Cambiare mentalità

Domenica XXII del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

 Cross

16,21 La croce domanda un cambio di mentalità [1]

Un momento critico…
Nell’itinerario domenicale con il Vangelo di Matteo, arriviamo oggi al punto cruciale in cui Gesù, dopo aver verificato che Pietro e gli altri undici avevano creduto in Lui come Messia e Figlio di Dio, «cominciò a spiegare [loro] che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto … , venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (16,21). È un momento critico in cui emerge il contrasto tra il modo di pensare di Gesù e quello dei discepoli. Pietro addirittura si sente in dovere di rimproverare il Maestro, perché non può attribuire al Messia una fine così ignobile. Allora Gesù, a sua volta, rimprovera duramente Pietro, lo rimette “in riga”, perché non pensa «secondo Dio, ma secondo gli uomini» (v. 23) e senza accorgersene fa la parte di satana, il tentatore.

… che esige un cambio di mentalità…
Su questo punto insiste, nella liturgia di questa domenica, anche l’apostolo Paolo, il quale, scrivendo ai cristiani di Roma, dice loro: «Non conformatevi a questo mondo - non entrare negli schemi di questo mondo - ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio» (Rm 12,2).
In effetti, noi cristiani viviamo nel mondo, pienamente inseriti nella realtà sociale e culturale del nostro tempo, ed è giusto così; ma questo comporta il rischio che diventiamo “mondani”, il rischio che “il sale perda il sapore”, come direbbe Gesù (cfr Mt 5,13), cioè che il cristiano si “annacqui”, perda la carica di novità che gli viene dal Signore e dallo Spirito Santo. Invece dovrebbe essere il contrario: quando nei cristiani rimane viva la forza del Vangelo, essa può trasformare «i criteri di giudizio, i valori determinanti, i punti di interesse, le linee di pensiero, le fonti ispiratrici e i modelli di vita» (Paolo VI, Esort. ap. Evangellii nuntiandi, 19). È triste trovare cristiani “annacquati”, che sembrano il vino allungato, e non si sa se sono cristiani o mondani, come il vino allungato non si sa se è vino o acqua! E’ triste, questo. E’ triste trovare cristiani che non sono più il sale della terra, e sappiamo che quando il sale perde il suo sapore, non serve più a niente. Il loro sale ha perso il sapore perché si sono consegnati allo spirito del mondo, cioè sono diventati mondani.

… attingendo dal vangelo, dalla preghiera e dall’eucarestia
Perciò è necessario rinnovarsi continuamente attingendo la linfa dal Vangelo. E come si può fare questo in pratica? Anzitutto proprio leggendo e meditando il Vangelo ogni giorno, così che la parola di Gesù sia sempre presente nella nostra vita. Ricordatevi: vi aiuterà portare sempre il Vangelo con voi: un piccolo Vangelo, in tasca, nella borsa, e leggerne durante il giorno un passo. Ma sempre con il Vangelo, perché è portare la Parola di Gesù, e poterla leggere. Inoltre partecipando alla Messa domenicale, dove incontriamo il Signore nella comunità, ascoltiamo la sua Parola e riceviamo l’Eucaristia che ci unisce a Lui e tra noi; e poi sono molto importanti per il rinnovamento spirituale le giornate di ritiro e di esercizi spirituali. Vangelo, Eucaristia e preghiera. Non dimenticare: Vangelo, Eucaristia, preghiera. Grazie a questi doni del Signore possiamo conformarci non al mondo, ma a Cristo, e seguirlo sulla sua via, la via del “perdere la propria vita” per ritrovarla (v. 25). “Perderla” nel senso di donarla, offrirla per amore e nell’amore – e questo comporta il sacrificio, anche la croce – per riceverla nuovamente purificata, liberata dall’egoismo e dall’ipoteca della morte, piena di eternità. La Vergine Maria ci precede sempre in questo cammino; lasciamoci guidare e accompagnare da lei

16,22 La tentazione di eludere la croce [2]

La tentazione per la Chiesa è stata e sarà sempre la stessa: eludere la croce (cf. Mt 16,22), mercanteggiare la verità, attenuare la forza redentrice della croce di Cristo per sfuggire alla persecuzione. Povera la Chiesa tiepida che rifugge ed evita la croce! Non sarà feconda, si “socializzerà educatamente” nella sua sterilità con strati e strati di una cultura accettabile. E questo, in definitiva, il prezzo che si paga, e ne fa le spese il popolo di Dio, per essersi vergognato del Vangelo, per aver avuto paura di rendere testimonianza.
Chiediamo al discepolo del Signore, questo primo nostro fratello che seguì l’esempio di Gesù e il cammino tracciato dal Vangelo, di concederci la grazia di non vergognarci della croce di Cristo, di non cedere, per timore, convenienza o comodità, alla tentazione di patteggiare la strategia del Regno, che comporta povertà, umiliazioni e umiltà; inoltre, supplichiamolo affinché ci doni la grazia di ricordare tutti i giorni le parole di san Paolo: “Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo” (2Tm 1,8).

16,25 Tutto o niente [3]

Il senso dell’abbandono nelle mani del Padre, e dell’impressione di abbandono da parte del Padre che è connessa con qualsiasi croce, indica la dimensione escatologica di questa “pietra fondamentale” della nostra vita cristiana.
Per vincere tutto, sulla croce, bisogna perdere tutto. Ecco che si vende tutto per comprare la pietra preziosa o il campo con il tesoro nascosto. Perdere tutto: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,25; Mc 8,34s; Lc 17,33). Nell’atto di perdere tutto si cerca la nuova vita, e l’esistenza sarà totalmente un dono; ma bisogna perdere tutto. Qui non valgono rassicurazioni e precauzioni, come quelle che presero Anania e Saffira (cf. At 5,1-11). Nessuno ci obbliga, siamo invitati. Ma l’invito è a “tutto o niente”: a non avere un luogo dove dormire, quando anche le volpi ne hanno uno; a lasciare che i morti seppelliscano i loro morti, e a convincersi quotidianamente del fatto che mettere la mano all’aratro e voltarsi indietro non è un comportamento compatibile con la gloria del Signore (cf. Lc 9,57-62).
È la croce a contrassegnare il senso bellico della nostra esistenza. Con la croce non si può negoziare, non si può dialogare: o la si abbraccia o la si respinge. Se scegliamo di respingerla, la nostra vita resterà nelle nostre mani, confinata nei momenti meschini del nostro orizzonte. Se l’abbracciamo, in quella stessa decisione perdiamo la vita, la lasciamo nelle mani di Dio, nel tempo di Dio, e ci verrà restituita soltanto in un altro modo.
Ci farà bene riflettere su questo bivio che segna il nostro futuro, e chiedere umilmente al Signore della gloria di volerci rendere partecipi del suo destino e della sua croce... e chiedere alla Madre del Signore, Madre nostra e della Chiesa, molto umilmente e con affetto filiale, come ci insegnava sant’Ignazio, di metterci accanto a suo Figlio.


NOTE

[1] Angelus, 31 agosto 2014.
[2] Male, in Papa Francesco - J. M. Bergoglio, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 77-108.
[3] Croce e senso bellico della vita, in J. M. Bergoglio, Pace, Milano Corriere della Sera 2014, (= Le parole di papa Francesco, 5), 31-46.