Il Regno di Dio

è vicino... (Mc 1,14)

a cura di Franco Galeone *

Duccio di Buoninsegna

La domenica di “Gesù, che invita a convertirsi e a credere al vangelo”

1. Dopo il battesimo nel Giordano, Gesù si reca in Galilea, dove annuncia il vangelo di Dio. Quattro sono i temi del suo annuncio: due riguardano la proposta del Signore (il tempo è compiuto, il regno è già in mezzo a noi), e due riguardano la risposta degli uomini (convertitevi, credete al vangelo). Quel regno di Dio, che i profeti avevano annunciato, ora è tra noi; è finito il tempo dell’attesa, inizia quello della realizzazione. Nessuno può più ignorare gli inviti alla conversione, che partono già dall’Antico Testamento (I lettura). Si tratta di appelli urgenti, perché il tempo si fa breve, sempre più breve.

Il vangelo di Marco
2. A partire da questa domenica ascolteremo il vangelo di Marco; per questo cerchiamo di presentare, in rapida sintesi, le caratteristiche maggiori di questo evangelista. Il vangelo di Marco fu il primo ad essere composto (70 d.C.); amico, segretario, compagno di Pietro, Marco è uno scrittore semplice ed elementare; le frasi sono brevi e collegate con “e”, ma vivaci e pittoresche: il suo è il vangelo più breve: appena 11.229 parole greche, rispetto alle 19.404 di Luca e le 18.278 di Matteo; perciò Agostino lo chiama “il divino abbreviatore”. Brevità e semplicità, ma con un progetto teologico: usando un’immagine, dalla oscurità alla luce; possiamo dire che Marco ci conduce prima sulla soglia di una basilica, in cui si intravede alla lontana il volto di Gesù nell’abside; poi, avanzando sempre più, quel volto diventa più chiaro: nei capitoli 1-8, Gesù raccomanda il silenzio sulla sua persona (il segreto messianico); nei capitoli 8-15 inizia la rivelazione, che culmina nella confessione di Pietro: “Tu sei il messia”; dal capitolo 15 in poi abbiamo la rivelazione conclusiva: “Veramente quest’uomo è Figlio di Dio”.  

Gesù è uno che ama “stare con”
3. Nel vangelo di Marco è raro trovare Gesù da solo; è sempre in compagnia, e non sempre in buona compagnia! Su 671 versetti - tanti costituiscono il suo vangelo - ben 498, cioè il 76%, descrivono Gesù insieme a … Gesù con … Ecco l’immagine preferita da Marco, a insegnare che la sua presenza è continua, reale, invisibile. Il vangelo di Marco descrive Gesù in movimento: nella prima parte, questo movimento avviene in Galilea, attorno al lago e nei villaggi; qui avviene anche la chiamata dei primi quattro discepoli. Un racconto semplice, senza notazioni psicologiche; lo schema è lineare: chiamata – risposta

Passando lungo il mare, Gesù dice…
4. È il momento della chiamata: da parte di Gesù c’è uno sguardo: “vide” (ειδεν) è osservare con intenzionalità, come Davide che lungo il fiume cerca la pietra adatta per la sua fionda; e c’è un invito: nel mondo antico, i discepoli sceglievano il maestro; qui è Gesù che chiama, gratuitamente; non è il discepolo che cattura il maestro, ma è Gesù che attira a sé il discepolo; se io mi decido per lui, è perché Cristo mi ha già lanciato un invito.

E subito, lasciate le reti, lo seguirono
6. È il momento della risposta: da parte del discepolo fiducia, abbandono a Dio, che non presenta subito la lista delle sue esigenze, ma comanda solo “Venite”; le spiegazioni verranno dopo; c’è il distacco dalle reti, dal mestiere, dalla famiglia. L’accento non va posto sul lasciare ma sul seguire. Il discepolo non è uno che ha abbandonato, perso, fallito … ma uno che ha trovato Qualcuno; la perdita viene assorbita dal guadagno. Il discepolo deve lasciarsi fare. “Io vi farò diventare pescatori di uomini”; il primo mestiere, pescatori di pesci, lo sanno bene; il secondo lo impareranno alla scuola di Gesù.

Gettavano le reti … riassettavano le reti
7. Significativi questi particolari. Dio appare all’interno della nostra cronaca al nostro lavoro quotidiano. Come dire: la fede nel regno si costruisce all’interno dei rapporti umani; il suo vero luogo teologico è il vivere normale; la fede non crea necessariamente spazi sacri accanto alla vita, ma è dentro; la fede ripudia l’oggettivazione, l’identificazione, il recinto; è un messaggio che passa dentro i vari messaggi. Per incontrare, per parlare con il Signore, non è indispensabile andare in chiesa, recitare formule, compiere riti, partecipare a ritiri… Il Signore ti aspetta nella vita, nel lavoro, nella famiglia.

Subito, lasciarono le reti…
8. Molti cristiani pensano che per seguire Gesù la cosa migliore è entrare in un seminario o in un noviziato. Sbagliamo quando presentiamo la sequela di Gesù come privilegio distintivo degli “eletti”, come se nella Chiesa ci fosse una categoria speciale di “scelti”, gli “eletti”, chiamati alla “vita perfetta”. Tale linguaggio è prodotto di un mal dissimulato orgoglio o di un’ingenua vanità. Nei vangeli il verbo “seguire” si riferisce 17 volte ai “discepoli” e 25 volte alla “gente” o popolo semplice. È significativo, per esempio, che il Sermone della Montagna (nella redazione di Matteo) inizi e termini dicendo che Gesù parlò a quelli che “lo seguivano” (Mt 4,25 e 8,1). È stata una disgrazia per la Chiesa che Gesù sia stato monopolizzato come privilegio di chierici o monaci. Queste persone hanno un valore ed un merito incalcolabili. Ma non sono “gli unici” che seguono Gesù. La “sequela di Cristo” è dovere di tutti i veri credenti. Ognuno al suo posto, nel suo lavoro, nella sua professione e nelle sue situazioni. L’aspetto più importante della “sequela” nei vangeli è che il fatto di seguire Gesù è costitutivo della Cristologia (J. B. Metz). La Cristologia, il sapere su Gesù, non si apprende sui libri o ascoltando conferenze di teologi esperti. Gesù si conosce vivendo come lui è vissuto.

Chi è il cristiano?
9. Molti battezzati si credono cristiani perché hanno sentito parlare “del” Cristo, ma non basta: occorre aver sentito parlare “il” Cristo. Vi sono molte motivi per credere: le cinque prove a posteriori dell’esistenza di Dio, la prova ontologica di Anselmo d’Aosta, i miracoli, le profezie, la persistenza della chiesa, nonostante la lotta dei suoi nemici e le colpe dei suoi amici; ma tutte queste ragioni non fanno la fede. La fede è un incontro personale e trasformante con Gesù vivo oggi. Si diventa cristiani solo per una testimonianza interiore dello Spirito, che ci fa riconoscere la voce, la chiamata del pastore. Vi sono tante vie verso la fede, ma la via privilegiata è l’ascolto della parola di Dio: “Le mie pecore ascoltano la mia voce” (Gv 10,14). Questa voce non viene dal di fuori, e non viene certamente da noi; parla con un’autorità tranquilla; uomini e donne si sono convertiti sentendo una sola frase del vangelo; quello che essi hanno provato non si può descrivere: “Nessuno ha mai parlato come quest’uomo!”. Non si tratta di accrescere le proprie conoscenze o le proprie esperienze, ma di aprirsi con calma all’ascolto, alla chiamata. Sì, perché la parola di Dio è una chiamata: “Seguimi! Mettiti in cammino! Va’ nel paese che io ti mostrerò!”.

Convertitevi e credete al vangelo!
10. C’è un’idea di movimento nella conversione, come nel moto del girasole che ogni mattino rialza la sua corolla e la mette in cammino sui sentieri del sole. Convertirsi=girarsi verso la luce. Ogni mattino ad ogni risveglio, posso anche io convertirmi, muovere pensieri e opere verso la luce del Signore. Convincere oggi i cristiani che la conversione conduce alla gioia è difficile. Gesù associa la buona novella alla conversione. La conversione di cui parliamo è un incontro e non un esame di coscienza, è una festa e non una tristezza, è un abbraccio e non una sentenza. Invece di “rientrare in se stessi”, e fare l’inventario delle proprie colpe, occorre “uscire da se stessi” e rivolgersi a Dio, per scoprire fino a che punto ignoravamo l’amore, la gioia, il perdono. La buona novella è che i peccati “sono” perdonati; non è detto che “saranno” perdonati a quella o a quell’altra condizione. È fatta subito la pace, il castigo non segue la colpa, né la vendetta segue l’offesa, né la grazia segue al riparazione, ma la precede! La nostra società è costruita sulla giustizia, i tribunali, le punizioni, le prigioni. Siamo legati ancora alla nozione pagana e orientale secondo la quale il peccato dev’essere “espiato” per essere perdonato. Ma Gesù rivela che dev’essere “perdonato” per poter essere riparato! Un essere viene salvato solo quando si accorge di essere amato. Non bisogna aspettare che cresca, per riconoscere che ha meritato di essere amato!

11. Gli uomini e le società finiscono per somigliare al dio che adorano; se la nostra società è così repressiva, se vi sono tanti giudici, tanti giudizi, tanti tribunali, tanti carcerati, è perché siamo diventati simili al dio che “giudica i vivi e i morti”. Abbiamo sacralizzato il giudice e il giudizio, invece di divinizzare la misericordia e il perdono. Il nostro “tribunale della penitenza” diventa segno di Dio se dimostriamo la verità che il perdono è più salutare del castigo, che occorre uscire dal vicolo cieco della vendetta, dalla logica dell’occhio per occhio … Gesù ha passato la vita in questo compito: fare dell’ingiusto un giusto, del peccatore un santo, della prostituta Maddalena una santa Maddalena, delle nostre odiose colpe felici ricordi. Ha liberato Zaccheo dalla sua avidità, la Maddalena dai suoi amanti, Matteo dal suo odioso mestiere; il suo amore gratuito e meraviglioso ha fatto risorgere in ognuno ciò che tutte le giustizie di questo mondo avrebbero soffocato per sempre! Buona Vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano