La giornata di Gesù:

pregare, annunciare,

guarire

V Domenica del tempo ordinario B

papa Francesco

a cura di Franco Gianfranco Venturi

Jesus Heals the Blind and the Lame in the Temple 001

 

1,29 “Gli portavano tutti i malati e gli indemoniati” [1] 

Gesù lotta contro la malattia
Nei Vangeli, molte pagine raccontano gli incontri di Gesù con i malati e il suo impegno a guarirli. Egli si presenta pubblicamente come uno che lotta contro la malattia e che è venuto per guarire l’uomo da ogni male: il male dello spirito e il male del corpo. È davvero commovente la scena evangelica appena accennata dal Vangelo di Marco. Dice cosi: “Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati” (1,29). 

Gesù non si è mai sottratto alla cura degli ammalati
Se penso alle grandi città contemporanee, mi chiedo dove sono le porte davanti a cui portare i malati sperando che vengano guariti! Gesù non si è mai sottratto alla loro cura. Non è mai passato oltre, non ha mai voltato la faccia da un’altra parte. E quando un padre o una madre, oppure anche semplicemente persone amiche gli portavano davanti un malato perché lo toccasse e lo guarisse, non metteva tempo in mezzo; la guarigione veniva prima della legge, anche di quella così sacra come il riposo del sabato (cfr Mc 3,1-6). I dottori della legge rimproveravano Gesù perché guariva il sabato, faceva il bene il sabato. Ma l’amore di Gesù era dare la salute, fare il bene: e questo va sempre al primo posto!

 

 

1,29-39 Gesù si rivela medico delle anime e dei corpi [2] 

L’attività di Gesù….
Il Vangelo di oggi (cfr Mc 1,29-39) ci presenta Gesù che, dopo aver predicato di sabato nella sinagoga, guarisce tanti malati. Predicare e guarire: questa è l’attività principale di Gesù nella sua vita pubblica. Con la predicazione Egli annuncia il Regno di Dio e con le guarigioni dimostra che esso è vicino, che il Regno di Dio è in mezzo a noi.
Entrato nella casa di Simon Pietro, Gesù vede che sua suocera è a letto con la febbre; subito le prende la mano, la guarisce e la fa alzare. Dopo il tramonto, quando, terminato il sabato, la gente può uscire e portargli i malati, risana una moltitudine di persone afflitte da malattie di ogni genere: fisiche, psichiche, spirituali. Venuto sulla terra per annunciare e realizzare la salvezza di tutto l’uomo e di tutti gli uomini, Gesù mostra una particolare predilezione per coloro che sono feriti nel corpo e nello spirito: i poveri, i peccatori, gli indemoniati, i malati, gli emarginati. Egli così si rivela medico sia delle anime sia dei corpi, buon Samaritano dell’uomo. È il vero Salvatore: Gesù salva, Gesù cura, Gesù guarisce.
Tale realtà della guarigione dei malati da parte di Cristo, ci invita a riflettere sul senso e il valore della malattia. A questo ci richiama anche la Giornata Mondiale del Malato […] 

…continua nella chiesa
L’opera salvifica di Cristo non si esaurisce con la sua persona e nell’arco della sua vita terrena; essa continua mediante la Chiesa, sacramento dell’amore e della tenerezza di Dio per gli uomini. Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù conferisce loro un duplice mandato: annunziare il Vangelo della salvezza e guarire gli infermi (cfr Mt 10,7-8). Fedele a questo insegnamento, la Chiesa ha sempre considerato l’assistenza agli infermi parte integrante della sua missione.
“I poveri e i sofferenti li avrete sempre con voi”, ammonisce Gesù (cfr Mt 26,11), e la Chiesa continuamente li trova sulla sua strada, considerando le persone malate come una via privilegiata per incontrare Cristo, per accoglierlo e per servirlo. Curare un ammalato, accoglierlo, servirlo, è servire Cristo: il malato è la carne di Cristo. 

… anche nel nostro tempo
Questo avviene anche nel nostro tempo, quando, nonostante le molteplici acquisizioni della scienza, la sofferenza interiore e fisica delle persone suscita forti interrogativi sul senso della malattia e del dolore e sul perché della morte. Si tratta di domande esistenziali, alle quali l’azione pastorale della Chiesa deve rispondere alla luce della fede, avendo davanti agli occhi il Crocifisso, nel quale appare tutto il mistero salvifico di Dio Padre, che per amore degli uomini non ha risparmiato il proprio Figlio (cf Rm 8,32). Pertanto, ciascuno di noi è chiamato a portare la luce della Parola di Dio e la forza della grazia a coloro che soffrono e a quanti li assistono, familiari, medici, infermieri, perché il servizio al malato sia compiuto sempre più con umanità, con dedizione generosa, con amore evangelico, con tenerezza. La Chiesa madre, tramite le nostre mani, accarezza le nostre sofferenze e cura le nostre ferite, e lo fa con tenerezza di madre.
Preghiamo Maria, Salute dei malati, affinché ogni persona nella malattia possa sperimentare, grazie alla sollecitudine di chi le sta accanto, la potenza dell’amore di Dio e il conforto della sua tenerezza materna. 

1,27.45 Dio raggiunge ogni uomo con la parola (EG 136) 

Dio desidera raggiungere gli altri attraverso il pre¬dicatore e dispiega il suo potere mediante la parola umana. San Paolo parla con forza della necessità di predicare, perché il Signore ha voluto raggiungere gli altri anche con la nostra parola (cfr Rm 10,14-17). Con la parola nostro Signore ha conquistato il cuore della gente. Venivano ad ascoltarlo da ogni parte (cfr Mc 1,45). Restava¬no meravigliati “bevendo” i suoi insegnamenti (cfr Mc 6,2). Sentivano che parlava loro come chi ha autorità (cfr Mc 1,27). Con la parola gli Apo¬stoli, che aveva istituito “perché stessero con lui e per mandarli a predicare” (Mc 3,14), attrassero in seno alla Chiesa tutti i popoli (cfr Mc 16,15.20).

1,30-31 Gesù si fa vicino nelle situazioni di sofferenza (AL 21) 

Gesù stesso nasce in una famiglia modesta, che ben presto deve fuggire in una terra stranie¬ra. Egli entra nella casa di Pietro dove la suoce¬ra di lui giace malata (cfr Mc 1,30-31); si lascia coinvolgere nel dramma della morte nella casa di Giairo e in quella di Lazzaro (cfr Mc 5,22-24.35¬43; Gv 11,1-44); ascolta il grido disperato della vedova di Nain davanti a suo figlio morto (cfr Lc 7,11-15); accoglie l’invocazione del padre dell’epilettico in un piccolo villaggio di campa¬gna (cfr Mc 9,17-27). Incontra pubblicani come Matteo e Zaccheo nelle loro case (cfr Mt 9,9-13; Lc 19,1-10), e anche peccatori, come la donna che irrompe nella casa del fariseo (cfr Lc 7,36¬-50). Conosce le ansie e le tensioni delle famiglie e le inserisce nelle sue parabole: dai figli che se ne vanno di casa in cerca di avventura (cf. Lc 15,11-32) fino ai figli difficili con comportamenti inspiegabili (cfr Mt 21,28-31) o vittime della vio¬lenza (cf. Mc 12,1-9). E ancora si preoccupa per le nozze che corrono il rischio di risultare imba¬razzanti per la mancanza di vino (cfr Gv 2,1-10) o per la latitanza degli invitati (cfr Mt 22,1-10), come pure conosce l’incubo per la perdita di una moneta in una famiglia povera (cfr Lc 15,8-10).

1,32-34 La strategia del segreto messianico [3] 

Via via che Cristo in cro¬ce si va indebolendo (i discepoli fuggono, Pietro lo rinnega, la gente lo lascia solo, si constata che non ha alcun potere di scendere dalla croce), il Demonio si fa più baldanzoso e diventa potente: “È l'ora vostra e il potere delle tenebre” (Lc 22,53). Il Demonio si mostra sfacciatamente, si sente vin¬citore. La “carne” di Gesù è un amo con l'esca, una trappo¬la - dice un Santo Padre - e il Demonio, accanendosi, viene travolto dalla sua stessa vittoria e finisce per abboccare: è allora che ingoia l'amo e il veleno che lo uccide. L'immagine riflette la realtà della strategia di Gesù. Lui mantenne sem¬pre il segreto messianico.
Il Demonio era intrigato da quel¬la personalità, temeva fosse Dio. Cerca di scoprirlo nel de¬serto e lì resta disorientato dalla risposta di Gesù, e allora “si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13). Isti¬ga i “demoni scacciati” dei malati a fare l'“atto di fede” se¬condo cui Gesù è il Figlio dell'Altissimo (Mt 8,31; Mc 1,34; 3,11-12), ma Gesù li fa tacere. Servendosi dei farisei e dei sadducei, cerca di porgli domande trabocchetto per vede¬re se, rispondendo con particolare saggezza, si rivela come Messia. Un chiaro esempio è l'episodio della sinagoga di Nazareth, quando scoppia il grande scandalo e vogliono gettare Gesù giù dal precipizio (Lc 4,16-30). Gesù lo obbli¬ga a “mostrarsi”, lo “lascia venire”.

1,35-39 Dalla preghiera alla missione [4] 

Dalla preghiera nella precarietà …
Scrive una teologa del nostro tempo che “alla base di ogni dialogo con Dio c’è una situazione di precarietà, un tentativo di creare una comunicazione e un accordo più profondo. Se noi non avessimo peccato, ci risulterebbe ovvio amare Dio e rispondere alle sue parole”. Subito dopo il peccato di Adamo ed Eva, Dio rivolge all’uomo una domanda precisa: “Dove sei?” (Gen 3, 9). E in quel momento che comincia la storia del dialogo tra Dio e l’uomo e che noi chiamiamo preghiera. Nella preghiera Dio ci offre la possibilità di avvicinarci nuovamente a Lui, perché Lui chiede di noi, ci chiama. Abbiamo visto come tale avvicinamento sia realizzabile proprio nel cammino della carne, seguendo il modello del buon samaritano che non disdegna di soccorrere chi soffre, come lo stesso Verbo di Dio che è venuto in mezzo a noi facendosi carne. 

… all’obbedienza…
Avvicinarsi al Verbo di Dio implica saper obbedire: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2,6-8). Questa stessa obbedienza - riferita all’incarnazione - si esprime in forma di preghiera nella Lettera agli Ebrei in cui viene citato il Salmo 40: “Ecco, io vengo - poiché di me sta scritto nel rotolo del libro - per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10, 7). Si tratta dell’“Eccomi!” di Abramo (Gn 22,1), che giunge a com¬pimento nelle parole pronunciate nel Getsemani: “Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (Mc 14,36). In entrambi i casi la carne deve patire la sofferenza e l’umiliazione; viene spogliata, disprezzata, come era stato stabilito nel primo dialogo tra Dio e l’uomo dopo il peccato originale: “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. In questo caso, il pane che viene guadagnato passa attraverso il sudore dell’umiliazione e del disprezzo. “Adamo, dove sei?”, “Sono qui, Abramo”, “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu.” 

… e alla missione
Se ci soffermiamo su queste parole notiamo che la preghiera di Gesù presenta una profonda disposizione all’obbedienza legata a una missione che il Padre gli ha affidato. Nella preghiera, Gesù scopre o, meglio, rivela la sua missione: Mc 1,38; Lc 4,42-43; Mc 6,46; Gv 6,15. Sempre nella preghiera, san Paolo trova l’efficacia della sua missione apostolica (2Cor 1, 11; Rm 10, 1; 2Ts 3,1; Rm 1,10). Per adempiere a essa prega incessantemente (Rm 1,10; Col 1,9; 2Ts 1,3; 2,13). Ricorre alla preghiera per riconoscere il progetto di Dio anche nei momenti di difficoltà, come per esempio allorché la comunità non chiede né il castigo per i persecutori né la fine delle vessazioni, ma il coraggio di rimanere fedeli alla propria missione, cioè di annunciare apertamente il Vangelo di Cristo anche durante la persecuzione (At 4,24-30). 

… alla perseveranza
Tale capacità di cercare, di scoprire, di realizzare la missione e infine di rimanere perseveranti, viene concessa solamente nella preghiera e attraverso di essa. Tuttavia, la preghiera non può vacillare, ma richiede stabilità e perseveranza. E come un “ritornello” ostinato che continua a tornarci in mente, anche e soprattutto nei momenti di difficoltà, basato sulla fiducia in Dio (Gb 16,19-20; 17,3; 19,25), come se lui ponesse “la mia cauzione presso di te” (Gb 17, 3). Quando prote¬stiamo, quando siamo in preda alla rabbia o quando siamo nel bel mezzo di una discussione con Dio (Ger 20, 9), c’è sempre, nel profondo di un’anima credente, una fedeltà che non permette di abbandonare la missione, un amore per la parola che nulla potrà mai intaccare (Ger 20,9). Quando il cuore dell’uomo e della donna di preghiera è afflitto dal dolore, esiste comunque la fede di una speranza rinnovata (Ger 12, 23; 15, 16; 17, 14). Ed è proprio la stabilità, l’indistruttibilità della fede che ci permette di vivere in una altrimenti inspiegabile serenità. Quest’esperienza costituisce il reale fondamento della preghiera.
Bisogna ricordare inoltre che “la speranza poi non delude” (Rm 5,5). Qualora un uomo o una donna smarrissero questo punto di riferimento, perderebbero la loro stabilità: la loro preghiera si tramuterebbe gior¬no dopo giorno in “illusione” e la loro obbedienza diverrebbe capriccio. “A chi posso paragonare questa generazione? E simile a bambini che stanno seduti in piazza e, rivolti ai compagni, gridano: “Vi abbiamo suonato il flauto e non avete ballato, abbiamo cantato un lamento e non vi siete battuti il petto!”. E venuto Giovanni, che non mangia e non beve, e dicono: E in-demoniato. È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone, un amico di pubblicani e di peccatori”. Ma la sapienza è stata riconosciuta giusta per le opere che essa compie.” (Mt 11,16-19) Gesù definisce questa generazione adultera (Mt 12, 39; 16, 4) perché ha perso quell’orientamento che proviene dalla fede. Non ha una solida base su cui fondare la speranza, a cui poter ricorrere nei momenti di smarrimento, di sofferenza o di persecuzione... E una generazione autoreferenziale, che vive secondo il proprio capriccio, secondo il banale “mi piace” o “non mi piace”. Non c’è spazio per la preghiera, non c’è obbedienza, non c’è sacrificio della carne. Per questo motivo tale generazione non sa riconoscere il Verbo che si è fatto carne. Si crea una propria vocazione perché il suo cuore non riesce a riconoscere quella che le è stata affidata dal Signore, e non è capace di rendergli obbedienza e di adorarlo. Sono quelli che si definiscono “realizzati” in loro stessi. Soli, senza dubbio “realizzati”, ma non aperti a una missione per cui siano disposti al distacco da sé, a cominciare da quello che proviene dalla preghiera. 

La preghiera tocca la nostra carne nella sua profondità
La dimensione dell’obbedienza legata alla preghiera incide sulla vita stessa, ferisce la carne stessa. Cerco di spiegarmi meglio. La concezione più comune della preghiera è quella del “chiedere cose a Dio” o della supplica al fine di cambiare situazioni che ci appaiono avverse. Questa concezione non è sbagliata di per sé, anzi spesso la preghiera così intesa porta i suoi frutti ed è il Signore stesso a invitarci a rivolgerci a Lui in questo modo. Ma c’è anche qualcos’altro che costituisce un nodo fondamentale della preghiera, a cui prima stavo facendo riferimento. La preghiera tocca la nostra carne nella sua profondità, arriva dritta al cuore. Non è Dio che cambia, ma siamo noi a farlo come conseguenza dell’obbedienza e dell’abbandono che riponiamo nella preghiera.
Elia esce per cercare Dio, ha paura, vuole morire... Incontra Dio e il suo cuore viene trasformato (1Re 19). La stessa cosa succede a Mosè quando intercede per il suo popolo. Non è Dio a mutare opinione, è Mosè. Conosceva già il Dio della collera, ma ora conosce il Dio del perdono. Ha permesso al suo popolo di scoprire il vero volto di Dio: volto di fedeltà e di perdono; ha saputo comprendere il peccato del suo popolo. Per Mosè la preghiera rappresenta il luogo privilegiato in cui Dio si rivela all’uomo, in cui avviene il passaggio da ciò che si pensa di Dio a ciò che Lui è veramente. Per opera della preghiera l’uomo cresce silenziosamente nella fede di fronte al mistero: “Ecco, non conto niente: che cosa ti posso rispondere? Mi metto la mano sulla bocca” (Gb 40, 4). “Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto.” (Gb 42, 5) Quando Dio invia il suo angelo a Elia perché prosegua (1Re 19), o quando il pertinace Giona vede tutto nero, la risposta di Dio è sempre la stessa: “Ritorna sui tuoi passi” (1Re 19,15), ma non come chi vive nella nostalgia del passato, ma come chi permette alla risposta di Dio di fare breccia nello scoramento e nella sensazione di inutilità che a volte riconosciamo in noi stessi, intravedendo così nuove possibilità per il futuro. Elia ritorna sui suoi passi, e in quel cammino fecondo chiama Eliseo. La preghiera e l’obbedienza ci aiutano a percepire la tensione di una cosa che finisce e di un’altra che sta per iniziare. Perché per un uomo o una donna di preghiera, quando si chiude una porta, se ne apre sempre un’altra e nulla rimane così com’è. 

 

NOTE
[1] Udienza, 10 giugno 2015.
[2] Angelus, 8 febbraio 2015.
[3] L'accanimento, in: FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori –LEV, 2014, 103-105.
[4] Sottomettere la nostra carne: l’obbedienza della preghiera, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 191-194; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, Città del Vaticano, 2014,12-15.