Non abbiate paura!

XII domenica del tempo ordinario - A

A cura di Franco Galeone *

nonpaura
La domenica “del giusto perseguitato”

Gesù, per liberare i suoi apostoli dalla paura, porta i seguenti motivi: le persecuzioni li rendono simili al loro maestro (vv. 24-25); la loro innocenza sarà dimostrata (v. 26); i persecutori possono fare male al corpo ma non all’anima (v. 28); gli apostoli sono infinitamente cari al Padre (vv. 29-30). Se mai qualcuno ha pensato che seguire Cristo significhi sicurezza e protezione, questo brano del Vangelo basta a disilluderlo. Oggi, nella Chiesa, non c’è posto per nessun don Abbondio! Il discepolo di Gesù è esposto alle persecuzioni proprio perché suo discepolo.

Non è lecita nessuna “fuga mundi” al cristiano

Al tempo di Gesù, correvano previsioni abbastanza apocalittiche circa la fine del mondo. I primi cristiani raccolsero queste rappresentazioni apocalittiche, soprattutto dopo l’emozione della caduta di Gerusalemme e della distruzione del Tempio. Poi, anch’essi hanno dovuto comprendere che l’importante non era descrivere la fine dei tempi, immaginare la distruzione del mondo, ma vivere nel tempo orientati verso l’eterno, camminare con i piedi sulla terra e con il cuore verso il cielo. La fine dei tempi significa sostanzialmente due verità: la prima è che verrà distrutto quanto gli uomini hanno costruito nella ingiustizia; la seconda è che si realizzerà in pienezza il Regno del Signore, Regno di pace e di giustizia. Perciò la fine dei tempi appare ambivalente: da un lato, sarà distruzione del male compiuto dai violenti; dall’altro, esaltazione del bene costruito dai giusti. In questi anni si nota un certo scetticismo, che emerge dalle tante promesse mancate: la civiltà, così come l’abbiamo costruita, non funziona: La terra, interamente illuminata dalla ragione, brilla all’insegna di una trionfale sciagura. Su questo scetticismo sarebbe facile, ma disonesto, costruire la nostra nuova apologia, del tipo: Ve lo avevamo detto, ben vi sta! I nuovi fasti della religione cristiana vanno fondati su ben altra teodicea!
In questo periodo di scoramento, i cristiani hanno una parola sapienziale da pronunciare? Certamente, e la prima è quella di lavorare per la realizzazione del Regno di Dio. Nessuna oziosità storica, nessuna fuga mundi, nessuna meditatio mortis. Anche oggi si notano forme spirituali, movimenti carismatici, correnti mistiche, che privilegiano il distacco dal mondo. È la tentazione dell’ora! Il credente maturo lavora con serietà e con serenità per la realizzazione del Regno di Dio, ascolta con sincerità la parola di Dio, e la vive ogni giorno. Questa saldatura tra la professione della fede e l’impegno nella società è un punto fondamentale di non-ritorno. Non dobbiamo più costruire spazi sacri per incontrare Dio, non abbiamo terre sante da visitare, non abbiamo case di Dio in cui cercare rifugio. La casa di Dio è la casa dell’uomo, l’immagine di Dio è l’uomo vivente.
In secondo luogo, valorizziamo pure le costruzioni del Tempio sacro, ma nella loro provvisorietà. Nel passato, avevamo la presunzione di costruire per il sempre. Oggi, la relatività avvolge tutte le realtà. Secondo il filosofo greco Eraclito, noi siamo immersi nel movimento eterno, quindi non possiamo costruire uno stato perfetto, una chiesa definitiva. Nessuna perfezione toccherà mai le cose umane; il nostro cuore sarà sempre inquieto, verso un avere di più, verso un essere di più. La vera ascetica, che sostituisce quella conventuale o eremitica, è l’ascetica di chi costruisce sapendo che tutto poi verrà superato; il “relativo” diventa così il nostro “cilicio quotidiano”, la dedizione al provvisorio diventa la nostra passione e la nostra sofferenza.
In terzo luogo, il credente maturo accetta la contraddizione come norma di vita. Oggi non si può essere cristiani volendoci bene, sospirando la pace, cercando l’unità tra “le anime belle”, in una sorta di “candida rosa”. Oggi il conflitto è la regola quotidiana. Gesù ha previsto conflitti persino in famiglia: genitori contro figli, spose contro mariti, fratello contro sorella. Accettare il conflitto, cercare di superarlo, essere strumenti di pace: questo è l’impegno del credente.

La persecuzione: una beatitudine!

La carità non è una pia cecità o una religiosa sordità o una fibrillazione del cuore, ma è una superiore passione, un principio architettonico della realtà. Chi vuole vivere oggi secondo il Vangelo, apre dei conflitti; chi vuole una società giusta, provoca contraddizioni. Le persecuzioni non sono una possibilità remota ma sempre attuale; non esiste una vita cristiana all’insegna della tranquillità. Non si va in carrozza in paradiso! Un vero discepolo non va come un fanatico alla ricerca delle persecuzioni, e neppure si abbandona morbosamente all’istinto del vittimismo. Se siamo perseguitati dagli altri a motivo della fedeltà al Vangelo, beati noi! Ma non ogni persecuzione merita la beatitudine del Signore: possiamo essere perseguitati per tanti altri motivi, la cui responsabilità è tutta nostra. Qualche volta la chiesa è stata perseguitata per oscurantismo, per pigrizia, per viltà, per debolezza, per complicità, per interesse. Talvolta l’ostilità contro la chiesa è nata da un amore deluso verso di essa: i limiti dei cristiani, le connivenze con situazioni di ingiustizia, le paure, i silenzi, i compromessi … hanno provocato la reazione degli uomini onesti e di buona volontà. Ma c’è anche una persecuzione orchestrata dalle forze del male, da quel “lievito nero” che si ramifica fino a diventare una “religione del male”, a produrre i “fiori del male”, una sorta di “corpo mistico del male”. Il credente non si scoraggia: se da un lato, è l’uomo della impazienza, perché il giorno è breve e la notte si avvicina; da un altro lato, il credente è anche l’uomo della pazienza, perché sa che dalla morte del seme nasce il fiore del Regno di Dio. La pazienza è il frutto della speranza! Buona vita!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano