Vieni, Santo Spirito

Festa di Pentecoste - Anno A

a cura di Franco Galeone *

pentecoste di giotto

Parliamo dello Spirito, meglio, allo Spirito, come ad una persona vivente
Pentecoste significa cinquanta giorni. Questa festa è di origine ebraica, e commemora la rivelazione di Dio a Mosè sul monte Sinai; ma è anche la festa del raccolto: è una delle tre feste di pellegrinaggio; gli ebrei la chiamano anche Shavuòt (festa delle settimane), e viene celebrata nel mese di maggio-giugno; durante questa festa essi usano mangiare cibi a base di latte. Per noi cristiani, la Pentecoste viene celebrata dopo cinquanta giorni dalla Pasqua, e ricorda la discesa dello Spirito sugli apostoli nel Cenacolo; oggi nasce la Chiesa, e l’episodio è stato commentato da tanti pittori e musicisti, scrittori e poeti; tra i tanti voglio qui ricordare Manzoni, che a questo evento ha dedicato forse il suo inno più bello.
Parlare di Dio-Padre è difficile, ma qualcosa possiamo dirla, perché Gesù ce ne parla nel Vangelo; di Dio-Figlio è molto più facile, perché si è fatto uomo, è vissuto trenta anni in Palestina, le sue parole e azioni sono contenute nel Vangelo; di Dio-Spirito è quasi impossibile parlare, perché appunto è spirito e noi siamo materia, è santo e noi siamo peccatori, è amore e noi siamo egoisti. Si sente quindi parlare poco dello Spirito; lo riconosceva anche l’apostolo Pietro ai suoi tempi: Avete sentito parlare dello Spirito? Quale battesimo avete ricevuto? E Paolo, parlando agli ateniesi nel loro Areòpago, esordì dicendo che annunciava loro il “dio ignoto” (Atti, 17,23). Proviamo a parlare dello Spirito, ma con grande pudore: non si parla dello Spirito, come di una inutile chiacchiera; si parla allo Spirito, coma a una persona viva; soprattutto lo Spirito si prega, si adora, si ascolta! In silenzio!

La vera unità accetta la pluralità
Lo Spirito riempie tutta la terra, e viene verso di noi con il volto della diversità. Non ogni diversità è pericolosa. Anzi! Anche la voce dei profeti era sgradita ai potenti, annunciava cose diverse, cieli nuovi e nuove terre; il profeta è carico di una universalità che non tollera i settarismi. L’uomo settario, che ascolta un annuncio universale, dice subito che si tratta di eresia; ma l’eresia, come dice la parola, consiste nella separazione; eretico può essere il cattolico che crede che ci si salvi solo entrando sotto le forche caudine della sua cultura. Attenti a non disprezzare lo Spirito solo perché ci viene in forme inconsuete! Forse il nostro pessimismo è l’effetto della nostra chiusura mentale, che non avverte come dai quattro venti soffia il vento dell’unità del mondo. Chi non ha la passione per l’unità, e difende con i denti il proprio particulare (fosse anche una Chiesa!), precipita nell’intolleranza e nella disperazione. La vera unità è quella che legittima la diversità. Va da sé che chi lotta per l’unità appare un soggetto pericoloso. Chi più di Paolo ha sentito la passione per l’unità? Eppure egli appariva ai suoi stessi colleghi come un pericoloso eretico. Paolo ha sofferto molto per fare passare la verità evangelica superando tutti gli steccati. Chi è per l’unità è per l’abolizione di tutte quelle separazioni, che vanno bene ai potenti. Perciò, chi è per l’unità corre il rischio di essere censurato. Dipende tutto dalla prospettiva dove ci collochiamo. Anche Paolo, dovunque andava, seminava risse; gli Atti degli apostoli non parlano che di processi, tribunali, carceri, lapidazioni … tutto provocato dalla sua predicazione. I gruppi chiusi, le sinagoghe ottuse si sentivano minacciate da quell’universale annuncio, che la salvezza non passava dalla circoncisione né dal giudaismo ma dalla fede in Cristo, dalla vita onesta, senza riferimenti a razze privilegiate o a popoli eletti.

Lo Spirito: invisibile e necessario!
I progetti di unità del mondo, ereditati dal secolo scorso, si stanno logorando, perché si rivelano incapaci di produrre l’unità nella molteplicità, il consenso nel pluralismo. Abbiamo concepito l’unità come una monolitica piramide, noi al vertice, e, scendendo più o meno paternalisticamente, collocavamo gli altri popoli gradatamente, da un massimo di barbarie a un massimo di approssimazione a noi. Ci sembrava che in questa piramide, ai cristiani toccasse la leadership, il compito di guidare l’intero genere umano verso un approdo di pace e di universale fraternità. E’ avvenuto che il vertice si è appiattito, il centro del pianeta è dappertutto. L’unità che si impone è l’unità coatta: la coazione ideologica, economica, politica, culturale. La paura forse è destinata ad aumentare, proprio perché siamo appena agli inizi di questa liquidazione delle presunzioni storiche. Nessuno di noi gestisce i destini del mondo: non ci sono popoli eletti! Il popolo di Dio è tutta l’umanità. Dio, proprio perché spirito e non idolo, elude le nostre concettualizzazioni. Lo Spirito, per definizione, non si presta a nessuna simbologia. Lo Spirito rifiuta di dare valore assoluto al relativo. A questa costituzione degli assoluti, che però tali non sono, tutto ci sospinge: la cultura profana e l’eredità laica, la filosofia e la teologia. E quanti razzismi, quante presunzioni, quanti orgogli camuffati da pietà abbiamo accumulato nel cuore!

Lo Spirito viene come un uragano e abbatte tutte le barriere. Lo Spirito fece cadere il Tempio, la legge, e aprì la salvezza a tutti. Ma noi abbiamo nuovamente eretto i templi, le leggi, le sinagoghe, e lo Spirito deve di nuovo soffiare per restituirci l’ansia della universale salvezza, non quella astratta dei filosofi illuministi, ma quella concreta, che passa attraverso la partecipazione generosa e sofferta alla condizione umana. Altrimenti, anche l’universalità del Vangelo diventa un pretesto presuntuoso. Lo Spirito Santo non è il tappabuchi delle nostre miserie, non è il deus ex machina delle nostre impotenze; è la contestazione in radice della nostra libidine di potere, anche spirituale. Lo Spirito è l’antipotere, passa attraverso la croce del Signore: la croce va messa nella coscienza più che sugli scudi! E’ lo Spirito che ci ha donato il Crocifisso. Non dobbiamo allora legare lo Spirito a un partito politico, ad una cultura egemone, ad un gruppo di potere. Lo Spirito passa dall’altra parte, fuori dalle mura delle nostre teologie, può non entrare nelle nostre chiese, parla anche con la bocca dei lontani, suscita profeti che non hanno la nostra lingua o la nostra pelle o le nostre credenziali, che anzi puntano il dito contro di noi, diventati ormai gli archivisti dello Spirito. Pentecoste: una felice occasione per riflettere sullo Spirito, invisibile e necessario: Senza lo Spirito, Dio è lontano, Cristo resta nel passato, il Vangelo una lettera morta, la Chiesa una semplice organizzazione, l’autorità un potere, la missione una propaganda, il culto un arcaismo, l’agire morale un agire da schiavi (Atenagora).
Buona vita!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano