Trasfigurazione

del Signore

L'evento della Trasfigurazione del Signore sembra un episodio isolato nel vangelo, quasi una parentesi di poco conto, vissuta nel segreto da Gesù e condivisa solo dai tre apostoli prediletti, che però sono invitati a non raccontare nulla di quanto hanno sperimentato sul monte Tabor. Eppure è un'esperienza culmine nella vita di Gesù, e possiede anche una rivelazione per noi cristiani.
Per Gesù è un'esperienza religiosa molto intensa: un momento alto della sua vita spirituale e di preghiera, di unione col Padre, di consapevolezza che "suo cibo è fare la volontà del Padre".
Al di là delle sue vicende quotidiane, o meglio dentro le sue vicende quotidiane, egli sente di essere Figlio. Ha bisogno di sentirsi in comunione col Padre. Possiamo pensare che questa sia l'esperienza costante di Gesù in ogni momento della sua vita, nelle cose che dice e che fa. Per questo si ritira in preghiera nella notte, ma forse anche la preghiera è un'esperienza di fede silenziosa, dove il Padre tace. Non sono molte nel vangelo le volte in cui Dio conferma suo Figlio: finora solo al momento del Battesimo di Gesù al fiume Giordano. Per il resto Gesù è lasciato solo, scoprendo nelle Scritture il suo compito. La salita di Gesù sul monte, luogo della dimora di Dio, è l'offerta di Gesù al Padre di una fiducia totale, anche nel silenzio di Dio. E Dio si rivela in tutto il suo splendore e nella sua gloria. Diventa la rivelazione di una comunione intima con Lui, la conferma che in Gesù agisce la volontà di salvezza del Padre. Dunque nella vita quotidiana di Gesù, nascosta, c'è il segreto del suo vivere: la presenza di Dio.
Poi Dio si ritira ancora, e tutto torna opaco, grigio e freddo. Torna per Gesù la fatica del quotidiano e la fede totale, contro ogni dubbio.
Dio resterà in silenzio, muto, anche nei momenti peggiori di Gesù: nel Getsemani, quando gli stessi tre apostoli testimoni del Tabor lasciano Gesù solo nella sua sofferenza; nel pretorio di Ponzio Pilato quando Gesù viene condannato, nella via della croce quando la gente lo insulta e lo maledice.
Dio tace anche sulla croce, e il cielo sembra chiuso e buio.
Possiamo pensare che la fede di Gesù non sia venuta meno perché dentro di sé conservava ancora qualche bagliore di quella luce e di quella gioia della comunione e rivelazione del Padre. Una fiducia e un amore totali che sono sfociati nella risurrezione.
Mi piace questo vangelo della trasfigurazione perché parla anche della nostra vita, come di quella degli apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni.
Non possiamo che vivere di fede, della certezza che Dio ci ama ed è con noi, in Gesù di Nazareth.
Qualche volta possiamo sperimentare, soprattutto in certe esperienze particolarmente intense di preghiera o di vita di carità, forti certezze interiori, momenti di estasi, di consapevolezza di Dio. Ma il più delle volte le voci divine sono assenti e siamo lasciati soli alla nostra responsabilità e al nostro impegno. L'esperienza del Tabor è passeggera, la vita nella valle è costante. Ma qualcosa di questa luce ci resta dentro e ci dà la forza e il coraggio di continuare.
Alcuni commentatori hanno detto che il nostro Tabor è la partecipazione all'Eucaristia domenicale, dove siamo in compagnia dei profeti e dei santi dell'antico e del nuovo Testamento, ma soprattutto dove possiamo sentire vere le parole: "Gesù è il mio Figlio prediletto"; e noi stessi pronunciare le parole di fede: "Maestro, è bello per noi stare qui"; è bello stare con te, ascoltarti, agire come tu hai agito.
E poi torniamo alle nostre case e al nostro lavoro. Gli altri sono spariti. Resta Gesù solo. Ma Gesù ci basta, e insieme con Lui possiamo camminare lungo le strade di Dio. E nessuno potrà mai separarci da Lui.

(GD)