Parola che libera

e stupisce

IV Domenica del tempo ordinario B

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

Gesù libera

1,21-28 Il primato della Parola di Dio [1]

Ascoltare, accogliere, annunciare la Parola …
Gesù con la sua piccola comunità di discepoli, entra a Cafarnao, la città dove viveva Pietro (cfr Mc 1,21-28) e che in quei tempi era la più grande della Galilea. Gesù, essendo quel giorno un sabato, si recò subito nella sinagoga e si mise a insegnare (cfr v. 21). Questo fa pensare al primato della Parola di Dio, Parola da ascoltare, Parola da accogliere, Parola da annunciare. Arrivando a Cafarnao, Gesù non rimanda l’annuncio del Vangelo, non pensa prima alla sistemazione logistica, certamente necessaria, della sua piccola comunità, non indugia nell’organizzazione. La sua preoccupazione principale è quella di comunicare la Parola di Dio con la forza dello Spirito Santo. E la gente nella sinagoga rimane colpita, perché Gesù “insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi” (v. 22).

… Parola autorevole, che realizza ciò che dice…
Che cosa significa “con autorità”? Vuol dire che nelle parole umane di Gesù si sentiva tutta la forza della Parola di Dio, si sentiva l’autorevolezza stessa di Dio, ispiratore delle Sacre Scritture. È una delle caratteristiche della Parola di Dio è che realizza ciò che dice. Perché la Parola di Dio corrisponde alla sua volontà. Invece noi, spesso, pronunciamo parole vuote, senza radice o parole superflue, parole che non corrispondono alla verità. Invece la Parola di Dio corrisponde alla verità, è unità con la sua volontà e realizza quello che dice. Infatti Gesù, dopo aver predicato, dimostra subito la sua autorità liberando un uomo, presente nella sinagoga, che era posseduto dal demonio (cfr Mc 1,23-26).

… Parola liberatrice che suscita stupore…
Gesù, dopo aver predicato, dimostra subito la sua autorità liberando un uomo, presente nella sinagoga, che era posseduto dal demonio (cfr Mc 1,23-26). Proprio l’autorità divina di Cristo aveva suscitato la reazione di satana, nascosto in quell’uomo; Gesù, a sua volta, riconobbe subito la voce del maligno e “ordinò severamente: ‘“Taci! Esci da lui!’” (v. 25). Con la sola forza della sua parola, Gesù libera la persona dal maligno. E ancora una volta i presenti rimangono stupiti: “Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!” (v. 27). La Parola di Dio crea in noi lo stupore. Possiede la forza di farci stupire.

… Parola di vita, che non opprime, ma libera
Il Vangelo è parola di vita: non opprime le persone, al contrario, libera quanti sono schiavi di tanti spiriti malvagi di questo mondo: lo spirito della vanità, l’attaccamento al denaro, l’orgoglio, la sensualità… Il Vangelo cambia il cuore, cambia la vita, trasforma le inclinazioni al male in propositi di bene. Il Vangelo è capace di cambiare le persone! Pertanto è compito dei cristiani diffonderne ovunque la forza redentrice, diventando missionari e araldi della Parola di Dio. Ce lo suggerisce anche lo stesso brano odierno che si chiude con un’apertura missio¬naria e dice così: “La sua fama – la fama di Gesù – si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea” (v. 28).

… Parola che la chiesa porta nel mondo
La nuova dottrina insegnata con autorità da Gesù è quella che la Chiesa porta nel mondo, insieme con i segni efficaci della sua presenza: l’insegnamento autorevole e l’azione liberatrice del Figlio di Dio diventano le parole di salvezza e i gesti di amore della Chiesa missionaria. Ricordatevi sempre che il Vangelo ha la forza di cambiare la vita! Non dimenticatevi di questo. Esso è la Buona Novella, che ci trasforma solo quando ci lasciamo trasformare da essa.

Nutrirsi della Parola…
Ecco perché vi chiedo sempre di avere un quotidiano contatto col Vangelo, di leggerlo ogni giorno, un brano, un passo, di meditarlo e anche portarlo con voi ovunque: in tasca, nella borsa… Cioè di nutrirsi ogni giorno da questa fonte inesauribile di salvezza. Non dimenticatevi! Leggete un passo del Vangelo ogni giorno. È la forza che ci cambia, che ci trasforma: cambia la vita, cambia il cuore.

… sull’esempio di Maria
Invochiamo la materna intercessione della Vergine Maria, colei che ha accolto la Parola e l’ha generata per il mondo, per tutti gli uomini. Ci insegni lei ad essere ascoltatori assidui e annunciatori autorevoli del Vangelo di Gesù.

1,21-28 Quattro modelli di predicatori [2]

Nelle due letture proposte dalla liturgia, tratte dal primo libro di Samuele (1,9-20) e dal Vangelo di Marco (1,21b-28) sono descritti quattro modelli di credenti predicatori: Gesù, gli scribi, il sacerdote Eli, e dietro di lui - non è esplicito, ma ci sono - i due figli di Eli, sacerdoti.

Gli scribi, gli incoerenti
Gli scribi insegnavano e predicavano ponendo sulle spalle della gente dei pesi gravosi. E la povera gente non poteva andare avanti. Il rimprovero che Gesù fa a costoro è di non muovere neanche un dito per aiutare queste persone. E alla gente poi dirà: “Fate quello che dicono, ma non quello che fanno”. Gente incoerente, che si comportavano come se bastonassero le persone. E Gesù li avvertiva dicendo loro: così facendo, voi chiudete le porte dei cieli; non lasciate entrare nessuno e neppure voi entrate.
È così che ancora oggi, si usa questo modo sbagliato di predicare, di insegnare, di dare testimonianza della propria fede. E quanti ce ne sono che pensano che la fede sia così.

Eli, il debole e tiepido che però ha “l’unzione”
Eli, un vecchio... poveretto, che a me fa una certa tenerezza, ma che tuttavia non era un brav’uomo davvero: era un povero prete, debole, tiepido e lasciava fare, non aveva forza. Lasciava fare tante cose brutte ai suoi figli. Eli scambia per ubriaca una povera donna che pregava in silenzio, muovendo appena le labbra per chiedere al Signore la grazia di un figlio. Pregava come prega la gente umile, semplicemente, dal cuore, con angoscia e muoveva le labbra. Tante donne buone pregano così nelle nostre chiese e nei nostri santuari. E questa pregava così, chiedeva un miracolo. E l’anziano Eli, poveretto, non aveva niente da fare. La guardava e pensava: questa è un’ubriaca. E la disprezzò. Lui era il rappresentante della fede, colui che avrebbe dovuto insegnare la fede, ma il suo cuore non sentiva bene e disprezzò questa signora. Le dice: vai via, ubriaca!
Quante volte il popolo di Dio si sente non ben voluto da quelli che devono dare testimonianza, dai cristiani, dai laici cristiani, dai preti, dai vescovi!
Per quest’uomo provo per lui una certa simpatia: Perché nel cuore ancora aveva l’unzione. Quando la donna gli spiega la propria situazione, Eli le dice: vai in pace, e il Dio di Israele ti conceda quello che hai chiesto. Viene fuori l’unzione sacerdotale. Povero uomo, l’aveva nascosta dentro la sua pigrizia. È un tiepido. E poi finisce male, poveretto!

I figli di Eli, i briganti, sfruttatori e corrotti
I suoi figli non si vedono, ma erano quelli che gestivano il tempio. Erano briganti. Erano sacerdoti ma briganti. Andavano dietro al potere e dietro ai soldi; sfruttavano la gente, approfittavano delle elemosine e dei doni. Dice la Bibbia che prendevano i pezzi più belli dei sacrifici per mangiare loro. Sfruttavano. Il Signore li punisce forte, questi due!
Essi rappresentano la figura del cristiano corrotto, del laico corrotto, del prete corrotto, del vescovo corrotto. Approfittano della situazione, del privilegio della fede, di essere cristiani. E il loro cuore finisce corrotto. Pensiamo a Giuda: ha incominciato forse la prima volta per gelosia, per invidia, a mettere la mano nella borsa, e così il suo cuore ha incominciato a corrompersi. Giovanni, l’apostolo buono che ama tutto il mondo, che predica l’amore, di Giuda dice: era un ladro. Punto. È chiaro: era corrotto. E da un cuore corrotto esce anche il tradimento. Tradisce Gesù.

Gesù, la trasparenza evangelica
E infine il modo di predicare di Gesù. Cosa ha di speciale? Perché la gente dice: “Questo insegna come uno che ha autorità; questo è un insegnamento nuovo”? Gesù insegnava la legge, insegnava Mosè e i profeti. Dove è il nuovo? Ha potere, il potere della santità, perché gli spiriti impuri se ne vanno. La novità di Gesù è che porta con sé la parola di Dio, il messaggio di Dio, cioè l’amore di Dio per ognuno di noi. Avvicina Dio alla gente. E per farlo si avvicina lui. È vicino ai peccatori, va a pranzo con Matteo, un ladro, traditore della patria; perdona quell’adultera che la legge diceva che doveva essere punita; parla di teologia con la Samaritana che non era un “angioletto”, aveva la sua storia. Gesù cerca il cuore delle persone, Gesù si avvicina al cuore ferito delle persone. A Gesù interessano soltanto la persona e Dio. E cerca di avvicinare Dio alle persone e le persone a Dio.
Gesù è come il buon samaritano che guarisce le ferite della vita. Gesù è l’intercessore che va solo a pregare in montagna per la gente, e dà la vita per la gente. Gesù vuole che la gente si avvicini e la cerca; e si sente commosso quando la vede come pecore senza pastore. E tutto questo atteggiamento è quello che la gente definisce un atteggiamento nuovo. No, non è nuovo l’insegnamento, è il modo di farlo nuovo. La trasparenza evangelica.

Essere come Gesù
Chiediamo al Signore che queste due letture ci aiutino nella nostra vita di cristiani, perché ognuno, nel ruolo che è chiamato a svolgere nella missione della Chiesa, non sia semplicemente legalista, puro ma ipocrita come gli scribi e i farisei, a non essere corrotti come i figli di Eli; a non essere tiepidi come Eli; ma a essere come Gesù, con quello zelo di cercare la gente, guarire la gente, amare la gente.

1,22 Insegnava con autorità [3]

Noi vogliamo, tante volte, che la dottrina sicura abbia quella sicurezza matematica che non esiste, né con il lassismo, di manica larga, né con la rigidità. Pensiamo a Gesù: la storia è la stessa, si ripete. Gesù, quando parlava alla gente, la gente diceva: “Costui parla non come i nostri dottori della legge, parla come uno che ha autorità” (cfr Mc 1,22). Quei dottori conoscevano la legge, e per ogni caso avevano una legge specifica, per arrivare alla fine a circa 600 precetti. Tutto regolato, tutto. E il Signore - l’ira di Dio io la vedo in quel capitolo 23 di Matteo, è terribile quel capitolo - soprattutto a me fa impressione quando parla del quarto comandamento e dice: “Voi, che invece di dare da mangiare ai vostri genitori anziani, dite loro: ‘No, ho fatto la promessa, è meglio l’altare che voi’, siete in contraddizione” (cfr Mc 7,10-13). Gesù era così, ed è stato condannato per odio.

1,21-28 Stupore della gente, stupore del locandiere [4]

Perché la gente era stupita dell’insegnamento di Gesù?
Nel vangelo si dice che la gente era stupita (Mc 1,21-28). Perché questo “stupore”? Per il modo in cui Gesù insegnava: egli insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi, cioè i dottori della legge. Tutta quella gente, infatti, insegnava, ma non entrava nel cuore del popolo e perciò non aveva “autorità”.

L’autorità di Gesù e dei farisei e dottori della legge a confronto
L’autorità è un tema ricorrente nel Vangelo. In particolare, quella di Gesù si ritrova messa in questione, tante volte proprio dai dottori della legge, dai farisei, dai sacerdoti e dagli scribi: “Ma con quale autorità tu fai questo? Diteci! Tu non hai autorità per fare questo! Noi abbiamo l’autorità!”. Al fondo della questione c’è il problema dell’autorità formale e dell’autorità reale. Mentre scribi e farisei avevano autorità formale, Gesù aveva un’autorità reale. Ma non perché fosse un seduttore. Infatti, se è vero che Gesù portava un insegnamento nuovo, è anche vero che Gesù stesso disse che lui insegnava la legge fino all’ultimo puntino. La novità rispetto ai dottori della legge era che Gesù insegnava la verità, ma con autorità.

L’autorità di Gesù è umile…
A questo punto, è importante capire dov’è la differenza di questa autorità. Prima di tutto l’autorità di Gesù era un’autorità umile: Gesù insegnava con umiltà. La sua era una dimensione di servizio, tant’è che egli consiglia lo stesso ai suoi discepoli: “I capi delle nazioni le opprimono, ma tra voi non sia così. Il più grande sia come quello che serve: si faccia il più piccolo; e quello sarà il grande”. Gesù, quindi serviva la gente, spiegava le cose perché la gente capisse bene: era al servizio della gente. Aveva un atteggiamento di servitore, e questo dava autorità. Al contrario, i dottori della legge, avevano una psicologia da principi. E pensavano: “Noi siamo i maestri, i principi, e noi insegniamo a voi. Non servizio: noi comandiamo, voi obbedite”. Perciò, anche se la gente ascoltava e rispettava, non sentiva che avessero autorità su di loro. Gesù, invece, mai si è fatto passare come un principe: sempre era il servitore di tutti e questo è quello che gli dava autorità.

… e vicina
Un secondo atteggiamento dell’autorità di Gesù era la vicinanza. Lo si legge nel vangelo: “Gesù era vicino alla gente, era in mezzo alla gente”, e la gente stessa, “non lo lasciava andare”. Il Signore non aveva allergia alla gente: toccare i lebbrosi, i malati non gli faceva ribrezzo. E questo essere vicino alla gente, dà autorità.
Il paragone con dottori, scribi e sacerdoti è evidente: questi si allontanavano dalla gente, nel loro cuore disprezzavano la gente, la povera gente, ignorante, amavano distinguersi, passeggiando nelle piazze, ben vestiti, con il mantello di lusso. Essi avevano una psicologia clericalistica: insegnavano con un’autorità clericalistica. Gesù invece era vicinissimo alla gente e ciò gli dava autorità.
A tale riguardo, il Papa ha ricordato la vicinanza alle persone che aveva il beato Paolo VI. Un esempio si può trovare nel numero 48 della Evangelii nuntiandi, dove si riconosce “il cuore del pastore vicino: è lì l’autorità di quel Papa, la vicinanza”.
Capo è quello che serve. Gesù capovolge tutto, come un iceberg. Dell’iceberg si vede il vertice; invece Gesù capovolge e il popolo è su e lui che comanda è sotto e da sotto comanda. In secondo luogo c’è la “vicinanza”.

… è coerente
E infine c’è una “terza differenza” rispetto ai dottori della legge: la “coerenza”. Gesù era coerente, viveva quello che predicava. C’era come una unità, un’armonia fra quello che pensava, sentiva, faceva. Cosa non riscontrabile nell’atteggiamento di scribi e farisei: La loro personalità era divisa al punto che Gesù consiglia ai suoi discepoli: “Fate quello che vi dicono, ma non quello che fanno”. Dicevano una cosa e ne facevano un’altra. Gesù spesso li definisce ipocriti. E uno che si sente principe, che ha un atteggiamento clericalistico, che è un ipocrita, non ha autorità. Dirà le verità, ma senza autorità. Invece Gesù, che è umile, che è al servizio, che è vicino, che non disprezza la gente e che è coerente, ha autorità. Ed è questa l’autorità che sente il popolo di Dio.

… ha l’autorità del buon samaritano
Un’autorità che stupisce e conquista è quella buon samaritano, che è “figura di Gesù”.
C’è quell’uomo lì, picchiato, bastonato, lasciato mezzo morto sulla strada dai briganti. E quando passa il sacerdote, fa un giro perché c’è il sangue e pensa: “La legge dice che se io tocco il sangue rimango impuro... no, no, me ne vado”. Quando dopo di lui passa il levita, probabilmente pensa: “Se io mi immischio in questo, domani dovrò andare in tribunale, rendere testimonianza, e domani ho tante cose, devo... no, no, no…”. E se ne va. Poi arriva il samaritano, un peccatore, di un popolo diverso, il quale invece ha pietà di quest’uomo e fa tutto quello che noi sappiamo.

Lo stupore del locandiere
Ma nella parabola c’è un quarto personaggio: il locandiere, che è rimasto stupito; stupito non tanto dalle ferite di quel povero uomo, perché lui sapeva che su quel cammino, su quella strada i briganti c’erano; e neanche per l’atteggiamento del sacerdote e del levita, perché li conosceva e sapeva come era il modo di procedere. Il locandiere è stupito per quel samaritano di cui non capiva la scelta. Forse pensava: “Ma, questo è pazzo! Ma è anche straniero, non è ebreo, è un peccatore... Ma questo è pazzo, io non capisco!”.
Questo è lo “stupore”: lo stesso stupore della gente davanti a Gesù, perché la sua autorità era un’autorità umile, di servizio, era un’autorità vicina alla gente ed era un’autorità coerente.

1, 22.27-28 Gesù Cristo rivelazione del Padre [5]

Il sommo segreto del Padre…
L’intera storia della manifestazione di Dio, che è per noi storia di salvezza, raggiunge il suo culmine in Cristo. Cristo è Colui che viene nella pienezza dei tempi, il “Rivelatore” del Padre. Ed è a lui che alludevano le profezie che lo hanno annunciato e, dunque, è il sommo segreto che il Padre vuole svelarci perché, attraverso il Figlio, rivelerà se stesso nella sua misteriosa pienezza.

… è rivelato da Gesù
Gesù Cristo è il Rivelatore per eccellenza del mistero di Dio. Egli annuncia il Padre e lo fa conoscere (Gv 1, 18) e dice al mondo ciò che ha udito da suo Padre (Gv 3, 3.32; 8, 26; 15, 15). Perché Egli è il Figlio Unigenito che viene al mondo e ha pieno potere e coscienza della propria missione di Rivelatore del Padre. Ha autorità e la fa sentire: “Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. [...] Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: “Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!”. La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea” (Mc 1, 22.27-28). Gesù crea sconcerto in coloro che lo ascoltano e lo vedono operare. Possiede una forza tale da stupire, originata dal suo stesso essere, dal fatto che gli “è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra” (Mt 28, 18) e perciò, nel rivelare il mistero di Dio, divide le opinioni a seconda del cuore degli uomini (Lc 1, 35). Il riflesso della sua autorità divina, di Figlio Unigenito, è segno di contraddizione tra gli uomini (Mt 21, 42; At 4,14). Gesù Cristo, in quanto Rivelatore del mistero trinitario, irromperà nella vita degli uomini con una potenza mai vista, ma subirà nella sua carne il rifiuto cui la sua stessa rivelazione lo ha esposto.

Gesù è la luce accolta e rifiutata…
Essendo Rivelatore di Dio, Gesù Cristo illumina ogni uomo (Gl 1,1-9), perché lui stesso è “la luce degli uomini” (Gv 1, 4ss; 8, 12). Con la presenza di Gesù Cristo, “le tenebre stanno diradandosi e già appare la luce vera” (1Gv 2, 8). Ma anche in questo caso si consuma il dramma del rifiuto della luce; la luce che rappresenta la pienezza della Legge e dei profeti viene rigettata perché il suo annuncio è dato in modo differente da quanto sperato, con regole diverse da quelle immaginate; si esplicita con antinomie incomprensibili, che però hanno il potere di “chiamare”. E per questo che la pienezza dei tempi e la pienezza del messaggio di Dio vengono annunciati proprio a coloro che possiedono una minore pienezza dal punto di vista umano: a gente semplice, a chi osserva i Comandamenti con umiltà (Gv 14, 21), ai poveri pescatori (Mt 5, 3); a loro Egli offre la conoscenza del Padre che solo il Figlio può rivelare (Mt 11, 27): “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio” (Gv 14, 7-9). Inoltre, ciò lo induce alla lode: “Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza. Tutto è stato dato a me dal Padre mio e nessuno sa chi è il Fi¬glio se non il Padre, né chi è il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo” (Lc 10,21-22).

… che suscita il giubilo
Riportando queste parole, il Vangelo dice che “Gesù esultò di gioia nello Spirito Santo” (Lc 10,21). E la gioia interiore della Trinità che, manifestandosi negli uomini, spinge i loro cuori al giubilo, proprio come successe nel caso della Visitazione (Lc 1,39-45), della gioia dei pastori (Lc 2,10-20), di tutti coloro che si avvicinavano a Gesù con buona volontà e ricevevano da lui la manifestazione del Padre, la vita (1Gv 1,2). È una gioia che infonde coraggio ed è quasi irrefrenabile, perché coloro che la sperimentano non riescono a smettere di parlare di ciò che hanno visto e ascoltato (At 4, 20). È una gioia che resta salda anche nella persecuzione e nel castigo: “Essi allora se ne andarono via dal sinedrio, lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù” (At 5, 41); che trascende i risultati umani e soprannaturali, per quanto miracolosi, e trova la sua pienezza nell’avere il proprio nome scritto nei cieli (Lc 10, 20).

… e la consolazione spirituale
Sant’Ignazio chiama questa gioia “consolazione spirituale”: “Si intende per consolazione quando si produce uno stimolo interiore, per cui l’anima si infiamma di amore per il suo Creatore e Signore, e quindi non può amare nessuna delle realtà di questo mondo per se stessa, ma solo il Creatore di tutte; così pure quando uno versa lacrime che lo portano all’amore del Signore, sia per il dolore dei propri peccati, sia per la passione di Cristo nostro Signore, sia per altri motivi direttamente ordinati al suo servizio e alla sua lode. Infine si intende per consolazione ogni aumento di speranza, fede e carità, e ogni gioia interiore che stimola e attrae alle realtà celesti e alla salvezza dell’anima, dandole tranquillità e pace nel suo Creatore e Signore” (ES 316). Questo sarebbe lo stato abituale di chi riceve la manifestazione di Gesù Cristo con disponibilità e semplicità di cuore.
Seppur tra le sofferenze (com’è il caso delle persecuzioni degli apostoli), la consolazione spirituale deve mantenersi in alcune delle sue forme. Per colui che riceve fedelmente la parola rivelatrice, la pace profonda non manca nemmeno nella croce, che è uno dei gradi della consolazione.

… fino a farci accedere alla gloria di Dio
Chi ascolta la voce di Gesù (Gv 10,3.27) sperimenta la piena gioia. Ma è un’esultanza proiettata verso il definitivo, come quella di Abramo (Gv 8,56). Così come “Gesù esultò nello Spirito Santo”, così la nostra gioia, grazie alla forza dello stesso Spirito, impara ad ampliare la propria visione oltre i confini del tempo. Attraverso la gioia, la storia della nostra salvezza accede alla gloria di Dio. Ed è Gesù a rivelarci la gloria del Padre (Gl 1,14), perché il Padre è glorificato nel Figlio (Gv 14,13). In questo senso bisogna comprendere l’af¬fettuoso ma fermo rimprovero di Gesù a Marta: “Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?” (Gv 11,40). La gloria di Cristo, che lui manifesta come se fosse un’emanazione della propria persona (Gv 2,11), ora inonda i nostri cuori con la luce della speranza, la speranza di contemplarla definitivamente: “Teneva nella sua destra sette stelle e dalla bocca usciva una spada affilata, a doppio taglio, e il suo volto era come il sole quando splende in tutta la sua forza” (Ap 1,16). Quando arriveremo alla fine dei giorni, la manifestazione di Dio sarà svelata in piena luce, e sarà una luce definitiva, non solo per ciascuno di noi, ma anche per il mondo: “La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello” (Ap 21,23).

Gesù è la somma Rivelazione del Padre
Dicevamo che Gesù Cristo non è solo il Rivelato¬re, ma anche la Somma Rivelazione del Padre. L’apertura divina dei nostri occhi e orecchi (Nm 22,31; 1Sam 9, 15) ha la sua storia di tempi e modi, che tende a Cristo e sfocia in lui: “Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli” (Eb 1,1-3). Dio ci manifesta Cristo. Dio ci salva “secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo” (2Tm 1,9-10). In Cristo “è apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini” (Tt 2, 11), “apparvero la bontà di Dio, salvatore nostro, e il suo amore per gli uomini” (Tt 3, 4).

La beatitudine di quanti non hanno visto e hanno creduto
Ciò che i primi apostoli hanno visto e udito e toccato con le proprie mani (1Gv 1,1) è il Verbo fatto carne, la parola di vita (Gv 1,4; 1Gv 1,1). Ma questa beatitudine non è dovuta tanto al fatto che essi abbiano potuto vedere fisicamente Cristo, quanto al fatto che è stato il Padre a rivelarlo loro (Mt 16, 17; 1Pt 1,12). Ecco perché lo stesso Gesù lo proclama in modo apparentemente contraddittorio: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (Gv 20,29). In questa beatitudine rientrano tutti coloro che, non potendo sperare nella rivelazione della carne e del sangue (Mt 16,17), aprono i propri cuori alla somma manifestazione del Padre, al suo grande dono, e si inseriscono nella storia di coloro che sperano “contro ogni speranza” (Rm 4,18), che si lasciano condurre da Dio verso il luogo dell’eredità anche senza sapere dove stanno andando (Eb 11,8), che si mantengono saldi come se vedessero l’invisibile (Eb 11,27).

Gesù rivelatore dell’amore del Padre
Il dono di Cristo che ci fa il Padre è la manifestazione del suo amore: “In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui” (1Gv 4,9). Questo vale per tutti noi, per i beati che non hanno visto né udito, dal momento che la rivelazione di Cristo è un dono del Padre e opera dello Spirito e viene comunicata a chi permette che lo Spirito stesso scenda sulla sua anima (1Cor 14,26.30; Fl 3,15). Lo Spirito conduce alla Verità (Gv 16,13). Cristo Gesù, manifestatosi nella carne, è venuto “per risplendere su quelli che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte, e dirigere i nostri passi sulla via della pace” (Lc 1,79). Per questo la manifestazione di Gesù Cristo trascenderà la storia fino alla sua pienezza, oltre il tempo presente. Allora si avrà la definitiva “rivelazione di Gesù Cristo, al quale Dio la consegnò per mostrare ai suoi servi le cose che dovranno accadere tra breve” (Ap 1,1).

1,26 Gesù insegna con autorità [6]

Occorre confrontarsi con Gesù, direi, nella concretezza e ruvidezza della sua vicenda, così come ci è narrata soprattutto dal più antico dei Vangeli, quello di Marco. Si costata allora che lo “scandalo” che la parola e la prassi di Gesù provocano attorno a lui derivano dalla sua straordinaria “autorità”: una parola, questa, attestata fin dal Vangelo di Marco, ma che non è facile rendere bene in italiano. La parola greca è exousìa, che alla lettera rimanda a ciò che “proviene dall’essere” che si è. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque, ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova a partire — egli stesso lo dice — dal suo rapporto con Dio, chiamato familiarmente Abbà, il quale gli consegna questa “autorità” perché egli la spenda a favore degli uomini.
Così Gesù predica “come uno che ha autorità”, guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona... cose tutte che, nell’Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio. La domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: «Chi è costui che...?», e che riguarda l’identità di Gesù, nasce dalla costatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un’autorità che non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita. E questo sino al punto di mettere in gioco la propria stessa vita, sino a sperimentare l’incomprensione, il tradimento, il rifiuto, sino a essere condannato a morte, sino a piombare nello stato di abbandono sulla croce.

1,27.45 Verificare come la Parola di Dio viene annunciata [7]

È necessario veri¬ficare come la Parola di Dio venga proclamata, nonché l’effettiva crescita, nel Popolo di Dio, della conoscenza e dell’amore della Sacra Scrittura. L’uno e l’altro aspet¬to, quello della celebrazione e quello dell’esperienza vissuta, stanno in intima relazione (Dies Domini, 40). […] Quell’amore che, unito alla conoscen¬za, si traduce in “esperienza vissuta” e completa l’aspetto celebrativo dell’Eucaristia. D’altra parte, è proprio in questo modo che nostro Signore conquistò il cuore della gente. Venivano ad ascoltarlo da tutte le parti (Mc 1,45), rimanevano sba¬lorditi, abbeverandosi ai suoi insegnamenti (Mc 6,2), sentivano che parlava loro con autorità (Mc 1,27). Fu attraverso la Parola di Dio che gli apostoli, che egli costituì “perché stessero con lui e per mandarli a pre¬dicare” (Mc 3,14), attirarono in seno alla Chiesa tutti i popoli (cfr Mc 16,15-20).

NOTE
[1] Angelus, 1 febbraio 2015.
[2] Meditazione, 14 gennaio 2014.
[3] Discorso all’apertura del convegno ecclesiale della Diocesi di Roma, 16 giugno 2016.
[4] Meditazione, 10 gennaio 2017.
[5] Gesù Cristo rivelazione del Padre, in: J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 122-127; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, Città del Vaticano 2014, 66-71.
[6] Lettera a chi non crede, 4 settembre 2013 (Risposta al giornalista Eugenio Scalfari sul quotidiano “La Repubblica”)
[7] La gioia dell’evangelizzazione, Seduta plenaria della Pontificia commissione per l’America Latina, Roma, gennaio 2005, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, È l’amore che apre gli occhi, Rizzoli, Milano 2013, 145-160.