelo, il crocifisso e la testimonianza
Per questo, a coloro che anche oggi “vogliono vedere Gesù”, a quanti sono alla ricerca del volto di Dio; a chi ha ricevuto una catechesi da piccolo e poi non l’ha più approfondita e forse ha perso la fede; a tanti che non hanno ancora incontrato Gesù personalmente…; a tutte queste persone possiamo offrire tre cose: il Vangelo; il crocifisso e la testimonianza della nostra fede, povera, ma sincera. Il Vangelo: lì possiamo incontrare Gesù, ascoltarlo, conoscerlo. Il crocifisso: segno dell’amore di Gesù che ha dato sé stesso per noi. E poi una fede che si traduce in gesti semplici di carità fraterna. Ma principalmente nella coerenza di vita tra quello che diciamo e quello che viviamo, coerenza tra la nostra fede e la nostra vita, tra le nostre parole e le nostre azioni. Vangelo, crocifisso, testimonianza. Che la Madonna ci aiuti a portare queste tre cose.

12,21 Far vedere Gesù [2]

Tutti aspettano di vedere Gesù
Nella società in cui viviamo è facile cogliere, dietro le molteplici richieste della nostra gente, una ricerca dell’assoluto che, in alcuni momenti, si trasforma nel grido doloroso di un’umanità ferita: «Vogliamo vedere Gesù» (Gv 12,21). Sono tanti i volti che, con un silenzio più rivelatore di mille parole, ci rivolgono questa preghiera. Li conosciamo bene: sono in mezzo a noi, fanno parte del popolo dei fedeli che Dio ci affida. Volti di bambini, di giovani, di adulti... Alcuni hanno lo sguardo puro del «discepolo che Gesù amava», altri tengono gli occhi bassi come il figliol prodigo. Non mancano volti segnati dal dolore e dalla disperazione.
Ma tutti aspettano, cercano, desiderano vedere Gesù. E per questo hanno bisogno della mediazione dei credenti, e soprattutto dei catechisti, a cui chiedono «non solo di “parlare” di Cristo, ma in certo senso di farlo loro “vedere”. [...] La nostra testimonianza sarebbe, tuttavia, insopportabilmente povera, se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto» (NMI, 16).
Le difficoltà del nostro tempo obbligano quanti ricevono la chiamata del Signore a consolare il suo popolo, a mettere radici nella preghiera, in modo da poter «accostare l’aspetto più paradossale del suo mistero [...], l’ora della Croce» (ivi, 25). Solo a partire da un incontro personale con Dio potremo svolgere la diaconia della tenerezza senza indugiare o lasciarci sopraffare dall’angoscia di fronte al dolore e alla sofferenza.

La nostra “servizialità”
Oggi più che mai è necessario che ogni passo compiuto verso i fratelli, qualsiasi servizio ecclesiale, sia basato sul presupposto della vicinanza e della familiarità con il Signore. Proprio come la visita di Maria a Elisabetta, così traboccante di gioia e di servizialità, si capisce e prende forma solo a partire dall’esperienza profonda di incontro e ascolto avvenuta nel silenzio di Nazareth.
Il nostro popolo è stanco delle parole: non ha bisogno di tanti maestri, ma di testimoni.
E la testimonianza si rinsalda nei nostri cuori, nella comunione intima con Gesù Cristo. Ogni cristiano, e a maggior ragione il catechista, deve essere innanzitutto un discepolo del Maestro nell’arte della preghiera: «E necessario imparare a pregare, quasi apprendendo sempre nuovamente quest’arte dalle labbra stesse del Maestro divino, come i primi discepoli: “Signore, insegnaci a pregare!” (Lc 11,1). Nella preghiera si sviluppa quel dialogo con Cristo che ci rende suoi amici intimi: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4)» (NMI, 32).
Perciò l’invito di Gesù a navigare in mare aperto va inteso anche come una chiamata a prendere coraggio e abbandonarci alla profondità della preghiera, per evitare che le spine asfissino i germogli. A volte la nostra pesca è infruttuosa perché non la facciamo in suo nome; perché ci preoccupiamo troppo delle nostre reti e dimentichiamo di pescare con e per Lui.

12,21 Un grido in tempo di miopia spirituale [3]

Il grido doloroso di un’umanità oltraggiata
Credo di non esagerare quando affermo che ci troviamo in un tempo di «miopia spirituale e di piattezza morale» che fa sì che si voglia imporre come normale una «cultura al ribasso nella quale sembra non esserci spazio per la trascendenza e la speranza.
Ma sai bene, come catechista, per la sapienza che ti dà il contatto settimanale con la gente, che nell’uomo continuano a essere latenti un desiderio e un bisogno di Dio. Davanti alla superba e invasiva prepotenza dei nuovi Golia, che da alcuni mezzi di comunicazione e da non pochi uffici istituzionali rinnovano pregiudizi e ideologismi autistici, si rende necessario oggi più che mai avere la serena fiducia di Davide per difendere umilmente l’eredità. Per questo, vorrei insistere a proposito di ciò che ti scrivevo un anno fa: «Oggi più che mai si può scoprire dietro tante domande della nostra gente una ricerca dell’assoluto che, in alcuni momenti, prende la forma di grido doloroso di un’umanità oltraggiata: “Vogliamo vedere Gesù” (Gv 12,21). Sono molti i volti che, con un silenzio più eloquente di mille parole, ci formulano questa richiesta. Li conosciamo bene: sono in mezzo a noi, fanno parte di quel popolo fedele che Dio ci affida. Volti di bambini, di giovani, di adulti... Alcuni di loro hanno lo sguardo puro del “discepolo amato”, altri lo sguardo basso del figliol prodigo. Non mancano volti segnati dal dolore e dalla disperazione. Ma tutti attendono, cercano, desiderano vedere Gesù. E per questo hanno bisogno dei credenti, specialmente dei catechisti, che non devono solo parlare di Cristo ma in un certo modo devono farlo “vedere”. Ne consegue che la nostra testimonianza sarebbe enormemente insufficiente se non fossimo i primi contemplatori del suo volto» (NMI16).

Oggi è necessario adorare
Oggi più che mai si rende necessario «adorare in spirito e verità» (Gv 4,24). È un compito indispensabile del catechista che voglia mettere le sue radici in Dio, che non voglia smarrirsi in mezzo a tanta agitazione.
Oggi più che mai è necessario adorare per rendere possibile la prossimità che questi tempi di crisi esigono. Solo nella contemplazione del mistero d’amore che vince le distanze e si fa vicinanza, troveremo la forza per non cadere nella tentazione di passare oltre, senza fermarsi nella via.
Oggi più che mai si deve insegnare l’adorazione ai nostri catecumeni, affinché la nostra catechesi sia veramente Iniziazione e non soltanto insegnamento.
Oggi più che mai è necessario adorare per non essere schiacciati da parole che a volte nascondono il mistero, ma è necessario anche regalarci il silenzio pieno di ammirazione che tace davanti alla Parola che si fa presenza e vicinanza.
Oggi più che mai è necessario adorare! […]
Adorare non è svuotarsi, bensì riempirsi, riconoscere ed entrare in comunione con l’amore. Nessuno adora colui che non ama, nessuno adora chi non considera come il suo amore. Siamo amati! Siamo voluti bene! «Dio è amore.» Questa è la certezza che ci porta a adorare con tutto il nostro cuore colui che «ci ha amati per primo» (1Gv 4,19).
Adorare è scoprire la sua tenerezza, è trovare riposo e consolazione nella sua presenza, è poter sperimentare ciò che afferma il salmo 23 (22): «Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me... bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita».
Adorare vuol dire essere testimoni gioiosi della sua vittoria, è non lasciarci vincere dalla grande tribolazione e gustare in anticipo la festa dell’incontro con l’Agnello, l’unico degno di adorazione, che asciugherà ogni nostra lacrima e nel quale celebriamo il trionfo della vita e dell’amore sulla morte e sull’abbandono (cfr. Ap 21-22).
Adorare è dire «Dio», è dire «vita».

12,23-28. La croce, ora della glorificazione [4]

Gesù anela all’ora della sua glorificazione
La morte di Cristo inaugura la vera gloria. «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» (Lc 24,26), la gloria che Stefano ha contemplato prima di morire (cfr At 1,55), quella che ci è stata promessa, e con cui le sofferenze che possiamo subire in questa vita non sono paragonabili (cfr. Rm 8,18).
Gesù anela a questa gloria e chiede al padre di dargliela: «E ora, Padre, glorificami davanti a te» (Gv 17,5). La gloria di Gesù è l’ora della sua croce: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. [...] se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,23 s); e affinché non resti alcun dubbio sulla relazione che sussiste tra questa gloria e la perdita della vita, il Signore continua: «Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna».
Gli Apostoli compresero che la gloria di Gesù era la sua croce; per questo Giovanni dice dei discepoli: «Quando Gesù fu glorificato, si ricordarono che di lui erano state scritte queste cose e che a lui essi le avevano fatte» (Gv 12,16).

La croce vanto del cristiano
Sarà san Paolo ad assumere senza mezzi termini la gloria della croce come vanto della sua vita: «Quanto a me invece non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo» (Gal 6,14). Vantarsi nella croce di Gesù, «vantarsi nel Signore» (cfr. 2Cor 10,17), è lode e al tempo stesso la miglior difesa contro «i nemici della croce di Cristo», coloro che stanno con il sapere mondano, che «parlano da se stessi, e cercano la propria gloria» (cfr. Gv 7,18), che «ricevono gloria gli uni dagli altri» (cfr. 5,44), che «amano la gloria degli uomini più che la gloria di Dio» (cfr Gv 12,43). Il Signore stesso attesta di non amare quella gloria umana: «Io non ricevo gloria dagli uomini» (Gf 5,41).
Sarà, in definitiva, questa adesione così radicale e profonda alla croce a contrassegnare il criterio di verità del seguace fedele del suo maestro. La kaùchesis cristiana [il vanto, NdR], poiché passa attraverso la croce e ne riceve l’oggetto principale del proprio orientamento, resta purificata da qualsiasi dimensione vana - non è più vanagloria - e s’incentra nell’origine purissima del suo Autore, che le piace chiamare «il Signore della gloria» (1Cor 2,8).

12,23.28 Unti per partecipare della gloria di Cristo [5]

Il Signore ci insegna che si unge chi deve essere perfezionato e guarito: si unge il morto (Mc 16,1); si unge il malato (Mc 6,13; Gc 5,14); si ungono le ferite (Lc 10,34); si unge il penitente (Mt 6,17). L’unzione possiede un senso di riparazione (Lc 7,38; 7,46; 10,34; Gv 11,2; 12,3). Tutto questo è valido per noi: siamo resuscitati, guariti, riformati, rinnovati dall’unzione dello Spirito Santo. Ogni giogo di schiavitù è distrutto a causa dell’unzione (cfr Is 10,27).
Il primo unto è il Signore (Lc 2,26; At 4,26; Lc 4,18; At 10,38). Fu unto con olio di esultanza (Eb 1,9).
L’esultanza ci richiama la gloria. Essere unto significa partecipare della gloria di Cristo, che è la sua Croce. «Padre, glorifica tuo Figlio... Padre, glorifica il tuo nome» (cfr. Gv 12,23.28). Invece, quelli che cercano la pace o le contraddizioni fuori dall’unzione non cercano la gloria di Dio nella Croce di Cristo: «E come potete credere, voi che prendete gloria gli uni dagli altri, e non cercate la gloria che viene da Dio solo?» (Gv 5,44).

 

NOTE

[1] Angelus, 22 marzo 2015.
[2] J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 341-348; Lasciarsi trovare per favorire l’incontro, Omelia ai catechisti, EAC, marzo 2001; J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Ai Catechisti. Uscite, cercate, bussate!, LEV, 2015,21-28.
[3] TEMPO DI MIOPIA SPIRITUALE, Lettera ai catechisti, agosto 2002, in J. M. BERGOGLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della sera, Milano 2015, 43-52; Adorerai il Signore tuo Dio, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Ai Catechisti. Uscite, cercate, bussate!, LEV, 2015,29-34; J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013,349-353.
[4] Croce e senso bellico della vita, in J.M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della sera 2014, (= Le parole di papa Francesco,5), 31-46.
[5] Il Signore ci unge, in PAPA FRANCESCO – J. M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book (Milano) -LEV (Città del Vaticano) 2013.