Trinità: Dio soffre

la solitudine!

Solennità della Trinità - A

Franco Galeone *

Trinità Crocifisso
Tutto il creato è “imago” della Trinità

La festa della Trinità non è una festa astratta per intelletti metafisici, né un’occasione per dispute teologiche, ma un mistero pieno di luce e con forti suggestioni per la nostra esistenza. Grandi pittori, come Benozzo Gozzoli a San Gimignano, Rubens nella Galleria Nazionale di Praga, Dello Zoppo a Santo Spirito a Firenze, e tanti altri, hanno rappresentato Agostino che, meditabondo lungo la spiaggia, conversa con il Bambino che giocava a travasare tutto il mare in una piccola buca nella sabbia: una bella leggenda, che la grande arte ha voluto illustrare per il suo alto simbolismo. Dio è mistero ineffabile: di Lui non sapremmo nulla, se egli stesso non si rivela in qualche modo. Ma Dio si è anche fotografato nella nostra interiorità. Agostino ha scoperto questo documento fotografico nella interiorità dell’uomo. Per Agostino, anche l’uomo, nella sua profonda psicologia, è Trinità: esistenza, conoscenza, amore sono qualcosa di unico e di distinto. Un punto fondamentale della dottrina trinitaria in Agostino consiste nelle analogie trinitarie che egli scopre nel creato come vestigia e nell’uomo come imago della divinità. Tutte le cose create, sia quelle materiali che quelle spirituali, presen¬tano unità, forma, ordine. Ora, poiché dalle opere noi risaliamo al Crea¬tore, che è Dio uno e trino, noi possiamo ritenere questi tre caratteri come vestigia di sé lasciate dalla Trinità nella sua opera. Analogamen¬te, a un livello più alto, l’uomo è immagine della Trinità, perché anche l’uomo è uno e trino: Esistenza, conoscenza, amore sono tre cose, e queste tre cose non sono che una.
Il vero cristiano non crede in Dio-onnipotente, ma crede in Dio-padre-onnipotente: non separa mai la paternità dall’onnipotenza. Credere in Dio-padre-onnipotente significa credere che Dio può sempre suscitare o risuscitare in me un figlio che gli somigli. Tutte le Maddalene possono diventare santa Maddalena; tutti i figli prodighi possono tornare a servire il Padre abbandonato con maggiore affetto; tutte le nostre colpe possono diventare delle felici colpe. C’è, infatti, una gioia che è concessa solo a chi ha peccato. Il vero ateo non è colui che dice Dio non esiste, ma l’ateo vero è colui che dice che Dio non lo cambierà più, che ha tentato troppe volte, che è troppo tardi. Costui nega il primo articolo della fede, nega la onnipotente paternità di Dio. Cristo ha rivelato Dio come impotenza di forza e onnipotenza di amore. Cessiamo di parlare in termini di volontà di potenza, per parlare di volontà di amore. Saremo adulti nella fede quando ci convincerà più un gesto di amore, che un segno di forza.

La Trinità: mistero e non problema

Riflettiamo sul mistero della Trinità, non sul problema della Trinità. L’esistenzialista G. Marcel ci insegna la distinzione tra problema e mistero: il problema è qualcosa che non conosciamo, ma che, con l’affinamento della ragione e lo sviluppo della scienza, potremo conoscere; il mistero è invece qualcosa che mai comprenderemo, perché Lui comprende noi. Ignoramus et ignorabimus! Il mistero della Trinità ci fa toccare con mano la nostra povertà epistemologica, la fragilità delle nostre filosofie e teologie. Unico atteggiamento corretto è solo il silenzio, l’adorazione, l’ascolto. Il rischio è di parlare della Trinità come di un oggetto complicato, di un rompicapo mentale, di un crampo metafisico; la Trinità non è quel famoso occhio che ci spia nel triangolo; non significa che 1 è uguale a 3, ma che Dio è uno nella natura (monoteismo) e trino nelle persone (trinità). La Trinità non è un problema ma un mistero, e mistero significa non assurdità ma verità superiore, luce accecante. Cosa c’è di più luminoso del sole, eppure per poterlo guardare con i nostri occhi abbiamo bisogno di uno schermo oscuro!
Un libro dello scrittore francese Jean Claude Barreau ci aiuta a comprendere qualcosa di questo mistero. Un uomo armonioso e completo vive in tre dimensioni: il verticale (sopra), l’orizzontale (intorno), l’interiore (dentro). Grazie alla dimensione verticale, l’uomo riconosce l’autorità (il padre), si scopre figlio, impara l’obbedienza; grazie alla dimensione orizzontale, l’uomo riconosce quanti gli stanno attorno, si scopre fratello, impara la fraternità; grazie alla dimensione interiore, l’uomo riconosce il suo mondo profondo (anima), impara i valori dello spirito, diventa un essere libero. Se manca una dimensione, diventa quell’essere uni-dimensionale teorizzato da H. Marcuse. Chi resta solo figlio, diventerà un conservatore e un tutore dell’ordine; chi resta solo fratello, rifiuterà i valori dell’ordine e della disciplina; chi resta solo interiore, sarà portato a chiudersi nel suo piccolo ed egoistico mondo interiore. Applicando questa interpretazione alla Trinità, il credente, quando legge il Vangelo, incontra un Dio che sta sopra, il Padre appunto, sempre pronto ad accogliere; ma trova anche un Figlio che si è fatto nostro fratello; e infine Dio si trova nel nostro profondo, come dice Agostino: intimior intimo meo. Dio dev’essere trinità, famiglia, pluralità perché è Amore; se Dio è amore, dev’essere essere uno e molteplice, perché ogni vero amore tende all’unità e alla pluralità. L’esperienza della sessualità è illuminante: gli sposi nel rapporto sessuale cercano l’unità fisica e psichica, la fusione in una sola carne, ma questa si realizza non nel corpo degli sposi ma nella generazione del figlio; il padre e la madre possono dire in tutta verità: Nostro figlio, il figlio del nostro amore.
Buona vita!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano)