Salire e scendere

Domenica II del tempo di Quaresima A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

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Domenica della Trasfigurazione [1]

Mt 17,1-9 L’evento della Trasfigurazione

Sul monte Gesù si mostra trasfigurato
Gesù “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse in disparte, su un alto monte” (Mt 17,1). La montagna nella Bibbia rappresenta il luogo della vicinanza con Dio e dell’incontro intimo con lui; il luogo della preghiera, dove stare alla presenza del Signore. Lassù sul monte, Gesù si mostra ai tre discepoli trasfigurato, luminoso, bellissimo; e poi appaiono Mosè ed Elia, che conversano con lui. Il suo volto è così splendente e le sue vesti così candide, che Pietro ne rimane folgorato, tanto che vorrebbe rimanere lì, quasi fermare quel momento. Subito risuona dall’alto la voce del Padre che proclama Gesù suo Figlio prediletto, dicendo: “Ascoltatelo” (v. 5).

Ascoltare Gesù
Questa parola è importante! Il nostro Padre che ha detto a questi apostoli, e dice anche a noi: “Ascoltate Gesù, perché è il mio Figlio prediletto”. Teniamo questa parola nella testa e nel cuore: “Ascoltate Gesù!”. E questo non lo dice il Papa, lo dice Dio Padre, a tutti: a me, a voi, a tutti, tutti! “Ascoltate Gesù!”. Non dimenticare.
È molto importante questo invito del Padre. Noi, discepoli di Gesù, siamo chiamati ad essere persone che ascoltano la sua voce e prendono sul serio le sue parole. Per ascoltare Gesù, bisogna essere vicino a lui, seguirlo, come facevano le folle del Vangelo che lo rincorrevano per le strade della Palestina. Gesù non aveva una cattedra o un pulpito fissi, ma era un maestro itinerante, che proponeva i suoi insegnamenti, che erano gli insegnamenti che gli aveva dato il Padre, lungo le strade, percorrendo tragitti non sempre prevedibili e a volte poco agevoli. Seguire Gesù per ascoltarlo. Ma anche ascoltiamo Gesù nella sua Parola scritta, nel Vangelo. Vi faccio una domanda: voi leggete tutti i giorni un passo del Vangelo? Sì, no…sì, no… Metà e metà… Alcuni sì e alcuni no. Ma è importante! Voi leggete il Vangelo? È cosa buona; è una cosa buona avere un piccolo Vangelo, piccolo, e portarlo con noi, in tasca, nella borsa, e leggerne un piccolo passo in qualsiasi momento della giornata. In qualsiasi momento della giornata io prendo dalla tasca il Vangelo e leggo qualcosina, un piccolo passo. Lì è Gesù che ci parla, nel Vangelo! Pensate questo. Non è difficile, neppure necessario che siano i quattro: uno dei Vangeli, piccolino, con noi. Sempre il Vangelo con noi, perché è la Parola di Gesù per poterlo ascoltare.

Salire e scendere
Da questo episodio della Trasfigurazione vorrei cogliere due elementi significativi, che sintetizzo in due parole: salita e discesa.
Noi abbiamo bisogno di andare in disparte, di salire sulla montagna in uno spazio di silenzio, per trovare noi stessi e percepire meglio la voce del Signore. Questo facciamo nella preghiera.
Ma non possiamo rimanere lì! L’incontro con Dio nella preghiera ci spinge nuovamente a “scendere dalla montagna” e ritornare in basso, nella pianura, dove incontriamo tanti fratelli appesantiti da fatiche, malattie, ingiustizie, ignoranze, povertà materiale e spirituale. A questi nostri fratelli che sono in difficoltà, siamo chiamati a portare i frutti dell’esperienza che abbiamo fatto con Dio, condividendo la grazia ricevuta. E questo è curioso. Quando noi sentiamo la Parola di Gesù, ascoltiamo la Parola di Gesù e l’abbiamo nel cuore, quella Parola cresce. E sapete come cresce? Dandola all’altro! La Parola di Cristo in noi cresce quando noi la proclamiamo, quando noi la diamo agli altri! E questa è la vita cristiana. È una missione per tutta la Chiesa, per tutti i battezzati, per tutti noi: ascoltare Gesù e offrirlo agli altri. Non dimenticare: questa settimana, ascoltate Gesù! E pensate a questa cosa del Vangelo: lo farete? Farete questo? Poi domenica prossima mi direte se avete fatto questo: avere un piccolo Vangelo in tasca o nella borsa per leggere un piccolo passo nella giornata.
E adesso rivolgiamoci alla nostra Madre Maria, e affidiamoci alla sua guida per proseguire con fede e generosità questo itinerario, imparando un po’ di più a “salire” con la preghiera e ascoltare Gesù e a “scendere” con la carità fraterna, annunciando Gesù.

17,1-9 Guidare a rivivere il mistero della trasfigurazione [2]

Per coloro che sono di casa, frequentano le vostre comunità e si accostano all’Eucaristia, vi invito a farvi Vescovi pedagoghi, guide spirituali e catechisti, capaci di prenderli per mano e farli salire sul Tabor (cf. Lc 9,28-36), guidandoli alla conoscenza del mistero che professano, allo splendore del volto divino nascosto nella Parola che forse pigramente si sono abituati ad ascoltare senza scorgerne la potenza. Per quanti già camminano con voi, procurate luoghi e allestite tende nelle quali il Risorto possa rivelare il proprio splendore. Non risparmiate energie per accompagnarli nella salita. Non lasciate che si rassegnino alla pianura. Rimuovete con delicatezza e cura la cera che lentamente si deposita negli orecchi impedendo loro di ascoltare Dio che attesta: Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto tutta la mia gioia (cf. Mt 17,5).
È la gioia che trascina, che incanta, che rapisce. Senza gioia il cristianesimo deperisce in fatica, in pura fatica. Curate i vostri sacerdoti, affinché risveglino tale incanto di Dio nella gente, così che abbia sempre voglia di rimanere alla Sua presenza, senta nostalgia della Sua compagnia, non desideri altro che tornare al Suo cospetto.
Troppe sono le parole vuote che portano gli uomini lontani da sé, relegati nell’effimero e limitati al provvisorio. Assicuratevi che sia Gesù, l’amato di Dio, l’alimento solido che venga continuamente ruminato e assimilato.

17,4 Le tentazioni del “ben-essere” [3]

La vera fedeltà
Il monito riguarda le tentazioni caratteristiche del tempo di prosperità e di pace, una volta superati sia la prova dolorosa della schiavitù e del deserto, sia il trionfo della liberazione.
Diversi passi evangelici possono essere letti nella stessa prospettiva. Equivocando ripetutamente sui tempi, i discepoli mostrano di non avere ancora compreso il cuore del messaggio di Gesù: “E bello per noi essere qui; facciamo tre capanne!” (Mc 9,4; Mt 17,1-8), “Diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?” (Lc 9,54), “È questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?” (At 1,6), “Venivano a prenderlo per farlo re” (Gv 6,15).
Sembra piuttosto strano: quasi che tutto il lavoro del Signore fino ad allora non fosse riuscito a cambiare il cuore dei suoi.
La stessa cosa accade con il popolo d’Israele.
Ed è proprio qui che si verifica quel fenomeno dell’arretrare ai comportamenti antecedenti alla conversione: il cuore ha accettato il passaggio del Signore mediante la croce e la risurrezione, ma c’è qualcosa che non è stato donato a quell’amore e fa la sua ricomparsa nel tempo della pace.
La vera fedeltà non si dimostra tanto nei momenti forti del dolore e del trionfo quanto nei momenti di consolazione quotidiana, quando c’è da avviare e da conservare, facendosene carico, la salvezza ricevuta.

Nel tempo della pace la fedeltà si esprime nel cercare il Signore
Se la fedeltà completa va cercata nel momento della pace che subentra alla croce e al trionfo, qual è il modo proprio che essa ha di esprimersi?
Nella prova della croce la maniera è quella di “vegliare e pregare”; nella gioia della risurrezione si è fedeli abbandonandosi al “compito di consolatore” che il Signore ci porta. Nel tempo di pace, invece, la fedeltà si esprime con il continuo cercare il Signore, e questo cercarlo ha, inoltre, una certa dimensione di “resistenza”. Mi spiego […].
La prima tentazione che si presenta nel tempo di pace e prosperità consiste proprio in questo: viene meno il desiderio di cercare Dio oppure, se lo si cerca, avviene in modo imperfetto, per esempio, per ottenere qualcos’altro (col desiderio quindi di ritrovare non tanto la sovrana potenza di Dio salvatore, ma i risultati, i benefici, di quelle imprese).
Nel tempo della pace ordinaria, all’uomo fedele spetta cercare per trovare. Quello infedele o non cerca o cerca soltanto per acquisire o per conservare quanto gli è stato dato, e nient’altro. E che cosa deve cercare chi desidera mantenersi fedele? Semplicemente il Signore e la consolazione (in qualunque sua forma) che accompagna il servizio quotidiano. E cercare la consolazione implica “tentare se stessi”, mettersi alla prova da diversi lati. Significa un continuo e serio esame di coscienza per accorgersi delle mozioni interiori che sopraggiungono nel corso della giornata. Richiede, per esempio, un modo diverso di vegliare rispetto al momento della croce. Implica capacità d’interiorità e occhi spalancati per non assopirsi.

Domenica di Abramo: il distacco da sé

Il distacco da sé e la promessa [4]

Abramo è l’esempio di colui che sa dimenticarsi di sé, della sua terra, e che avanza «a tappe» (Gen 13, 3) verso la terra promessa. Uomo esiliato, povero, pellegrino. Anche nella sua vita da nomade, privo di bene su cui avanzare diritti, si creano conflitti per il possesso della terra, in virtù di quella dimensione di sedentarietà che anche la vita del nomade conosce: si tratta del desiderio di interrompere il cammino in un’oasi di pace, di cantare canzoni della patria nel bel mezzo dell’esilio, di avvicinarsi all’orizzonte con l’illusione di afferrarlo.
Mi preme ricordare a quei sacerdoti che, quando ottengono un posto direttivo, pensano subito a rimodernare l’ufficio, cambiare i segretari, mettere nuovi tappeti, appendere le tende e dotarsi di tutti gli apparecchi tipici di un ufficio: creano un loro ambiente su misura. Tutto ciò non può che generare conflitti: un conflitto sul possesso. Accade anche ad Abramo, nostro padre, che cerca il distacco da sé per ricevere il dono di Dio: «Il territorio non consentiva che abitassero insieme, perché avevano beni troppo grandi e non potevano abitare insieme» (Gen 13, 6). Per evitare che sorgano conflitti, Abramo invita Lot ad allontanarsi: «Non sta forse davanti a te tutto il territorio? Separati da me». Lascia che Lot scelga la parte migliore, e affida la sua al Signore che lo ricompenserà abbondantemente: «Alza gli occhi e dal luogo dove tu stai, spingi lo sguardo [...]. Tutta la terra che tu vedi, io la darò a te». La promessa della terra si perpetua nel tempo attraverso la discendenza che il Signore donerà ad Abramo.

Abramo preferisce il tempo allo spazio
Colui che cerca di distaccarsi da sé compie una scelta ben precisa: preferisce il tempo allo spazio. E il tempo dischiude l’orizzonte dell’eternità: non conosce limiti. Ci sono anche in questo caso delle difficoltà, e capita a volte di confondere lo spazio con il tempo. Crediamo di «distaccarci da noi stessi», nella dimensione del tempo, che appartiene sempre a Dio (il «Messaggero di Dio», la definiva il beato Pedro Fabro), e, senza averne la piena consapevolezza, creiamo dei recinti, dei confini: viviamo «il momento» come qualcosa di assoluto e con una certa dose di definitività. Si tratta della trasformazione del tempo in spazio. Lì non c’è Dio, siamo da soli: è il nostro ambiente ingegnosamente camuffato da cammino del pellegrino. Ci muoviamo, ma siamo «sedentari» nel nostro regno. E lo spazio in cui noi crediamo di camminare, di cui ci crediamo padroni, non è altro che un labirinto che ci siamo costruiti attorno. Siamo certi di essere nel tempo del cammino, ma in realtà non facciamo altro che avvitarci su noi stessi senza meta nell’attesa spasmodica di una nuova Arianna che ci possa liberare: è il rimorso legato alla finzione con cui percorriamo il nostro cammino.

La carne origine del conflitto
I limiti della carne sono l’origine di ogni conflitto che si crea per il possesso dello spazio. Jahvè insegna ad Abramo a uscire dalla sua nicchia, dal suo ambiente, rinunciando al possesso della terra che attraversa, attendendo quella promessa. Ed è la promessa di una patria che dà ad Abramo la forza di continuare il suo cammino.
Lot sceglie la parte migliore della terra, ma insieme a essa eredita anche tutte le sue contraddizioni: «Gli abitanti di Sodoma erano molto malvagi e peccatori contro Jahvè». Anche la moglie di Lot rimane prigioniera dello spazio: non è capace di distaccarsi e guarda «indietro» diventando una statua di sale (Gen 19, 26). C’è molto da dire sul «volgersi indietro»: le Sacre Scritture ci pongono di fronte agli occhi la ribelle nostalgia del popolo di Israele nel deserto - l’aglio e la cipolla d’Egitto (Es 16, 3; 14, 11-12) - che Gesù stesso definisce segno dell’inettitudine nel Regno (Lc 9, 62). È un altro modo di diventare sedentari attraverso la memoria. Essa infatti subisce una metamorfosi maligna: invece di permetterci di ricordare che Dio ha guardato con misericordia le nostre vite - i «ricordati» del Deuteronomio (Dt 5, 15; 8, 2; 32, 7) - o di poter celebrare e rivivere quotidianamente la passione e la risurrezione di Gesù Cristo (Lc 22, 19; 1Cor 11, 24-25), si trasforma in nostalgia seducente che rimpiange il passato: qui si originano le lamentazioni di quei nomadi che non accettano di essere i nomadi del Signore. A questo proposito, san Giovanni della Croce ci parla di «purificazione della memoria».
Abramo si avvicina a Lot e gli lascia la terra. Lot, a causa della sua meschinità e avidità terrena, e sua moglie, per via della nostalgia di una terra lasciata, rimangono vittime delle sofferenze della carne, in quelle città, Sodoma e Gomorra, il cui peccato proveniva proprio dalla carne.


NOTE

1 Angelus, 16 marzo 2014.
2 Discorso ai nuovi vescovi nominati nel corso dell’anno, 10 settembre 2015.
3 L’incertezza e la tiepidezza, in J. M. BERGOGLIO, Pace, Milano Corriere della Sera 2014, (= Le parole di papa Francesco, 5), 51-83.
4 J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, Rizzoli, Milano 2014