Il perdono è

una cosa seria (Mt 18. 21)

XXIV Domenica Tempo Ordinario A

A cura di Franco Galeone * 

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La domenica “del perdono ricevuto e trasmesso”

Pietro chiede al Signore quante volte si deve perdonare, e si sente rispondere settanta volte sette, cioè sempre (vv. 21-22). In questo contesto, Gesù racconta una parabola, in cui tutto è infinitamente grande (come il debito di vari miliardi) o infinitamente piccolo (come il debito di pochi centesimi). Si tratta di un dramma sempre in atto. Chi ottiene una sanatoria completa, strozza poi un dipendente che gli deve pochi soldini! Chi sta in alto trasgredisce con protervia la legge, e poi provoca un casus belli per le lievi inadempienze di un dipendente. Un coniuge tradisce gravemente l’altro, e poi giunge anche ad ucciderlo per una inezia ingrandita dalla gelosia! Con Dio però le cose vanno diversamente: è buono fino a caricarsi sulle spalle tutte le nostre malefatte, ma non tollera il sopruso di chi, peccatore grave, non perdona i piccoli peccati degli altri. Se ricordassimo quella frase del Padre nostro: “Perdona a noi come anche noi perdoniamo agli altri”! È una preghiera, ma può essere anche una condanna!

 

Il perdono è una cosa seria!

Una concezione antica, molto diffusa nella società asiatica, sostiene che chi sbaglia non merita perdono, anche se buone erano le sue intenzioni. Non c’è rimedio alla colpa, non c’è perdono al peccato. La tradizione giudaico-cristiana si pone all’opposto di quella asiatica, perché dà importanza all’interiorità, all’intenzione: se il colpevole riconosce la sua colpa, va perdonato. È uno dei maggiori progressi compiuti dall’umanità. Ma perdonare non è facile! Ci possono essere due tipi di perdono: a) il primo, come “rinuncia a punire”, ma non si dimentica quanto è avvenuto; a volte sentiamo: “Lo perdono, ma non voglio più vederlo”; b) il secondo come “annullo del male”; questo lo fa una madre quando perdona il figlio; è il perdono dell’amore; si tratta di un perdono difficile, possibile solo a Dio e in parte ai santi. La nostra società ha dimenticato che il perdono è una cosa seria, come serio è il rimorso. Presi da frettolosa superficialità, chiamiamo “pentiti” anche gli opportunisti che collaborano con la giustizia, non si capisce bene se per convenienza per vendetta. Mi viene alla memoria l’osservazione dell’ebreo russo Vladimir Jankélevitc, quando gli venne fatta la proposta di perdonare i colpevoli dell’Olocausto: “Ma ci hanno mai chiesto il perdono? Non si sentono colpevoli. Perché dovrei perdonare?”.

Perdonati da Dio, perdoniamo ai fratelli …

Un debitore deve circa dieci miliardi, e il padrone gli concede non una proroga, ma condona tutto il debito! Lezione trasparente: l’uomo, davanti a Dio, è un debitore insolvibile; se Dio non interviene, nessuno sarà salvo! Non possiamo restituire a Dio dieci miliardi (μυρίων ταλάντων)… ma possiamo condonare pochi euro la nostro prossimo! La salvezza è grazia, possiamo solo “essere salvati”. L’altro debitore deve solo poche migliaia di lire: i nostri debiti, le nostre offese reciproche sono piccola cosa rispetto alle offese contro Dio. Il giudaismo conosceva già la legge del perdono delle offese, ma era una conquista recente, che si era imposta solo grazie all’individuazione di un tariffario ben preciso. Perdonare, sì, ma quante volte? I rabbini insegnavano che Dio perdona tre volte; le scuole rabbiniche precisavano che si doveva perdonare tante volte alla moglie, tante volte ai figli, tante volte agli amici … Il “tariffario del perdono” variava da scuola a scuola. Anche Pietro chiede a Gesù quale sia il suo tariffario. Pietro, a contatto con Gesù, aveva capito che le misure allora in voga non bastavano più, e abbozza una risposta: “Perdonare fino a sette volte?”. Sette è più di tre, e inoltre è un bel numero simbolico! “Non ti dico fino a sette …”, e qui Pietro avrà tirato un sospiro di sollievo: Gesù stava abbassando il tariffario, ma il sorriso di compiacimento gli si spegne sulle labbra: “… ma fino a settanta volte sette!”. La risposta di Gesù è stata fulminante. Gesù scompiglia le nostre cifre ragionevoli, non c’è un’ultima volta, è finito il tempo dei conti. Ecco la buona novella: perdonare sempre! Il meglio che possiamo fare è di essere generosi verso chi ci ha fatto del male. Ma non basta. Spesso siamo feroci anche con chi ci ha fatto solo del bene. Ai lupi spietati di questa razza, Gesù non dice: “Via, siate più buoni!”. Tiene invece due discorsi opposti e sconvolgenti. Da un lato minaccia il castigo eterno e gli aguzzini dell’inferno. Dall’altro, ci spinge verso la santità e il perdono. Cure drastiche quelle di Gesù! Il suo Vangelo sarà tagliente come scure, bruciante come il sale, discriminante come la luce, vitale come il seme … ma non un innocuo vaccino o una tiepida camomilla o una dolcificante vaniglia!

Il perdono è sempre una virtù?

Perdonare le offese, amare i nemici: è una delle maggiori caratteristiche del Vangelo. E tanti cristiani hanno preso sul serio questo comando di Gesù, da santo Stefano fino ai martiri di oggi. Il Vangelo ha avuto una grande importanza nell’educazione dei popoli dell’Occidente, e molte idee di libertà, uguaglianza, fraternità, anche se laiche, hanno la loro matrice nel cristianesimo. Ma la storia della Chiesa è piena anche di esempi negativi: guerre sante, vendette di religione, conquiste coloniali, battesimi forzati, roghi e inquisizione, neocolonialismo e industria della guerra. Davanti a queste colpe gravi, che offendono non solo il singolo ma la comunità, ci chiediamo: il perdono è sempre una virtù? Fanno male quelle offese che appartengono alla minuscola trama della vita intersoggettiva, ma fanno molto più male le grandi offese, quelle contro le classi sociali, i gruppi etnici, le nazioni intere. Come parlare di perdono agli ebrei verso i loro aguzzini tedeschi? Come parlare di perdono ai negri defraudati della loro civiltà dai conquistadores? Come parlare di perdono alle tante minoranze etniche massacrate dal tiranno? Parlare di perdono come virtù privata, senza rapporti con la giustizia, è uno scandalo. Gli insegnamenti del Vangelo non vanno consumati nelle delizie della solitudine ma realizzati nella giustizia!

Sottolineature

- Quando ci viene fatta un’ingiustizia, come comportarci? Spesso diamo ricorriamo al regolamento dei conti, ma in questo modo si peggiora il male. Lungo i secoli sono state trovate diverse soluzioni: 1) reagire al male con il male; l’esempio più noto è quello di Lamech, il figlio di Qaìn, che davanti alle due mogli Adàh e Tzillàh si vantava: “Sette volte si è vendicato Qaìn, ma Lamech settante volte sette” (Gn 4,23). 2) Un passo in avanti è rappresentato dalla famosa lex talionis: “Occhio per occhio” (Es 21,24), che non è un invito alla vendetta ma al giusto risarcimento. L’Antico Testamento non è andato oltre: “Tu non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso”. È il punto più alto della religione ebraica! Gesù porta alla perfezione la saggezza dell’ebraismo: dalla vendetta al risarcimento giusto al perdono.
- Al tempo di Gesù le varie scuole rabbiniche condannavano la vendetta e insistevano sulle relazioni pacifiche: chi ha sbagliato deve riconoscere il proprio errore e la persona offesa deve concedere il perdono; se l’offeso muore prima della pacificazione, allora chi lo ha offeso deve recarsi sulla sua tomba con alcuni testimoni e, deponendo una pietra, dichiara: “Ho agito male verso di te. Perdonami”.
- Diecimila talenti: il talento corrispondeva a 36 kg d’oro; il suo valore, moltiplicato per 10.000 – la cifra più alta della lingua greca – dà una cifra enorme; per capire meglio: corrisponde allo stipendio di 200.000 anni di lavoro, 2.400.000 buste paga. Impensabile e impossibile una restituzione.
- Gli ebrei, per definire il peccato, erano ricorsi ad una ventina di immagini; al tempo di Cristo era prevalente quella del “debito” nei confronti di Dio; la buona gente si sentiva sempre in arretrato con i pagamenti con Dio, le opere buone non compensavano le infrazioni della legge, il debito con Dio aumentava di anno in anno! Capita anche oggi! Solo i farisei pensavano di avere i conti con Dio a posto. Illusione: come dichiara Paolo “tutti hanno peccato e solo privi della gloria di Dio” (Rm 3,23). Noi non possiamo salvare con le nostre opere buone, possiamo solo essere salvati grazie alla misericordia di Dio!
- L’ultima scena (vv.31-35) con quelle parole “Così anche il Padre mio celeste farà a ciascuno di voi…” va compresa bene: Il Signore non ripaga con la stessa moneta, non si ispira alla lex talionis; una simile spiegazione contraddice tutto il messaggio della parabola, che dico, di tutto il Vangelo. E allora? I predicatori del tempo di Gesù, per scuotere gli uditori, per mettere in risalto un insegnamento, ricorrevano a immagini drammatiche. Per non falsare il messaggio di Gesù, da questa parabola vanno eliminate tutte quelle immagini “infernali” tipiche del linguaggio semitico di duemila anni fa. Presentare Dio come un giudice, un giustiziere, un vendicatore è semplicemente blasfemo! Buona vita!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano