Lode, piccolezza

e cuore umile

Domenica XIV del tempo ordinario A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi


gesu bambini


Mt 11,25 Paternità di Dio con tutte le creature (LS 96)

Gesù fa propria la fede biblica nel Dio creatore e mette in risalto un dato fondamentale: Dio è Padre (cfr Mt 11,25). Nei dialoghi con i suoi discepoli, Gesù li invitava a riconoscere la relazione paterna che Dio ha con tutte le creature, e ricordava loro con una commovente tenerezza come ciascuna di esse è importante ai suoi occhi: “Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio” (Lc 12,6). “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre” (Mt 6,26).

11,27 Gesù vive in una relazione armonica con la creazione (LS 98)

Gesù viveva una piena armonia con la creazione, e gli altri ne rimanevano stupiti: “Chi è mai costui, che perfino i venti e il mare gli obbediscono?” (Mt 8,27). Non appariva come un asceta separato dal mondo o nemico delle cose piacevoli della vita. Riferendosi a sé stesso affermava: “È venuto il Figlio dell’uomo, che mangia e beve, e dicono: “Ecco, è un mangione e un beone”“ (Mt 11,19). Era distante dalle filosofie che disprezzavano il corpo, la materia e le realtà di questo mondo. Tuttavia, questi dualismi malsani hanno avuto un notevole influsso su alcuni pensatori cristiani nel corso della storia e hanno deformato il Vangelo. Gesù lavorava con le sue mani, prendendo contatto quotidiano con la materia creata da Dio per darle forma con la sua abilità di artigiano. È degno di nota il fatto che la maggior parte della sua vita è stata dedicata a questo impegno, in un’esistenza semplice che non suscitava alcuna ammirazione: “Non è costui il falegname, il figlio di Maria?” (Mc 6,3). Così ha santificato il lavoro e gli ha conferito un peculiare valore per la nostra maturazione. San Giovanni Paolo II insegnava che “sopportando la fatica del lavoro in unione con Cristo crocifisso per noi, l’uomo collabora in qualche modo col Figlio di Dio alla redenzione dell’umanità”.[1]

11,25-26 La lode nasce da coloro che sanno vedere [2]

La lode più grande che possiamo rivolgere al Padre è l’offerta della passione del suo Figlio. La nostra carne, peccatrice ed esiliata, offre le piaghe della carne del Verbo. Per questo motivo la lode assume la forma di una benedizione: eulogia significa “benedizione”, mentre eucaristia vuol dire “rendere grazie” (Mc 6,41; 14,23). La benedizione esprime la riconoscenza, la gratitudine. Nasce dall’avvertimento di un dono ricevuto da Dio e si conclude con il riconoscimento della fraternità di tutti i credenti. Pronunciare parole di benedizione vuol dire rinunciare a considerarsi proprietari dei beni che ci circondano. Il vero proprietario è Dio: “Ti rendo lode, Padre” (Mt 11,25-26; Lc 10,21). Gesù era scacciato dai sapienti che si ritenevano proprietari del mondo, ma gli umili gli andavano incontro. Egli stesso attribuisce al Padre il potere, lodandolo (per esempio quando risuscita Lazzaro, Gv 11,41). La preghiera di lode nasce solamente da coloro che sanno vedere, nella propria storia, la presenza di Dio che compie meraviglie.

11,25-26 Agli umili è rivelato il cammino [3]

Attenzione: la nostra lotta non è contro i poteri umani, ma contro le potenze delle tenebre (cfr Ef 6,12). Come è successo con Gesù (cfr Mt 4,1-11), Satana cercherà di sedurci, ingannarci, offrire “alternative praticabili”. Non possiamo permetterci il lusso di essere ingenui o presuntuosi. È vero, dobbiamo dialogare con tutti, ma con la tentazione non si dialoga. Così ci resta solo di rifugiarci nella forza della Parola di Dio, come il Signore nel deserto e mendicare con la preghiera: la preghiera del bambino, del povero e della persona semplice, di chi sapendosi figlio chiede aiuto al Padre. La preghiera dell’umile, del povero senza risorse. Gli umili non hanno nulla da perdere; anzi, a loro è rivelato il cammino (Mt 11,25-26). Faremmo bene a ricordarci che non è tempo di rendita, di trionfo e di rac­colto, che nella nostra cultura il nemico ha seminato zizzania insieme al frumento del Signore e che entrambi crescono insieme. È il momento di non abituarsi a questo, ma di chinarci per raccogliere le cinque pietre per la fionda di Davide (cf. 1Sam 17,40). È l’ora della preghiera.

11,25-30 L piccolezza del cuore per comprendere l’amore di Dio [4]

Gesù loda il Padre “perché ha nascosto le cose divine ai dotti e le ha rivelate ai piccoli”.
Dunque per capire l’amore di Dio è necessaria questa piccolezza di cuore. Del resto Gesù lo dice chiaramente: “se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. Ecco allora la strada giusta: Farsi bambini, farsi piccoli, perché soltanto in quella piccolezza, in quell’abbassarsi si può ricevere l’amore di Dio.
Non a caso è lo stesso Signore che, quando spiega il suo rapporto di amore, cerca di parlare come se parlasse a un bambino. E difatti Dio lo ricorda al popolo: “Ricordati, io ti ho insegnato a camminare come un papà fa con il suo bambino”. Si tratta proprio di quel rapporto da papà a bambino. Ma se tu non sei piccolo quel rapporto non riesce a stabilirsi.
Ed è un rapporto tale che porta il Signore, innamorato di noi, a usare pure parole che sembrano una ninnananna. Nella Scrittura il Signore dice infatti: “Non temere, vermiciattolo di Israele, non temere!”. E ci accarezza, appunto, dicendoci: “Io sono con te, io ti prendo la mano”.
Questa è la tenerezza del Signore nel suo amore, questo è quello che lui ci comunica. E dà la forza alla nostra tenerezza. Invece, se noi ci sentiamo forti, mai avremo l’esperienza delle carezze tanto belle del Signore.
Le parole del Signore ci fanno capire quel misterioso amore che lui ha per noi. È Gesù stesso che ci indica come fare: quando parla di sé, dice di essere “mite e umile di cuore”. Perciò anche lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre.

11,28 Venite a me: la vostra gioia sarà piena [5]

Ho sentito il dolore delle famiglie che vivono in situazione di povertà e di guerra. Ho ascoltato i giovani che vogliono sposarsi seppure tra mille difficoltà. E allora ci domandiamo: come è possibile vivere la gioia della fede, oggi, in famiglia? Ma io vi domando anche: è possibile vivere questa gioia o non è possibile?
C’è una parola di Gesù, nel Vangelo di Matteo, che ci viene incontro: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro” (Mt 11,28). La vita spesso è faticosa, tante volte anche tragica! Abbiamo sentito recentemente… Lavorare è fatica; cercare lavoro è fatica. E trovare lavoro oggi chiede tanta fatica! Ma quello che pesa di più nella vita non è questo: quello che pesa di più di tutte queste cose è la mancanza di amore. Pesa non ricevere un sorriso, non essere accolti. Pesano certi silenzi, a volte anche in famiglia, tra marito e moglie, tra genitori e figli, tra fratelli. Senza amore la fatica diventa più pesante, intollerabile. Penso agli anziani soli, alle famiglie che fanno fatica perché non sono aiutate a sostenere chi in casa ha bisogno di attenzioni speciali e di cure. “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi”, dice Gesù.
Care famiglie, il Signore conosce le nostre fatiche: le conosce! E conosce i pesi della nostra vita. Ma il Signore conosce anche il nostro profondo desiderio di trovare la gioia del ristoro! Ricordate? Gesù ha detto: “La vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). Gesù vuole che la nostra gioia sia piena! Lo ha detto agli Apostoli e lo ripete oggi a noi. Allora questa è la prima cosa che stasera voglio condividere con voi, ed è una parola di Gesù: Venite a me, famiglie di tutto il mondo - dice Gesù - e io vi darò ristoro, affinché la vostra gioia sia piena. E questa Parola di Gesù portatela a casa, portatela nel cuore, condividetela in famiglia. Ci invita ad andare da Lui per darci, per dare a tutti la gioia.

11,28-29 Mite ed umile di cuore [6]

Il segno del cuore
Nei Vangeli troviamo diversi riferimenti al Cuore di Gesù, ad esempio nel passo in cui Cristo stesso dice: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,28-29). Fondamentale poi è il racconto della morte di Cristo secondo Giovanni. Questo evangelista infatti testimonia ciò che ha veduto sul Calvario, cioè che un soldato, quando Gesù era già morto, gli colpì il fianco con la lancia e da quella ferita uscirono sangue ed acqua (cf. Gv 19,33-34). Giovanni riconobbe in quel segno, apparentemente casuale, il compimento delle profezie: dal cuore di Gesù, Agnello immolato sulla croce, scaturisce per tutti gli uomini il perdono e la vita.

Cuore misericordioso
Ma la misericordia di Gesù non è solo un sentimento, è una forza che dà vita, che risuscita l’uomo! Ce lo dice anche il Vangelo di oggi, nell’episodio della vedova di Nain (Lc 7,11-17). Gesù, con i suoi discepoli, sta arrivando appunto a Nain, un villaggio della Galilea, proprio nel momento in cui si svolge un funerale: si porta alla sepoltura un ragazzo, figlio unico di una donna vedova. Lo sguardo di Gesù si fissa subito sulla madre in pianto. Dice l’evangelista Luca: “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei” (v. 13). Questa “compassione” è l’amore di Dio per l’uomo, è la misericordia, cioè l’atteggiamento di Dio a contatto con la miseria umana, con la nostra indigenza, la nostra sofferenza, la nostra angoscia. Il termine biblico “compassione” richiama le viscere materne: la madre, infatti, prova una reazione tutta sua di fronte al dolore dei figli. Così ci ama Dio, dice la Scrittura.

Cuore che dà vita
E qual è il frutto di questo amore, di questa misericordia? È la vita! Gesù disse alla vedova di Nain: “Non piangere!”, e poi chiamò il ragazzo morto e lo risvegliò come da un sonno (cf. vv. 13-15). Pensiamo questo, è bello: la misericordia di Dio dà vita all’uomo, lo risuscita dalla morte. Il Signore ci guarda sempre con misericordia; non dimentichiamolo, ci guarda sempre con misericordia, ci attende con misericordia. Non abbiamo timore di avvicinarci a Lui! Ha un cuore misericordioso! Se gli mostriamo le nostre ferite interiori, i nostri peccati, egli sempre ci perdona. E’ pura misericordia! Andiamo da Gesù!

11,28-29 Chi segue Cristo riceve la vera pace [7]

Nel Vangelo abbiamo ascoltato queste parole: “Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,28-29).
Questa è la seconda cosa che Francesco ci testimonia: chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. E’ la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro (cf Gv 20,19.20).
La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cf. Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.
Ci rivolgiamo a te, Francesco, e ti chiediamo: insegnaci ad essere “strumenti della pace”, della pace che ha la sua sorgente in Dio, la pace che ci ha portato il Signore Gesù.

11,29 La mitezza pastorale [8]

Chiediamo al Signore per ciascuno di noi di crescere e consolidarci nel nostro servizio al popolo di Dio con un cuore umile; e chiedere con questa fede capace di sradicare il gelso (cf. Lc 17,1-6). Chiedere la mitezza che non danneggia o sminuisce nessuno dei piccoli del Regno, la mitezza che, come figlia della carità, è paziente, è servile... non è invidiosa, non si ostenta, non è orgogliosa, non è maleducata, non è vendicativa, ma si compiace della verità; tutto lo scusa, tutto lo crede, tutto lo spera, tutto sopporta (cf. 1Cor 13,4-7). Chiedere la mitezza di Maria ai piedi della Croce; quella degli occhi di Gesù quando guardavano Pietro la notte del giovedì (cf. Lc 22,61) o quando invitarono Tommaso, l’incredulo, a mettere la sua mano vicino al Cuore (cf. Gv 20,27). Lì, in quel Cuore c’è la fonte della mitezza pastorale (cf. Mt 11,29).

NOTE

[1] Lettera enciclica Laborem exercens (14 settembre 1981), 27: AAS 73 (1981), 645.
[2] Il mistero dell’avvicinamento a Dio, J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 222-229; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 25-23.
[3] Signore, insegnaci a pregare, in J. M. Bergoglio, Misericordia, (= Le parole di papa Francesco,6), Corriere della sera, Milano 2014, 5-18; J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Riflessioni di un pastore. Misericordia, Missione, testimonianza, vita, LEV, 2013, 13-20.
[4] Meditazione, 27 giugno 2014.
[5] Discorso alle famiglie in pellegrinaggio a Roma nell’anno della fede, 26 ottobre 2013.
[6] i, 9 giugno 2013.
[7] Omelia, Piazza San Francesco, Assisi, 4 ottobre 2013.
[8] In questo cuore c’è la fonte della mitezza pastorale, J. M. Bergoglio, Missione, (= Le parole di papa Francesco, 11), Corriere della sera, Milano 2015, 65-74.