Il discepolo condivide

la croce e la gloria (Mt 16,21)

Domenica XXII Tempo Ordinario A

La domenica “della strada della croce”

A cura di Franco Galeone *

croceegloria

Continua l’insegnamento di Gesù ai discepoli. La parola di Gesù, così feriale e quotidiana, ogni tanto era segnata da laceranti richiami, che provocavano vertigini. Era come un cielo tranquillo d’estate improvvisamente stracciato da lampi e saette, o come un mare liscio come l’olio improvvisamente stravolto da ondate rabbiose. La terribilità di Dio traspariva allora sulla faccia severa di Gesù. In quegli istanti, gli apostoli capivano di trovarsi di fronte alla maestà di Dio. Era come un lampo, come un’onda spaventosa, come una rasoiata di luce! Per quanto dolce e misericordioso, Gesù restava sempre il Signore della vita e della morte.
Beato te, Pietro… Lontano da me, Pietro…
È davvero simpatico Pietro, per questa sua alternanza di eroismo e di paura. Naufraga nell’acqua perché uomo di poca fede, ma poi Gesù lo mette a fondamento della sua Chiesa. Oggi si sente un terribile rimprovero: Lungi da me, satana! Come mai? Forse Pietro si era illuso della sua bravura, si sentiva ormai una persona di prestigio, capace persino di dare consigli a Dio; forse, ascoltata la profezia della persecuzione che toccava Gesù e i suoi discepoli, ha voluto sottrarsi a quella prospettiva; forse Pietro non aveva ben compreso che chi vuole seguire Gesù, deve prendere ogni giorno la croce e seguirlo. Ma non è solo questo. Gesù ha appena fondato la sua Chiesa, ha appena scelto Pietro come suo capo, ha appena trasmesso agli apostoli immensi poteri. Ma Gesù conosce bene i suoi alunni: la Pentecoste, che farà capire loro tutta la verità, è ancora lontana. Allo stato attuale sarebbero capaci solo di montarsi la testa, di immaginare la Chiesa come un impero glorioso. Perciò, dopo averli prima entusiasmati con le parole a Cesarea, ora li raffredda con previsioni di morte. È chiaro che le persecuzioni non riusciranno ad abbattere la Chiesa (Non praevalebunt), ma è anche chiaro che si deve prendere ogni giorno la croce e seguire Gesù.
È davvero difficile essere sempre in sintonia con Gesù, anche per Pietro. Figuriamoci per noi! Ma cosa Pietro aveva detto di tanto scandaloso da meritare il rimprovero di Gesù? Egli aveva semplicemente espresso affetto per Gesù, l’augurio che alla persona amata non accada nulla di male. È umano temere per le persone amate la sofferenza, e cercare di opporsi al destino di morte. Pietro voleva davvero bene a Gesù; e poi, sapeva di essersi compromesso in tutto con Gesù; un fallimento di Gesù avrebbe provocato anche il suo fallimento. Affetto, quindi, ma anche interesse! Ma Gesù vedeva più lontano e più profondo: in Pietro c’era un diavolo ben più forte di quello affrontato nel deserto; c’erano tutti quei pensatori scettici e benpensanti che volevano eliminare la croce dalla vita terrena. Precludendosi così l’ingresso nella vita eterna!
Attenzione alla ortodossia, ma anche alla ortoprassia!

Letto il Vangelo, la prima cosa che balza evidente è lo sconvolgimento di tutte le logiche umane. Chi vuole seguire Cristo, deve rinnegare se stesso; Cristo prende in pugno la nostra vita, la rigira come ulive nel frantoio, la spreme come uva nel torchio, perché diventiamo degni di Lui. Ci fa piangere, come una madre nelle doglie del parto, quando dobbiamo scegliere il bene e non vogliamo arrenderci. È spada affilata che incide nella carne e nel sangue la parola di Dio. Le dure parole di Gesù mettono ognuno di noi davanti ad un bivio. Quante volte abbiamo ascoltato e ripetuto le decisive e incisive parole di Cristo, così, senza battere ciglio. Sono parole che pesano tonnellate, e noi le edulcoriamo a slogan innocui; sono virus, e noi le riduciamo a vaccino. Ecco allora nelle nostre comunità e nella nostra vita lo scandalo del compromesso, perché facciamo prevalere la politica sul Vangelo, la previdenza sulla provvidenza, la ragion di Chiesa sulla logica divina. È difficile da eliminare quell’astuto Ulisse fabbricator di inganni, cioè quella furbizia tutta greca da cui è affetta la cultura occidentale. Ci ritroviamo così un po’ tutti mercenari mediocri; la nostra bandiera è diventata un foulard; una comoda preghiera ci tranquillizza; Dio ce lo siamo costruito a nostra somiglianza. Per fortuna, le sue parole sono anche un indice pietoso che a noi, tutti più o meno sbandati e confusi, indica la strada giusta da seguire; non è una comoda autostrada confortata da motel o autogrill: si tratta di un sentiero, tutto in salita, fra rovi e spine, che conduce alla croce e si conclude con la risurrezione. Che possiamo percorrerlo tutti questo sentiero, fino in fondo! Il Signore ci liberi dalla tentazione di rimpicciolire queste grandiose parole di Gesù. Soprattutto ci aiuti a viverle, sine glossa!

 

Sottolineature

- Il messia deve andare a Gerusalemme: il testo utilizza il verbo greco déi (δει), che designa una necessità assoluta, indiscutibile (W. Popkes). Ma questa necessità ha posto un problema: Gesù doveva soffrire e morire perché così lo aveva deciso Dio? O perché lo stesso Gesù ha vissuto in maniera tale che quella vita non poteva finire che nel fallimento, nella sofferenza e nella morte? Cosa vuole dire questo? Che il Messia deve soffrire molto (δει πολλα παθειν), significa forse che Dio aveva bisogno della sofferenza e della morte di suo Figlio? Ma questo è fare di Dio un mostro di malvagità e di sadismo. Una simile affermazione teologica è assolutamente intollerabile ed inaccettabile. In un Dio così non è possibile credere. Per mettere le cose al loro posto, è necessario sapere:
1) Nel N.T. il verbo déin (δειν) è collegato con norme di Dio per l’etica e la pietà (At 5,29; 1 Ts 4,1; Rm 8,26; 1 Cor 8,2; 1 Tm 3,2.7.15; Lc 13,14.16).
2) Mai è collegato con sofferenze che Dio manda o con decisioni divine relative alla morte di alcuno.
3) E quindi mai è collegato a sofferenze, violenza e morte, la cui origine sta nelle autorità religiose. Bisogna concludere quindi che non è stato Dio, ma la Religione (per mezzo dei suoi rappresentanti ufficiali) ad uccidere Gesù. Il progetto di uccidere Gesù venne dagli osservanti religiosi, dai farisei (Mc 3,6). E lo realizzò il Sinedrio delle autorità religiose di Gerusalemme (Gv 11, 47-53). Il fatto storico ci dice che Gesù è morto come un sovversivo fallito, per solidarietà con tutti coloro che soffrono in questo mondo. Questo è l’aspetto fondamentale. E dovrebbe essere l’aspetto determinante per la Chiesa (J. Maria Castillo).
- Da allora Gesù cominciò a insegnare: Gesù per la prima volta informa i suoi di quello che l’aspetta a Gerusalemme, mandando così in frantumi i loro progetti; non promette una carriera di successi, di potere, di fama ma uno scontro mortale con il potere religioso; anziani, sacerdoti, scribi lo avrebbero consegnato al potere politico.
- Pietro lo prese con sé: l’evangelista presenta Simone soltanto con il soprannome negativo, termine tecnico con il quale Matteo indica l’opposizione, la contrarietà di questo discepolo a quanto Gesù annunzia.
- E cominciò a rimproverarlo, letteralmente sgridarlo, ed è il verbo (επιτιμαν) che si adopera per scacciare i demòni. Quindi per Pietro quello che Gesù ha detto è addirittura un pensiero satanico. La traduzione traduce con Dio non voglia, ma letteralmente è Il Signore abbia pietà di te (ιλεως σοι). È un’espressione adoperata per quelli che avevano abbandonato Dio. Quindi per Pietro quello che Gesù sta dicendo è una cosa lontana da Dio, un pensiero demoniaco, per cui Dio deve perdonarlo, addirittura.
- Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: Va’ dietro a me, Satana! Sono gli stessi termini che Gesù ha adoperato nel deserto per rifiutare le seduzioni del tentatore (Mt 4,10). Come al tentatore, al diavolo, Gesù dice Vattene; però Gesù non rompe con il discepolo, gli dà una possibilità: torna a metterti dietro di me.
- Tu mi sei di scandalo: quello che Gesù aveva definito una pietra adatta per la costruzione della sua ecclesia, quello che era stato chiamato ad essere un mattone per la costruzione, adesso diventa una pietra di inciampo, una pietra di scandalo. Perché Gesù giunse a qualificare Pietro come Satana. Perché era in gioco l’aspetto più decisivo del messianismo: il Messia, secondo l’A.T., era l’unto. E unti erano il sommo sacerdote ed il re. Per ogni ebreo il messianismo era associato al potere ed alla grandezza, al governo glorioso del re Davide (Is 9, 1-6; 11, 1ss; Mi 5, 1-5); al messia era associata la regalità, il potere, il successo (K. H. Rengstorf).
- Allora Gesù disse ai suoi discepoli: Gesù comprende che non è solo Pietro ad avere questa mentalità; nessun discepolo vuole essere ministro senza portafogli! Ecco allora che si rivolge a tutto il resto dei suoi per dire che è sì il messia, non politico o diplomatico o armato, ma è il servo sofferente (v. 21) e poi parla delle condizioni per seguirlo (vv. 24-25); i verbi adoperati sono: rinnegare, portare la croce, seguire, perdere la vita, che sono sfumature di una stessa realtà; chi vuole seguire Cristo deve rinunciare decisamente a tutto, per condividere con Gesù il suo drammatico destino, che culmina sulla croce dove tutto sembra finire e da dove tutto riparte.
- Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso: rinnegare se stesso non significa mortificare la propria esistenza, ma rinunciare a questi pensieri di ambizione, di successo, di carriera.
- E sollevi la sua croce: la croce non viene data da Dio, ma viene presa dagli uomini. L’evangelista adopera il verbo sollevare (απολεσειν), che indicava il momento nel quale il condannato doveva sollevare da terra il patibolo e caricarselo sulle spalle. Poi da lì, dal tribunale, uscire dalla porta della città per andare nel luogo dove doveva essere giustiziato. Era il momento più tremendo, il momento della solitudine. La gente aveva l’obbligo religioso di insultare e malmenare questa persona. La croce era la pena di morte riservata ai rifiuti della società. Quindi Gesù non sta parlando di sofferenze e di dolore, ma sta parlando dello scandalo che seguire Gesù comporta. Gesù non sta parlando della morte in croce, ma della via dolorosa verso il supplizio; se i discepoli non sono pronti a perdere la propria reputazione – perché di questo si tratta – che non pensino a seguirlo, perché seguire Gesù significa andare incontro al massimo disonore.
- Perché il Figlio dell’Uomo sta per venire nella gloria del Padre suo: Figlio dell’uomo indica Gesù nella pienezza della condizione divina. Gesù contrappone al massimo disonore dell’istituzione religiosa, il massimo onore da parte di Dio.
- E renderà a ciascuno secondo le sue azioni, e qui Gesù cita Proverbi, 24, 12, letteralmente la prassi: l’uomo è valutato per la vita che ha praticato, per le opere che ha fatto, e non per le idee o le dottrine religiose che ha professato.
Buona vita!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano