Sale della terra,

luce del mondo

Domenica V del tempo ordinario A

papa Francesco

 1 sale luce 30a

Mt 5,13.14 Gente semplice: sale della terra e luce del mondo [1]

Gesù dice ai suoi discepoli: “Voi siete il sale della terra… Voi siete la luce del mondo (Mt 5,13.14). Questo ci stupisce un po’, se pensiamo a chi aveva davanti Gesù quando diceva queste parole. Chi erano quei discepoli? Erano pescatori, gente semplice… Ma Gesù li guarda con gli occhi di Dio, e la sua affermazione si capisce proprio come conseguenza delle Beatitudini. Egli vuole dire: se sarete poveri in spirito, se sarete miti, se sarete puri di cuore, se sarete misericordiosi… voi sarete il sale della terra e la luce del mondo!

Chiamati ad essere vangelo vivente
Per comprendere meglio queste immagini, teniamo presente che la Legge ebraica prescriveva di mettere un po’ di sale sopra ogni offerta presentata a Dio, come segno di alleanza. La luce, poi, per Israele era il simbolo della rivelazione messianica che trionfa sulle tenebre del paganesimo.
I cristiani, nuovo Israele, ricevono dunque una missione nei confronti di tutti gli uomini: con la fede e con la carità possono orientare, consacrare, rendere feconda l’umanità. Tutti noi battezzati siamo discepoli missionari e siamo chiamati a diventare nel mondo un vangelo vivente: con una vita santa daremo “sapore” ai diversi ambienti e li difenderemo dalla corruzione, come fa il sale; e porteremo la luce di Cristo con la testimonianza di una carità genuina. Ma se noi cristiani perdiamo sapore e spegniamo la nostra presenza di sale e di luce, perdiamo l’efficacia. Ma che bella è questa missione di dare luce al mondo! È una missione che noi abbiamo, è bella!

Essere lampada sempre accesa
È anche molto bello conservare la luce che abbiamo ricevuto da Gesù, custodirla, conservarla. Il cristiano dovrebbe essere una persona luminosa, che porta luce, che sempre dà luce! Una luce che non è sua, ma è il regalo di Dio, è il regalo di Gesù. E noi portiamo questa luce. Se il cristiano spegne questa luce, la sua vita non ha senso: è un cristiano di nome soltanto, che non porta la luce, una vita senza senso. Ma io vorrei domandarvi adesso, come volete vivere voi? Come una lampada accesa o come una lampada spenta? Accesa o spenta? Come volete vivere? [la gente risponde: Accesa!] Lampada accesa! È proprio Dio che ci dà questa luce e noi la diamo agli altri. Lampada accesa! Questa è la vocazione cristiana.

5,13-16 L’identità cristiana: essere luce e sale [2]

Il cammino dall’ambiguità all’identità
Per arrivare all’identità cristiana nostro Padre, Dio, ci ha fatto fare un lungo cammino di storia, secoli e secoli, con figure allegoriche, con promesse, alleanze e così fino al momento della pienezza dei tempi, quando inviò suo Figlio nato da una donna”. Si tratta, dunque, di un lungo cammino. E anche noi dobbiamo fare nella nostra vita un lungo cammino, perché questa identità cristiana sia forte e dia testimonianza. Un cammino che possiamo definire dalla ambiguità alla vera identità.

Paolo: un’identità senza ambiguità
Nella lettera ai Corinzi (2Cor 1,18-22) l’apostolo scrive che la nostra parola verso di voi non è “sì” e “no”, ambigua”. Infatti, il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, non fu “sì” e “no”: in Lui vi fu il “sì”. Ecco, allora, che la nostra identità è proprio nell’imitare, nel seguire questo Cristo Gesù, che è il “sì” di Dio verso di noi. E questa è la nostra vita: andare tutti i giorni per rinforzare questa identità e darne testimonianza, passo passo, ma sempre verso il “sì”, non con ambiguità

Il peccato è parte della nostra identità
È vero, c’è il peccato e il peccato ci fa cadere, ma noi abbiamo la forza del Signore per alzarci e andare avanti con la nostra identità. Ma io direi anche che il peccato è parte della nostra identità: siamo peccatori, ma peccatori con la fede in Gesù Cristo. Infatti non è soltanto una fede di conoscenza, ma è una fede che è un dono di Dio e che è entrata in noi da Dio. Così, è Dio stesso che ci conferma in Cristo. E ci ha conferito l’unzione, ci ha impresso il sigillo, ci ha dato la caparra, il pegno dello Spirito nei nostri cuori. Sì, è Dio che ci dà questo dono dell’identità e il problema è essere fedele a quest’identità cristiana e lasciare che lo Spirito Santo, che è proprio la garanzia, il pegno nel nostro cuore, ci porti avanti nella vita.

Il dono dell’identità si fa vedere nella testimonianza
Siamo persone che non andiamo dietro a una filosofia perché abbiamo un dono, che è la nostra identità: siamo unti, abbiamo impresso in noi il sigillo e abbiamo dentro di noi la garanzia, la garanzia dello Spirito. E il Cielo incomincia qui, è un’identità bella che si fa vedere nella testimonianza. Per questo Gesù ci parla della testimonianza come il linguaggio della nostra identità cristiana” quando dice: “Voi siete il sale della terra, ma se il sale perde il sapore, con che cosa si renderà salato?” (Mt 5,13-16).

Un’identità tentata, a rischio di….
Certo, l’identità cristiana, - perché siamo peccatori - è anche tentata, viene tentata; le tentazioni vengono sempre – e l’identità può andare indietro, può indebolirsi e può perdersi. Ma come può avvenire questo? Io penso che si può andare indietro per due strade principalmente.

… di passare dalla testimonianza alle idee: la testimonianza annacquata
La prima è quella del passare dalla testimonianza alle idee e cioè annacquare la testimonianza. Come a dire: “Eh sì, sono cristiano, il cristianesimo è questo, una bella idea, io prego Dio”. Ma “così dal Cristo concreto, perché l’identità cristiana è concreta - lo leggiamo nelle Beatitudini; questa concretezza è anche nel capitolo 25 di Matteo - passiamo a questa religione un po’ soft, sull’aria e sulla strada degli gnostici. Dietro, invece, “c’è lo scandalo: questa identità cristiana è scandalosa”. Di conseguenza la tentazione è dire “no, no”, senza scandalo; la croce è uno scandalo; che Dio si sia fatto uomo è un altro scandalo e si lascia da parte; cerchiamo cioè Dio con queste spiritualità cristiane un po’ eteree, ariose. Tanto che, ci sono degli gnostici moderni e ti propongono questo, questo: no, l’ultima parola di Dio è Gesù Cristo, non ce n’è un’altra!
Su questa strada, ci sono anche quelli che sempre hanno bisogno di novità dell’identità cristiana: hanno dimenticato che sono stati scelti, unti, che hanno la garanzia dello Spirito, e cercano: “Ma dove sono i veggenti che ci dicono oggi la lettera che la Madonna ci manderà alle 4 del pomeriggio?”. Per esempio, no? E vivono di questo. Ma questa non è identità cristiana; l’ultima parola di Dio si chiama “Gesù” e niente di più”.

… dall’identità alla mondanità
Un’altra strada per andare indietro dall’identità cristiana è la mondanità, cioè allargare tanto la coscienza che lì c’entra tutto: “Sì, noi siamo cristiani, ma questo sì…”, non solo moralmente, ma anche umanamente. Perché “la mondanità è umana, e così il sale perde il sapore”. Ecco perché, ha spiegato il Papa, vediamo comunità cristiane, anche cristiani, che si dicono cristiani, ma non possono e non sanno dare testimonianza di Gesù Cristo. E così l’identità va indietro, indietro e si perde ed è questo nominalismo mondano che noi vediamo tutti i giorni.
Nella storia di salvezza Dio, con la sua pazienza di Padre, ci ha portato dall’ambiguità alla certezza, alla concretezza dell’incarnazione e la morte redentrice del suo Figlio: questa è la nostra identità. E Paolo si vanta di questo: Gesù Cristo, fatto uomo; Dio, il Figlio di Dio, fatto uomo e morto per obbedienza”. Sì, Paolo si vanta di questo e questa è l’identità ed è lì la testimonianza. È una grazia che dobbiamo chiedere al Signore: sempre ci dia questo regalo, questo dono di un’identità che non cerca di adattarsi alle cose che le farebbero perdere il sapore del sale”.

Dio opera per portarci dall’ambiguità alla certezza, alla concretezza
Nella storia di salvezza Dio, con la sua pazienza di Padre, ci ha portato dall’ambiguità alla certezza, alla concretezza dell’incarnazione e la morte redentrice del suo Figlio: questa è la nostra identità. E Paolo si vanta di questo: “Gesù Cristo, fatto uomo; Dio, il Figlio di Dio, fatto uomo e morto per obbedienza”. Sì, Paolo si vanta di questo e questa è l’identità ed è lì la testimonianza. È una grazia che dobbiamo chiedere al Signore: sempre ci dia questo regalo, questo dono di un’identità che non cerca di adattarsi alle cose che le farebbero perdere il sapore del sale.

La celebrazione eucaristica: testimonianza della nostra identità cristiana
La celebrazione eucaristica è anch’essa uno “scandalo”. Anzi, io mi permetto di dire “un doppio scandalo”. Primo, perché è lo “scandalo” della croce: Gesù che dà la sua vita per noi, il Figlio di Dio. E poi lo scandalo che noi cristiani celebriamo la memoria della morte del Signore e sappiamo che qui si rinnova questa memoria. Così proprio la celebrazione eucaristica è una testimonianza della nostra identità cristiana.

5,13-16 Comunità sale della terra e luce del mondo [3]

Parlare di Dio, portare agli uomini il messaggio dell’amore di Dio e della salvezza in Gesù Cristo agli uomini è compito di ogni battezzato. E tale compito comprende non solo il parlare con parole, ma tutto l’agire e il fare. Tutto il nostro essere deve parlare di Dio, perfino nelle cose ordinarie. Così la nostra testimonianza è autentica, così sarà anche sempre nuova e fresca nella forza dello Spirito Santo. Affinché questo riesca, il parlare di Dio deve prima di tutto essere un parlare con Dio, un incontro con il Dio vivente nella preghiera e nei Sacramenti. Dio non soltanto si lascia trovare, ma anche si mette in moto nel suo amore per andare incontro a chi lo cerca. Colui che si affida all’amore di Dio, sa aprire i cuori degli altri all’amore divino per mostrare loro che la vita in pienezza si realizza solo in comunione con Dio. Proprio nel nostro tempo, in cui sembriamo diventare il “piccolo gregge” (Lc 12,32), siamo chiamati, da discepoli del Signore, a vivere come una comunità che è sale della terra e luce del mondo (cf. Mt 5,13-16).

5,13-16 Uniti a Cristo per essere luce del mondo e sale della terra [4]

Unendosi a Cristo, il popolo della nuova Alleanza, lungi dal chiudersi in se stesso, diventa “sacramento” per l’umanità, [5] segno e strumento della salvezza operata da Cristo, luce del mondo e sale della terra (cf. Mt 5,13-16) per la redenzione di tutti. [6] La missione della Chiesa continua quella di Cristo: “Come il Padre mi ha mandato, anch’io mando voi” (Gv 20,21). Perciò dalla perpetuazione nell’Eucaristia del sacrificio della Croce e dalla comunione col corpo e con il sangue di Cristo la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere la sua missione. Così l’Eucaristia si pone come fonte e insieme come culmine di tutta l’evangelizzazione, poiché il suo fine è la comunione degli uomini con Cristo e in Lui col Padre e con lo Spirito Santo. [7]

5,14 La luce della testimonianza [8]

Gesù ci chiede che la luce della nostra verità, e cioè la nostra testimonianza, illumini gli uomini, cosicché essi, vedendo le nostre opere buone, rendano gloria al Padre che è nei cieli (Mt 5,16ss). In ciò affonda le sue radici l’essenza dell’essere testimone: portare alla glorificazione, alla lode del Padre, tramite la gioia che riempie i cuori di coloro che lo vedono e lo ascoltano. Il discepolo ripropone, in qualche modo, lo stesso mistero dell’epifania di Cristo. La sua testimonianza lo trasforma in una luce portatrice di gioia; e dalla gioia alla gloria. Il discepolo è luce, e Gesù lo spiega parlando di Giovanni: “Egli era la lampada che arde e risplende, e voi solo per un momento avete voluto rallegrarvi alla sua luce” (Gv 5,35). La vita del discepolo deve essere irreprensibile, affinché questa luce squarci le tenebre: “Fate tutto senza mormorare e senza esitare, per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo” (Fil, 14-15).

5,16 Risplendere per la bontà [9]

Dopo aver pronunciato il Discorso della montagna, Gesù ci ha detto di far splendere la nostra luce davanti agli uomini, “perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). Di fronte a questa parola, così determinante, rischiamo di accontentarci di fare alcune opere buone ed esserne soddisfatti. La proposta del Signore è più ambiziosa: ci propone di agire “dalla bontà” radicata nella forza dello Spirito, che si effonde dinamicamente come dono di amore in tutto il nostro vivere. Non si tratta soltanto di fare opere buone, ma di agire con bontà. Siamo alle porte della Quaresima e la tentazione che possiamo avere è di ridurla a certe buone pratiche che finiscono a Pasqua, sprecando il fiume di grazia che può significare questo tempo di conversione per tutta la nostra vita.

 

NOTE

[1] Angelus, 9 febbraio 2014.
[2] Meditazione, Santa Marta 9 giugno 2015.
[3] Discorso ai presuli della Conferenza Episcopale Austriaca, 30 gennaio 2014.
[4] 49° Congresso eucaristico internazionale del Québec: “L’Eucaristia, dono di Dio per la vita del mondo”, Québec, 18 giugno 2008, in J. M. Bergoglio, Misericordia, (= Le parole di papa Francesco,6), Corriere della sera, Milano 2014.
[5] Lumen Gentium 1.
[6] Ivi 9.
[7] Ecclesia de Eucharistia, 22.
[8] Rivelazione come missione, in J. M. Bergoglio – Papa Francesco, Aprite la mente al vostro cuore, BUR Rizzoli, Milano 2014, 120; Francesco, Non fatevi rubare la speranza. La preghiera, il peccato, la filosofia e la politica alla luce della speranza, Oscar Mondadori – LEV, 2014,10.
[9] Il digiuno che Dio vuole. Messaggio per la Quaresima, 9 marzo 2011, in J. M. Bergoglio, Perdono, (= Le parole di papa Francesco, 10), Corriere della sera, Milano 2015, 75-82.


(FONTE: J.M. Bergoglio – Papa Francesco, Matteo il Vangelo del compimento. Lettura Spirituale e Pastorale, Libreria Editrice Vaticana)