Io sono

il buon Pastore! (Gv 10,1)

Solo chi ama, conosce davvero

Quarta domenica di Pasqua A

Franco Galeone *

buonpastore

“Io sono venuto perché abbiano la vita, in abbondanza”. Questa conclusione illumina tutto il brano, che possiamo dividere in due quadri: nel primo, Gesù parla del pastore e del ladro (vv. 1-6); siccome i suoi interlocutori non comprendono che Gesù parla di sé stesso, nel secondo quadro, egli si definisce chiaramente “la porta delle pecore” (vv. 7-10). I vangeli non vogliono tanto raccontare dei fatti, quanto rivelare il loro significato profondo; gli evangelisti non sono dei cronisti ma dei teologi. In questo brano, Gesù viene presentato come buon pastore: egli è punto di passaggio obbligato per arrivare alla salvezza; egli è la porta, cioè il sacramento fontale da cui ci viene ogni grazia. In una parola egli è la nostra pasqua (passaggio): è per Lui che la vita ci viene da Dio, è per Lui che la nostra preghiera sale a Dio.

Pastore buono, anzi, unico!

Un mio amico non riusciva a trovare nessuno disponibile, anche offrendo una buona paga mensile, a pascolargli il gregge. Vita dura quella del pastore! Allontanarsi per settimane, non vedere che pecore e pascoli! La loro vita è amara più che dolce, sofferta più che goduta, penosa più che bucolica. Non occorre andare in Israele; anche il nostro Sud ci offre ancora pezzi di questo mondo primordiale. Chi accetta questo lavoro, finisce per affezionarsi agli animali: le lunghe giornate e nottate trascorse insieme fanno sì che il pastore si senta più un padre che un padrone. Queste realtà il Signore le conosceva bene, come i suoi ascoltatori, popolo nomade e dedito sulla pastorizia; le sue parole non erano nuove, come forse a noi moderni. Gesù, buon pastore! Non pensiamo alle statuine di gesso, a Gesù con la boccuccia a ciliegia, e l’agnellino sulle spalle, simile a un batuffolo di cotone. Se leggiamo Giovanni con attenzione, ogni leziosaggine scompare, il linguaggio diventa ruvido: “E’ un ladro e un brigante … Il ladro viene per rubare, uccidere, distruggere”. Ma è presenta anche tanta tenerezza: “Chiama le sue pecore una per una, e le conduce al pascolo”. Gesù dice una frase forte: “Quanti sono venuti prima di me, sono tutti ladri e briganti”. Frase che non si potrebbe ripetere in un salotto o in una università; ma nella sostanza la frase resta vera. Quante voci ci hanno chiamato, prima e dopo quella di Cristo, da quella di Socrate e quelle dei “nuovi filosofi”. Non erano certo ladri e briganti, però solo il Cristo ha data la sua via per me, per ognuno di noi. Siamo pecore? Che importanza ha? Siamo pecore tutti; tutti facciamo parte di qualche gregge o tribù o circolo o gruppo o Chiesa o, Dio non voglia, di qualche branco. Il gregge di Gesù non rende schiavi, non porta al vizio e alla rovina. Buon pastore? Forse molto meglio dire: pastore unico!

Solo chi ama, conosce davvero

A nessuno piace essere paragonato a un gregge, a una pecora, tuttavia l’immagine della pecora suggerisce bene la nostra condizione: siamo privi di qualsiasi difesa contro il lupo rapace. Ciò che viene messo in luce con l’immagine del pastore è la totale offerta del Cristo, e non la incosciente docilità delle pecore. Cristo non invita a rinunciare a se stessi o a praticare una cieca sottomissione; non è un populista che manipola le folle, né uno sciamano o un carismatico fanatico; e non è d’accordo con tanti di noi che vogliono un gregge chiuso e obbediente: egli va in cerca delle pecore lontane o smarrite. Cristo vuole che noi lo conosciamo come egli si conosce, come il Padre lo conosce. Tale esigenza ci spaventa; anche nella migliori famiglie è raro conoscersi veramente; pensiamo che sia pericoloso. Chi oserebbe dire: “Mia moglie conosce me come io conosco mia moglie”? I genitori vogliono conoscere tutto dei figli, ed è anche giusto, e se anche i figli conoscessero tutto del padre e della madre? Quanti schermi, quanti silenzi, quante parole non si dicono più perché è meglio tacere, perché non saremmo capiti. Bisogna veramente amare per desiderare di mostrarsi come siamo, con le nostre odiose colpe, i nostri vergognosi pensieri, e con quello strano resto di innocenza che ancora è presente in ognuno di noi. Sappiamo che il Signore ci conosce bene, ma di questo abbiamo più timore che gioia; dal catechismo sappiamo che Dio vede tutto (il famoso occhio nel triangolo!), e pensiamo quasi di essere spiati e condannati, invece di pensare che ci segue per aiutarci. E’ questo l’unico lavoro degno di un padre e di un Dio; è questo il primo articolo della nostra fede: “Credo in Dio, padre onnipotente”, cioè sempre pronto a perdonare, a dare fiducia, ad accogliere ogni figlio prodigo e dissoluto!

Il Signore è il mio pastore, nulla mi manca!

Proviamo, davanti a queste parole, un senso di pace e di sicurezza. Ci sono pastori che mungono, tosano, macellano, divorano le pecore, senza pietà. Del tutto diverso è Gesù! E noi? Siamo tutti un gregge sereno, in cammino verso i pascoli eterni? Sappiamo distinguere tutti la voce del “buon” pastore da quella dei ladri sfruttatori, che stravolgono in merce e in affare la vita e la morte stessa, con i loro traffici iniqui? Attorno a noi, in questo zoo umano, sentiamo ruggiti e ululati; Machiavelli stesso raccomandava al “principe” di essere “lione” e “golpe”, ma poteva anche aggiungere serpente e iena. Non è facile, ma è necessario distinguere la voce del Vangelo, l’insegnamento del Maestro: solo Lui ci potrà salvare. Oggi non è facile parlare del papa, dei vescovi, dei sacerdoti in termini di pastori. Molte deformazioni storiche gravano sull’immaginario collettivo dei credenti. Il papa, per esempio, da molti non è visto come il centro di unità per tutta la Chiesa, ma come un capo politico, un astuto diplomatico, un monarca assoluto. Il vescovo non è visto come il centro della Chiesa locale, il padre e il maestro della famiglia diocesana, ma come un solenne dignitario, un alto funzionario. Il parroco e i sacerdoti non sono visti come i pastori dedicati al loro popolo, ma come i burocrati che curano delle pratiche, o i potenti cui chiedere raccomandazioni. I fedeli hanno anche ragione quando si mostrano esigenti e critici verso i loro pastori, ma devono anche manifestare loro affetto e obbedienza. La Chiesa, anche se sbaglia, resta una madre! Il cardinale Newman, convertitosi dall’anglicanesimo al cattolicesimo, ebbe molto a soffrire perché odiato dai protestanti e incompreso dai cattolici; portò la sua croce in silenzio; occorre imparare a “morire come grano nel campo della Chiesa, e non come ribelli rivoluzionari davanti alla sua porta” (K. Rahner). La differenza tra Martin Lutero e Francesco è solo e tutta nell’obbedienza: Lutero si è messo contro il papa, ha preteso la conversione degli altri, ha spaccato in due l’Europa; Francesco ha convertito se stesso, e “sua dura intenzione ad Innocenzo aperse / e da lui ebbe primo sigillo a sua religione”. Buona Vita!

* Gruppo Biblico ebraico-cristiano