L'ipocrisia

in cattedra (Mt 23, 1-12)

XXXI Domenica Tempo Ordinario A

a cura di Franco Galeone *

jesussilencesleaders 

L’ipocrisia: un virus antico e sempre in agguato 

1. Il brano evangelico di oggi si ferma prima che Gesù inizi la sua invettiva: Guai a voi, scribi e farisei ipocriti! (vv. 13-29). La tensione, creatasi tra Gesù e i capi del popolo, diventa sempre più violenta; le invettive sono tanto gravi che suscitano stupore; è come se Gesù appartenesse ad un altro popolo, nemico, e parlasse una lingua straniera. Leggendo meglio, però, si comprende che le invettive e le minacce di Gesù sono come quelle scenate di casa, scenate di una grande famiglia come quella ebraica, litigiosa certo, ma in fondo tenacemente unita. Guai a fraintendere quei momenti di collera familiare, e dimenticare che anch’essi derivano dall’Amore, proprio come dall’Amore derivano anche la Legge e i Profeti. Gesù amava la sua gente. Le sue sferzate mirano non al ripudio e al rifiuto, ma alla comprensione e alla conversione. In Gesù fremeva un amore infinito, che lo faceva soffrire della cattiveria degli altri, e dei suoi in particolare. Insomma, Matteo non polemizza contro il popolo ebraico, ma ricorda ai maestri seduti sulla cattedra la necessità della coerenza tra annuncio di fede e vita di ogni giorno. 

2. Malachia e Matteo lanciano invettive gravissime. Malachia rimprovera apertamente i sacerdoti, perché sono ipocriti; le sue parole sono persino brutali: Spanderò sulla vostra faccia gli escrementi (2,3). Mai trovato minacce così umilianti! Davvero l’ipocrisia ripugna tanto a Dio! Ricordiamole queste parole: anch’esse fanno parte dei Libri Santi! Matteo per ben sette volte riporta il Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, con la chiusura terribile: Serpenti, razze di vipere (v.33). Queste invettive di Gesù sono le più forti nel Nuovo Testamento. Sembrano rimproveri rivolti solo ai sacerdoti, ma a ben riflettere riguardano anche noi. Gesù non invita il popolo alla disubbidienza, non mette in discussione l’autorità degli scribi e dei farisei, non demonizza tutto il popolo ebraico. Quello che Gesù rimprovera è l’ipocrisia. E questa è un vizio non solo clericale ma anche laicale, non solo ebraico ma anche cristiano! 

3. Da alcuni si sostiene che l’ipocrisia si incontra più tra i cristiani che gli altri, molto più tra i religiosi che i laici. È vero? Difficile rispondere; forse è vero, per il fatto che l’ideale cristiano è molto elevato, e non riuscendo a viverlo in pienezza, facilmente noi cristiani scendiamo a compromessi. Ma l’ipocrisia è una tentazione comune, tocca sacerdoti e laici, individui e famiglie, credenti e atei. Gesù vuole denunciare le deformazioni, le maschere che i credenti possono portare sul viso. Tutti! Più che colpire i farisei, Gesù vuole colpire il fariseismo. Le parole di Gesù non vanno scaraventate sulla faccia del vicino, del nostro parroco, degli altri insomma. Quando noi le sentiamo, siamo subito tentati di applicarle agli altri e invece vanno applicate anzitutto e soprattutto a noi, a ciascuno di noi. È sul nostro viso che devono lasciare il segno! È quell’ipocrita, nascosto nel nostro profondo, che va stanato! 

4. Il Vangelo rivela all’uomo il suo vero atteggiamento: il Vangelo è uno specchio (Gc 1,23), in cui ognuno è rivelato e denunziato; ma noi generalmente ci indigniamo della cattiveria altrui. Proprio come nella favola delle due bisacce raccontata da Fedro! Proprio come Pietro, che, quando gli fu predetto il suo tradimento, pensava a quello degli altri e non al suo (Mt 26,34). Proprio come il profeta Natan quando rimproverò Davide re: Sei tu quell’uomo! (2Sam 12,7). Tu, non un altro!
Non chiamate nessuno Maestro, Padre … 

5. Questo comando di Gesù sembra che nella Chiesa sia sempre stato violato. Quanti ecclesiastici si fanno chiamare maestro, monsignore, padre, rettor magnifico, reverendo, eccellenza, eminenza, santità… Tutti questi titoli spesso non facilitano una comunicazione diretta, fraterna. Gesù, sia ben chiaro, non propone semplicemente di abolire i titoli o di inventarne di nuovi; se bastasse questo, sarebbe una nuova forma di ipocrisia. L’apostolo Paolo, per esempio, anche lui a volte si farà chiamare padre, senza per questo andare contro il Vangelo. Il vero senso delle parole di Gesù è nelle parole finali del brano ascoltato: Il più grande tra voi sia il vostro servo. A questa condizione di servizio, lascia capire Gesù, ogni titolo può ancora restare, perché ha riacquistato il suo giusto significato. Il potere deve trasformarsi in servizio. Se avviene questo, sono superate tre tentazioni: a) quella del clericalismo, che serve più la Chiesa nelle sue strutture che il Cristo nell’umanità; b) quella del trionfalismo, che esercita il proprio servizio con orgogliosa autosufficienza; c) quella del paternalismo, che con il pretesto del servizio, invade la vita e la coscienza degli altri.
La vera Chiesa? Dove si ama di più! 

6. Il brano del Vangelo di Matteo fu scritto per la prima comunità cristiana, nella quale riemergevano i bisogni di distinzione, gli appetiti di dominio, e Matteo ricorda le parole di Gesù contro i farisei di ieri e quelli di oggi. Le parole del Vangelo, quindi, ci chiamano tutti in causa: la Chiesa in alto come gerarchia, e la Chiesa in basso come popolo di Dio. Quando noi, sconsolati, parliamo di scristianizzazione del mondo, dobbiamo interrogarci se abbiamo osservato le indicazioni del Vangelo. La parola di Dio non può essere pronunciata da chiunque e da qualunque cattedra; essa passa attraverso la testimonianza vissuta. Oggi non crediamo più ai maestri ma solo ai testimoni! Paolo, per esempio, nei suoi viaggi pastorali, non si presentava come predicatore di professione, non come maestro o padre o monsignore, ma come uomo tra gli uomini, preoccupandosi addirittura di non essere di peso a nessuno, lavorando con le sue mani per vivere. Sì, Paolo fu un prete-operaio ante litteram! Non ci dovremmo stupire se coloro che si chiamano successori degli apostoli vivano come gli altri, con il lavoro delle loro mani. Dovrebbe essere normale, come lo fu per Gesù, uomo tra gli uomini, senza distinzioni sacerdotali, in costante polemica contro quanti cercavano i primi posti, i pubblici inchini, i turiboli fumiganti! 

7. Se la nostra comunità cristiana dev’essere fraterna, allora quante sovrastrutture devono cadere. Non è accaduto: l’Annuario Pontificio contempla ancora tutta una serie di privilegi, di titoli, di lustrini, delizia e tormento di quanti spasimano fare carriera. Dobbiamo essere predicatori di fraternità, non solo nello spirito invisibile, ma anche nella storia visibile; senza questa coerenza, il nostro rapporto con il mondo è ipocrisia, e la storia della Chiesa si confonde con la storia delle classi dominanti. Oggi, firmare i documenti con il bel titolo di servus servorum Dei non basta più; occorre esserlo davvero agli occhi dei popoli, altrimenti questi continueranno a immaginare la massima autorità della Chiesa ancora come the king of kings. Nella società civile, almeno formalmente sono stati compiuti grandi progressi in questa direzione Invece all’interno della Chiesa sopravvivono. La vera Chiesa? Quella dove c’è più verità? No, quella dove ci si ama di più! Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano