Come Gesù

tutti siamo tentati

Domenica I del tempo di Quaresima A

papa Francesco

a cura di Gianfranco Venturi

tentazioni
4,1 Gesù manifesta la presenza dello spirito del male [1]

La manifestazione di Gesù Cristo palesa la presenza dello spirito del male, del peccato. Gesù lo dice apertamente: “Il mondo non può odiare voi, ma odia me, perché di esso io attesto che le sue opere sono cattive” (Gv 7,7). Nessuno può avvicinarsi alla verità e alla realtà del peccato se non attraverso la grazia di Dio, e cioè tramite la manifestazione di Gesù Cristo: “Per questo si ma­nifestò il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (1Gv 3,8). Gesù è segno di contraddizione. Il suo farsi carne, il suo sacrificio fanno sì che “siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,35). L’epifania di Gesù Cristo, in definitiva, è un giudizio. “E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie” (Gv 3, 19). Di fronte alla sua presenza “non c’è nulla di nascosto che non sarà svelato, né di segreto che non sarà conosciuto” (Lc 12,2; Mt 10,26; Mc 4,22; Mt 5,5).

4,1-11 Il padre della menzogna [2]

Tutti sappiamo che c’è qualcuno che non vuole la verità; Gesù gli ha imposto un nome: è il padre della menzogna, il demonio. E già a Gesù ‒ ricordatevi del deserto ‒ gli apparve e gli tracciava scenari diversi con la menzogna, perché si allontanasse dalla verità per la quale Lui era venuto. Vi ricordate le tentazioni nel deserto? Il bugiardo in sostanza ci mostra solo vetri colorati e vuole farci credere che siano gioielli preziosi. Il demonio ci inganna, ci promette e non ci paga, perché è un bugiardo, è un cattivo pagatore, il pagatore della menzogna. E affinché ci si difenda da questa confusione della bugia, che il demonio cerca sempre di metterci nel cuore, chiediamo a nostra Madre: Madre, aiutaci a vivere nella verità.

4,1-11 Gesù tentato [3]

La tentazione dell’ambizione
Esiste una forma sottile di ambizione: si cerca la propria promozione, ma in maniera subdola. È il caso di chi predispone tutto in modo che si veda (e lui stesso così crede) che sta cercando la gloria di Dio, la promozione della Chiesa, ma lo fa sulla base di un precedente compromesso che nulla ha a che fare con tutto ciò, lo fa avendo scelto in precedenza il suo cammino: “Io ti servo, ma a modo mio”. Allora l'autodonazione generosa che prevede 1'“essere strumento”, servo inutile, l'essere disposti a bere il calice del Signore si trasforma in affare: do ut des. […]

La risposta di Gesù: l’obbedienza
Gesù ha resistito a questa tentazione che gli presentava la possibilità di “fare la sua opera”, a modo suo, come preferiva, slegandosi da ogni obbedienza al Padre in quanto al modo. E la proposta gli è stata presentata sottilmente: “Se tu sei Figlio di Dio” (Mt 4,3-6) mostrami che puoi farlo. La stessa tentazione apparirà più avanti nella vita di Gesù e di volta in volta gli chiederà un segno (Lc 11,29), e ormai verso la fine lo sfiderà a scendere dalla croce (Mt 27,39-40) o a rompere i sigilli del sepolcro (Mt 27,63-66). La risposta di Gesù a questa tentazione è illuminante. Non entra in dialogo teologico con il tentatore: nel deserto risponderà con la fedeltà alla memoria radicata nella storia del suo popolo (Mt 4,4-10); altre volte chiamerà “malvagia e adultera” la generazione che pretende dei segni (Mt 12,39), o parlerà in modo misterioso del “segno di Giona” (Lc 11,29-30). Alla fine, sulla croce tacerà (Mt 27,14). Poi, quando arriverà il momento, “l'ora”, farà saltare i sigilli di ogni controllo umano con la forza della risurrezione. Gesù risponde con fede e obbedienza. Quando capiremo che stiamo “riducendo” la chiamata del Signore perché offriamo le nostre persone alla fatica (ES 97), imponendo condizioni, allora è il momento di cercare quale radice di ambizione esiste nel mio cuore, e di “andarvi contro” con “una offerta di maggior valore e di maggiore importanza” (ib. e 98). Misteriosamente suggestiva è la rilettura, in apparenza anacronistica, che l'autore della Lettera agli Ebrei fa della scelta di Mosè: “Preferendo essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere momentaneamente del peccato. Egli stimava ricchezza maggiore dei tesori d'Egitto l'essere disprezzato per Cristo; aveva infatti lo sguardo fisso sulla ricompensa” (Eb 11,25-26). La disposizione obbedienziale di Mosè accantona il suo progetto personale e segue quello di Dio.

4,1-11 La nostra lotta è contro Satana [4]

È tempo di lotta, di raccogliere cinque ciottoli per andare contro Golia
Attenzione: la nostra lotta non è contro i poteri umani ma contro il potere delle tenebre (cfr. Ef 6,12). Come è successo con Gesù (cf. Mt 4,1‑11), Satana cercherà di sedurci, disorientarci, offrire “alternative praticabili”. Non possiamo permetterci il lusso di essere ingenui o presuntuosi. È vero, dobbiamo dialogare con tutte le persone, ma con la tentazione non c'è dialogo. Qui ci rimane solo di rifugiarci nella forza della Parola di Dio come il Signore nel deserto e di mendicare con la preghiera: la preghiera del bambino, del povero, della persona semplice, di chi sapendosi figlio chiede aiuto al Padre, la preghiera dell'umile, del povero senza risorse.
Gli umili non hanno nulla da perdere; anzi, a loro si rivela il cammino (cf. Mt 11,25‑26). È bene ricordare che non è tempo di rendita, di trionfo, di raccolto, che nella nostra cultura il nemico ha seminato zizzania insieme al frumento del Signore, e che entrambi crescono insieme.
È ora non di abituarci a ciò ma di chinarci e raccogliere i cinque ciottoli per la fionda di Davide (cf. 1 Sam 17,40). È l'ora della preghiera.
[…] Sono convinto che non è compito nostro separare il frumento dalla zizzania (lo faranno gli angeli nel giorno del raccolto). È invece compito nostro distinguerli per non confonderci e poter così difendere il frumento. Così possiamo anche dire che la preghiera, sebbene ci dia pace e fiducia, ci stanca anche il cuore. Si tratta della fatica di chi non inganna sé stesso, di chi in maniera matura si fa carico della propria responsabilità pastorale, di chi sa di essere minoranza in “questa generazione perversa e adultera”, di chi accetta di lottare giorno per giorno con Dio perché salvi il suo popolo.

4,3.5 La curiosità satanica [5]

Non bisogna confondere la perplessità con il dubbio provocato dalla curiosità satanica che pretende di conoscere l’identità di Gesù per premunirsi contro di lui. Sapere se Egli è o no il Figlio di Dio, come pretendevano Satana nel deserto (Mt 4,1-11), o coloro che lo invitarono a scendere dalla croce (Mt 27,39-44), o quelli che chiedevano dei segni (Lc 11,29ss), o quelli che gli ponevano quesiti complessi come il problema del tributo a Cesare, della moglie adultera, il caso del levirato ecc. Di fronte a loro, Gesù custodisce il suo segreto messianico e agli altri risponde con la Parola di Dio tratta dalla storia del suo popolo o con la stessa contraddizione che essi palesano. Il perplesso conserva sempre un’apertura alla salvezza di Dio; il curioso, invece, no. L’uno sente nel suo cuore la difficoltà nella ricerca della verità, forse con un certo desiderio di accettarla (o almeno, un desiderio del desiderio); l’altro la cerca per controllarla. L’uno domanda, l’altro invece discute.

4,1-11 Come Gesù tutti siamo tentati [6]

Siamo tentati nella nostra adesione alla Croce
“Sappiamo che chiunque è stato generato da Dio non pecca: chi è stato generato da Dio preserva se stesso e il Maligno non lo tocca.” (1Gv 5,18) La nostra adesione alla croce di Cristo subirà tentazioni. Qualche volta si presenteranno con un sussurro a malapena percettibile, altre volte ci affronteranno con aria di sfida, ma la frase sarà sempre la stessa: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui” (Mt 27,42-43). L’accecamento di questa tentazione è tanto più forte quanto più il nostro cuore peccatore si aggrappa ad altre strade di salvezza, ad altri modi di vita diversi da quelli che il Signore vuole. A volte il Signore ci vuole assillati, come lui, fino all’estremo della croce ‒ “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!” ‒ e non sempre avremo accanto qualche compagno che, nella nos stessa situazione, ci richiama alla verità: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni; egli invece non ha fatto nulla di male” (40-41).

Il demonio sa dove tentarci
Il Demonio è intelligente. Sa dove tentare. Sant’Ignazio lo descrive come “un capo che vuole vincere e razziare quello che desidera”: “Come infatti un capitano e comandante del campo, dopo aver piantato il suo accampamento, osservando le forze o posizioni di un castello, lo attacca dalla parte più debole, alla stessa maniera il nemico della natura umana, circuendo, osserva da ogni parte le nostre virtù teologali, cardinali e morali, e dove ci trova più deboli e più bisognosi per la nostra salvezza eterna, da lì ci attacca e procura di prenderci” (ES 327). La sua maniera d’insidiarci tenta sia la strada dello sbruffone (“Il nemico agisce come una donna: è debole di fronte alla forza e forte se la si lascia fare”, ES 325), sia quella dell’incanto, per cui ha bisogno di un ambito di segreto, ma è sempre acuto nel suo orientamento. Sa ciò che vuole, e se attacca qualcuno è perché lo riconosce pericoloso. Per questo la tradizione cristiana suole dire che il luogo della tentazione è luogo di grazia.

La tentazione è un tempo difficile e di grazia
La tentazione è un “tempo difficile”, e, come tale, “appartiene al disegno del Padre ed è essenzialmente tempo di grazia e di salvezza”. Non accade soltanto nel nostro intimo: la tentazione può toccare anche dimensioni comunitarie, perché “i momenti di turbamento e di prova che talora mettono in crisi la nostra comunione fraterna, possono essere trasformati in tempi di grazia, che confermino la nostra dedizione a Cristo e la rendano credibile”. […]

La tentazione ha un volto concreto
La tentazione ha sempre un volto concreto, s’insinua con parole concrete, e sono concreti perfino i gesti che facciamo quando la subiamo. Nella Chiesa la tentazione ha un suo proprio “stile”: cresce, contagia e si giustifica. Cresce dentro l’individuo, salendo di livello. Cresce nella comunità, diffondendo la malattia. Ha sempre una parola pronta per giustificare la propria condotta. Santa Teresa si riferiva a questa esperienza quando parlava delle suore che si lamentavano dicendo “mi hanno fatto un torto”: erano su una brutta strada. La tentazione, quando viene condotta dal Maligno, ci vuole trasformare in “nemici della croce di Cristo” (Fil 3,18).

Anche i nostri padri sono stati tentati
Quando la tentazione ci coglie, ci farà bene ricordare che non siamo i primi. I nostri padri l’hanno conosciuta, è un test che rivela l’animo umano. Perché la tentazione è, fondamentalmente, rivelatrice della realtà che si cela dietro le apparenze. Siamo vanitosi, tributiamo culto alle apparenze... La verità si manifesta, si “prova” nella tentazione, così come la fornace mette alla prova i vasi del ceramista (Sir 27,5). Una vecchia formula di canonizzazione, consacrata dalla storia, ci aiuta a rendercene conto: “Chi ha subito questa prova ed è risultato perfetto? Sarà per lui un titolo di vanto. Chi poteva trasgredire e non ha trasgredito, fare il male e non lo ha fatto? Per questo si consolideranno i suoi beni e l’assemblea celebrerà le sue beneficenze” (Sir 31,10-11).
I nostri padri sono stati tentati, nella sua storia il popolo a cui apparteniamo ha provato la tentazione. Abramo […]; il popolo ebreo […] fu tentato per saggiare che cosa avesse nel cuore, fu tentato sull’amore, sulla fedeltà all’alleanza... E nella sua stessa tentazione giunge a percepire (subito o in seguito, nella rilettura profetica) la presenza del Signore che è fedele, che lo ama sempre e che “ricompensa coloro che lo cercano” (Eb 11,6).

Anche Gesù è stato tentato
Gesù ha sperimentato la prova nella sua vita. Comincia nel deserto (Mt 4,1-11) e non finisce lì perché a quel punto “il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato” (Lc 4,13).
La subisce fino all’agonia: “Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora!” (Gv 12,27; cf. anche Lc 22,40-46). Gesù sperimenta la prova nei suoi parenti (Mc 3,33s), in Pietro, che non esita a chiamare Satana (Mc 8,33), nella prospettiva di un messianismo temporale (Gv 6,15).

Anche la chiesa è tentata
La Chiesa deve seguire la stessa strada di Cristo (Mc 10,38s). Pietro verrà scosso nella sua perseveranza affinché, più tardi, una volta convertito, confermi i suoi fratelli (Lc 22,31s). Anche il cristiano deve compiere questo percorso: sarà esaminato da Dio (1Ts 2,4), sarà sottoposto alla prova (1 Tm 3,10), conscio però di non aver subito tentazioni superiori alla misura umana (1Cor 10,11-13).
Sappiamo come sia necessario venire afflitti da varie prove “affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro ‒ destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco ‒ torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà” (1Pt 1,6). La prova è dura perché ogni correzione è penosa (Eb 12,11); ma quando ci sembrasse che la prova superi le nostre possibilità, ci farà molto bene alzare gli occhi per guardare a Colui che ha sopportato una contraddizione così grande (Eb 12,3ss) per non venir meno, e azzardarci a dire a noi stessi, con una buona dose di humour: “Non abbiamo ancora resistito fino al sangue” (4).

Il cuore della tentazione
Il cuore della tentazione sta nel binomio fedeltà-infedeltà. Dio nostro Signore vuole una fedeltà che si rinnovi a ogni prova. Ma s’intromette il Demonio, il seduttore. Satana cerca l’infedeltà dell’amore, spingendo il popolo all’adulterio (cf. Ez 16); l’infedeltà della speranza, portandolo alla pertinacia e a pretendere constatazioni e garanzie: l’idolatria, l’aglio e le cipolle, la mormorazione, che contengono un no all’amore, alla speranza e alla guida di Jahvè. Il mondo è lo scenario della tentazione.

La presenza di Maria
Maria era presente alla grande guerra, alla grande prova di Gesù: la sua croce. È lì che Egli ce l’ha lasciata come madre. Lei sa come consigliarci nella tentazione.

4,10 Il Signore, Dio tuo, adorerai [7]

È necessario imparare ad adorare
“Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” (Mt 4,10).
Oggi più che mai si rende necessario “adorare in spirito e verità” (Gv 4,24). È un compito indispensabile del catechista che voglia mettere le sue radici in Dio, che non voglia smarrirsi in mezzo a tanta agitazione.
Oggi più che mai è necessario adorare per rendere possibile la prossimità che questi tempi di crisi esigono. Solo nella contemplazione del mistero d’amore che vince le distanze e si fa vicinanza, troveremo la forza per non cadere nella tentazione di passare oltre, senza fermarsi nella via.
Oggi più che mai si deve insegnare l’adorazione ai nostri catecumeni, affinché la nostra catechesi sia veramente Iniziazione e non soltanto insegnamento.
Oggi più che mai è necessario adorare per non essere schiacciati da parole che a volte nascondono il mistero, ma è necessario anche regalarci il silenzio pieno di ammirazione che tace davanti alla Parola che si fa presenza e vicinanza.
Oggi più che mai è necessario adorare!

Adorare è…
Perché adorare è prostrarsi, riconoscere con umiltà la grandezza infinita di Dio. Solo la vera umiltà è in grado di riconoscere la vera grandezza e riconoscere anche ciò che è piccolo quando pretende presentarsi come grande. Forse una delle maggiori perversioni del nostro tempo è il fatto che ci venga proposto di adorare ciò che è umano, lasciando da parte il divino. “Non avrai altri dei di fronte a me” è la grande sfida davanti a tante proposte nichiliste e vuote. Non adorare gli idoli contemporanei ‒ con i loro canti di sirena ‒ è la grande sfida del nostro presente, non adorare ciò che non è degno di adorazione è il grande segno dei nostri tempi. Idoli che causano morte non meritano adorazione alcuna, solo il Dio della vita merita “adorazione e gloria” (cf. DP 491).
Adorare è guardare con fiducia a colui che appare degno di fiducia perché è datore di vita, strumento di pace, generatore di incontro e solidarietà.
Adorare è restare in piedi di fronte a tutto ciò che non è degno di adorazione, perché l’adorazione ci fa liberi e ci rende persone piene di vita.
Adorare non è svuotarsi, bensì riempirsi, riconoscere ed entrare in comunione con l’amore. Nessuno adora colui che non ama, nessuno adora chi non considera come il suo amore. Siamo amati! Siamo voluti bene! “Dio è amore.” Questa è la certezza che ci porta a adorare con tutto il nostro cuore colui che “ci ha amati per primo” (1Gv 4,19).
Adorare è scoprire la sua tenerezza, è trovare riposo e consolazione nella sua presenza, è poter sperimentare ciò che afferma il salmo 23 (22): “Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me... bontà e fedeltà mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita”.
Adorare vuol dire essere testimoni gioiosi della sua vittoria, è non lasciarci vincere dalla grande tribolazione e gustare in anticipo la festa dell’incontro con l’Agnello, l’unico degno di adorazione, che asciugherà ogni nostra lacrima e nel quale celebriamo il trionfo della vita e dell’amore sulla morte e sull’abbandono (cf. Ap 21-22).
Adorare è dire “Dio”, è dire “vita”.
Trovarci faccia a faccia nel nostro quotidiano con il Dio della vita vuol dire adorarlo con la vita e la testimonianza. È sapere che abbiamo un Dio fedele che è rimasto con noi e ha fiducia in noi.
Adorare è dire AMEN!

 

NOTE

1 La manifestazione del peccato, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR-Rizzoli, Milano 2014, 101-103; FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, Milano – Città del Vaticano 2014, 60-63.
2 Ecco tua Madre, in J. M. BERGOGLIO, Missione, (= Le parole di papa Francesco, 11), Corriere della sera, Milano 2015,36.
3 Ambizione, in FRANCESCO, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica pensati alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, Milano – Città del Vaticano 2014, 90-92.
4 La Preghiera (Lettera ai sacerdoti e consacrati, 29 luglio 2007), in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Solo l’amore ci può salvare, LEV, 2013,131-139.
5 Il cammino verso la manifestazione finale, in J. M. BERGOGLIO – PAPA FRANCESCO, Aprite la mente al vostro cuore, BUR, Rizzoli, Milano 2014,140-141.
6 I nostri Padri sono stati tentati, in J. M. BERGOGLIO - PAPA FRANCESCO, Nel cuore di ogni Padre. Alle radici della mia spiritualità. Introduzione di Antonio Spadaro, Rizzoli, Milano 2014, 170-175.
7 Il tempo di miopia spirituale, in J. M. BERGOGLIO, Impegno, (= Le parole di papa Francesco, 12), Corriere della sera, Milano 2015, 43-52.

Fonte: J.M. Bergoglio – Papa Francesco, Matteo, il Vangelo del compimento, a cura di Gianfranco Venturi, LEV 2016.