Gesù ci guarisce

per servire (Mc 1,29)

V Domenica del tempo ordinario B

a cura di Franco Galeone *

 Suocera Pietro

Guariti per servire
1) Va messo in evidenza quel sapore domestico della scena, quel sapore di cose effettivamente accadute e vedute, quella naturalezza con cui coesistono soprannaturale e naturale, fede e vita, cielo e terra. Forse è stato lo stesso Simon Pietro a raccontarle così al suo discepolo Marco! I miracoli sono riferiti in tutta semplicità; lo stesso Gesù, nell’atto di compierli, si mostra senza piedistallo, persona tra persone. Poche pagine, come questa, ci fanno percepire la sua doppia natura, il suo essere vero uomo e vero Dio. Anche quel suo non volere essere riconosciuto per il Messia, ci ricorda che egli ha temuto la fede facile, quella che crede nel Dio dei miracoli; egli invece chiederà a noi la fede difficile, quella che crede nel Dio della croce. Mi pare di leggerlo in quelle parole: “Andiamocene altrove”. La vita di Cristo fu segnata da questa preoccupazione: non lasciarsi catturare dall’uomo, perché l’uomo vuole un dio a sua immagine e consumazione. Gesù chiede prima la fede; il miracolo - forse - verrà dopo. La guarigione del corpo mira alla guarigione del cuore.  

Tutti ti cercano!
2) È una umanità sofferente, dalle origini ad oggi. A volte la fede inizia proprio dalla scoperta di questa condizione fragile. La condizione umana viene rappresentata non in modo metafisico ma crudamente realistico. E Gesù non solo predica ma guarisce. Predica nelle sinagoghe e scaccia demoni. È tutto l’uomo che Gesù vuole salvare, mente e corpo, spirito e materia. Egli cura gli infermi e predica il vangelo, moltiplica i pani e promette l’eucaristia, guarisce evangelizzando ed evangelizza guarendo; il vangelo usa lo stesso verbo σώζειν per indicare la guarigione del corpo e la salvezza dello spirito. Noi dobbiamo evitare di costruire un discorso cristiano a partire dalla “coscienza infelice”, perché la coscienza infelice è una coscienza debole. Quando vediamo questa ontologica fragilità umana divenire fenomenica nella malattia, nella vecchiaia, nella solitudine … dobbiamo stare attenti a non scivolare nella facile retorica. Daremmo ragione a K. Marx quando scrive che la religione è il sospiro della creatura oppressa e l’oppio del popolo. Gesù è invece umano sino al miracolo; egli non incontra tanto il male quanto i malati, non i diavoli ma i poveri diavoli. Gesù lo troviamo molto raramente tra la gente per bene, integrata nella società, in mezzo a uomini sufficienti ed efficienti. Davanti a loro spesso tace, come di fronte a Pilato, al sommo sacerdote. Quei malati nei lettucci sono stati il primo pubblico di Gesù; egli non ha portato il vangelo nei centri del potere politico o culturale o religioso. 

Guarita dalla febbre, si mise a servire
3) Le suocere, si sa, non godono di buona fama. Ma questo episodio del vangelo costituisce un vero e proprio elogio della suocera, ci rende simpatica questa donna di cui non conosciamo nulla, se non che era la suocera dell’apostolo Pietro. A ben riflettere, questo dev’essere anche il nostro itinerario di fede. Ognuno ha le sue “febbri”, i suoi piccoli e grandi vizi, difetti, passioni … Occorre guarire, meglio essere guariti, perché, come per la suocera, la salvezza non viene da noi, ma da Dio. La vita di ogni uomo è sovente un alternarsi di febbri e guarigioni, di malattie e di servizio. Quando si ha la febbre di qualche passione o distrazione, non si può servire. Sarebbe tragico se, una volta guariti dalla febbre, utilizzassimo la vita e la salute per correre dietro a nuove febbri. Certamente Gesù non guarisce la suocera per motivi utilitaristici né per essere servito. Ma ogni grazia è un appello, ogni guarigione un invito. Preghiamo questa suocera santa, perché anche noi, una volta guariti, ci mettiamo a servire il Signore e i fratelli. Liberàti per liberare, guariti per servire: ecco il nostro itinerario spirituale! 

Anche il sabato è per l’uomo
4) Per comprendere il brano di questa domenica occorre inserirlo nel suo contesto che è il giorno del sabato, giorno nel quale sono proibiti ben 1.521 azioni. Questo numero nasce dai 39 lavori che furono necessari per la costruzione del tempio di Gerusalemme, dei quali ognuno è suddiviso in altrettanti 39 attività, per un totale di 1.521 azioni. E tra queste c’è la proibizione di far visita o curare gli ammalati. Una donna ammalata va evitata. E invece, “subito” - immediatamente all’uscita della sinagoga - “gli parlarono di lei”. È l’effetto della buona notizia che Gesù ha proclamato nella sinagoga, una notizia che non divide gli uomini tra puri e impuri, tra emarginati e non, ma a tutti comunica il suo amore. “Egli si avvicinò e la fece alzare” - quindi Gesù cerca di curarla - “prendendola per la mano”. È proibito, perché toccare una persona impura significa assumere la sua impurità. Ebbene, Gesù ignora la regola del sabato. Tutte le volte in cui Gesù si è trovato in conflitto tra l’osservanza della legge di Dio e il bene dell’uomo, non ha avuto esitazioni, ha scelto sempre il bene dell’uomo. Facendo il bene dell’uomo si è sicuri anche di fare il bene di Dio, spesso per il bene di Dio, per l’onore di Dio, si fa male all’uomo. Quindi Gesù prende per la mano, trasgredisce la legge, “la febbre la lasciò ed ella li serviva”. Il verbo adoperato dall’evangelista, διηκόνει, è lo stesso da cui deriva la parola che tutti conosciamo “diacono”. Chi è il diacono? È colui che liberamente serve per amore.

Come pregava Gesù
4) In questo vangelo, una delle cose che spiccano di più è che la preghiera era molto importante e molto frequente nella vita di Gesù. Il progetto di vita di Gesù aveva il suo centro nel curare gli ammalati, nel condividere il cibo con gli affamati e nel porre rimedio alle pene ed alle sofferenze della gente. Ma, per realizzare questo progetto, Gesù vide che aveva bisogno di pregare il Padre. Nei vangeli abbondano i dati ed i dettagli su questo tema (Mc 1,35; 6,46; 14,3.35.39; Mt 14,23; 19,13; 26,36.42.44; Lc 3,21; 5,16; 6,12; 9,18.28.29; 11,1; 22,41.44.45). Gesù vide che aveva bisogno di pregare il Padre. Per pregare non andava al tempio né in sinagoga, ma in luoghi solitari, in campagna, sulla montagna. E così passava notti intere in preghiera. Gesù sceglieva con cura il luogo, il momento, le circostanze. Nella sua vita piena di lavoro, come la nostra, spesso gli era difficile trovare il tempo necessario per pregare. Allora si alzava prima dell’alba, si ritirava la sera, vegliava la notte. A volte, per trovare un po’ di calma, si faceva condurre in barca dagli apostoli, al largo, lontano. A volte era stanco per la cattiveria degli uomini: “Razza incredula e perversa, fino a quando vi sopporterò?”; indignato per la durezza del loro cuore (Mc 3,5), impaziente per la loro ottusità (Mt 8,17). Gli era necessario calmarsi, per ritrovare la vicinanza del Padre, il senso ultimo della sua vita, la sua fede nel potere dell’amore. Tornava così dai suoi rinnovato, trasfigurato, luminoso; grazie alla preghiera, ridiventava così il Figlio: “Padre, la tua volontà sia fatta!”. Non esiste forma migliore di questa preghiera! La vera preghiera è imitazione di quella di Gesù: non una preghiera di sudditi ma di figli pieni di fiducia: “Padre, io so che tu mi esaudisci sempre. Padre, io so che tutto ciò che è tuo è anche mio”. Quanto tempo dovremo pregare per riuscire a pregare così?

Dio è attento alle nostre sofferenze!
In una sola giornata Marco concentra avvenimenti accaduti anche in giorni diversi; gli avvenimenti di questa “giornata-tipo” non è necessario che siano accaduti nell’arco di 24 ore: Gesù insegna nella sinagoga, guarisce la suocera di Pietro, guarisce molti malati al tramonto, si rifugia a pregare tutto solo. La giornata si apre con la preghiera pubblica e si chiude con la preghiera personale. E le nostre giornate? Iniziano e si chiudono con un segno di croce, con un grazie a Dio, a cui dobbiamo tutto? Marco ci presenta questo ingresso di Gesù nel nostro dolore in quella che è tradizionalmente definita “la giornata di Cafarnao”, perché le azioni si svolgono tutte a Cafarnao, e occupano lo spazio di 24 ore. Tre sono le scene di questa giornata-tipo:

▪ la prima è familiare, ed è la guarigione della suocera di Pietro; qualche impertinente si chiede: E la moglie di Pietro, dove sta? Cosa fa?”. Qualcuno, come san Girolamo, ritiene che Pietro era già rimasto vedovo. Opinioni a parte, notiamo solo che l’espressione “la sollevò” va meglio tradotta con “la fece alzare”, e il verbo greco è ήγερειν, usato per indicare la risurrezione dai morti; i primi cristiani quindi leggevano questo episodio in chiave pasquale; va sottolineato anche un altro particolare: “essa si mise a servirli”: servire Gesù e i fratelli è la forma necessaria e obbligatoria per ogni sequela; il cristiano è uno che passa dalla malattia al servizio, è un liberato che diventa liberatore;

▪ la seconda si svolge lungo la porta di Cafarnao, dopo il tramonto del sole: Gesù compie una serie di guarigioni; notare l’insistenza degli aggettivi “tutto, molto”: davanti a tante sofferenze, Gesù mette fuori tutta la sua potenza divina e umana;

▪ breve e conclusiva la terza scena, quella dell’alba, in un luogo deserto, per essere subito assorbito dalla folla desiderosa di salute e di salvezza. Agli apostoli che gli dicono: “Tutti ti cercano” egli risponde con un inquietante: “Andiamocene altrove”. Il suo programma non coincide con quello degli apostoli, non cede ai facili entusiasmi, non corre dietro al successo, non ci sta ai programmi stabiliti da altri; egli si reca “altrove”, a incontrare la gente dov’è e com’è; dalla piazza passa al deserto, e dal deserto passa “altrove”, sempre imprevedibile. Egli, uscito dal Padre, continua a uscire dai nostri programmi e dalle nostre teologie. Io non so dove sta Gesù; sono sicuro però che sta sempre “altrove”, in alto e in avanti.
Buona Vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano