Il Regno in noi

Fratel Guido - Bose

16 novembre 2017

 

In quel tempo,20 i farisei gli domandarono: «Quando verrà il regno di Dio?». Egli rispose loro: «Il regno di Dio non viene in modo da attirare l'attenzione, 21 e nessuno dirà: «Eccolo qui», oppure: «Eccolo là». Perché, ecco, il regno di Dio è in mezzo a voi!». 22 Disse poi ai discepoli: «Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell'uomo, ma non lo vedrete. 23 Vi diranno: «Eccolo là», oppure: «Eccolo qui»; non andateci, non seguiteli. 24 Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all'altro del cielo, così sarà il Figlio dell'uomo nel suo giorno. 25 Ma prima è necessario che egli soffra molto e venga rifiutato da questa generazione.
Lc 17,20-25

Alla domanda dei farisei sul tempo della venuta del regno di Dio Gesù dà una duplice risposta che saremmo tentati di interpretare come una sola, espressa con termini simili, come a rafforzare l’unico concetto espresso: nessuno conosce né il giorno né l’ora della venuta del Figlio dell’uomo (cf. Mt 24,36), il giorno temibile e benedetto dell’irruzione del regno di Dio nella storia. Ma se leggiamo con attenzione il testo, ci accorgiamo che la domanda è sì una sola, ma che Gesù risponde a due gruppi di interlocutori diversi: dapprima ai farisei, coloro che lo hanno interrogato, e poi ai discepoli, evidentemente presenti alla scena. Le differenze tra le due risposte non sono allora semplici sfumature, frutto di una finezza stilistica dell’evangelista ma, con ogni probabilità, uno sdoppiamento del messaggio che Gesù opera per renderlo più aderente alle persone concrete con cui si confronta.
Così ai “farisei” – che, come sappiamo, rappresentano le persone religiose di ogni tempo e quindi anche noi stessi ogni volta che ci rifugiamo nei cliché religiosi per sfuggire all’unico comandamento dell’amore – Gesù parla di “regno di Dio” e svela che non si tratta di un reame, con confini, leggi, governanti ed eserciti, bensì di una condizione di vita: quella di chi lascia che sia il Signore a regnare sulla propria vita, sui propri pensieri, parole, opere. Questo tipo di regno viene, av-viene ogniqualvolta noi lo riconosciamo come spazio in cui tutto il nostro cuore, la nostra mente, le nostre forze sono impiegate per l’amore di Dio e del prossimo, compimento di ogni legge (cf. Mt 22,40; Rm 13,10). Per questo il regno è già in mezzo a noi: a noi spetta solo il riconoscerlo, il discernere la presenza del Signore Gesù nel povero, nello straniero, nel bisognoso, nel più piccolo dei nostri simili. È un regno che non attira l’attenzione, che non si impone, che non dobbiamo cercare fuori da noi stessi perché è già lì, in attesa accanto a noi e apparirà non appena gli apriremo, aprendo il nostro cuore al povero che bussa.
Ai discepoli invece – cioè ancora a noi quando ci mettiamo in cammino per seguirlo – Gesù parla del Figlio dell’uomo e del suo “giorno”, di quel tempo propizio in cui l’essere umano può diventare quello che Dio ha sempre pensato e desiderato che fosse, quell'uomo pienamente uomo come è stato Gesù di Nazaret. E per i discepoli l’immagine trionfale del regno cede il posto a un uomo che soffre molto ed è rifiutato, un uomo che impara l'obbedienza dalle cose che patisce (Ebr 5,8), un uomo di cui i potenti fanno quello che vogliono, un uomo condannato a morire da maledetto. È lui che i discepoli, i seguaci devono seguire: non devono seguire voci che rimandano a una presenza invisibile, ma fissare lo sguardo su un trafitto, sfigurato a tal punto da non avere più sembianze umane.
Una sola domanda su dove va la storia degli umani, due risposte di Gesù: a noi di convertire il nostro desiderio di uomini religiosi che cercano un regno di questo mondo e il potere connesso e di ridiventare, in questi giorni che sono i nostri, quei discepoli che il Signore non cessa di chiamare alla sequela: “Non seguite chi grida all’evento miracoloso, seguite me, il Figlio dell’uomo che conosce il molto patire e che sa che l’amore non verrà mai meno perché è più forte della morte”.