Si vive non di solo pane!

Domenica I di Quaresima B

a cura di Franco Galeone *

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Quaranta giorni per “cambiare testa”

1. La quaresima è un tempo privilegiato, un momento forte, un periodo che prepara alla festa più importante dell’anno, la Pasqua. Quaranta giorni per “cambiare testa”. Quaranta è un numero simbolico: quaranta furono i giorni del diluvio, che si conclusero con l’arcobaleno e l’alleanza tra Dio e Noè; quaranta furono gli anni del popolo ebraico nel deserto, durante i quali il nuovo popolo entrò nella terra promessa; quaranta furono i giorni del digiuno di Mosè, di Elia, e di Gesù nel deserto; gli abitanti di Ninive ebbero quaranta giorni a disposizione per convertirsi; quaranta sono pure i giorni dell’avvento e della quaresima, tempo di profonda rimeditazione della parola. Mi piace pensare che la parola “quaresima” deriva dal verbo latino “quaerere”, che significa cercare, desiderare, impegnarsi. Sant’Agostino, ai suoi fedeli di Ippona, dava questo impegno all’inizio della quaresima: pregare di più, digiunare di più, donare di più. È un tempo forte, un’occasione privilegiata per riscoprire chi è Dio e chi siamo noi. Con Gesù, come Gesù, siamo chiamati a fare la nostra scelta.

 

 

Dalla moltitudine delle folle … alla solitudine del deserto

2. Uscito dall’acqua, Gesù va nel deserto: dalla moltitudine alla solitudine. Era stato tra le acque e i campi della Galilea, tra i contadini di Nazaret e i penitenti del Giordano, Ora è nel deserto. Solo! Chi disse: “Guai a chi è solo!” misurò solo le proprie paure; la società è talvolta un sacrificio, la comunità una penitenza. La solitudine, per chi ha l’anima ricca, è un premio, è la vigilia di un bene sicuro. Non può sopportare la solitudine il mediocre, chi è deserto nello spirito, chi è irrequieto o annoiato, chi non può vivere senza confondersi. Cristo è stato tra gli uomini e tornerà tra gli uomini perché li ama, ma sovente si nasconderà. Per amare gli uomini, occorre di tanto in tanto abbandonarli; lontani da loro, ci riaccostiamo.
3. Strano luogo il deserto! Vi si entra per pregare Dio e si incontra il diavolo; ci sospinge lo Spirito e troviamo il tentatore: si digiuna e si sognano lauti banchetti; Dio rivela la sua presenza nel deserto, ma anche il mondo si presenta con maliziose suggestioni. Nessuna meraviglia se Cristo è stato tentato. Satana tenta solo i grandi; per gli altri, basterà solo un sussurro, anzi, molti non si accorgono più che il maligno esista; non si presenta perché da lontano gli obbediscono. L’ultima astuzia del diavolo è farci credere che lui non esiste, che è un’invenzione dei preti. Satana si avvicina a chi è lontano; più siamo in alto e più ci tenta dal basso; essere tentati è segno di grandezza e Cristo meritava più di tutti questa consacrazione.

Il deserto: non per fuggire, ma per convertirsi!

4. Questo episodio del vangelo è stato utilizzato per giustificare la fuga dal mondo, il disprezzo delle realtà terrestri. Mentre nella chiesa primitiva, gli asceti e le vergini erano nel mondo, verso il quarto secolo si svilupparono l’eremitismo, il cenobitismo, l’anacoretismo, contravvenendo alla raccomandazione di Cristo. “Non chiedo che tu li tolga dal mondo” (Gv 17, 15). Per salvare il mondo, Cristo ha fondato una comunità. Come è possibile che uno si salvi separandosi? Perché i cristiani ricercano nell’assenza e nell’isolamento dei fratelli, “extra ecclesiam”, quella salvezza che è loro promessa all’interno della comunità? Oggi sembra che la grande ambizione di tanti operatori pastorali sia quella del “ritiro spirituale”. Non vorrei essere frainteso. È utile il ritiro spirituale, non come fuga dal mondo, ma come conversione del cuore. La solitudine autentica ha qualcosa di sacro; l’uomo vi entra con un certo timore, sa bene quello che lo aspetta! La più grande gioia dell’uomo è la pigrizia mentale. È felice se può dimenticarsi e abbrutirsi a forza di lavorare. Si lascia spersonalizzare con voluttà. La donna è in genere più attenta ai valori personali, alla bellezza, alla cultura, privilegia l’essere, vuole che quanto fa le somigli; l’uomo invece ragiona in termini di forza e di quantità, accetta di somigliare a quanto fa, privilegia l’avere; gli piace pensare solo a quello che fa (cioè a quello che guadagna!). Questo non accade solo agli operai della catena di montaggio. Un avvocato, un medico, un professore … si identificano volentieri con la loro funzione, e il loro linguaggio fortemente tecnico bene esprime questa loro identificazione; il grande numero di quelli che condividono la sua follia, lo rassicura di essere nel vero. L’uomo nel silenzio sa bene ciò che si sforza di non sapere, si accorge di non avere più la maschera, scopre il suo errore fondamentale: il lavoro era il suo narcotico.
5. E poi, dopo un doloroso esame di coscienza, accorgersi di essere uno sposo mediocre, un padre mediocre, un uomo mediocre, un credente mediocre! È il deserto! Vedersi nudi, incompleti, ignoranti, limitati. Isolato, l’uomo sente che non dispone di una risposta, deve iniziare a pregare, una preghiera priva di ogni orgoglio. Comprende che non è se stesso che per grazia, non dice cosa giusta se non per ispirazione. Comincia a trovare Dio. Comincia a ritrovare se stesso! Sente di non avere verità profonde. La sua verità è in un Altro. È un Altro! Quando ci decidiamo a guardarci dentro, nel nostro fondo più profondo, ci prende subito una specie di inquietudine. La solitudine ha qualcosa di sacro, l’uomo si avvicina a Dio cum timore et tremore; Dio si manifesta con la sua assenza, ma è un’assenza tanto insopportabile che equivale ad una presenza.

C’è un “continuum” tra terra e cielo

6. Un pericolosa tentazione per il cristiano è quella del dualismo: separare cioè con un taglio netto la città terrena dalla città celeste, la fede dalla vita, il deserto dalla città, quando, invece, il campo della sua testimonianza è qui, nella città terrena. Dopo i giorni del deserto, Cristo tornò a compiere la sua opera nel mondo. Perché entriamo nel deserto? Non per fuggire il mondo, non per indossare tele di sacco e cilici di sofferenza, che il Vaticano II ha ormai superato nei suoi simboli esteriori, non certo nella sua sostanza profonda. Entriamo nel deserto non per fuggire dal mondo , come don Abbondio, ma per vincere quelle distrazioni, quei “divertissements” di pascaliana memoria, che allontanano l’uomo dai valori che contano. Insomma, fare silenzio, penetrare nelle misteriose profondità della coscienza, non rimanere sulla soglia, sempre distratti dai tanti messaggini telefonini, ditini, tastini… tanti leziosi vezzeggiativi che nascondono la reale dittatura degli SMS, messaggi lanciati in una bottiglia che nessuno leggerà mai! Quel Gesù che, prima di iniziare la sua missione, avverte il bisogno di entrare nel deserto, è ancora una volta il modello di ogni credente. Questo invito a “entrare nel deserto” non viene dall’uomo, ma da Dio. È lo Spirito che - come sottolinea Marco - sospinse nel deserto Gesù, e di anno in anno rinnova anche a noi questa sollecitazione.
Buona Vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano