Riconoscere Gesù

nella carne

per contemplarlo

nella gloria

Solennità di nostro Signore Gesù Cristo

Re dell’universo

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

king

25,31.34-36.41-43 Contemplare Gesù [1]

Contemplare Gesù giudice…
Fermiamoci a contemplare la scena. Torniamo al Gesù che qui [Cattedrale di Firenze] è rappresentato come Giudice universale. Che cosa accadrà quando “il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria” (Mt 25,31)? Che cosa ci dice Gesù?
Possiamo immaginare questo Gesù che sta sopra le nostre teste dire a ciascuno di noi e alla Chiesa italiana alcune parole. Potrebbe dire: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” (Mt 25,34-36).
Ma potrebbe anche dire: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato” (Mt 25,41-43).

… e nei suoi gesti
Le beatitudini e le parole che abbiamo appena lette sul giudizio universale ci aiutano a vivere la vita cristiana a livello di santità. Sono poche parole, semplici, ma pratiche. Due pilastri: le beatitudini e le parole del giudizio finale. Che il Signore ci dia la grazia di capire questo suo messaggio! E guardiamo ancora una volta ai tratti del volto di Gesù e ai suoi gesti. Vediamo Gesù che mangia e beve con i peccatori (Mc 2,16; Mt 11,19); contempliamolo mentre conversa con la samaritana (Gv 4,7-26); spiamolo mentre incontra di notte Nicodemo (Gv 3,1-21); gustiamo con affetto la scena di Lui che si fa ungere i piedi da una prostituta (cf Lc 7,36-50); sentiamo la sua saliva sulla punta della nostra lingua che così si scioglie (Mc 7,33). Ammiriamo la “simpatia di tutto il popolo” che circonda i suoi discepoli, cioè noi, e sperimentiamo la loro “letizia e semplicità di cuore” (At 2,46-47).

25,31.40 Verrà nella sua carne gloriosa [2]

Cristo verrà nella sua carne …
“Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria” (Mt 25,31). Perché verrà, e noi siamo in sua attesa. “Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò” (Lc 19,15). Sono tante le parabole in cui Gesù fa riferimento al “ritorno”. “Verrà nella sua gloria”, ma tale gloria non rinnegherà la realtà precedente, la realtà di Gesù vivo, “venuto nella carne” (2Gv 7). Il Signore non è solo spirito: “Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho” (Lc 24, 39). E Nostro Signore risorto ritornerà, alla fine dei tempi, anche sotto forma di carne. Sarà così più vicino a noi, e tutta la carne vedrà la gloria di Dio (Is 60) e sarà carne gloriosa. Quel Verbo che si fece carne (Gv 1, 14) non ci giudicherà secondo i criteri di un’etica astratta o puramente “spirituale”, ma in base a quel modello di vita che Egli stesso ha vissuto e che Egli stesso ha tracciato per noi. Saremo giudicati sulla scorta di quanto avremo saputo avvicinarci a “tutti gli uomini” riconoscendo in quella stessa carne il Verbo di Dio.

… per salvare la carne peccatrice
Il Verbo fatto uomo rimette i peccati del mondo attraverso la sua passione; si carica di ogni sofferenza, di ogni colpa. Gesù si avvicina alla carne peccatrice e per salvarla offre la sua stessa carne (Col 2, 14). Gesù non “passò oltre” (Lc 10,31ss), Egli è il buon samaritano. Noi saremo giudicati secondo quanto ci saremo accostati alla carne sofferente, secondo quanto avremo saputo vedere nell’altro il nostro “prossimo”.
Molte persone hanno disdegnato di avvicinarsi alla carne dei loro fratelli: sono passate oltre come il levita e il sacerdote della parabola (Lc 10,31). Altre si sono avvicinate, ma in modo sbagliato: hanno razionalizzato il dolore rifugiandosi in luoghi comuni (“la vita è fatta così”), o hanno posato il loro sguardo solo su alcuni, in maniera selettiva, oppure si sono schierate nelle fila di coloro che adornano la loro vita di frivolezze per dimenticarsi della sofferenza.

Avvicinarsi alla carne sofferente…
Avvicinarsi alla carne sofferente significa invece aprire il cuore, lasciarsi commuovere, mettere il dito nella piaga, portare sulle spalle il ferito, pagare due denari e alla fine farsi carico di tutte le spese. Saremo giudicati secondo quanto saremo stati capaci di seguire questo modello. E per poter comprendere il senso di tutto ciò (poiché il reale significato si coglie con l’intelligenza, col cuore e con le nostre opere), dobbiamo lasciar entrare nella nostra vita modi di pensare, di sentire e di procedere diversi da quelli a cui il mondo ci ha abituato:
- amare la giustizia con la stessa sete di chi cammina nel deserto;
- preferire la ricchezza della povertà alla miseria a cui conduce il benessere mondano;
- aprire il cuore alla tenerezza anziché addestrarlo alla prepotenza;
- cercare la pace, più forte di ogni pacifismo;
- avere uno sguardo limpido, che proviene da un cuore altrettanto puro, evitando di cadere nell’avida accumulazione dei beni (Mt 23,16).
E tutto ciò concretamente si traduce nel non temere di avvicinarsi alla carne, alla carne che ha fame e sete, alla carne malata e ferita, alla carne che sta scontando la propria colpa, alla carne che non ha di che vestirsi, alla carne che conosce l’amarezza corrosiva della solitudine nata dal disprezzo.

… per poi contemplare Cristo apparire nella sua carne
“Dopo aver ricevuto il titolo di re, egli ritornò”. Lo stesso re glorioso che ha avuto il coraggio di avvicinarsi alla carne sofferente. E, alla fine dei tempi, potrà godere della contemplazione di questa carne glorificata solo chi ha saputo riconoscerla e avvicinarla anche quando la sua gloria era celata dalla lordura e dalle piaghe che la ricoprivano - uomo reietto e disprezzato -, quando la sua gloria era nascosta poiché “venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14) come un nostro fratello. “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me. [...] In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me” (Mt 25, 40ss).

Preparare la nostra carne alla contemplazione
Il Vangelo ci propone pertanto un cammino da seguire per la nostra vita. E, se contempliamo il Verbo celato nella carne, noi - creati con la stessa materia - saremo colmati dalla contemplazione della gloria di Dio. Si tratta di preparare la nostra carne a questa visione; la nostra carne sarà glorificata, la stessa carne con cui cercheremo di riconoscere il Verbo di Dio nel nostro prossimo: “Quello che era da principio, quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono del Verbo della vita” (1Gv 1,1).
Preparare la nostra carne alla contemplazione significa servire il prossimo e comparire quindi alla presenza di Dio, sottoporre la nostra vita all’azione del Verbo e dello Spirito per la gloria del Padre; metterla a servizio, un servizio che sfinisce e stanca: ritornare poveri, in cammino, pellegrini... Porsi con tutta la carne “alla presenza di Dio” significa anche pregare. La preghiera ci guiderà nel cammino, a volte facile, a volte insidioso, per riconoscere il Verbo nella carne sofferente, per consegnare la nostra carne alla volontà di Dio e per vivere secondo lo Spirito. La preghiera ci prepara affinché i nostri occhi vedano e contemplino il Verbo sotto forma di carne, gloriosa, che verrà per giudicare quanto saremo stati capaci di riconoscerlo nella carne del prossimo.

25,40 Avere cura della fragilità (EG 209-211)

Gesù, l’evangelizzatore per eccellenza e il Vangelo in persona, si identifica specialmente con i più piccoli (cf. Mt 25,40). Questo ci ricorda che tutti noi cristiani siamo chiamati a prenderci cura dei più fragili della Terra. Ma nel vigente modello “di successo” e “privatistico”, non sembra abbia senso investire affinché quelli che rimangono indietro, i deboli o i meno dotati possano farsi strada nella vita.
È indispensabile prestare attenzione per essere vicini a nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente, anche se questo apparentemente non ci porta vantaggi tangibili e immediati: i senza tetto, i tossicodipendenti, i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani sempre più soli e abbandonati, ecc. I migranti mi pongono una particolare sfida perché sono Pastore di una Chiesa senza frontiere che si sente madre di tutti. Perciò esorto i Paesi ad una generosa apertura, che invece di temere la distruzione dell’identità locale sia capace di creare nuove sintesi culturali. Come sono belle le città che superano la sfiducia malsana e integrano i differenti, e che fanno di tale integrazione un nuovo fattore di sviluppo! Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!
Mi ha sempre addolorato la situazione di coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta di persone. Vorrei che si ascoltasse il grido di Dio che chiede a tutti noi: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4,9). Dov’è il tuo fratello schiavo? Dov’è quello che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l’accattonaggio, in quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato? Non facciamo finta di niente. Ci sono molte complicità. La domanda è per tutti! Nelle nostre città è impiantato questo crimine mafioso e aberrante, e molti hano le mani che grondano sangue a causa di una complicità comoda e muta.

25,31-46 Gesù è venuto nella carne [3]

L’Apostolo Giovanni è chiaro: “Colui che dice che il Verbo non è venuto nella carne, non è da Dio! È dal diavolo”. Non è nostro, è nemico! Perché c’era la prima eresia - diciamo la parola fra di noi - ed è stata questa, che l’Apostolo condanna: che il Verbo non sia venuto nella carne. No! L’incarnazione del Verbo è alla base: è Gesù Cristo! Dio e uomo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo, vero Dio e vero uomo. E così lo hanno capito i primi cristiani e hanno dovuto lottare tanto, tanto, tanto per mantenere queste verità: il Signore è Dio e uomo; il Signore Gesù è Dio fatto carne. È il mistero della carne di Cristo: non si capisce l’amore per il prossimo, non si capisce l’amore per il fratello, se non si capisce questo mistero dell’Incarnazione. Io amo il fratello perché anche lui è Cristo, è come Cristo, è la carne di Cristo. Io amo il povero, la vedova, lo schiavo, quello che è in carcere… Pensiamo al “protocollo” sul quale noi saremo giudicati: Matteo 25. Amo tutti costoro, perché queste persone che soffrono sono la carne di Cristo, e a noi che siamo su questa strada dell’unità farà bene toccare la carne di Cristo. Andare alle periferie, proprio dove ci sono tanti bisogni, o - diciamolo meglio - ci sono tanti bisognosi, tanti bisognosi… Anche bisognosi di Dio, che hanno fame - ma non di pane, ne hanno tanto di pane - di Dio! E andare là, per dire questa verità: Gesù Cristo è il Signore e lui ti salva. Ma sempre andare a toccare la carne di Cristo! Non si può predicare un Vangelo puramente intellettuale: il Vangelo è verità ma è anche amore ed è anche bellezza! E questa è la gioia del Vangelo! Questa è proprio la gioia del Vangelo.

25,31-47 Contemplare è entrare nelle ferite di Cristo [4]

(Rispondendo ad una domanda) Essere contemplativo nell’azione non è camminare nella vita guardando il cielo, perché cadrai in una buca, di sicuro! Bisogna capire cosa significa questa contemplazione. Tu hai detto una cosa, una parola che mi ha colpito: ho toccato con mano le ferite del Signore nelle povertà degli uomini del nostro tempo. E questa credo che sia una delle migliori medicine per una malattia che ci colpisce tanto, che è l’indifferenza. Anche lo scetticismo: credere che non si possa fare niente. Il patrono degli indifferenti e degli scettici è Tommaso: Tommaso ha dovuto toccare le ferite.

Entrare nelle ferite del Signore
C’è un bellissimo discorso, una bellissima meditazione di san Bernardo sulle piaghe del Signore. […] Entrare nelle ferite del Signore: noi serviamo un Signore piagato d’amore; le mani del nostro Dio sono mani piagate di amore. Essere capaci di entrare lì… E ancora Bernardo continua: “Sii fiducioso: entra nella ferita del suo fianco e contemplerai l’amore di quel cuore”. Le ferite dell’umanità, se tu ti avvicini lì, se tu tocchi – e questa è dottrina cattolica – tocchi il Signore ferito. Questo lo troverai in Matteo 25, non sono eretico dicendo questo. Quando tu tocchi le ferite del Signore, tu capisci un po’ di più il mistero di Cristo, di Dio incarnato. Questo è proprio il messaggio di Ignazio, nella spiritualità: una spiritualità dove al centro è Gesù Cristo, non le istituzioni, non le persone, no. Gesù Cristo. Ma Cristo incarnato! E quando tu fai gli Esercizi spirituali, lui ti dice che vedendo il Signore che soffre, le ferite del Signore, sforzati di piangere, di sentire dolore. E la spiritualità ignaziana dà al vostro Movimento questa strada, offre questa strada: entrare nel cuore di Dio attraverso le ferite di Gesù Cristo. Cristo ferito negli affamati, negli ignoranti, negli scartati, negli anziani soli, negli ammalati, nei carcerati, nei pazzi… è lì. E quale potrebbe essere lo sbaglio più grande per uno di voi? Parlare di Dio, trovare Dio, incontrare Dio ma un Dio, un “Dio-spray”, un Dio diffuso, un Dio etereo… Ignazio voleva che tu incontrassi Gesù Cristo, il Signore, che ti ama e ha dato la sua vita per te, ferito per il tuo peccato, per il mio peccato, per tutti… E le ferite del Signore sono dappertutto. In questo che tu hai detto c’è proprio la chiave.

Formare ad entrare nelle ferite del Signore
Noi possiamo parlare tanto di teologia, tanto… cose buone, parlare di Dio… ma la strada è che tu sia capace di contemplare Gesù Cristo, leggere il Vangelo, cosa ha fatto Gesù Cristo: è lui, il Signore! E innamorarti di Gesù Cristo e dire a Gesù Cristo che ti scelga per seguirlo, per essere come lui. E questo si fa con la preghiera e anche toccando le ferite del Signore. Mai conoscerai, tu, Gesù Cristo se non tocchi le sue piaghe, le sue ferite. Lui è stato ferito per noi. Questa è la strada, è la strada che offre la spiritualità ignaziana a tutti noi: il cammino… E vado anche un po’ oltre: tu sei formatore di futuri sacerdoti. Per favore, se tu vedi un ragazzo intelligente, bravo, ma che non ha questa esperienza di toccare il Signore, di abbracciare il Signore, di amare il Signore ferito, consigliagli di andarsene a prendere una bella vacanza di uno o due anni… e gli farai del bene. “Ma, Padre, noi siamo pochi sacerdoti: ne abbiamo bisogno…”. Per favore, che l’illusione della quantità non ci inganni e ci faccia perdere di vista la qualità! Abbiamo bisogno di sacerdoti che preghino. Ma che preghino Gesù Cristo, che sfidino Gesù Cristo per il loro popolo, come Mosè che aveva la faccia tosta per sfidare Dio e salvare il popolo che Dio voleva distruggere, con quel coraggio davanti a Dio; sacerdoti che abbiano anche il coraggio di soffrire, di portare la solitudine e dare tanto amore. Anche per loro vale quel discorso di Bernardo sulle piaghe del Signore.

25,31-46 Sono ancora valide e attuali le opere di misericordia? [5]

Sono attuali, sono valide. Forse in qualche caso si possono “tradurre” meglio, ma restano la base per il nostro esame di coscienza. Ci aiutano ad aprirci alla misericordia di Dio, a chiedere la grazia di capire che senza misericordia la persona non può fare niente, che tu non puoi fare niente, e che “il mondo non esisterebbe” come diceva la vecchietta che incontrai nel 1992.
Guardiamo anzitutto alle sette opere di misericordia corporale: dar da mangiare agli affamati; dar da bere agli assetati; vestire chi è nudo; dare alloggio ai pellegrini; visitare gli ammalati; visitare i carcerati; seppellire i morti. Mi sembra che non ci sia molto da spiegare. E se guardiamo alla nostra situazione, alle nostre società, mi sembra che non manchino circostanze e occasioni attorno a noi. Di fronte al senzatetto che staziona sotto casa nostra, al povero che non ha da mangiare, alla famiglia dei nostri vicini che non arriva a fine mese a causa della crisi, perché il marito ha perso il lavoro, che cosa dobbiamo fare? Di fronte agli immigrati che sopravvivono alla traversata e sbarcano sulle nostre coste, come dobbiamo comportarci? Di fronte agli anziani soli, abbandonati, che non hanno più nessuno, che cosa dobbiamo fare?
Gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente diamo. Siamo chiamati a servire Gesù crocifisso, in ogni persona emarginata, a toccare la carne di Cristo in chi è escluso, ha fame, ha sete, è nudo, carcerato, ammalato, disoccupato, perseguitato, profugo. Lì troviamo il nostro Dio, lì tocchiamo il Signore. Ce l’ha detto Gesù stesso, spiegando quale sarà il protocollo sulla base del quale tutti saremo giudicati: ogni qual volta avremo fatto questo al più piccolo dei nostri fratelli, l’avremo fatto a Lui (Mt 25,31-46).
Alle opere di misericordia corporale seguono quelle di misericordia spirituale: consigliare i dubbiosi; insegnare agli ignoranti; ammonire i peccatori; consolare gli afflitti; perdonare le offese; sopportare pazientemente le persone moleste; pregare Dio per i vivi e per i morti. Pensiamo alle prime quattro opere di misericordia spirituale: non hanno a che fare, in fondo, con quello che abbiamo defi¬nito “l’apostolato dell’orecchio”? Avvicinare, saper ascoltare, consigliare, insegnare anzitutto con la nostra testimonianza. Nell’accoglienza dell’emarginato che è ferito nel corpo, e nell’accoglienza del peccatore che è ferito nell’anima, si gioca la nostra credibilità come cristiani. Ricordiamo sempre le pa¬role di san Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”.

25,35 “Ero forestiero e mi avete accolto” [6]

Ero forestiero... Ognuno di voi, rifugiati che bussate alle nostre porte ha il volto di Dio, è carne di Cristo. La vostra esperienza di dolore e di speranza ci ricorda che siamo tutti stranieri e pellegrini su questa Terra, accolti da qualcuno con generosità e senza alcun merito. Chi come voi è fuggito dalla propria terra a causa dell’oppressione, della guerra, di una natura sfigurata dall’inquinamento e dalla desertificazione, o dell’ingiusta distribuzione delle risorse del pianeta, è un fratello con cui dividere il pane, la casa, la vita.
Troppe volte non vi abbiamo accolto! Perdonate la chiusura e l’indifferenza delle nostre società che temono il cambiamento di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede. Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono. Siete la testimonianza di come il nostro Dio clemente e misericordioso sa trasformare il male e l'ingiustizia di cui soffrite in un bene per tutti. Perché ognuno di voi può essere un ponte che unisce popoli lontani, che rende possibile l’incontro tra culture e religioni diverse, una via per riscoprire la nostra comune umanità.

25,35 Mancanza di abitazione [7]

Voglio essere molto chiaro: non c’è nessun motivo, nessun tipo di giustificazione sociale, morale, o di altro genere per accettare la mancanza di abitazione. Sono situazioni ingiuste, ma sappiamo che Dio le sta soffrendo insieme con noi, le sta vivendo al nostro fianco. Non ci lascia soli.
Gesù non solo ha voluto essere solidale con ogni persona, non solo ha voluto che nessuno senta o viva la mancanza della sua compagnia, del suo aiuto, del suo amore. Egli stesso si è identificato con tutti quelli che soffrono, che piangono, che patiscono qualche tipo di ingiustizia. Lo dice chiaramente: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto” (Mt 25,35).
È la fede a dirci che Dio è con voi, che Dio è in mezzo a noi e la sua presenza ci spinge alla carità. Quella carità che nasce dalla chiamata di un Dio che non cessa di bussare alla nostra porta, la porta di tutti per invitarci all’amore, alla compassione, a donarci gli uni agli altri.
Gesù continua a bussare alle nostre porte, alla nostra vita. Non lo fa magicamente, non lo fa con trucchi o con cartelli luminosi o con fuochi d’artificio. Gesù continua a bussare alla nostra porta nel volto del fratello, nel volte del vicino, nel volto di chi ci sta accanto.

NOTE

[1] Discorso, Incontro con i rappresentanti del V Convegno Nazionale della Chiesa Italiana. Cattedrale di Santa Maria del Fiore, Firenze,10 novembre 2015.
[2] La nostra carne nella preghiera, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 181-187; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014, 7-11.
[3] Discorso, Chiesa pentecostale della Riconciliazione, Caserta - 28 luglio 2014.
[4] Incontro con le comunità di Vita Cristiana (CVX) e la lega missionaria studenti d’Italia. Domande e risposte a braccio Aula Paolo VI, 30 aprile 2015.
[5] Per vivere il giubileo, in FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, PIEMME - LEV, Milano – Città del Vaticano 2016, 105-109.
[6] Videomessaggio per i 35 anni del Centro Astalli, 21 aprile 2016.
[7] Visita al Centro Caritativo della Parrocchia St Patrick e incontro con i senza tetto, Washington, D.C., 24 settembre 2015.