Dalle piaghe del Risorto

la pace, lo Spirito,

il perdono, la gioia, la missione

Domenica di Pentecoste A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

pentecosteavezzano

Gv 20,17 Le piaghe: varco che riversa sul mondo il torrente della misericordia [1]

Ogni ferita, ogni sofferenza, ogni dolore, sono stati caricati sulle proprie spalle dal Buon Pastore, che ha offerto sé stesso e con il suo sacrificio ci ha aperto il passaggio alla vita eterna. Le sue piaghe aperte sono come il varco attraverso cui si riversa sul mondo il torrente della sua misericordia. Non lasciamoci rubare il fondamento della nostra speranza, che è proprio questo: Christòs anesti! Non priviamo il mondo del lieto annuncio della Risurrezione! E non siamo sordi al potente appello all’unità che risuona proprio da questo luogo, nelle parole di Colui che, da Risorto, chiama tutti noi “i miei fratelli” (cfr Mt 28,10; Gv 20,17).

Gv 20,19.20 Chi segue Cristo riceve la vera pace [2]

San Francesco ci testimonia: chi segue Cristo, riceve la vera pace, quella che solo lui, e non il mondo, ci può dare. San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce. È la pace che Gesù Risorto donò ai discepoli quando apparve in mezzo a loro (cfr Gv 20,19.20).
La pace francescana non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”, cioè il suo comandamento: Amatevi gli uni gli altri come io vi ho amato (cfr Gv 13,34; 15,12). E questo giogo non si può portare con arroganza, con presunzione, con superbia, ma solo si può portare con mitezza e umiltà di cuore.

20,19.21.26 Essere partecipi della pace della resurrezione [3]

La pace è consegna definitiva del trionfo di Gesù
Il saluto di Cristo risorto, “Pace a voi!” (Gv 20,19.21.26) è la consegna del trionfo definitivo. Condividerla, riceverla, significa essere già partecipi della pace della resurrezione. La pace dev’essere lo stato abituale di un religioso, di un sacerdote perché, in quanto mediatore, mantiene il suo cuore ancorato al sommo bene, ai “beni di lassù”: “I nostri cuori siano fissi laddove sono le vere gioie” ci fa chiedere la liturgia.

È pace vera, non illusoria
Non dobbiamo confondere la pace vera con quella illusoria. La seconda è quella dell’ignoranza, quella dell’io candido che schiva la difficoltà, quella del ricco Epulone che ignora Lazzaro. La vera pace cresce nella tensione di due elementi contrari: è accettazione di un presente in cui ci riconosciamo deboli e peccatori e, al tempo stesso, superamento dello stesso presente come se già fossimo liberati dal limite del peccato. Sant’Ignazio ci fa entrare varie volte in questa tensione esplicitata nella sua “teologia del “come se” (“come se fossi presente” ci fa sentire nel presepe; e per fare una buona scelta ci fa pensare “come se” fossimo in articulo mortis o nel giorno del giudizio; ES 186-187). Il luogo di questa pace è il cuore: qui abita la presenza di Gesù che ci dà sicurezza.

È esigente
In questa pace si coltivano il coraggio apostolico (parresia) e la pazienza apostolica (hypomoné). Vivere la pace infatti non significa mantenere la tranquillità. Qui non si tratta della pace facile, bensì di quella esigente, che non sopprime la fragilità e i difetti e ci permette di compiere la scelta e di trovare la volontà di Dio. Non è la pace del mondo (Gv 14,27), ma quella del Signore (Gv 16,33).

Va tramessa
Il nostro Dio è il Dio della pace (Rm 15,33), che ha voluto darla a noi pacificandoci in suo Figlio (Rm 5,1), affinché anche noi la trasmettessimo e fosse vincolo di unione per proteggere l’unità (Ef 4,3). Ci è stata annunciata ufficialmente, per tutti, la notte di Natale (Lc 2,14), e la sua eco giunge fino alla domenica delle Palme (Lc 19,38). Ci è stato chiesto di cercarla orientando i nostri passi verso di essa (Le 1,79), perché siamo stati tutti chiamati a vivere in pace (1 Cor 7,15), in quella pace che custodisce i nostri cuori e i nostri pensieri (Fil 4,7) e ci ispira a cercare la pace con tutti (Eb 12,14). Respingerla ci allontana dal timore di Dio (Rm 3,17) e rattrista il cuore di Cristo (Lc 19,42).

È beatitudine per combattere per il regno
La pace è una beatitudine (Mt 5,9) e la cerchiamo perché, in essa e con essa, dobbiamo combattere per il regno. Il Signore ci ha avvertiti: è venuto a portare la guerra (Mt 10,34), a farci partecipare alla stessa guerra che Egli combatte, avendo dato al Demonio un certo potere di togliere la pace dalla terra (Ap 6,4); ma infine Egli, il Dio della pace, schiaccerà Satana (Rm 16,20).

Definisce lo “stile di battaglia”
In questa guerra contro il Maligno la pace consolida il nostro valore, non lascia che nulla ci intimorisca davanti agli avversari (Fil 1,28) e, soprattutto, definisce lo “stile di battaglia”, uno stile che nasce da quella pace, combatte in pace e coltiva la pace: “Ma se avete nel vostro cuore gelosia amara e spirito di contesa, non vantatevi e non dite menzogne contro la verità. Non è questa la sapienza che viene dall’alto: è terrestre, materiale, diabolica; perché dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia” (Gc 3,14-18).

È radicata nel conforto
Ci farà bene se, in queste meditazioni sui misteri della resurrezione del Signore, guardiamo a lui come al portatore della pace. Questo è il senso del “considerare il compito di consolatore che Cristo nostro Signore svolge, paragonandolo al modo con cui gli amici sono soliti consolare gli altri” (ES 224). La pace è radicata nel conforto: sa consolare soltanto chi prima si è lasciato consolare dal Signore stesso. E ci farà bene sentire lo sguardo benevolo e profondo del Signore mentre, conoscendo tutto, ci dice con tenerezza: “Va’ in pace, la tua fede ti ha salvato” (Mc 5,34; Lc 7,50; 8,48)

20,19.21.26 I frutti della vittoria dell’amore di Dio sul male [4]

La pace, dono del Risorto
“Pace a voi!” Non è un saluto, e nemmeno un semplice augurio: è un dono, anzi, il dono prezioso che Cristo offre ai suoi discepoli dopo essere passato attraverso la morte e gli inferi. Dona la pace, come aveva promesso: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). Questa pace è il frutto della vittoria dell’amore di Dio sul male, è il frutto del perdono. Ed è proprio così: la vera pace, quella profonda, viene dal fare esperienza della misericordia di Dio […].

La beatitudine della fede
Il Vangelo di Giovanni ci riferisce che Gesù apparve due volte agli Apostoli chiusi nel Cenacolo: la prima, la sera stessa della Risurrezione, e quella volta non c’era Tommaso, il quale disse: se io non vedo e non tocco, non credo. La seconda volta, otto giorni dopo, c’era anche Tommaso. E Gesù si rivolse proprio a lui, lo invitò a guardare le ferite, a toccarle; e Tommaso esclamò: “Mio Signore e mio Dio!” (Gv 20,28). Gesù allora disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!” (v. 29). E chi erano questi che avevano creduto senza vedere? Altri discepoli, altri uomini e donne di Gerusalemme che, pur non avendo incontrato Gesù risorto, credettero sulla testimonianza degli Apostoli e delle donne. Questa è una parola molto importante sulla fede, possiamo chiamarla la beatitudine della fede. Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto: questa è la beatitudine della fede!
In ogni tempo e in ogni luogo sono beati coloro che, attraverso la Parola di Dio, proclamata nella Chiesa e testimoniata dai cristiani, credono che Gesù Cristo è l’amore di Dio incarnato, la Misericordia incarnata. E questo vale per ciascuno di noi!

Lo Spirito Santo per la remissione dei peccati
Agli Apostoli Gesù donò, insieme con la sua pace, lo Spirito Santo, perché potessero diffondere nel mondo il perdono dei peccati, quel perdono che solo Dio può dare, e che è costato il Sangue del Figlio (cfr Gv 20,21-23). La Chiesa è mandata da Cristo risorto a trasmettere agli uomini la remissione dei peccati, e così far crescere il Regno dell’amore, seminare la pace nei cuori, perché si affermi anche nelle relazioni, nelle società, nelle istituzioni. E lo Spirito di Cristo Risorto scaccia la paura dal cuore degli Apostoli e li spinge ad uscire dal Cenacolo per portare il Vangelo. Abbiamo anche noi più coraggio di testimoniare la fede nel Cristo Risorto! Non dobbiamo avere paura di essere cristiani e di vivere da cristiani! Noi dobbiamo avere questo coraggio, di andare e annunciare Cristo Risorto, perché Lui è la nostra pace, Lui ha fatto la pace, con il suo amore, con il suo perdono, con il suo sangue, con la sua misericordia.

20,22-23 I doni pasquali del Risorto [5]

Il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo. Nella sua prima apparizione agli Apostoli, nel cenacolo, Gesù risorto fece il gesto di soffiare su di loro dicendo: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20,22-23). Gesù, trasfigurato nel suo corpo, ormai è l’uomo nuovo, che offre i doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione. Quali sono questi doni? La pace, la gioia, il perdono dei peccati, la missione, ma soprattutto dona lo Spirito Santo che di tutto questo è la sorgente. Il soffio di Gesù, accompagnato dalle parole con le quali comunica lo Spirito, indica il trasmettere la vita, la vita nuova rigenerata dal perdono.

Il perdono attraverso le piaghe
Ma prima di fare il gesto di soffiare e donare lo Spirito, Gesù mostra le sue piaghe, nelle mani e nel costato: queste ferite rappresentano il prezzo della nostra salvezza. Lo Spirito Santo ci porta il perdono di Dio “passando attraverso” le piaghe di Gesù. Queste piaghe che Lui ha voluto conservare; anche in questo momento lui in Cielo fa vedere al Padre le piaghe con le quali ci ha riscattato. Per la forza di queste piaghe, i nostri peccati sono perdonati: così Gesù ha dato la sua vita per la nostra pace, per la nostra gioia, per il dono della grazia nella nostra anima, per il perdono dei nostri peccati. È molto bello guardare così a Gesù!

20,20 “I discepoli gioirono” (EG 5)

Il Vangelo, dove risplende gloriosa la Croce di Cristo, invita con insistenza alla gioia. Bastano alcuni esempi: “Rallegrati” è il saluto dell’angelo a Maria (Lc 1,28). La visita di Maria a Elisabetta fa sì che Giovanni salti di gioia nel grembo di sua madre (cfr Lc 1,41). Nel suo canto Maria proclama: “Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore” (Lc 1,47). Quando Gesù inizia il suo ministero, Giovanni esclama: “Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,29). Gesù stesso “esultò di gioia nello Spirito Santo” (Lc 10,21). Il suo messaggio è fonte di gioia: “Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). La nostra gioia cristiana scaturisce dalla fonte del suo cuore traboccante. Egli promette ai discepoli: “Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia” (Gv 16,20). E insiste: “Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia” (Gv 16,22). In seguito essi, vedendolo risorto, “gioirono” (Gv 20,20). Il libro degli Atti degli Apostoli narra che nella prima comunità “prendevano cibo con letizia” (2,46). Dove i discepoli passavano “vi fu grande gioia” (8,8), ed essi, in mezzo alla persecuzione, “erano pieni di gioia” (13,52). Un eunuco, appena battezzato, “pieno di gioia seguiva la sua strada” (8,39), e il carceriere “fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per aver creduto in Dio” (16,34). Perché non entrare anche noi in questo fiume di gioia?

20,21 Unita a Cristo la Chiesa continua la sua missione [6]

Unendosi a Cristo, il popolo della nuova Alleanza, lungi dal chiudersi in se stesso, diventa “sacramento” per l’umanità, segno e strumento della salvezza operata da Cristo, luce del mondo e sale della terra (cfr Mt 5,13-16) per la redenzione di tutti. La missione della Chiesa continua quella di Cristo: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Perciò dalla perpetuazione nell’Eucaristia del sacrificio della Croce e dalla comunione col corpo e con il sangue di Cristo la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere la sua missione. Così l’Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta l’evangelizzazione, poiché il suo fine è la comunione degli uomini con Cristo e in Lui col Padre e con lo Spirito Santo.

20,20.27 Il Risorto esercita il sacerdozio dell’intercessione [7]

Il sacerdozio di Cristo si esercita in tre momenti: nel sacrificio della croce (e in questo senso è stato “una volta per sempre”); attualmente (come intercessore presso il Padre, Eb 7,25); e alla fine dei tempi (“senza alcuna relazione con il peccato”, Eb 9,28), quando Cristo consegnerà tutta la creazione al Padre. Nel secondo momento, quello attuale, Gesù Cristo esercita l’intercessione sacerdotale per noi: “Poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di lui si avvicinano a Dio: egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore (Eb 7, 24-25). Gesù Cristo è vivo e intercede in tutta la sua pienezza di uomo e di Dio: “Poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Eb 4, 14ss). Nei misteri della risurrezione, Gesù, già costituito Signore, mostra il suo corpo, si lascia toccare le piaghe, la carne (Gv 20,20.27; Lc 24,39.42). Quel corpo, quelle piaghe, quella carne sono intercessione. E anzi: non c’è altra via di accesso al Padre se non questa.
Il Padre vede la carne del Figlio e la fa accedere alla salvezza... Troviamo il Padre nelle piaghe di Cristo. Egli è vivo, così, nella sua carne gloriosa, ed è vivente in noi.
Partecipare alla sua carne, portare pazienza con lui nella sua passione per partecipare anche alla sua glorificazione: questo è il concetto chiave della Lettera agli Ebrei: “Noi abbiamo un altare le cui offerte non possono essere mangiate da quelli che prestano servizio nel Tempio” (Eb 13, 10). Questo altare è Cristo, il suo corpo appeso alla croce.


NOTE

1 Celebrazione ecumenica in occasione del 50° anniversario dell’incontro a Gerusalemme di Paolo VI e il Patriarca Atenagora, 25 maggio 2014.
2 Omelia, Visita pastorale ad Assisi, 4 ottobre 2013.
3 La pace del Signore risorto, in PAPA FRANCESCO – J.M. BERGOGLIO, In lui solo la speranza. Esercizi spirituali ai vescovi spagnoli (15-22 gennaio 2006), Jaca Book – LEV, Milano - Città del Vaticano 2013, n.74; J.M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità, Introduzione di Antonio Spadaro, S.J., Rizzoli Milano 2014, 199-201.
4 Angelus, 7 aprile 2013.
5 Udienza, 20 novembre 2013.
6 49° Congresso eucaristico internazionale del Québec: “L’Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo”, Québec 18 giugno 2008, in J.M. BERGOGLIO, Misericordia, (= Le parole di papa Francesco, 6), Corriere della sera, Milano 2014.
7 J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014, 246-249; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014, 44-46.