Bisogna pregare

con parresia

Domenica XX del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

 Moses arms supported

15,21 28 Coraggio nella preghiera [1]

Nel Vangelo Gesù è chiaro: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7) e, per farci capire bene, ci fa l'esempio di quell'uomo che insistentemente bussa a mezzanotte al vicino per avere tre pani, senza curarsi di passare per maleducato (cf. Lc 11,5 8). Gli interessava soltanto di ottenere la cena per il suo ospite.
E se di inopportunità si tratta, guardiamo a quella donna cananea (cf. Mt 15,21 28) che rischia che i discepoli la prendano (v. 23) e che le dicano “cagnolina” (v. 27), pur di ottenere quello che vuole: la guarigione della figlia. Quella donna sì che sapeva lottare con coraggio nella preghiera.
A questa costanza e insistenza nella preghiera il Signore promette la certezza del risultato: “Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7,8). E ci spiega il perché del successo: Dio è Padre. “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!” (Lc 11,11 12). Ciò che il Signore promette alla nostra preghiera fiduciosa e perseverante va molto più in là di quello che immaginiamo: oltre a quello che chiediamo ci darà anche lo Spirito Santo. Quando Gesù ci esorta a pregare con insistenza, ci spinge nel seno stesso della Trinità e, attraverso la sua santa umanità, ci conduce al Padre e ci promette lo Spirito Santo.

15,21-28 Pregare con parresia [2]

Più volte ho parlato di parresia, del coraggio e della passione nella nostra azione apostolica. Lo stesso atteggiamento deve essere nella preghiera: bisogna pregare con parresia. Non essere tranquilli dopo aver chiesto una sola volta. L’intercessione cristiana ha bisogno di tutta la nostra insistenza fino al limite. Così pregava Davide quando chiese per il figlio moribondo (cf. 2Sam 12,15-18), così pregò Mosè per il popolo ribelle (cf. Es 32,11-14; Nm 4,1019; Dt 9,18- 20), lasciando da parte le loro comodità e il vantaggio personale e la possibilità di diventare il leader di una grande nazione (cf. Es 32,10). Non cambiò di “partito”, non negoziò la sua gente, ma combatté fino alla fine. La nostra consapevolezza di essere stati scelti dal Signore per la consacrazione o il ministero ci deve allontanare da ogni indifferenza, di qualsiasi comodità o interesse personale nella lotta a favore di questa gente da cui ci hanno preso e ai quali siamo stati mandati a servire. Come Abramo, dobbiamo trattare con Dio la sua salvezza con vero coraggio, e questo stanca come si stancavano le braccia di Mosè quando pregava in mezzo alla battaglia (cf. Es 17,11-13). L’intercessione non è per i deboli. Noi non preghiamo per “realizzare” e per mettere in pace la nostra coscienza o per godere di un’armonia interiore puramente estetica. Quando preghiamo, combattiamo per il nostro popolo. Così prego io? O mi stanco, mi annoio e cerco di non entrare per sottrarmi a questa lotta e mi preoccupo della mia tranquillità? Sono come Abramo nel coraggio dell’intercessione o finisco per essere meschino come Giona quando si lamentò della perdita del ricino che gli faceva da tetto e non di quegli uomini e donne “che non sanno distinguere fra la mano destra e la sinistra” (Gv 4,11), vittime di una cultura pagana?

15,21-28 L’eroica costanza [3]

Il Vangelo narra molte scene di ricerca e di incontro con Gesù e, in ciascuna di esse, c’è qualche elemento che può aiutarci nella preghiera. L’incontro con Gesù porta sempre con sé una chiamata, grande o piccola che sia (Mt 4,19; 9,9; 10,1-4); esso avviene a qualunque ora ed è pura gratuità (Mt 20,5-6); deve essere cercato e voluto (Mt 8,2-3; 9,9), talvolta con eroica costanza (Mt 15,21 ss), talaltra con urla di sgomento (Mt 8,25), e nella ricerca si può sperimentare il dolore della perplessità e del dubbio (Lc 7,18-24; Mt 11,2-7). L’incontro con Gesù Cristo ci conduce sempre più verso l’umiltà (Lc 5,9); a volte può essere rifiutato, a volte accettato a metà (Mt 13,1-23): nel primo caso è fonte di grande dolore per il cuore di Cristo (Mt 20,30; 23,37-39). Non si tratta di una ricerca e di un incontro asettico, pelagiano, ma di un percorso che implica anche il peccato e il pentimento (Mt 21,28-32). L’incontro con Gesù Cristo avviene nella vita di tutti i giorni, nella pratica assidua della preghiera, nella lettura sapiente dei segni dei tempi (Mt 24,32; Lc 21,29) e nei nostri fratelli (Mt 25,31-46; Lc 10,25-37).

15,22 Misericordia come “impietosirsi” [4]

Pietà e pietismo
Tra i tanti aspetti della misericordia, ve ne è uno che consiste nel provare pietà o impietosirsi nei confronti di quanti hanno bisogno di amore. La pietas - la pietà - è un concetto presente nel mondo greco-romano, dove però indicava un atto di sottomissione ai superiori: anzitutto la devozione dovuta agli dei, poi il rispetto dei figli verso i genitori, soprattutto anziani. Oggi, invece, dobbiamo stare attenti a non identificare la pietà con quel pietismo, piuttosto diffuso, che è solo un’emozione superficiale e offende la dignità dell’altro. Allo stesso modo, la pietà non va confusa neppure con la compassione che proviamo per gli animali che vivono con noi; accade, infatti, che a volte si provi questo sentimento verso gli animali, e si rimanga indifferenti davanti alle sofferenze dei fratelli. Quante volte vediamo gente tanto attaccata ai gatti, ai cani, e poi lasciano senza aiutare il vicino, la vicina che ha bisogno… Così non va.

Pietà, manifestazione della misericordia
La pietà di cui vogliamo parlare è una manifestazione della misericordia di Dio. È uno dei sette doni dello Spirito Santo che il Signore offre ai suoi discepoli per renderli “docili ad obbedire alle ispirazioni divine” (Catechismo della Chiesa Cattolica, 1830). Tante volte nei Vangeli è riportato il grido spontaneo che persone malate, indemoniate, povere o afflitte rivolgevano a Gesù: “Abbi pietà” (cf. Mc 10,47-48; Mt 15,22; 17,15). A tutti Gesù rispondeva con lo sguardo della misericordia e il conforto della sua presenza. In tali invocazioni di aiuto o richieste di pietà, ognuno esprimeva anche la sua fede in Gesù, chiamandolo “Maestro”, “Figlio di Davide” e “Signore”. Intuivano che in Lui c’era qualcosa di straordinario, che li poteva aiutare ad uscire dalla condizione di tristezza in cui si trovavano. Percepivano in Lui l’amore di Dio stesso. E anche se la folla si accalcava, Gesù si accorgeva di quelle invocazioni di pietà e si impietosiva, soprattutto quando vedeva persone sofferenti e ferite nella loro dignità, come nel caso dell’emorroissa (cf. Mc 5,32). Egli le chiamava ad avere fiducia in Lui e nella sua Parola (cf. Gv 6,48-55). Per Gesù provare pietà equivale a condividere la tristezza di chi incontra, ma nello stesso tempo a operare in prima persona per trasformarla in gioia.

Coltivare la pietà
Anche noi siamo chiamati a coltivare in noi atteggiamenti di pietà davanti a tante situazioni della vita, scuotendoci di dosso l’indifferenza che impedisce di riconoscere le esigenze dei fratelli che ci circondano e liberandoci dalla schiavitù del benessere materiale (cf. 1Tm 6,3-8).
Guardiamo l’esempio della Vergine Maria, che si prende cura di ciascuno dei suoi figli ed è per noi credenti l’icona della pietà. Dante Alighieri lo esprime nella preghiera alla Madonna posta al culmine del Paradiso: “In te misericordia, in te pietate, […] in te s’aduna quantunque in creatura è di bontate” (XXXIII, 19-21).

NOTE

 

[1] La preghiera, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Solo l’amore ci può salvare, LEV, Città del Vaticano 2013, 131-140.
[2] Veracità e conversione. I nostri peccati, in: J. M. BERGOGLIO – FRANCESCO, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 45-50.
[3] L’incontro con Gesù, in J. M. BERGOGLIO PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Milano, 2014, 18-20.
[4] Udienza giubilare, 14 maggio 2016.

 

FONTE

J.M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Matteo. Il vangelo del compimento. Lettura spirituale e pastorale, a cura di Gianfranco Venturi, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2016.