Nell’intimità è rivelato

il segreto del Regno

Domenica XVI del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

grano zizzania
Mt 13,22-25 Saper riconoscere la zizzania [1]

Non è facile conoscere la verità su noi stessi e su Dio nostro Signore, e la verità di Dio nostro Signore su di noi. Il buon seme seminato nel buon campo cresce insieme alla zizzania, seminata di notte dal nemico (cfr Mt 13,25). Imparare a riconoscerla è parte della nostra vita spirituale. Domandiamoci con san Paolo: “Chi vi ha tagliato la strada, voi che non obbedite più alla verità?” (Gal 5,7). “Non accogliemmo l’amore della verità” (cfr 2Ts 2,10) per varie ragioni. Bisogna scoprirle. Gesù stesso ce lo fa notare: “La preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola” (Mt 13,22; cfr Mc 4,19). E l’inganno ci indebolisce, ci rende simili a certe donnette “che non riescono mai a giungere alla conoscenza della verità” (2Tm 3,7-8). Per mantenersi sulla via della verità servono lealtà e fortezza, perché “la via della verità sarà coperta di disprezzo” (2Pt 2,2) e bisogna combattere di continuo per non restare ingannati. Ora comprendiamo perché sant’Ignazio abbia dato tanta importanza all’esame di coscienza (dal quale non dispensava mai) e sia giunto a esaminare sé stesso al tocco di ogni ora.
Infine, per non perdere mai di vista la concreta possibilità di allontanarsi dalla verità, di vivere nella menzogna, conviene essere aperti ai moniti dei fratelli: “Fratelli miei, se uno di voi si allontana dalla verità e un altro velo riconduce, costui sappia che chi riconduce un peccatore dalla sua via di errore lo salverà dalla morte e coprirà una moltitudine di peccati” (Gc 5,19-20).

13,24-30 La tentazione di separare il grano e la zizzania [2]

Al sacerdote è con­cessa un’esperienza privilegiata: la confessione. In confessionale scorgiamo molte miserie, ma anche il meglio del cuore umano, l’uomo pentito. L’es­sere umano non è nient’altro che questo: il peni­tente. [...] Lì non si può separare il grano dalla zizzania, lì c’è Dio.
La confessione ci dà anche senso del tempo, perché nessun processo umano può essere forza­to. La vita è così: la purezza non è una prerogativa divina, è presente anche negli uomini. E Dio non è un Dio lontano che non s’interessa al mondo; san Paolo ci dice che “si è fatto peccato”. Le strut­ture di questo mondo non sono soltanto peccami­nose, pensarlo sarebbe da manicheisti. Il grano e la zizzania cresceranno insieme e la nostra umile missione, forse, sarà soprattutto quella di proteggere come un padre il grano, lasciando agli angeli il compito di falciare la zizzania.

13, 24-30 Il criterio della strada lunga (EG 125)

Questo criterio è molto appropriato anche per l’evangelizzazione, che richiede di tener pre­sente l’orizzonte, di adottare i processi possibili e la strada lunga. Il Signore stesso nella sua vita terrena fece intendere molte volte ai suoi disce­poli che vi erano cose che non potevano ancora comprendere e che era necessario attendere lo Spirito Santo (cfr Gv 16,12-13). La parabola del grano e della zizzania (cfr Mt 13, 24-30) descrive un aspetto importante dell’evangelizzazione, che consiste nel mostrare come il nemico può occu­pare lo spazio del Regno e causare danno con la zizzania, ma è vinto dalla bontà del grano che si manifesta con il tempo.

13,24-30 Non perdere la pace per la zizzania (EG 24)

La comunità evangelizzatrice si dispone ad “accom­pagnare”. Accompagna l’umanità in tutti i suoi processi, per quanto duri e prolungati possano essere. Conosce le lunghe attese e la sopporta­zione apostolica. L’evangelizzazione usa molta pazienza, ed evita di non tenere conto dei limiti. Fedele al dono del Signore, sa anche “fruttifica­re”. La comunità evangelizzatrice è sempre atten­ta ai frutti, perché il Signore la vuole feconda. Si prende cura del grano e non perde la pace a causa della zizzania. Il seminatore, quando vede spuntare la zizzania in mezzo al grano, non ha reazioni lamentose né allarmiste. Trova il modo per far sì che la Parola si incarni in una situa­zione concreta e dia frutti di vita nuova, benché apparentemente siano imperfetti o incompiuti. Il discepolo sa offrire la vita intera e giocarla fino al martirio come testimonianza di Gesù Cristo, però il suo sogno non è riempirsi di nemici, ma piuttosto che la Parola venga accolta e manifesti la sua potenza liberatrice e rinnovatrice.

13,24-30 La creatività storica alla luce della parabola del grano e della zizzania [3]

La creatività storica, da una prospettiva cristiana, è retta dalla parabola del grano e della zizzania. Bisogna proiettare utopie e al tempo stesso farci carico di quel che c’è. Non esiste il cancellare e voltar pagina. Essere creativi non significa buttare al vento tutto quello che costituisce l’attuale realtà, per quanto limitata, corrotta e degradata possa apparire nel presente. Non c’è futuro senza presente e senza passato: la creatività implica anche memoria e discernimento, equanimità e giustizia, prudenza e forza. Se vogliamo provare a dare un contributo alla nostra patria non possiamo perdere di vista nessuno dei due poli: quello utopico e quello realistico, perché sono entrambi parte integrante della creatività storica. Dobbiamo prendere coraggio per andare incontro al nuovo, ma senza gettare alle ortiche ciò che altri (noi compresi) hanno costruito a fatica.

13,24-30 Seminare il bene [4]

Il Regno, seme di vita
A Gesù piace paragonare il Regno di Dio, che egli è venuto a fondare e isti­tuire, con il seme, una pianta che cresce. Lo fa più volte nel Vangelo. La bontà del Regno del Dio è come un buon seme, il seme che dà vita, che genera un albero di vita. Dice per esempio: il seme della se­nape è molto piccolo, ma quando cresce in alto fino agli uccelli, questi ci fanno il nido. Lo stesso quando parla del seme di grano: è vita, ma va seminato. E la sua parola è Parola di vita, parola che fa crescere, seme che fa crescere. Ma anche un’al­tra parabola dice una cosa curiosa: che di notte, in segreto, nel buio (quanti cuori sono nelle tenebre, nell’oscurità!), viene seminato il cattivo seme. Gesù dice: “Si semina la zizzania, che è seme di morte, di distruzione, di disunione”. Per esempio, nel quartiere, quando una qualsiasi persona va di casa in casa criticando gli altri, non diciamo forse: “Questa semina zizzania”? Qui c’è qualcuno che semina zizzania? No? Perché questo è il seme della morte. E ogni volta che abbiamo voglia di fare del male all’altro, nel nostro cuore stiamo preparando il seme della zizzania. In questa parabola Gesù dice che coloro che appartengono a Dio seminano grano, quelli che appartengono al male (al demonio) seminano zizzania; è curioso, questi sono i discepoli del demo­nio, invece i discepoli di Gesù seminano grano, ovvero il seme del bene.

Seminare il bene senza preoccuparsi
E tutti noi abbiamo in mano la possibilità di seminare l’uno o l’altro. Ora, che bello! Quando seminiamo il seme del bene non ci dobbiamo preoccupare di quello che accadrà, perché il Vangelo dice: “Colui che semina il seme nella terra sa che se dorme e se si alza, di notte o di giorno, il seme germoglia da solo e cresce”. È Dio che dà la crescita del bene, ossia un atto buono come curare un malato, ascoltare una persona triste o qualsiasi altra azione umana; è Dio che li fa crescere e molti­plicare. Al contrario, chi semina zizzania sa già che ciò che otterrà come risultato è la disunione, l’odio, la frammentazione del quartiere e della famiglia, del lavoro, sempre con commenti per disunire. Tutto questo è opera del demonio.

Un santuario di semina
Da cinquantanni in questo santuario si viene a seminare il buon seme. Seme del desiderio di essere migliori; seme del desiderio di salute; e vi confesso che a me impressiona quando, nel momento della benedizio­ne, si invitano tutti a pensare o nominare colui che chiede la salute; si sente un mormorio di nomi per i quali vogliamo che il buon seme vada a dare i suoi frutti in salute.
Questo è un santuario di semina. Quante volte vediamo che nelle fila ci sono la­crime, e gente che viene a pregare per la salute o per altri gravi problemi che fanno soffrire... E vediamo anche file di gen­te che sta sorridendo perché viene a dire grazie; perché quel seme che ha seminato nella sua preghiera ha dato i suoi frutti. Diciamo nel Salmo: “Chi semina nelle lacrime farà la raccolta cantando”. Colui che semina il buon seme, anche se subito non andrà bene, in seguito finirà per essere allegro e canterà perché la sua pianta, la sua richiesta, ha dato buon frutto.

Santuario del buon seme
Questo è il santuario della semina del buon seme. Con lacrime. Con buoni desideri. Con sorrisi di ringraziamento. Ma qui si semina il buon seme. Per questo una delle cose che si deve lasciare sulla porta, che non può entrare, è l’alterco: se uno ha un contrasto con un altro lo deve lasciare fuori perché è un cattivo seme, è zizzania! Qui dobbiamo entrare con il grano, con il buon seme! “Padre, a me tizio ha fatto questo e quello, e l’altro mi ha fatto questo e altro...”. Bene, lasciatelo fuori perché abbia il diavolo, ma voi entrate a parlare con Gesù, con san Pantaleo, con il buon seme del perdono, e che cresca quanto chiedete. Se noi ci abituiamo a lasciar fuori i cesti di zizzania che a volte uno raccoglie nella vita per seminare, lasciamo che marciscano soli. Come cambierà la vita; come cambierà la famiglia; come cambierà il quartiere; come cambieranno i luoghi di lavoro! Seminiamo buoni semi anche con le lacrime, perché finiamo cantando con allegria. E il cattivo seme rimanga fuori.

Santuario della terra fertile
In questo santuario, terra fertile per il buon seme, chiediamo a Dio la grazia di seminare il buon seme e che il nostro cuore preferisca sempre seminare il grano, e quando viene il diavolo a offrirci un seme più economico (quello dell’odio, del ran­core, della divisione, del desiderio del male per l’altro...), diciamogli: “Qui no! Noi veniamo con il buon seme”. E una domanda più difficile: il buon seme è sempre allegro o a volte è doloroso? A volte è doloroso... ma se abbiamo la speranza di seminare nell’amore di Dio darà un buon frutto anche se non lo vediamo. Ma qui noi non lo vediamo, perché lo vedranno i nostri figli, i vicini, i nostri compagni di lavoro, la gente del quartiere... loro sono quelli che vedranno i buoni frutti.
Non ci scoraggiamo, anche se stiamo piangendo di dolore per un problema di salute, seminiamo il buon seme della preghiera e diciamo: “Signore, fammi questo favore e dallo anche a tutti quelli che ne hanno bisogno”. Facciamolo con il cuore grande e dimentichiamo l’altro seme.

13,24-30.33 Il mistero del piccolo seme che cresce (EG 278-279)

Il seme cresce
La fede significa anche credere in lui, cre­dere che veramente ci ama, che è vivo, che è ca­pace di intervenire misteriosamente, che non ci abbandona, che trae il bene dal male con la sua potenza e con la sua infinita creatività. Significa credere che egli avanza vittorioso nella storia in­sieme con “quelli che stanno con lui ... i chiama­ti, gli eletti, i fedeli” (Ap 17,14). Crediamo al Van­gelo che dice che il Regno di Dio è già presente nel mondo, e si sta sviluppando qui e là, in diversi modi: come il piccolo seme che può arrivare a trasformarsi in una grande pianta (cfr Mt 13,31-­32), come una manciata di lievito, che fermenta una grande massa (cfr Mt 13,33) e come il buon seme che cresce in mezzo alla zizzania (cfr Mt 13,24-30), e ci può sempre sorprendere in modo gradito. È presente, viene di nuovo, combatte per fiorire nuovamente. La risurrezione di Cristo produce in ogni luogo germi di questo mondo nuovo; e anche se vengono tagliati, ritornano a spuntare, perché la risurrezione del Signore ha già penetrato la trama nascosta di questa storia, perché Gesù non è risuscitato invano. Non rima­niamo al margine di questo cammino della spe­ranza viva!

Avere il senso del mistero del seme che cresce
Poiché non sempre vediamo questi ger­mogli, abbiamo bisogno di una certezza interiore, cioè della convinzione che Dio può agire in qual­siasi circostanza, anche in mezzo ad apparenti fallimenti, perché “abbiamo questo tesoro in vasi di creta” (2Cor 4,7). Questa certezza è quello che si chiama “senso del mistero”. È sapere con cer­tezza che chi si offre e si dona a Dio per amore, sicuramente sarà fecondo (cfr Gv 15,5). Tale fe­condità molte volte è invisibile, inafferrabile, non può essere contabilizzata. Uno è ben consape­vole che la sua vita darà frutto, ma senza preten­dere di sapere come, né dove, né quando. Ha la sicurezza che non va perduta nessuna delle sue opere svolte con amore, non va perduta nessuna delle sue sincere preoccupazioni per gli altri, non va perduto nessun atto d’amore per Dio, non va perduta nessuna generosa fatica, non va perduta nessuna dolorosa pazienza. Tutto ciò circola at­traverso il mondo come una forza di vita. A volte ci sembra di non aver ottenuto con i nostri sforzi alcun risultato, ma la missione non è un affare aziendale, non è neppure un’or­ganizzazione umanitaria, non è uno spettacolo per contare quanta gente vi ha partecipato grazie alla nostra propaganda; è qualcosa di molto più profondo, che sfugge ad ogni misura. Forse il Si­gnore si avvale del nostro impegno per riversare benedizioni in un altro luogo del mondo dove non andremo mai. Lo Spirito Santo opera come vuole, quando vuole e dove vuole; noi ci spen­diamo con dedizione ma senza pretendere di ve­dere risultati appariscenti. Sappiamo soltanto che il dono di noi stessi è necessario. Impariamo a riposare nella tenerezza delle braccia del Padre in mezzo alla nostra dedizione creativa e generosa. Andiamo avanti, mettiamocela tutta, ma lascia­mo che sia Lui a rendere fecondi i nostri sforzi come pare a Lui.

13,24-30 La condizione di conflitto [5]

Se il cristianesimo “mistico” ha porta­to a una sorta di elitarismo o “celebrazione del narcisismo”, il suo opposto, all’estremo “storico” apre le porte a un “autoritarismo dello spirito” che, come il precedente, fi­nisce invariabilmente toccando la “carne” degli esseri umani. Poiché la condizione storica come conflitto di soggettività, come campo ambiguo in cui le cose non sono mai assolutamente bianche o nere (cf. la parabola del grano e della zizzania) fa sempre cadere per terra gli ordini “perfetti” e “definitivi”, costringendoli a mostrare la cattiva capacità che gli è propria. Infine, si profila la volontà di dominio che l’essere umano porta dentro di sé, in questo caso, camuffata dalla contemplazione del trionfo di Cristo sulla morte.

13,36 Nell’intimità si comprende il mistero del seme [6]

Prendete i Vangeli e osservate come il Maestro introduce con pazienza i suoi nel Mistero della propria persona e alla fine, per imprimere dentro di loro la sua persona, Egli dona lo Spirito che “insegna tutte le cose” (cfr Gv 16,13). Sempre mi colpisce una annotazione di Matteo durante il discorso delle parabole che dice così: «Poi [Gesù] congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: “Spiegaci…”» (Mt 13,36). Vorrei soffermarmi su questa annotazione apparentemente irrilevante. Gesù entra in casa, nell’intimità con i suoi, la folla resta fuori, si accostano i discepoli, domandano spiegazioni. Gesù era sempre immerso nelle cose del suo Padre con il quale coltivava l’intimità nella preghiera. Perciò poteva essere presente a sé stesso e agli altri. Usciva verso la folla, ma aveva la libertà di rientrare.
Vi raccomando la cura dell’intimità con Dio, sorgente del possesso e della consegna di sé, della libertà di uscire e di tornare. Essere Pastori in grado anche di rientrare in casa con i vostri, di suscitare quella sana intimità che consente loro di accostarsi, di creare quella fiducia che permette la domanda: “Spiegaci”. Non si tratta di una qualsiasi spiegazione, ma del segreto del Regno. È una domanda rivolta a voi in prima persona. Non si può delegare a qualcun altro la risposta. Non si può rimandare a dopo perché si vive in giro, in un imprecisato “altrove”, andando da qualche parte o tornando da qualche luogo, spesso non ben saldi su sé stessi.

13,24-30.36-43 Parabola del buon seme e della zizzania [7]

Il padrone e lo “zizzaniatore”
La liturgia propone alcune parabole evangeliche, cioè brevi narrazioni che Gesù utilizzava per annunciare alle folle il Regno dei cieli. Tra quelle presenti nel Vangelo, ce n’è una piuttosto complessa, di cui Gesù fornisce ai discepoli la spiegazione: è quella del buon grano e della zizzania, che affronta il problema del male nel mondo e mette in risalto la pazienza di Dio (cfr Mt 13,24-30.36-43). La scena si svolge in un campo dove il padrone semina il grano; ma una notte arriva il nemico e semina la zizzania, termine che in ebraico deriva dalla stessa radice del nome “Satana” e richiama il concetto di divisione. Tutti sappiamo che il demonio è uno “zizzaniatore”, colui che cerca sempre di dividere le persone, le famiglie, le nazioni e i popoli. I servitori vorrebbero subito strappare l’erba cattiva, ma il padrone lo impedisce con questa motivazione: “Perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano” (Mt 13, 29). Perché sappiamo tutti che la zizzania, quando cresce, assomiglia tanto al grano buono, e vi è il pericolo che si confondano. L’insegnamento della parabola è duplice.

Il male non proviene da Dio
Anzitutto dice che il male che c’è nel mondo non proviene da Dio, ma dal suo nemico, il Maligno. È curioso, il maligno va di notte a seminare la zizzania, nel buio, nella confusione; lui va dove non c’è luce per seminare la zizzania. Questo nemico è astuto: ha seminato il male in mezzo al bene, così che è impossibile a noi uomini separarli nettamente; ma Dio, alla fine, potrà farlo.

Impazienza dei servi e speranza di Dio
E qui veniamo al secondo tema: la contrapposizione tra l’impazienza dei servi e la paziente attesa del proprietario del campo, che rappresenta Dio. Noi a volte abbiamo una gran fretta di giudicare, classificare, mettere di qua i buoni, di là i cattivi… Ma ricordatevi la preghiera di quell’uomo superbo: “O Dio, ti ringrazio perché io sono buono, non sono non sono come gli altri uomini, cattivi….” (cfr Lc 18,11-12). Dio invece sa aspettare. Egli guarda nel “campo” della vita di ogni persona con pazienza e misericordia: vede molto meglio di noi la sporcizia e il male, ma vede anche i germi del bene e attende con fiducia che maturino. Dio è paziente, sa aspettare. Che bello questo: il nostro Dio è un padre paziente, che ci aspetta sempre e ci aspetta con il cuore in mano per accoglierci, per perdonarci. Egli sempre ci perdona se andiamo da Lui.
L’atteggiamento del padrone è quello della speranza fondata sulla certezza che il male non ha né la prima né l’ultima parola. Ed è grazie a questa paziente speranza di Dio che la stessa zizzania, cioè il cuore cattivo con tanti peccati, alla fine può diventare buon grano. Ma attenzione: la pazienza evangelica non è indifferenza al male; non si può fare confusione tra bene e male! Di fronte alla zizzania presente nel mondo il discepolo del Signore è chiamato a imitare la pazienza di Dio, alimentare la speranza con il sostegno di una incrollabile fiducia nella vittoria finale del bene, cioè di Dio.
Alla fine, infatti, il male sarà tolto ed eliminato: al tempo della mietitura, cioè del giudizio, i mietitori eseguiranno l’ordine del padrone separando la zizzania per bruciarla (cfr Mt 13,30). In quel giorno della mietitura finale il giudice sarà Gesù, Colui che ha seminato il buon grano nel mondo e che è diventato Lui stesso “chicco di grano”, è morto ed è risorto. Alla fine saremo tutti giudicati con lo stesso metro con cui abbiamo giudicato: la misericordia che avremo usato verso gli altri sarà usata anche con noi. Chiediamo alla Madonna, nostra Madre, di aiutarci a crescere nella pazienza, nella speranza e nella misericordia con tutti i fratelli.

13,28-30 Proteggere il grano [8]

Finisce sempre male quando ci si intromette in una guerra di Dio. Nel silenzio di una situazione di croce, ci viene chiesto solamente di proteggere il grano, non di strappare tutte le piantine di zizzania (Mt 13,28-30). Sul soffitto della Cappella Domestica della residenza della Compagnia a Cor­doba è dipinta un'immagine. I fratelli novizi sono raffigu­rati sotto il mantello di Maria, ben protetti; e sotto c'è scrit­to: MONSTRA TE ESSE MATREM (“mostra di essere madre”). Nei momenti di turbolenza spirituale, quando Dio vuole fare guerra, il nostro posto è sotto il mantello della santa Madre di Dio. Questo lo comprese bene già l'antica spiritualità rus­sa, quando consigliava, in tali circostanze, di ripararsi sotto il Pokrov Presviatoi Bogoroditsy (il mantello della santissima Madre di Dio). Invocheremo la madre; rivolgeremo a Gesù le parole di quella donna del Vangelo: “Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!” (Lc 11,27), e Maria accorrerà, perché “si direbbe che le parole di quella donna sconosciuta l'abbiano fatta in qualche modo uscire dal suo nascondimento” (Redemptoris Mater 20).

13,31-32 Il granello di senape in famiglia (AL 287)

L’educazione dei figli dev’essere caratte­rizzata da un percorso di trasmissione della fede, che è reso difficile dallo stile di vita attuale, dagli orari di lavoro, dalla complessità del mondo di oggi, in cui molti, per sopravvivere, sostengono ritmi frenetici. Ciò nonostante, la famiglia deve continuare ad essere il luogo dove si insegna a cogliere le ragioni e la bellezza della fede, a pre­gare e a servire il prossimo. Questo inizia con il Battesimo, nel quale, come diceva sant’Agostino, le madri che portano i propri figli “cooperano al parto santo”. Poi inizia il cammino della crescita di quella vita nuova. La fede è dono di Dio, ricevuto nel Battesimo, e non è il risultato di un’azione umana, però i genitori sono strumen­to di Dio per la sua maturazione e il suo svilup­po. Perciò “è bello quando le mamme insegnano ai figli piccoli a mandare un bacio a Gesù o alla Vergine. Quanta tenerezza c’è in quel gesto! In quel momento il cuore dei bambini si trasforma in spazio di preghiera”.[9] La trasmissione della fede presuppone che i genitori vivano l’espe­rienza reale di avere fiducia in Dio, di cercarlo, di averne bisogno, perché solo in questo modo “una generazione narra all’altra le tue opere, an­nuncia le tue imprese” (Sal 144,4) e “il padre farà conoscere ai figli la tua fedeltà” (Is 38,19). Que­sto richiede che invochiamo l’azione di Dio nei cuori, là dove non possiamo arrivare. Il granello di senape, seme tanto piccolo, diventa un grande arbusto (cfr Mt 13,31-32), e così riconosciamo la sproporzione tra l’azione e il suo effetto. Allora sappiamo che non siamo padroni del dono ma suoi amministratori premurosi. Tuttavia il nostro impegno creativo è un contributo che ci permet­te di collaborare con l’iniziativa di Dio.

Mt 13,31-32 Amministratori del piccolo seme [10]

Poiché leggiamo nel Vangelo che il seme di senape, un seme davvero piccolo (Mt 13,31-32), si trasforma in un enorme arbusto facendoci cogliere la sproporzione tra l’azione e il suo effetto, allora sappiamo che non siamo proprietari del dono e cerchiamo di essere degli amministratori attenti ed efficienti. Dobbiamo essere efficienti nella nostra missione perché si tratta dell’opera del Signore e non innanzitutto della nostra. La Parola seminata fruttifica a seconda della sua potenzialità e in base al terreno in cui cade. Non per questo il seminatore farà il suo lavoro di malavoglia e con disattenzione. Il corrispettivo della gratuità divina sono l’adorazione e il rin­graziamento dell’uomo; adorazione e ringraziamento che implicano un profondo rispetto per la saggezza condivisa, per il dono della Parola e delle parole.

13,33 Il cristiano: lievito nella città [11]

Con le mani in pasta
“Lo specifico cristiano” è concepito come “lievito che lievita l’impasto”. E questo è lo stesso che sentirci “sollecitati” da un Dio che sta già vivendo in città, mescolato vitalmente con tutti e tutto.
È una riflessione che ogni volta “ci sorprende con le mani in pasta”, impegnan­doci con la situazione dell’uomo concreto, così come si verifica, coinvolti con tutte le persone in un’unica storia di salvezza.
Dunque, non ci sono proposte dotte, di rottura, asettiche, che partono da zero, che prendano le distanze per “pensare” come si dovrebbe fare affinché Dio viva in una città senza Dio. Dio già vive nella nostra città e ci unge - mentre riflettiamo - andando incontro, per scoprirlo, per costruire rela­zioni di vicinanza, per accompagnarlo nella sua crescita e incarnare il fermento della sua Parola in opere concrete. Lo sguardo di fede cresce ogni volta che si mette in pratica la Parola. La contemplazione migliora attraverso l’azione. Agire come buoni cittadini - in ogni città - migliora la fede. San Paolo raccomandava fin dall’inizio di “essere bravi cittadini” (Rm 13,1). È l’intuizione del valore dell’inculturazione: vivere pienamente l’umanità, in ogni cultura, in ogni città, che migliora il cristiano e feconda la città (ne conquista il cuore). […]

Dal “non sguardo”…
Il pastore che guarda la sua città con la luce della fede combatte la tentazione del “non sguardo”, del “non vedere”. Il non vedere, che il Signore critica così insistentemente nel Vangelo, ha molte forme: quella della cecità ostinata degli scribi e dei farisei, quella del bagliore non solo de Las luces del centro [delle luci del centro], come dice il tango, ma della stessa rivelazione con cui si tentano gli Apostoli “sotto l’apparenza del bene”,[12] c’è anche il non guardare di quelli che “passano oltre”. Ma c’è un livello maggiormente fondamentale di questo “non guardare”. […]
In termini di vita potremmo dire che il “non sguardo” è quello di un soggetto “astratto” (non vivo) che guarda le cose astratte partendo da paradigmi astratti. In­vece, lo sguardo di fede è quello di un soggetto vivo - il popolo di Dio in cammino, […] che guarda ecclesialmente realtà vive tra le quali vive anche Dio. Quello che voglio dire è che il “non sguardo” è un “non-soggetto” e la città, come la Chiesa, ha bisogno di sguardi di soggetti (ecclesiali e cittadini, a seconda dei casi). […]

… allo sguardo…
Si può dire che lo sguardo di fede ci porta a uscire ogni giorno e sempre più andare incontro al prossimo che abita in città. Ci porta ad andare incontro, perché questo sguardo si alimenta nella vicinanza. Non tollera la distanza, ma sente che la distanza offusca ciò che desidera vedere; e la fede vuole vedere per servire e amare, non per constatare o dominare. Uscendo per strada la fede limita l’avidità dello sguardo dominatore e ogni prossimo concreto che guarda con desiderio di servire lo aiuta a focalizzare meglio il suo “proprio oggetto e amato” che è Gesù Cristo venuto in carne. Chi dice di credere in Dio e non “vede” il proprio fratello, inganna se stesso.

… lo sguardo che rinnova la speranza
I miglioramenti nella fede in questo Dio che vive in città, rinnovano la speranza di nuovi incontri. La speranza ci libera da questa forza centripeta che porta il cittadino attuale a vivere isolato nella grande città, in attesa della consegna ordinata e collegato solo virtualmente. Il credente che guarda con la luce della speranza combatte la tentazione di non guardare per vivere prigioniero nei bastioni della sua nostalgia o per la sua sete di curiosare. Il suo non è lo sguardo avido di quei giornalisti che dicono: “vediamo cosa è successo oggi”. Lo sguardo speranzoso è come quello del Padre misericordioso che esce tutte le mattine e le sere sul terrazzo della sua casa per vedere se ritorna il figlio prodigo e appena lo vede da lontano, gli corre incontro e lo abbraccia. In questo senso, lo sguardo di fede, mentre si alimenta di vicinanza e non tollera la distanza, nemmeno si soddisfa di ciò che è il momentaneo e il congiunturale e quindi, per vedere bene, è coinvolto in processi che sono caratteristici di tutto ciò che è vitale. Lo sguardo di fede, lasciandosi coinvolgere, agisce come lievito. E, come i processi vitali richiedono tempo, esso ci accompagna. Ci salva così dalla ten­tazione di vivere nel tempo “frammentato” proprio della postmodernità.

… e fa crescere la città
Se partiamo dalla constatazione che l’anti-città cresce con il non-sguardo, che la maggiore esclusione consiste nel non saper “vedere” l’escluso - chi dorme per strada non è visto come una persona, ma come parte della sporcizia e abbandono del paesaggio urbano, della cultura dell’e­sclusione, della “rottamazione” - la città umana cresce con lo sguardo che “vede” l’altro come un concittadino. In questo senso, lo sguardo della fede è lievito per uno sguardo cittadino. Per questo possiamo parlare di un “servizio della fede”: di un servizio esistenziale, testimoniale, pastorale.

… include senza relativizzare
Sto dicendo forse che la sola fede, da sola, migliora la città? Sì, nel senso che solo la fede ci libera dalle generalizzazioni e dalle astrazioni di uno sguardo dotto che come frutto dà solo maggiore conoscenza. La vicinanza, il “coinvolgimento” e sentire come il lievito faccia crescere l’impasto, portano la fede a desiderare di migliorare, che è specificamente cristiano: per poter vedere indivise et inconfuse l’altro, il prossimo, la fede desidera “vedere Gesù”. È uno sguardo che, per includere, limita e chiarisce se stesso. Se ci situiamo nell’ambito della carità, possiamo dire che questo sguardo ci evita di dover relativizzare la verità per poter includere.
La città attuale è relativista: tutto è permesso, e si può cadere nella tentazione che per non discriminare, per includere tutti, a volte sentiamo che è necessario “relativizzare” la verità. Non è così. Il nostro Dio che vive in città ed è coinvolto nella vita di tutti i giorni non discrimina né relativiz­za. La sua verità è quella dell’incontro che scopre volti, e ogni volto è unico. Includere le persone con volti e nomi propri non implica rivitalizzare valori né giustificare antivalori, ma non discriminare e relativizzare significa avere la forza di accompagnare i processi e la pazienza del lievito che aiuta a crescere. La verità di chi accompagna è quella di mostrare strade davanti a noi, più che giudicare chiusure del passato.

… perché è lo sguardo dell’amore
Lo sguardo dell’amore non discrimina né relativizza perché è misericordioso. E la misericordia crea la migliore vicinanza, che è quella dei volti, e poiché vuole aiutare veramente, cerca la verità che più fa male - quella del peccato -, ma per trovare il vero rimedio. Questo sguardo è personale e comunitario. Si traduce nel nostro obiettivo quotidiano, segna il tempo più lentamente rispetto a quello delle cose (avvicinarsi a un malato richiede tempo), e crea strutture accoglienti e non espulsive, cosa che richiede altrettanto tempo.
Lo sguardo dell’amore non discrimina né relativizza perché è uno sguardo di amicizia. E gli amici si accettano così come sono e si dice loro la verità. È anche uno sguardo comunitario. Spinge ad accompagnare, ad aggiungere, a stare maggiormente accanto agli altri cittadini. Questo sguardo è alla base dell’amicizia sociale, del rispetto per le differenze, non solo economiche ma anche ideologiche. È anche la base di tutto il lavoro del volontariato. Non si può aiutare chi è escluso se non si creano comunità solidali.
Lo sguardo dell’amore non discrimina né relativizza perché è creativo. L’amore gratuito è il lievito che dinamizza tutto il buono e migliora e trasforma il male in bene, i problemi in opportunità. Il pastore che guarda con sguardo di agape scopre le potenzialità che sono attive nella città e simpatizza con loro, fermentandole con il Vangelo.[…]

Non è guardarsi l’ombelico
Un Dio vivente in mezzo alla città richiede un approfondimento nel cammino di questo sguardo che proponiamo. Non si tratta di guardarsi l’ombelico così come lo è il “guardare come guardiamo”, perché la città crea miraggi come i deserti. E anche con le migliori intenzioni può succedere che ci inganniamo. La fede è sfidata a superare le illusioni. Ci siamo disingannati (alcuni forse troppo) dal miraggio delle ideologie politiche, di guardare non solo la città ma l’intero Continente dalle ideologie che propongono rapidi cammini per conseguire la giustizia. Il prezzo era la violenza e una svalutazione della politica che solo di recente ha cominciato a invertirsi.

Sguardo contemplativo dell’Incarnazione e della Trinità
Dio vive in città e la Chiesa vive nella città. La missione non si oppone a dover apprendere dalla città - dalle sue culture e dai suoi cambiamenti - nello stesso tempo in cui andiamo a predicare il Vangelo. E questo è il frutto del Vangelo stesso, che interagisce con il campo in cui cade come seme. Non solo la città moderna è una sfida, ma lo sono state, lo sono e lo saranno tutte le città, le culture, tutte le mentalità e tutti i cuori umani. La contemplazione dell’incarnazione, che sant’Ignazio presenta negli Esercizi Spirituali, è un buon esempio dello sguardo che qui si propone.[13]
Uno sguardo che non si lascia imprigionare da quel dualismo che va e viene costantemente dalla diagnosi alla pianificazione, ma che si impegna drammaticamente nella realtà della città e si impegna con essa nell’azione. Il Vangelo è kerigma (annuncio) accettato che spinge a trasmetterlo. Le mediazioni si elaborano mentre viviamo e conviviamo. […]

Sguardo che porta alla vicinanza, alla testimonianza, alla pazienza
Alla luce di queste riflessioni, e per concludere, possiamo dire che lo sguardo del credente sulla città, si risolve in tre atteggiamenti particolari.
Uscire da sé per incontrare l’altro si risolve nella vicinanza, nell’atteggiamento di prossimità. Il nostro sguardo deve essere di accoglienza e vicinanza. Non autoreferenziale, ma trascendente.
Il fermento e il seme della fede si trasforma nella testimonianza (sapendo queste cose, se le metteranno in pratica, saranno felici). Dimensione da martire della fede. E la compagnia si trasforma in pazienza, nella hypomoné, che accompagna processi senza superare i limiti.
In questa direzione mi sembra che vada il servizio che, come uomini e donne credenti, possiamo offrire alla nostra città.

13,35 “Aprirò la mia bocca in parabole” [14]

All’inizio della sua missione, Gesù si presenta “aprendo il libro (rotolo) del profeta Isaia” (Lc 4,17); e così finisce anche il libro dell’Apocalisse: come l’Agnello immolato, come il Leone di Giuda, “l’unico degno di aprire il libro e scioglierne i sigilli” (Ap 5,2-9). Gesù risorto è colui che “apre loro la mente all’intelligenza” dei discepoli di Emmaus “affinché comprendano le Scritture” (Lc 24,45) e ricorda loro: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32). In ordine a questa apertura alla Parola avvennero molti miracoli: “Gesù toccò gli occhi dei ciechi e aprirono gli occhi” (Mt 9,30); “Disse al sordomuto: “Effatà” cioè “Apriti!”, e si aprirono i suoi orecchi” (Mc 7,34). Quando Gesù “apre la bocca” è il Regno dei Cieli quello che si apre nelle parabole: “E prendendo la parola Gesù li ammaestrava” (Mt 5,2); “Aprirò la mia bocca in parabole” (Mt 13,35). Quando Gesù si china e si fa battezzare stando in preghiera (Lc 3,21), si apre il cielo e risuona la voce amorevole del Padre: “Questo è mio Figlio, il prediletto” (Mt 3,16). Ed è lo stesso Signore che ci esorta: “Bussate e vi sarà aperto” (Lc 11,9), e la Chiesa prega “perché Dio ci apra la porta della predicazione” (Col 4,3), perché “quando Egli apre nessuno chiude” (Ap 3,7). L’invito chiaro e definitivo che concentra in modo del tutto personale tutti i gesti di apertura del Signore è quello della lettera a Laodicea: “Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Se qualcuno apre la porta, io verrò a casa sua e cenerò con lui ed egli con me” (Ap 3,20).

NOTE

[1] Veracità e conversione. Esame, in J. M. Bergoglio - Francesco, Il desiderio allarga il cuore. Esercizi spirituali con il Papa, EMI, Bologna 2014, 39-44.
[2] Recuperare la memoria di appartenenza al santo popolo di Dio, in J. M. Bergoglio, Scelta, (= Le parole di papa Francesco,9), Corriere della Sera, Milano 2015, 25-50; Misericordia, in Papa Francesco - J. M. Bergoglio, La misericordia è una carezza. Vivere il giubileo nella realtà di ogni giorno, a cura di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2015, 47-75; La fede, in J. M. Bergoglio - Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Milano 2014, 30-38.
[3] Creatività e impegno per costruire la nostra nazione, in J. M. Bergoglio, Popolo, (= Le parole di papa Francesco, 8), Corriere della Sera, Milano 2014, 57-93; Essere creativi per una speranza attiva, in J. M. Bergoglio, Speranza, (= Le parole di Papa Francesco, 2), Corriere della Sera, Rizzoli, Milano 2014, 5-58.
[4] Seminare il bene, in J. M. Bergoglio, Vita, (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della sera, Milano 2015, 45-48 (Festa Patronale, Santuario di San Pantaleo, Buenos Aires, 27 luglio 2007); J. M. Bergoglio - Papa Francesco, Riflessioni di un pastore. Misericordia, Missione, testimonianza, vita, LEV, 2013, 519-522.
[5] Testimoni di una saggezza nuova ed eterna, in J. M. Bergoglio, Testimonianza, (= Le parole di papa Francesco,7), Corriere della Sera, Milano 2014, 147-204.
[6] Discorso ai partecipanti al corso di formazione per i nuovi Vescovi, 16 settembre 2016.
[7] Angelus, 20 luglio 2014.
[8] Guerra di Dio, in Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori - LEV, 2014, 105-107.
[9] Catechesi (26 agosto 2015) in L’Osservatore Romano, 27 agosto 2015, 8.
[10] Insieme, con coraggio, per un Paese educativo, in J. M. Bergoglio, Speranza, (= Le parole di papa Francesco, 2), Corriere della Sera, Milano 2014, 59-120.
[11] Testimoni del Dio che vive nelle nostre città, in J. M. Bergoglio, Testimonianza, (= Le parole di papa Francesco,7), Corriere della Sera, Milano 2014, 111-138. (Discorso di apertura al Primo Congresso regionale della Pastorale urbana Buenos Aires, 25 agosto 2011).
[12] Pietro che rimprovera il Signore dopo averlo confessato come Messia (Mt 16,16.22); i fratelli Giacomo e Giovanni che Gesù chiamò Boanèrghes, cioè “figli del tuono”, che volevano piovesse fuoco sulla città che non riceve il Signore (Mc 3,17).
[13] “Il primo punto è vedere le persone, le une e le altre. Primo, quelle della faccia della terra, in tanta diversità, tanto nei vestiti, quanto nei gesti: alcuni bianchi e altri neri, alcuni in pace e altri in guerra, alcuni che piangono e altri che ridono, alcuni sani e altri infermi, alcuni che nascono e altri che muoiono, ecc.; secondo, vedere e considerare come le tre Persone divine, sedute sul loro soglio re­gale o trono di sua divina maestà, guardano tutta la superficie ricurva della terra e tutte le genti, in tanta cecità e come questi muoiono e scendono nell’inferno; terzo, vedere nostra Signora e l’angelo che la saluta, e riflettere per ricavare frutto da tale vista”. Esercizi Spirituali, 106 (traduzione italiana a cura del Centro Ignaziano di Spiritualità, Napoli, ed. San Paolo, Cinisello Balsamo 1995).
[14] Aprire le nostre porte alla vita, in: J. M. Bergoglio, Vita, (= Le parole di papa Francesco, 13), Corriere della Sera, Milano 2015, 121-132.