La scommessa

sul domani

Tempo di Avvento, tempo di speranza

Maria Rattà

advent

«Chi vuole esser lieto, sia, / di doman non c’è certezza», recitano i versi della Canzona di Bacco, composta da Lorenzo de' Medici. Canto carnevalesco, per nulla spirituale; inno all'amore e al divertimento mondano.
Ma per quanto materiali e fatue, estrapolate (e non) dal loro contesto, queste parole intrappolano il senso della temporaneità delle cose, della loro transitorietà, e dell'imprevedibilità degli eventi. Con altro significato e ben diversa profondità, anche il Vangelo lancia un messaggio di questo genere, allorché Gesù rivolge il seguente invito: «Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34).
Cristo però capovolge il nocciolo dell'incertezza, il senso dell'impossibilità di fare previsioni sul nostro personale futuro. L'imprevedibilità del domani, per il cristiano, non è né motivo di eccesso sfrenato nel godimento né di chiusura totale alla gioia (quasi in una sorta di ascetismo estremista). Nella parabola del ricco stolto (Lc 12, 13-21) Gesù codifica un messaggio preciso: è inutile (e dannoso) accumulare affannosamente nell'oggi sperando di godere solo nel domani, perché proprio domani stesso potrebbe esserci chiesto conto della nostra vita. Infatti, nelle pericopi successive (Lc 12, 22-32) Egli esorta a non preoccuparsi «per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete» (v. 22). Ma è importante sottolineare l'aggiunta che segue: «La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito» (v. 23). È un inno alla vita nel senso pieno del termine, in quello più nobile, più totale.
Gesù invita a vivere: non si vive se si è immersi in un'abbuffata di godimenti; non si vive se si è impegnati in una corsa all'accumulo. In un caso e nell'altro qualcosa viene perso per strada...

Felici qui e adesso, nella prospettiva del futuro

Cristo insegna a essere felici hic et nunc, qui e adesso, in vista di quel già e non ancora che ben sintetizza la teologia paolina.
Questo è il passaggio che manca nella poesia di Lorenzo de' Medici, che si ferma alla sola prospettiva terrena: la giovinezza passa, la vita finisce, godiamo finché siamo in tempo. Nella Canzona di Bacco non c'è futuro, non esiste prospettiva. Quando tutto passa tutto è terminato e non rimane nulla.
Gesù, al contrario, spinge l'uomo a guardare oltre, a vivere adesso - e intensamente - la propria vita, nella consapevolezza della preziosità e della ricchezza di ogni giorno, e nella prospettiva di un futuro escatologico che attende le anime. L'affanno (eccessivo=negativo) per le cose priverebbe l'uomo della gioia di essere e di esistere; ma anche la spoliazione di ogni bene sarebbe per l'essere umano una mortificazione inutile, non necessaria. Gesù stesso apprezza i sapori della buona tavola (partecipa al banchetto delle nozze di Cana, accetta l'invito di Matteo dopo la sua conversione e si autoinvita a casa di Zaccheo) e accoglie con riconoscenza il gesto d'affetto della peccatrice pentita che lava i suoi piedi con del prezioso profumo e li asciuga con i suoi capelli (Mt 26, 6-13). È lo stesso Cristo che digiuna per quaranta giorni nel deserto e che userà parole apparentemente dure con sua madre («Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?» si legge in Mc 3,33) e con la Maddalena («Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre», riporta Gv 20,17). In Gesù c'è equilibrio nel rapporto con le cose belle della vita, tanto quando esse vanno assaporate quanto allorché occorre porvi un freno; in Gesù permane - al di sopra di tutto - la capacità di orientare ogni realtà creata a Dio, e dunque di vivere ogni relazione, ogni rapporto (umano o materiale) nel giusto modo.

Chiamati a scommettere

L'Avvento ricorda al cristiano proprio questo: orientarsi a Dio è fondamentale per sconfiggere l'incertezza della vita e la sua limitata durata temporale, per essere salvati dal rischio di vivere... senza vivere realmente.
Se del domani in senso materiale non vi è certezza, del domani ultimo, della realtà escatologica, ultraterrena, abbiamo invece una prova incontrovertibile: Gesù è il Risorto, il Vivente, Colui che sempre viene nella nostra vita.
Può non essere una prova in senso strettamente scientifico, ma è una prova che richiama in causa la nostra capacità di credere e di essere credenti credibili e coerenti.
«Il Dio della pace vi santifichi interamente, e tutta la vostra persona, spirito, anima e corpo, si conservi irreprensibile per la venuta del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è colui che vi chiama: egli farà tutto questo!» scrive san Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi (1 Ts 5, 23-24).
Ecco che allora l'Avvento diventa - nel suo essere tempo d'attesa per eccellenza - il simbolo e il segno di una scommessa che il cristiano è chiamato a fare.
Scommettere sul domani, scommettere su Dio: scommettere che Egli esiste, che verrà - è già venuto realmente nella storia di tutti i tempi e nella mia personale - e che dunque riempie di senso la mia esistenza; sperare, dunque, come Abramo, contro ogni speranza (Rm 4,18); sperare nonostante l'apparente fugacità della vita e la mortalità delle realtà create, perché «non si può conoscere Gesù senza coinvolgersi con lui, senza scommettere la vita per lui [1]. Sperare è scommettere sulla misericordia di Dio che è Padre e perdona sempre e perdona tutto» [2].
Perché questo è l'Avvento: tempo di speranza, tempo di gioia. Tempo per fare memoria di un Padre che ha scommesso sull'uomo, affinché l'uomo scommettesse su di Lui.

NOTE

[1] Papa Francesco, Meditazione mattutina nella Cappella della Domus Sanctae Marthae, 26 settembre 2013.
[2] Papa Francesco, Omelia, 21 marzo 2015. 

FONTE: www.chiamatiallasperanza.blogspot.it