La tentazione

di fermarci sul monte

Domenica II del tempo di Quaresima B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi 

Trasfigurazione Veronese
Paolo Veronese, Trasfigurazione (1555-1556)
Montagnana (PD), Duomo di Santa Maria Assunta

9,1-10 Gesù, il compimento della rivelazione [1]

Le folle non capivano…
La pagina evangelica racconta l’evento della Trasfigurazione, che si colloca al culmine del ministero pubblico di Gesù. Egli è in cammino verso Gerusalemme, dove si compiranno le profezie del “Servo di Dio” e si consumerà il suo sacrificio redentore. Le folle, non capivano questo: di fronte alla prospettiva di un Messia che contrasta con le loro aspettative terrene, lo hanno abbandonato. Ma loro pensavano che il Messia sarebbe stato un liberatore dal dominio dei romani, un liberatore della patria e questa prospettiva di Gesù non piace loro e lo lasciano. Anche gli Apostoli non capiscono le parole con cui Gesù annuncia l’esito della sua missione nella passione gloriosa, non capiscono!

 

 

… e Gesù rivela il mistero pasquale
Gesù allora prende la decisione di mostrare a Pietro, Giacomo e Giovanni un anticipo della sua gloria, quella che avrà dopo la resurrezione, per confermarli nella fede e incoraggiarli a seguirlo sulla via della prova, sulla via della Croce. E così, su un alto monte, immerso in preghiera, si trasfigura davanti a loro: il suo volto e tutta la sua persona irradiano una luce sfolgorante. I tre discepoli sono spaventati, mentre una nube li avvolge e risuona dall’alto - come nel Battesimo al Giordano - la voce del Padre: “Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!” (Mc 9,7). Gesù è il Figlio fattosi Servo, inviato nel mondo per realizzare attraverso la Croce il progetto della salvezza, per salvare tutti noi. La sua piena adesione alla volontà del Padre rende la sua umanità trasparente alla gloria di Dio, che è l’Amore.
Gesù si rivela così come l’icona perfetta del Padre, l’irradiazione della sua gloria. È il compimento della rivelazione; per questo accanto a Lui trasfigurato appaiono Mosè ed Elia, che rappresentano la Legge e i Profeti, come per significare che tutto finisce e incomincia in Gesù, nella sua passione e nella sua gloria.

La consegna per noi: ascoltare per comprendere e assumere la logica del suo mistero pasquale
La consegna per i discepoli e per noi è questa: “Ascoltatelo!”. Ascoltate Gesù. È lui il Salvatore: seguitelo. Ascoltare Cristo, infatti, comporta assumere la logica del suo mistero pasquale, mettersi in cammino con lui per fare della propria esistenza un dono di amore agli altri, in docile obbedienza alla volontà di Dio, con un atteggiamento di distacco dalle cose mondane e di interiore libertà. Occorre, in altre parole, essere pronti a “perdere la propria vita” (cfr Mc 8,35), donandola affinché tutti gli uomini siano salvati: così ci incontreremo nella felicità eterna. Il cammino di Gesù sempre ci porta alla felicità, non dimenticatelo! Il cammino di Gesù ci porta sempre alla felicità. Ci sarà in mezzo sempre una croce, delle prove ma alla fine sempre ci porta alla felicità. Gesù non ci inganna, ci ha promesso la felicità e ce la darà se andiamo sulle sue strade.
Con Pietro, Giacomo e Giovanni saliamo anche noi oggi sul monte della Trasfigurazione e sostiamo in contemplazione del volto di Gesù, per raccoglierne il messaggio e tradurlo nella nostra vita; perché anche noi possiamo essere trasfigurati dall’Amore. In realtà l’amore è capace di trasfigurare tutto. L’amore trasfigura tutto!

9,2 La consolazione di guardare al Signore trasfigurato [2]

Come il peccato ha acquisito la sua dimensione reale nel contatto con il Signore, così anche la legge acquisisce la sua reale grandezza nella sequela del Signore. Una sequela che può iniziare da una mera curiosità: “Signore, dove abiti?” (Gv 1,35-51), ma che finisce sempre nella spogliazione più assoluta: “Quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,15- 23). È una sequela nella fatica di tutti i giorni, con paure e angosce (Mc 14,33), con gioie e consolazioni (Mc 9,2), ma sempre guardando al Signore: “tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio” (Eb 12,2).

9,2-8. La tentazione di fermarci sul monte [3]

La vita cristiana è un costante cammino alla presenza di Dio
La vita cristiana è un costante cammino alla presenza di Dio, eppure non è esente da conflitti e prove, come mostra la storia di Abramo. Il primo patriarca della nostra religione è l’emblema del credente devoto, il modello del pellegrino instancabile, dell’uomo che nutre nei confronti di Dio un timore tanto reverenziale da arrivare al punto di non negargli il suo stesso figlio, gesto grazie al quale sarà benedetto da una prospera discendenza.
Oggi Abramo ci interpella sul nostro camminare alla presenza di Dio. Perché ci sono modi e modi per farlo. Uno autentico, come quello di Abramo, appunto: instancabile, libero e impavido, in virtù della sconfinata fiducia che lui ripose nel Signore, sua forza e sua sicurezza. L’altro modo è quello che spesso mettiamo in pratica noi. Sosteniamo di essere pellegrini ma in realà abbiamo già scelto il percorso, il ritmo, i tempi... Dal momento che assecondiamo i nostri desideri, non siamo discepoli; e non siamo nemmeno fratelli, perché agiamo in totale autonomia. Forse abbiamo anche già imparato l’arte di far credere agli altri, e a volte persino a noi stessi, che questa è la volontà di Dio.[…]

La tentazione di fermarci
Dice Marco: “[Pietro] non sapeva infatti cosa dire, perché erano spaventati” (Mc 9,6). Pietro è timoroso, chiuso allo Spirito Santo, e in lui sorge la tentazione di rimanere fermo sul monte, rinunciando alla chiamata di farsi “lievito” per gli altri. Quella con cui deve confrontarsi è una tentazione molto sottile. Lo spirito del male, infatti, non lo insidia con un’offerta grossolana, bensì con un atteggiamento all’apparenza pio, ma che lo svia dalla sua missione, dal motivo per cui Dio lo ha scelto. La tentazione di fermarsi, dunque, si presenta anche nella vita dell’apostolo. La sicurezza, la comodità e persino la tranquillità spirituale possono essere d’intralcio nel cammino della nostra vita e nella nostra missione evangelizzatrice. Rimaniamo fermi sui nostri monti, sulle nostre rive, nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità così perfette e accoglienti. Molto spesso però questo comportamento può rivelarsi non tanto segno di misericordia e appartenenza ecclesiale, quanto di codardia, pigrizia, assenza di orizzonti, atteggiamenti, questi, dovuti al non aver ascoltato con attenzione il Figlio prediletto di Dio, al non averlo contemplato e, dunque, compreso […].

Rivolgere lo sguardo a Cristo trasfigurato
Il Vangelo della trasfigurazione (cfr Mc 9,2-8) ci invita a rivolgere il nostro sguardo al Signore, a lui solo, per poter dire anche noi: “Eccomi” […].
Domandiamo a Dio la forza di non lasciarci persuadere dai profeti del “non funzionerà”, e di non farci sopraffare dalla disillusione quando il nostro cuore, sempre più duro, perderà il battito gioioso della vita per dare ascolto solo alle critiche e alle paure. Che in questo pellegrinaggio possiamo riscoprire il Cristo trasfigurato, perché lui, e solo lui, con la sua vicinanza e tenerezza, curi, guarisca e dissipi ogni timore; perché lui è Dio con noi, l’Emmanuele. “Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?” (Rm 8,31).

9.6 Una tentazione dall’apparenza devota [4]

“[Pietro] non sapeva infatti cosa dire, perché erano spaventati” (Mc 9,6). Nel Pietro timoroso, chiuso allo Spirito, sorge la tentazione di mettersi comodo sul monte, rinunciando alla chiamata a farsi lievito in pianura. È una tentazione sottile dello spirito del male. Non lo tenta con qualcosa di vistoso, ma piuttosto con una cosa all’apparenza devota, ma che lo svia dalla sua missione, da ciò per cui è stato scelto da Dio. Lo sguardo si restringe, la tentazione di accomodarsi si fa presente anche nella vita dell’apostolo... La tentazione di stare bene, sicuri, comodi, di tenere sotto controllo perfino l’aspetto spirituale, può entrare nel cammino della nostra vita e del nostro ministero di catechisti. Restiamocene qui, nelle nostre tende, sui nostri monti, sulle nostre rive, nelle nostre parrocchie, nelle nostre comunità così belle e garbate... tutto questo spesso può essere non tanto segno di devozione e di appartenenza ecclesiale, quanto invece di codardia, di comodità, di visione meschina, di abitudinarietà... e la causa principale di solito sta nel non aver ascoltato bene il Figlio amato di Dio, nel non averlo contemplato, nel non averlo compreso.

NOTE
[1] Angelus, 1° marzo 2015.
[2] Il Signore che ci chiama e ci forma, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book Milano - LEV Città del Vaticano 2013.
[3] Il modello del pellegrino instancabile, Omelia ai catechisti, EAC, marzo 2007, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 382-387; J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 413-416.
[4] Il modello del pellegrino instancabile, in J.M. BERGOGLIO -PAPA FRANCESCO, Nei tuoi occhi è la mia parola. Omelie e discorsi di Buenos Aires. 1999-2013. Introduzione e cura di Antonio Spadaro S.J., Rizzoli, Milano 2016, 413-416.