(NPG 1970-06/07-48)

 

RACCOLTA E ANALISI DI DOCUMENTI GIOVANILI
SULL'ORATORIO-CENTRO GIOVANILE 

SIGNIFICATIVITÀ DEL CAMPIONE

Pubblichiamo una serie di documenti stilati da gruppi giovanili, di estrazione diversa, relativi ad un tema comune: il volto attuale dell'oratorio.
(I termini «oratorio» e «centro o circolo giovanile» ricorrono qui come sinonimi. Riguardano gli adolescenti e i giovani. L'adattamento ai più piccoli – fanciulli e preadolescenti – può essere fatto solo per analogia, nei limiti in cui psicologia e pedagogia lo ritengano possibile). L'elenco e qualche annotazione possono offrire il parametro di significatività del campione.

Elenco dei documenti

doc 1: Documento conclusivo del campo scuola dirigenti d'oratorio (Val Formazza 1969), presenti 76 giovani e 13 educatori, rappresentanti degli oratori salesiani della Lombardia e dell'Emilia. 1969, agosto.
doc 2: Lettera aperta a tutta la comunità parrocchiale dei giovani di un oratorio di La Spezia, in occasione del «cambio» del sacerdote responsabile. 1969, ottobre.
doc 3: Considerazioni sull'impostazione del C.G., presentate ad una larga divulgazione, dalla comunità giovanile «S. Benedetto» di Parma. 1969, settembre.
doc 4: Documento conclusivo di uno studio organico (campo di riflessione, incontri locali e generali) condotto dai rappresentanti degli oratori salesiani del Piemonte. 1969, ottobre.
doc 5: Ipotesi di lavoro sulla impostazione di un centro giovanile, curata dalla U.P. S. Benedetto di Ferrara. 1969, maggio.
doc 6: Conclusioni di gruppi di studio, in un convegno giovanile della regione piemontese. 1969, novembre.

Annotazioni

È facile avvertire alcuni limiti relativi alla significatività di questi campioni:
• i documenti sono nati tutti nel contesto di regioni particolarmente sensibili del Nord Italia;
• sono frutto di studio e ripensamento di due gruppi regionali di giovani, leaders nei loro ambienti, e di tre comunità giovanili particolarmente efficienti e «di punta»;
• sono tutti limitati all'ambito salesiano: possono quindi risentire del volto particolare di questi C.G., sia nei risvolti positivi che in quelli negativi;
• rappresentano una tensione ottimale, forse lontana da molte prospettive concrete.
Entro i limiti denunciati hanno però una carica emblematica notevole,. che sarebbe grosso errore sottovalutare o minimizzare.

UN FATTO INDISCUSSO

I giovani stanno sempre più prendendo coscienza del loro ruolo nella società. A tutti i livelli.
Sentono – e lo si avverte da mille sintomi, disciolti nell'aria – che è tempo, ormai, di passare dallo stato di consumatori passivi (di quanto gli adulti hanno approntato: con un'offerta che va dal servizio disinteressato, al paternalismo, allo studio programmato, per un consumismo più sicuro e più redditizio), a quello di protagonisti.
Ma c'è di più.
I giovani avvertono l'urgenza di rompere quel cerchio di silenzio che circondava, un tempo, i punti scottanti di ogni situazione.
In gruppo si studiano definizioni e linee operative. Le conclusioni sono sempre messe su carta, in «documenti», destinati alla più larga pubblicizzazione.
Tipica l'esperienza di un campo-scuola nell'estate scorsa.
Gli organizzatori avevano previsto tutto, negli ultimi dettagli: temi, sussidi, momenti di lavoro e di distensione, a sviluppo logico dei programmi degli anni precedenti. Era stata anche largamente consultata la «base», prima di procedere.
Dopo la prima battuta, i giovani partecipanti hanno rivoluzionato tutto. Si è deciso di partire da zero, dedicando tempo e energie allo studio del significato e delle modalità di presenza nel Centro Giovanile. Uno dei documenti che seguono (doc. 1) è il frutto di questo lavoro.
Gli stessi giovani, che prima avevano consumato, tacitamente, quanto era stato loro imbandito, all'improvviso (una maturazione lenta, che esplode in un gesto deciso), si sono sentiti protagonisti. Hanno voluto non solo «fare», in corresponsabilità, ma anche «programmare».

Livello di rappresentatività del fenomeno

A molti, queste riflessioni, fanno sorridere.
Sono pochi i giovani che la pensano così: una élite sparuta (qualche «fanatico», se la prospettiva di visuale è un'altra).
I documenti che presentiamo sono irrilevanti come numero. E forse non rappresentano neppure la mentalità comune, nell'ambiente di provenienza.
«Fossero così tutti, accetteremmo anche le intemperanze...»: si dice, a voce alta o sommessa.
La costatazione è esatta.
Ma può aprire a due conclusioni contraddittorie:
a) quindi rifiutiamo tutto, in blocco. Perché non è significativo il numero dei giovani che la pensa così;
b) che siano frutto di una minoranza di élite, non sfiora minimamente il valore e il significato delle affermazioni riportate; anzi proprio per questo, indica una direzione di cammino:
• l'élite ha la funzione di modello di comportamento, nella massa amorfa: è il tono alto, la voce spiegata, «gridata dai tetti», degli altri, che non avvertono urgenze e problemi (o se li avvertono, non vogliono compromettersi);
• l'élite serve a tirare il gruppo: tutti i movimenti (dalla Carboneria alla contestazione giovanile) sono partiti da intuizioni di pochi «fanatici». In rapporto alla loro rispondenza oggettiva, esse sono diventate. poi, sempre di più, fatto di massa;
• quindi, il metro è l'oggettività o meno; e non solo il numero dei firmatari. La curva di sviluppo della storia è sulla linea di molte affermazioni di questi documenti (basta guardarsi attorno, anche frettolosamente,. per convincersene!). Non è possibile restare – noi, gli educatori! –muti spettatori dei capovolgimenti in atto, pronti a scattare solo quando tutti ormai sono partiti e lontani, avvolti in una nube di polvere. È opportuno prevedere: cogliere le tensioni più vive, interpretarle, con disponibilità. Per spronare, magari, gli amorfi lungo le direttrici che l'élite sta segnando. Anche perché, qualche volta almeno, dobbiamo batterci il petto, noi per primi, se molti giovani vivono ai margini di questi problemi. Ecco come una stessa premessa può indurre conclusioni opposte. Tutto sta a scegliere bene. E a scegliere a tempo.

La voce profetica dei giovani

È un ritornello abbastanza abusato. Tutti parlano del profetismo dei giovani. Non tutti ci credono, però, praticamente: nel quotidiano.
I documenti citati sono una voce profetica giovanile, una delle tante. Possiamo leggerli con spirito critico, di difesa; e li troveremo inzuppati di errori, di utopismi, di affermazioni ingiuste. Possiamo giungere fino a contestare loro il diritto di parlare (e alla Rivista quello di riportare le loro affermazioni).
Il rispetto alla realtà, quel realismo pastorale che forma una delle idee-forza che cerchiamo di portare avanti, ci obbliga ad un atteggiamento diverso, più qualificato, più onesto. I giovani hanno diritto di parlare e noi dobbiamo ascoltarli, con l'interesse devoto di chi erede che I segni dei tempi sono una componente della storia della salvezza,
Anche per rendere credibile l'affermazione, sbandierata tanto spesso, «l'oratorio sono i giovani». Se sono loro, se è roba loro, possiamo depauperarli del diritto di riflettere sulle loro cose, anche in modo Informe?
I giovani sanno cogliere nel segno; hanno il dono, l'istinto dell'essenziale, di ciò che conta e che incide. La loro scorza può apparire ruvida a chi ha dedicato una vita a coltivare la parola più diplomatica per raggiungere uno scopo; a chi l'esperienza ha insegnato a lasciar decantare le impressioni; a chi si sente, dopo tanta fatica, arrivato. Ma scomodo non è sinonimo di non vero. Tutt'altro.
Il realismo non è accettazione incondizionata di tutto, per l'unica motivazione storicista della sua esistenza.
Rimane sempre importante che l'educatore porti la sua esperienza. Dopo aver ascoltato tutto, con interesse e con amore, egli ha il diritto-dovere di parlare. Solo in questo missaggio la voce profetica dei giovani diventa vera «profezia», capace di spingere avanti il mondo, in una direzione ottimale.
L'educatore, al di là di ogni paternalismo, sa «amplificare» i flebili bagliori di verità, presenti sempre; sa «rivelare» i risvolti non verificabili, il volto divino di ogni gesto; sa «unificare» tensioni e indicazioni, in quella sintesi che, sola, è contributo valido nella ricerca della verità (cfr. «Le funzioni del dialogo», in Note di Pastorale Giovanile, 1969, VI-VII, 40ss).

IL PROCEDIMENTO DI LAVORO

Ci siamo posti il problema se era più funzionale trascrivere i singoli documenti, interamente uno di seguito all'altro, oppure curarne una certa rielaborazione che, nel rispetto dell'originalità di ciascuno, permettesse una chiave di lettura efficace e immediata.
Abbiamo scelto la seconda ipotesi. La prima – pur negli innegabili vantaggi (primo fra tutti la freschezza e la consequenzialità, forse offuscata sotto la pressione di un ordine logico esterno) – ci dava l'impressione e il sapore di un centone informe.
Il procedimento di lavoro è stato il seguente:

• stesura di una «griglia dei problemi aperti»: una specie di falsariga per un discorso completo e articolato.
La stesura non è nata totalmente a priori, perché frutto di una lettura attenta dei singoli documenti e dello studio collegiale che ha originato l'articolo d'apertura di questa monografia;

• catalogazione di tutte le affermazioni significative contenute nei singoli documenti. Solo le cose più banali o troppo legate a situazioni locali, sono state omesse (è possibile così ricostruire ogni documento rimontando quanto abbiamo smontato).
Sono conservate le ripetizioni e le affermazioni contraddittorie: per ogni argomento è trascritto tutto ciò che i giovani hanno stilato;

• questa schedatura permette di cogliere immediatamente i punti sottolineati con maggior forza (quelli che stanno più a cuore ai giovani); i vari pareri esistenti (anche se chiaramente opposti); i punti carenti (nella griglia sono rimaste alcune voci scoperte – molto poche, in verità –: o perché non ne esiste ancora una sensibilità diffusa; o perché i problemi sono solo «nostri»: i giovani non li valutano cose degne di spenderci quattro parole).

GRIGLIA DEI PROBLEMI APERTI

Ricerca sulla definizione e sul fine del C.G. 
– confessionalità
– aconfessionalità

Le dimensioni del C.G. 
– una comunità
– aperta e missionaria
rapporto con gli adulti e la parrocchia
rapporto con le situazioni locali
– in corresponsabilità
esercizio della corresponsabilità
strumenti per la corresponsabilità
ruolo del sacerdote
indicazioni per l'avvicendamento

Le strutture pastorali del C.G.
– strutture (attività) all'interno
– strutture di proiezione all'esterno
– la programmazione pastorale catechesi
vita liturgica
vita di gruppo
– la mixité

I documenti sono riportati senza alcun commento. Molte affermazioni ci paiono condivisibili. Altre no in tutto o in parte. Il pensiero del gruppo redazionale di Note di Pastorale Giovanile è quello espresso nello studio introduttivo («Verso una definizione di centro giovanile»). In questo spirito, la redazione invita a leggere i documenti che seguono.

 

RICERCA SULLA DEFINIZIONE
E SUL FINE DEL CENTRO GIOVANILE 

POSIZIONE A: UNA CHIARA PROSPETTIVA DI FEDE

♦ A nostro avviso, il fine di un centro giovanile è quello di stimolare «una armonica crescita umana e cristiana»; rispettando cioè e favorendo in ogni ragazzo la sua originalità, la sua irripetibile autenticità di uomo e di cristiano.
Siamo certamente in contrasto con l'antica educazione che spesso chiedeva al ragazzo di lottare contro natura; una educazione ascetica che intendeva spiritualizzare il giovane ponendo continuamente in rilievo la superiorità dell'anima sul corpo. Bisogna superare questa mentalità manichea: il bene e il male, l'anima e il corpo, materia e spirito, natura e grazia, quasi fossero due realtà contrapposte. Non lo sono, l'uomo è una realtà unica, non può essere spaccato in due. Così Gesù Cristo si è fatto uomo, non per combattere la natura umana, ma per elevarla.
Quindi nell'educazione il bene e il male non devono essere posti sullo stesso piano, perché il bene è una positività, il male una negatività: non può reggere il confronto.
Doc. 5

 Fine dell'oratorio è la costruzione del popolo di Dio (presa di coscienza personale della propria fede e adesione totale a Cristo risorto, in relazione alla comunità dei fratelli).
«L'oratorio deve preoccuparsi di educare dei cristiani capaci di inserirsi nella vita della Chiesa d'oggi in tutta la ricchezza delle loro vocazioni».
«Entrando un giovane deve persuadersi che questo è luogo di religione in cui si desidera fare dei buoni cristiani e degli ottimi cittadini».
Doc. 4

Pur nel profondo rispetto della libertà di scelta

 La Chiesa non deve mai costringere nessuno, non deve mai porsi in atteggiamento di potenza, né in campo ideologico, né sotto l'aspetto psicologico, né sociale. Il suo deve essere un atteggiamento di servizio.
Ciò anzitutto per un motivo teologico: la fede è essenzialmente un dono di Dio, risposta libera dell'uomo, quindi ogni mezzo (un centro giovanile, una palestra, un pallone...) non può generare automaticamente la fede: siamo in una sproporzione di causalità. Non si devono creare delle aree immunizzate, in cui poter legiferare senza controlli, delle aree di potere, anche spirituale. Questo ci porterebbe indietro, a ripetere l'esperienza superata della «civitas christiana», chiusa dentro le sue mura, contrapposta alla «civitas pagana». Mentalità che, portata nel mondo di oggi e nel mondo immediato di ieri, ha valso non poco a ingenerare quella situazione di divisione tanto deleteria in seno alla cristianità, fra clero e laici, generando da una parte il clericalismo e dall'altra il laicismo.
Quando il figlio comincia a capire, non è il padre che sceglie per il figlio, ma il padre deve aiutare il figlio a scegliere autonomamente;
il padre deve scegliere con» il figlio. Così il circolo giovanile non deve imporre scelte religiose ai singoli, ma stimolarle con l'esempio di una comunità che vive unita nella fede, nella speranza e nella carità. Il ragazzo sentirà il desiderio di scoprire quei valori che animano il gruppo, sarà stimolato ad una ricerca personale, ad uno sviluppo interiore. È la pedagogia espressa nel discorso dell'ultima cena: «In ciò riconosceranno che vi ho mandato».
Doc. 5

POSIZIONE B: DECISA AFFERMAZIONE
DI ACONFESSIONALITÀ FORMALE

♦ Il C. G. è, perciò, una comunità aconfessionale (per aconfessionale intendiamo una comunità nella quale non si chiede nessun credo religioso né politico, ma solo l'adesione al valore umano che è a fondamento della comunità stessa).
L'ambiente materiale del C. G. in sede di parrocchia (dove è necessario e non ci sono altri ambienti di ritrovo) deve essere aconfessionale e non deve imporre in alcun modo nulla di «cristiano» a nessuno che voglia partecipare alla costruzione della comunità umana la quale è fondata sull'amicizia e l'apertura agli altri, specialmente gli ultimi.
Il rispetto delle convinzioni personali di ciascuno vale più del rispetto di un presunto tono «Cristiano» dell'ambiente.
Doc. 3

♦ Riteniamo che nel C. G. le convinzioni religiose devono restare a livello personale. Non devono qualificare l'ambiente. Solo così i non credenti non si sentiranno «in sagrestia» e il C. G. perderà il suo aspetto attuale di ghetto.
Il C. G. in sede di parrocchia è a servizio disinteressato della gioventù del quartiere. Disinteressato vuol dire che a chi si serve del C. G. non viene chiesto in cambio di raccogliersi a una certa ora a dire le preghiere e ad ascoltare il sermone, magari contro le proprie convinzioni e la propria coscienza; e tanto meno di venire alla messa la domenica.
Doc. 3

POSIZIONE C: PLURALISMO PRATICO
E RICERCA DELLA SPECIFICITÀ DELL'INTERVENTO CRISTIANO

 La strutturazione dell'attuale oratorio, nei riguardi dei giovani, viene messo in causa. Questo perché tale struttura non comporta, in pratica (a volte neppure in teoria) un reale pluralismo. Ammettere questo pluralismo, è per noi il vero rilancio del C. G. Per pluralismo, intendiamo la possibilità di vita comune, nello stesso C. G., di giovani «credenti» e non credenti», senza privilegi e distinzioni, tenuti insieme dall'amicizia, da una certa valutazione comune della realtà, e da un impegno umano verso gli altri.
Alcuni di noi pensano che, non essendoci un modo specificamente cristiano di risolvere i problemi dell'uomo, i credenti possono unirsi a tutti gli uomini di buona volontà, senza necessariamente portare motivazioni cristiane alle loro scelte.
2. Altri pensano che la particolare consapevolezza dei valori umani, portata dalla fede, possa portare il cristiano ad un dissenso nei riguardi dei non-credenti, anche per quanto riguarda certi campi dell'attività terrena, e quindi vedono alcune difficoltà nel funzionamento di questo centro giovanile pluralistico.
Doc. 1

 

LE DIMENSIONI DEL CENTRO GIOVANILE 

APERTURA E INSERIMENTO NELLE SITUAZIONI LOCALI

C. G. e parrocchia

♦ In questi tempi post-conciliari si è venuto a scoprire il vero senso della parola «parrocchia». Si è capito che il cristiano non può più vivere da solo il proprio cristianesimo, ma lo devo vIvore con i fratelli, in una comunità di fede; e la comunità di ognuno è la parrocchia.
In questo spirito è inconcepibile che un oratorio viva la sua vita. al di fuori o peggio ancora in contrasto con la parrocchia entro i confini della quale è inserito.
L'oratorio deve avere come sbocco naturale della maturità dei suoi giovani l'inserimento attivo nella vita della parrocchia. Come infatti la parrocchia ha la missione di evangelizzare il quartiere nel quale è inserita, così scopo dell'oratorio è quello di evangelizzare lo strato giovane del quartiere, deve essere in un certo senso la prima linea di contatto con i «lontani».
Doc. 6

Inserimento nelle situazioni locali come testimonianza

 Nella misura in cui costituiscono così la loro personalità umana e cristiana, i giovani possono fare dell'oratorio un centro che influenza gli ambienti esterni circostanti, perché essi diventano capaci di testimoniare il loro cristianesimo in tutti gli ambienti della vita: l'oratorio infatti avrà provato il suo motivo di esistere nella misura in cui coloro che ne usciranno saranno capaci di camminare nel mondo.
Doc. 4.

Inserimento nelle situazioni locali: motivazioni e interventi

 L'incarnazione si realizza in chiave di testimonianza e di servizio. Ciò riguarda tutti i cristiani, laici e sacerdoti. La Chiesa non ha una ideologia: il cristianesimo è una vita, una realtà concreta, in modo che giustamente l'uomo moderno domanda al cristiano non «che cosa dici», ma «chi sei, che cosa fai».
La Chiesa è per il mondo. La Chiesa altra potenza terrena per sé non ambisce che quella che la abilita a servire e ad amare. Ne scaturisce un atteggiamento di dialogo, in cui ci si lascia penetrare dalla situazione storica concreta, geografica.
È un atteggiamento opposto a quello che abbiamo criticato sotto il nome di strumentalizzazione e chiusura: i ragazzi non sono oggetti in mano all'autoritarismo, ma occasione di servizio. Come diceva don Bosco, «mettiamoci quasi al servizio dei giovani, come Gesù venne ad obbedire e non a comandare; vergogniamoci di ciò che potesse avere in noi l'aria dei dominatori». Parole queste che ci sembrano alquanto dimenticate.
Questo porta a conseguenze importantissime per il circolo giovanile:
• anzitutto il rifiuto dell'idea che le «opere» siano condizione necessaria e sufficiente per lo sviluppo di una comunità giovanile. Possono essere un aiuto, ma da sole non generano la comunità. ll marmo è spesso troppo freddo perché possa essere abitato dai poveri, come Gesù ha dimostrato nascendo in una stalla;
• in secondo luogo il dovere di non ridurre il centro giovanile ad un ritrovo per i figli dei ricchi, sia materialmente che spiritualmente;
• in terzo luogo occorre porsi in atteggiamento di «contestazione» di fronte alla civiltà del benessere la cui caratteristica maggiore sia un arricchimento esteriore parallelo ad un progressivo svuotamento interiore;
• infine il senso della nostra povertà intellettuale deve aprirci al dialogo, all'amicizia, alla esperienza, alla comune ricerca della verità. Quindi dialogo fra credenti e non credenti.
Doc. 5

 D'altra parte è sempre stata una illusione quella di potersi servire dello sport, del turismo, del divertimento, o dell'azione sociale e culturale in funzione pastorale. Queste realtà umane non si lasciano violentare. Non si piegano, cioè, ad essere strumenti di un fine che non è il loro. Se così non fosse dopo 81 anni di affiancamento dell'oratorio alla parrocchia, questa dovrebbe rigurgitare di uomini. Quanti sono gli uomini del popolo alle nostre messe? E quelli di noi che sono credenti non dovranno formare gruppi a sé per lo svolgimento delle attività umane, ma, se ne sentiranno il bisogno, per trattare dei problemi specificatamente religiosi. Avranno, dunque, ben poco da dirsi! E anche questo poco dovranno dirselo non come in una setta o società segreta, ma rimanendo aperti agli altri e badando bene che questo poco non li divida dagli altri e non divida gli altri da loro.
Essi dovranno in modo particolare studiare come rendere vitali in se stessi le proprie convinzioni religiose in modo da renderle presenti nell'ambiente come testimonianza. Essi non dovranno ritenersi «i credenti», e come tali superiori agli altri nella comunità, ricordando che l'essenza della fede non sta nel dir di sì a una certa quantità di dogmi più o meno ben formulati, ma nel rispondere positivamente alla domanda di Dio che responsabilizza ciascuno di noi verso gli altri, specialmente gli ultimi. E ricorderanno che in questa fede non è di stretta necessità essere coscienti che la domanda ci viene posta da Dio (Mt 25). Essi riterranno, dunque, che tutta la comunità giovanile fondata sul valore dell'amicizia aperta agli altri, specialmente gli ultimi, è in realtà in stato di fede.
Doc. 3

 Il nostro C. G. deve essere «aperto» non solo nel senso che si rivolge a tutti i giovani della città (o della zona), ma anche nel senso che si interessa e partecipa attivamente a tutta la vita sociale della popolazione locale.
Nell'ambito del C. G. e ai fini del suo inserimento nella «città umana» l'azione abbia la preminenza sullo studio e lo studio sia al servizio dell'azione. Questa azione potrà orientarsi (a titolo di esempio) verso l'assistenza ai malati, ai poveri, ai sub-normali, e verso un'azione politica completa, come sensibilizzazione dell'opinione pubblica, in funzione di una umanizzazione delle strutture sociali.
Nella nostra azione dobbiamo condividere fino in fondo la condizione degli ultimi e dei bisognosi, al cui servizio ci poniamo.
Doc. 1

Inserimento nelle situazioni reali: apertura

 II centro giovanile dovrà quindi essere caratterizzato da una grande apertura:
• verso la persona del ragazzo, rinunciando ad ogni forma di discriminazione, perché «tutti gli uomini sono chiamati a formare il
popolo di Dio» (Lumen Gentium, 13). Ha ancora senso la distinzione dei giovani in buoni e cattivi? Se poi così fosse perché curare solo i «buoni» (magari i figli dei ricchi) e trascurare i «cattivi» perché non hanno avuto una educazione tranquilla, una famiglia normale?...
• verso l'esterno, cercando di inserire i giovani nel contesto della vita cittadina, delle sue attività culturali, sociali, politiche. La Chiesa riconosce tutto ciò che di buono si trova nel dinamismo sociale odierno, soprattutto l'evoluzione verso l'unità, il processo di una sana socializzazione e consociazione civile ed economica (Gaudium et Spes, 42), Quindi collaborazione e non concorrenza con le altre forme associative anche se di tipo laico, quali saranno, ad esempio in un prossimo futuro i quartieri.
Doc. 5

 Si costata che i nostri C. G. sono a prevalente partecipazione studentesca, e riteniamo che sia necessario ricercare una partecipazione attiva di giovani lavoratori. Per questo è necessario trovare un comune centro di interesse attorno a cui avviare, attraverso il dialogo, una reciproca maturazione, che dia all'operaio certe consapevolezze e allo studente un maggior senso del concreto, secondo un orientamento condiviso da tutta la gioventù studentesca europea.
Doc. 1

Il C. G. come centro di riferimento

 Il C. G. così come noi lo intendiamo è un insieme di gruppi spontanei. Attualmente avvertiamo negli oratori una carenza di gruppi spontanei. I pochi esistenti vengono ostacolati.
II C. G. per noi si istituisce a vari livelli: sociale, musicale, sportivo... La sua vita dipende dal fatto che tutti o parte dei componenti sentano intensamente il discorso che portano avanti.
bene che i G. S. lavorino immersi completamente nel rione e nella città, aperti con la loro azione ai problemi cittadini. Questi G. S. potranno trovare nel C. G. contatto col sacerdote, la possibilità di verifica del loro agire e la ricarica delle loro energie spirituali.
Doc. 1

LA CORRESPONSABILITÀ

La corresponsabilità: urgenza ed esercizio

 Riteniamo che per creare vera comunità sia necessario responsabilizzare ogni giovane. Si tengano presenti le affermazioni del Concilio nei riguardi del «popolo di Dio» e del compito specifico dei laici nella Chiesa.
Doc. 1

 Si auspica ancora che si favorisca l'opera dei laici all'interno dell'Oratorio, incoraggiando le iniziative, al di sopra di ogni pregiudizio e formalismo, affinché l'Oratorio non corra il rischio di mostrarsi palesemente inadeguato alle nuove esigenze dei giovani e si impedisca il sorgere di un clima di reciproca incomprensione.
Doc. 2

 Il C. G. sono i giovani in unione e in accordo con i salesiani, con i genitori e gli educatori che portano avanti il discorso educativo. Ai laici, secondo gli orientamenti espressi dal Concilio, competono funzioni e responsabilità a tutti i livelli: formazione, organizzazione, disciplina, amministrazione.
È necessario introdurre nella dinamica educativa quei giovani che per capacità naturale, per sensibilità umana e cristiana vogliono essere missionari tra i fratelli, lievito nella pasta.
Don Bosco aveva capito che senza la collaborazione di questi giovani l'oratorio non poteva essere vitale, dinamico e missionario e si servì della loro collaborazione per dare solidità e continuità all'opera oratoriana.
Noi crediamo dunque essenziale l'inserimento tra gli educatori di forze nuove, costituite appunto da quei giovani che intendono il loro cristianesimo come servizio di evangelizzazione. Implicito attributo di questa immissione di forze nuove è la corresponsabilità, impegno tipicamente umano e cristiano che comporta la cosciente accettazione dei problemi pastorali come missione primaria del laicato cristiano, che è sacerdote, maestro e pastore.
Evidentemente si supera In questo spirito il livello di rivendicazioni quasi a carattere sindacale che generano soltanto attriti e incomprensioni, mentre sono indispensabili collaborazione, fiducia, corresponsabilità, in una parola: carità tra clero e laicato.
Doc. 4

Corresponsabilità: strutture

 Si propone in concreto la costituzione di organi con potere decisamente deliberativo (Consiglio oratoriano, consulte ispettoriali e cittadine) cui competerà decidere di tutti i problemi oratoriani (organizzazione, azione pastorale ed educativa). Soprattutto sentiamo l'urgenza ed il bisogno di un piano organico di pastorale giovanile che tracci, pur nella sua provvisorietà e limitatezza, le linee da seguire nell'educazione del ragazzo secondo i vari livelli di età e di associazione.
Noi crediamo che la risoluzione di un così grave problema possa e debba cercarsi in clima di corresponsabilità tra laici e clero, nella certezza che la molteplicità di esperienze e di vocazioni sia in grado di ispirare un piano pastorale il più completo possibile.
Doc. 4

 Negli oratori in cui non esiste, è opportuno creare il «Consiglio oratoriano» visto come un passo transitorio verso l'Assemblea giovanile; nei C. G. dove già esistesse il Consiglio, ci pare opportuno tentare l'esperienza dell'Assemblea.
L'assemblea decide la linea di fondo e le decisioni di interesse generale nel C. G.
Nell'ambito dei C. G. i singoli gruppi mantengono una piena autonomia operativa.
Doc. 1

♦ Ribadiamo in definitiva la necessità di un consiglio oratoriano con potere deliberativo.
Doc. 4

RUOLO DEL SACERDOTE: UN AMICO E UN ESPERTO IN UMANITÀ

 Ci pare di pensare che in una comunità aconfessionale il prete come tale deve sparire.
Riteniamo che egli non debba essere presente come una persona sacra: innanzi tutto perché, per quelli di noi che non sono «credenti ufficiali», questa sacralità del prete non ha alcun significato e perché la presenza del prete in quanto «persona sacra» è ciò che dà al C. G. il puzzo di sagrestia e che lo mantiene in stato di ghetto dei cattolici. E poi perché, anche per quelli di noi che sono «credenti ufficiali», non ha senso e non è credibile questa distinzione di persone sacre e persone profane nella Chiesa.
Riteniamo che egli non debba essere presente come un «funzionario», rappresentante di «un potere superiore», un impiegato trasferibile a piacimento e neppure, di conseguenza, come difensore di una verità già fatta di una legge già stabilita da imporre dal di fuori.
Egli sarà presente nella comunità e parteciperà alla sua ricerca di verità, innanzi tutto con il peso della sua esperienza di uomo e con il significato della sua vita di uomo.
Doc. 3

 Noi vediamo il nostro prete come un uomo ricco di esperienza umana (e per questo dovrebbe vivere intensamente la sua vita di uomo fra gli uomini), portatore, per i credenti, di un carisma che lo abilita ad accogliere e unificare in sé e a verificare alla luce del Cristo (in questo unito al vescovo e alla comunità) i risultati di ogni esperienza e di ogni ricerca di verità presenti nella comunità.
Doc. 3

 Noi vediamo il prete-animatore del centro come un uomo con la sua esperienza umana e aperto all'esperienza degli altri, e per questo dovrebbe vivere intensamente la sua vita di uomo fra gli uomini. Egli è inoltre per i credenti il portatore dí un carisma che lo abilita ad accogliere, unificare in sé e verificare alla luce del Cristo (unito però in questo al Vescovo e alla comunità) i risultati di ogni esperienza e di ogni ricerca della verità presenti nella comunità; e lo fa strumento, sul piano liturgico e sacramentale, della comunicazione di Dio agli uomini.
Per quanto riguarda le attività e gli interessi umani del centro, egli si metterà al servizio degli altri, rinunciando ad ogni autorità che non sia quella che gli viene dalla sua esperienza e competenza nei problemi posti dalla comunità.
Doc. 1

 L'educazione richiede un rapporto di amicizia, rapporto che nasce dalla consuetudine del vivere insieme, dalla conoscenza dell'ambiente familiare, cittadino, scolastico in cui si svolge la vita del ragazzo, dal possedere adeguati mezzi di penetrazione psicologica e pedagogica.
In genere l'assistente di un circolo giovanile non ha strutture burocratiche a cui appoggiarsi; il suo lavoro è sempre diverso perché diversi sono i giovani. Continuamente deve da adulto farsi giovane per rivivere continuamente l'esperienza dei suoi ragazzi, perché il suo compito non è insegnare dall'alto, ma da amico, confessore, collaboratore.
Doc. 5

L'AVVICENDAMENTO DEL SACERDOTE IN RAPPORTO
ALLA COMUNITÀ ORATORIANA

 Il prete non è un funzionario. Egli si incarna nel gruppo che in lui si raccoglie e si esprime. Un suo cambiamento di ufficio coinvolge la comunità. Un suo eventuale cambiamento esigerebbe quindi che la comunità fosse previamente interpellata. Tale cambiamento sia possibilmente programmato in anticipo, in modo da introdurre il sostituto per tempo nella comunità.
Doc. 1

 Gli oratoriani fanno presente anche che sarebbe cosa loro gradita che in occasione del trasferimento dei sacerdoti in qualunque modo a contatto con loro, gli stessi oratoriani possano al riguardo esprimere il loro pensiero. Essi potranno così mostrare, con la dovuta documentazione, ai superiori competenti l'attività passata compiuta con questi sacerdoti e le prospettive di azione futura, al fine di poter avanzare la richiesta, non vincolante, di poter continuare ad avvalersi dell'impulso e della collaborazione di questi sacerdoti ai fini di una continuità di metodi e d'azione.
Doc. 2

 Nel momento in cui, in tutto il mondo cattolico, si procede vano una responsabile maturazione del laicato, ampliando ed applicando il significato della Chiesa-popolo di Dio, affermato da Pio XII In anni ormai lontani, i Superiori hanno ancora una volta ignorato, in maniera assoluta, i giovani dell'oratorio, ovvero i membri della comunità giovanile, al servizio della quale, pure, tali sacerdoti operavano, non sentendoli in alcuna maniera prima di assumere tali provvedimenti.
Doc. 2

 Spesso, troppo spesso, il cambiamento dell'assistente opera una frattura in seno alla comunità giovanile. Gli assestamenti che ne derivano sono disastrosi, distruggendo il lavoro di anni del precedente assistente, e, questo è peggio, allontanano molti giovani dal sacerdote, dalla parrocchia, dalla Chiesa.
Quanti giovani che si confessavano dal vecchio non si confesseranno più dal nuovo perché non lo conoscono? Quanti dirigenti teneva uniti l'amicizia del vecchio che il nuovo non ha il tempo e la voglia di conservare, tutto intento come è nel cercarsi i «suoi» dirigenti, nel curare i «suoi» obiettivi pedagogici?
Vediamo in dettaglio le difficoltà che incontra il nuovo assistente, sperando di chiarire il nostro pensiero e di suggerire implicitamente una soluzione: 
• mancanza di ambientamento: il nuovo deve crescere vicino al vecchio per qualche tempo (almeno un anno);
• mancanza di esperienza: spesso l'oratorio è visto come un terreno in cui il sacerdote «fa esperienza», naturalmente sulla pelle dei ragazzi. Come abbiamo già citato il sacerdote non deve fare la sua esperienza (Presbyterorum Ordinis 4), ma deve curare che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria specifica vocazione (Presbyterorum Ordinis 6); 
• mancanza di preparazione specifica: lo dice il Concilio: «siano scelti con diligenza sacerdoti dotati delle qualità necessarie e convenientemente formati per aiutare i laici in speciali forme di apostolato» (Apostolicam Actuositatem 25); 
• idea del prete tutto fare, centro, presente dappertutto, determinante in ogni iniziativa. Quando poi parte, salta anche quella 
continuità e quel metodo che si reggevano sulla sua persona. La continuità organizzativa non deve essere garantita dal sacerdote, ma dai laici, nell'esercizio di quella autonomia di cui sopra abbiamo parlato. Il sacerdote deve quindi educare i suoi giovani ad essere autosufficienti, «educare a quella libertà con cui Dio ci ha liberati» (Presbyterorum Ordinis 6).
Doc. 5

 

LE STRUTTURE PASTORALI DEL CENTRO GIOVANILE 

LA PROGRAMMAZIONE PASTORALE: URGENZA

 Un difetto notevole riscontrabile (ma ben più giustificabile, date le difficoltà oggettive che si riscontrano in questo campo) è la mancanza di un piano organico di azione educativa, che permetta l'inserimento attivo e coerente di ogni intervento educativo.
Doc. 4

 Bisogna pensare a come attuare in concreto il fine essenziale dell'oratorio: la formazione cristiana dei giovani; utilizzando l'esperienza educativa oratoriana e in particolare quella delle associazioni, bisogna concretare un programma pastorale articolato secondo le esigenze delle diverse età, che costituisca la via percorrendo la quale il giovane possa maturare le sue scelte di fede, approfondire la conoscenza della Bibbia, comprendere e attuare il senso di una partecipazione viva alla Liturgia, ai Sacramenti.
Doc. 4

La programmazione pastorale: una proposta concreta

 Nella nostra riflessione il punto di partenza è l'uomo. Ci pare che nella sua esistenza si manifestino molteplici esigenze. Esse tuttavia si possono sintetizzare in quelle fondamentali di:
• coscienza (essere cosciente di sé, del mondo, degli altri);
• attività (espansione dell'uomo verso ciò che conosce);
• relazione (II contesto che lo lega agli altri uomini o noi quale «conosce» ed «agisce»).
È chiaro che dette esigenze di fondo non troveranno soluzione in ciò che circonda l'uomo, ma nell'uomo stesso. Esse cioè si svilupperanno col progressivo «crescere» dell'uomo, ossia nella sua realizzazione completa (autodeterminazione). Ma questo sviluppo incontra diversi ostacoli, che risiedono:
• all'interno dell'uomo;
• nei rapporti dell'uomo con i suoi simili;
• nel mondo e nelle cose.
Concretamente, quindi, lo sforzo di sviluppo dell'uomo è di crescere superando gli ostacoli, verso la sua progressiva liberazione: è in questa direzione che camminano tutti gli «uomini di buona volontà».
Dio non è per l'uomo – così crediamo – un essere astratto o una ipotesi di lavoro, bensì Egli presenta all'uomo una proposta di liberazione, nella persona del Cristo. La meta dell'uomo coincide quindi con la proposta che Dio gli fa: la liberazione progressiva dell'uomo, cioè, la Salvezza.
Da questo appare come la fede non sia staccata dalla vita, perché la fede è la risposta positiva (non necessariamente definitiva) alla proposta-dono che Dio ci ha fatto in forma esplicita o anche implicita, ma che comunque presenta all'uomo la salvezza.
Doc. 4

UNA CATECHESI CHE PARTA
DAI VALORI UMANI NEL GRUPPO

♦ Per quanto riguarda la catechesi del C. G.: lo studio collettivo e dialogale, che si svolge all'interno di ciascun gruppo e che ha come oggetto la realtà umana globale (con la sua dimensione soprannaturale) costituisce già la catechesi del gruppo stesso. Infatti, l'impostazione stessa del C. G. deve sollecitare interrogativi e problemi, in modo che l'ambiente stesso comporti una sua catechesi.
Doc. 1

 Abbiamo parlato dl valori umani, ebbene la religione per i giovani deve essere proposta in chiave di valore umano.
La religione è infatti lo strumento con cui il gruppo si trasforma in comunità. Tale trasformazione non è esclusivo compito del sacerdote, ma di tutti. Se l'assistente fosse il solo in un gruppo giovanile a parlare di religione, finirebbe per essere il meno ascoltato.
Il problema teologicamente e realmente più importante ci sembra sia quello di evitare il tradizionalismo perché i giovani sentono i tempi, l'attualità, i problemi del mondo contemporaneo; nello stesso tempo bisogna rendere viva la tradizione. Tradizione non significa immobilismo, ma anzi è il frutto di una continua riscoperta e rigenerazione del popolo di Dio: è il popolo di Dio che accoglie nella sua intierezza la tradizione, purificandola dal tradizionalismo, arricchendola dei segni dei tempi. La liturgia, ad esempio, è una tradizione, che ha bisogno di sfociare in un segno vivo.
Bisogna quindi conciliare due tendenze apparentemente opposte: la fedeltà alla tradizione e la sensibilità verso la vita.
Doc. 5

Le attività tradizionali in funzione di umanizzazione

 Ogni attività dell'oratorio non può prescindere dalla finalità tipica dell'arricchimento umano, e cristiano, dell'individuo. Ogni attività suppletiva (sport - turismo - cinema, ecc.) non deve essere fine a se stessa, ma inserita in un piano dinamico e pastorale: non vogliamo uno sport professionistico fine a se stesso, né un cinema che sia scuola della violenza, ma ogni attività (anche ricreativa) deve venir proposta in quanto ha un valore in se stessa e non semplicemente come attività trionfalistica o come mezzo per avvicinare un grande numero di ragazzi.
Doc. 4

 Oltre alle attività tipiche, dipendenti dall'impostazione data al C. G. locale, possono sussistere attività di carattere sportivo, turistico e culturale. Queste attività assumono un valore particolare se viste come una prima esperienza di gruppo e come prime possibilità di un rapporto di amicizia.
Mentre nel giovani della nostra età rileviamo una accentuazione degli interessi culturali, di fatto, nei nostri C. G. troviamo poche possibilità di soddisfare queste esigenze.
Queste attività non siano condizionate al momento religioso della vita del C. G. Nessun giovane deve essere costretto alla messa e alla catechesi, come condizione per poter svolgere queste attività.
Doc. 1

Il catechista e la catechesi ai più piccoli

 Per quanto riguarda la collaborazione che il C. G. dà alla catechesi dei piccoli dell'oratorio, proponiamo:
• che il metodo e i contenuti della catechesi tengano sempre presenti i problemi della loro età, i problemi del mondo in cui vivono e a cui si devono interessare, per risalire, da questi problemi, attraverso Cristo, a Dio;
• la catechesi sia una realtà comunitaria, espressione della vita e del pensiero di tutta la comunità parrocchiale. La determinazione concreta dei suoi orientamenti sia discussa, concordata anche con la comunità giovanile.
Doc. 1

 Il giovane catechista cercherà di inserirsi nella vita dei suoi ragazzi, per mezzo dell'amicizia e dell'affiatamento, rispettando con obiettività la loro personalità, cercherà di farne maturare tutte le qualità. La validità del suo insegnamento dipende dalla coerenza della sua vita.
Doc. 1

GRUPPI SPONTANEI E ISTITUZIONALIZZATI
ALL'INTERNO DEL C. G.

 Quando il ragazzo è sulla via della propria autenticità, nelle radici dell'io scopre l'esistenza del «tu», degli altri, della loro necessità e ricchezza. Per i giovani è quindi essenziale trovare un clima di amicizia.
L'amicizia viene realizzata nel clima di un gruppo. L'esperienza di gruppo è la risposta più efficace al processo di spersonalizzazione e massificazione operato dalla civiltà dei consumi: è in questa via che si sta avviando la riforma dell'insegnamento nella scuola dell'obbligo e nell'università.
L'esperienza di gruppo rende spontanea l'integrazione con gli altri gruppi, dei ragazzi con le ragazze, dei giovani con gli adulti, studenti e lavoratori: ciò però accade a condizione che il gruppo sia aperto. Si colloca in questa problematica la discussione se i gruppi debbano essere spontanei o istituzionalizzati, «formali» come si dice. È nostra opinione che il gruppo spontaneo sia introverso, portato cioè ad approfondire l'amicizia e la vita di gruppo dei suoi membri, ma sostanzialmente portatore di un linguaggio e di uno stile da iniziati, chiuso alla partecipazione di una grande massa giovanile.
A nostro avviso il centro giovanile deve essere istituzionalizzato proprio per permettere al suo interno la spontaneità della vita di gruppo a tutti i ragazzi di una certa zona o ambiente.
A questo punto qualcuno ritiene che una organizzazione efficiente soffochi l'amicizia: l'organizzazione invece è un puro strumento, può servire una logica accentratrice e autoritaria (vedi Azione Cattolica) come può preparare l'ambiente e le condizioni idonee alla naturale evoluzione del ragazzo. E in questo senso deve essere rivalutata perché l'educazione richiede un impegno continuo e non improvvisato, uno sforzo economico non indifferente, la composizione armonica di molteplici gruppi spontanei, uno stimolo costante ad aprirsi al mondo.
Doc. 5

LA MIXITÉ

 Nel concetto di oratorio inteso come momento giovanile di maturazione umana e cristiana, scopriamo le motivazioni di una presenza femminile, sia a livello di educande che di educatrici, in quanto la pastorale educativa supera la disparità di sesso e richiede invece una complementarietà di esperienze e di sensibilità indispensabili alla maturazione dell'individuo. Noi crediamo che il superamento e la risoluzione delle difficoltà che si presentano nei gruppi misti finora realizzati stia soprattutto nella assoluta serietà dell'impegno, con la presenza di educatori validi e competenti. Del resto ci paiono irrinunciabili i vantaggi sul piano umano, psicologico e pedagogico che possono derivare dalla comunione di esperienze e di sensibilità tra giovani di ambo i sessi.
Doc. 4

 Il C. G., come noi lo pensiamo, esige la mixité. Pensiamo che le seguenti motivazioni siano assai valide:
1. nella società d'oggi i ragazzi e le ragazze vivono spesso insieme (scuola, lavoro, divertimento...). Un C. G. che li separasse nel momento educativo, non li preparerebbe alla vita personale e sociale;
2. necessità di vivere esperienze comuni, per la mutua conoscenza, stima e arricchimento;
3. la mixité aiuta non poco gli adolescenti a sdrammatizzare i loro problemi, e uscire più maturi da questo periodo. Tutto questo, meglio se avvenisse in un ambiente educativo, come il C. G.;
4. necessità della ragazza in alcuni momenti della vita dell'oratorio e del C. G. (far giocare ì bambini, attività assistenziali...).
Per una serena impostazione del problema della mixité, a livello di centro giovanile, si auspica che la reciproca conoscenza e collaborazione, sia iniziata sin dalla fanciullezza.
Perché poi la mixité risulti un elemento di vera educazione personale e sociale, riteniamo necessaria un'attività (sociale, educativa, catechistica ecc.), capace di amalgamare il gruppo e di interessarlo profondamente.
Doc. 1

 Per realizzare in pratica la mixité dei nostri oratori noi proponiamo:
1. Che in essi i gruppi misti non siano tollerati, come un fatto scomodo ma necessario, ma abbiano pieno diritto di cittadinanza e spazio vitale sia in senso fisico (ambienti...) sia in senso morale (libertà di autodecisioni, pluralismo...).
2. La disponibilità al rischio. Il rischio è Insito in ogni attività umana, soprattutto quando si tratta di dare fiducia ad altri: tanto più in questo caso in cui i protagonisti sono dei giovani, cioè delle persone ancora in formazione. Non ci sembra logico cioè – cosa che è già successa – che, non appena un gruppo misto presenta qualche inconveniente o commette qualche errore, l'educatore si faccia avanti con un intervento autoritario che quasi sempre è l'eliminazione del gruppo stesso.
3. Dove esistono gruppi misti, bisogna fare il possibile perché essi abbiano équipes direttive miste.
4. Infine, dopo tutto questo discorso, ci sembra assurda la divisione – dai 17-18 anni – tra oratorio maschile e oratorio femminile, spesso anche fisicamente lontani. Chiediamo perciò l'abolizione di questa divisione, dove ancora esistesse, e la creazione o il potenziamento di un unico oratorio parrocchiale.
Doc. 6

La Congregazione è tutta relativa ai giovani, così come sono. Il cuore della Congregazione deve battere là dove batte il cuore dei giovani. Essa esiste per essi, così come essi sono nel mondo attuale, necessariamente e profondamente inseriti in esso (anche se lo contestano su questo o quel punto), per essi così come vivono in questo mondo secondo tutte le dimensioni della loro vita concreta, con tutti i loro problemi. Essa sente di avere la doppia missione di umanizzarli e di divinizzarli, nel Cristo.
(dalle prospettive per il capitolo speciale dei Salesiani)

 
(NPG 1970-06/07-48)
 
 
RACCOLTA E ANALISI DI DOCUMENTI GIOVANILI 
SULL'ORATORIO-CENTRO GIOVANILE 12
 
SIGNIFICATIVIT À DEL CAMPIONE
 
Pubblichiamo una serie di documenti stilati da gruppi giovanili, di estrazione diversa, relativi ad un tema comune: il volto attuale dell'oratorio.
(I termini « oratorio » e « centro o circolo giovanile » ricorrono qui come sinonimi. Riguardano gli adolescenti e i giovani. L'adattamento ai più piccoli — fanciulli e preadolescenti — può essere fatto solo per analogia, nei limiti in cui psicologia e pedagogia lo ritengano possibile) . L'elenco e qualche annotazione possono offrire il parametro di significatività del campione.
 
Elenco dei documenti
 
doc 1: Documento conclusivo del campo scuola dirigenti d'oratorio (Val Formazza 1969), presenti 76 giovani e 13 educatori, rappresentanti degli oratori salesiani della Lombardia e dell'Emilia. 1969, agosto.
doc 2: Lettera aperta a tutta la comunità parrocchiale dei giovani di un oratorio di La Spezia, in occasione del « cambio » del sacerdote responsabile. 1969, ottobre.
doc 3: Considerazioni sull'impostazione del C.G., presentate ad una larga divulgazione, dalla comunità giovanile « S. Benedetto » di Parma. 1969, settembre.
doc 4: Documento conclusivo di uno studio organico (campo di riflessione, incontri locali e generali) condotto dai rappresentanti degli oratori salesiani del Piemonte. 1969, ottobre.
doc 5: Ipotesi di lavoro sulla impostazione di un centro giovanile, curata dalla U.P. S. Benedetto di Ferrara. 1969, maggio.
doc 6: Conclusioni di gruppi di studio, in un convegno giovanile della regione piemontese. 1969, novembre.
 
Annotazioni
 
È facile avvertire alcuni limiti relativi alla significatività di questi campioni:
• i documenti sono nati tutti nel contesto di regioni particolarmente sensibili del Nord Italia;
• sono frutto di studio e ripensamento di due gruppi regionali di giovani, leaders nei loro ambienti, e di tre comunità giovanili particolarmente efficienti e « di punta »;
• sono tutti limitati all'ambito salesiano: possono quindi risentire del volto particolare di questi C.G., sia nei risvolti positivi che in quelli negativi;
• rappresentano una tensione ottimale, forse lontana da molte prospettive concrete.
Entro i limiti denunciati hanno però una carica emblematica notevole,. che sarebbe grosso errore sottovalutare o minimizzare.
 
UN FATTO INDISCUSSO
 
I giovani stanno sempre più prendendo coscienza del loro ruolo nella società. A tutti i livelli.
Sentono — e lo si avverte da mille sintomi, disciolti nell'aria — che è tempo, ormai, di passare dallo stato di consumatori passivi (di quanto gli adulti hanno approntato: con un'offerta che va dal servizio disinteressato, al paternalismo, allo studio programmato, per un consumismo più sicuro e più redditizio), a quello di protagonisti.
Ma c'è di più.
I giovani avvertono l'urgenza di rompere quel cerchio di silenzio che circondava, un tempo, i punti scottanti di ogni situazione.
In gruppo si studiano definizioni e linee operative. Le conclusioni sono sempre messe su carta, in « documenti », destinati alla più larga pubblicizzazione.
Tipica l'esperienza di un campo-scuola nell'estate scorsa.
Gli organizzatori avevano previsto tutto, negli ultimi dettagli: temi, sussidi, momenti di lavoro e di distensione, a sviluppo logico dei programmi degli anni precedenti. Era stata anche largamente consultata la «base », prima di procedere.
Dopo la prima battuta, i giovani partecipanti hanno rivoluzionato tutto. Si è deciso di partire da zero, dedicando tempo e energie allo studio del significato e delle modalità di presenza nel Centro Giovanile. Uno dei documenti che seguono (doc. 1) è il frutto di questo lavoro.
Gli stessi giovani, che prima avevano consumato, tacitamente, quanto era stato loro imbandito, all'improvviso (una maturazione lenta, che esplode in un gesto deciso) , si sono sentiti protagonisti. Hanno voluto non solo « fare », in corresponsabilità, ma anche « programmare ».
 
Livello di rappresentatività del fenomeno
 
A molti, queste riflessioni, fanno sorridere.
Sono pochi i giovani che la pensano così: una élite sparuta (qualche «fanatico », se la prospettiva di visuale è un'altra) .
I documenti che presentiamo sono irrilevanti come numero. E forse non rappresentano neppure la mentalità comune, nell'ambiente di provenienza.
«Fossero così tutti, accetteremmo anche le intemperanze... »: si dice, a voce alta o sommessa.
La costatazione è esatta.
Ma può aprire a due conclusioni contraddittorie:
a) quindi rifiutiamo tutto, in blocco. Perché non è significativo il numero dei giovani che la pensa così;
b) che siano frutto di una minoranza di élite, non sfiora minimamente il valore e il significato delle affermazioni riportate; anzi proprio per questo, indica una direzione di cammino:
• l'élite ha la funzione di modello di comportamento, nella massa amorfa: è il tono alto, la voce spiegata, « gridata dai tetti », degli altri, che non avvertono urgenze e problemi (o se li avvertono, non vogliono compromettersi) ;
• l'élite serve a tirare il gruppo: tutti i movimenti (dalla Carboneria alla contestazione giovanile) sono partiti da intuizioni di pochi « fanatici ». In rapporto alla loro rispondenza oggettiva, esse sono diventate. poi, sempre di più, fatto di massa;
• quindi, il metro è l'oggettività o meno; e non solo il numero dei firmatari. La curva di sviluppo della storia è sulla linea di molte affermazioni di questi documenti (basta guardarsi attorno, anche frettolosamente,. per convincersene!) . Non è possibile restare — noi, gli educatori! —muti spettatori dei capovolgimenti in atto, pronti a scattare solo quando tutti ormai sono partiti e lontani, avvolti in una nube di polvere. t opportuno prevedere: cogliere le tensioni più vive, interpretarle, con disponibilità. Per spronare, magari, gli amorfi lungo le direttrici che l'élite sta segnando. Anche perché, qualche volta almeno, dobbiamo batterci il petto, noi per primi, se molti giovani vivono ai margini di questi problemi. Ecco come una stessa premessa può indurre conclusioni opposte. Tutto sta a scegliere bene. E a scegliere a tempo.
 
La voce profetica dei giovani
 
È un ritornello abbastanza abusato. Tutti parlano del profetismo dei giovani. Non tutti ci credono, però, praticamente: nel quotidiano.
I documenti citati sono una voce profetica giovanile, una delle tante. Possiamo leggerli con spirito critico, di difesa; e li troveremo inzuppati di errori, di utopismi, di affermazioni ingiuste. Possiamo giungere fino a contestare loro il diritto di parlare (e alla Rivista quello di riportare le loro affermazioni).
Il rispetto alla realtà, quel realismo pastorale che forma una delle idee--forza che cerchiamo di portare avanti, ci obbliga ad un atteggiamento diverso, più qualificato, più onesto. I giovani hanno diritto di parlare e noi dobbiamo ascoltarli, con l'interesse devoto di chi erede che I segni dei tempi sono una componente della storia della salvezza,
Anche per rendere credibile l'affermazione, sbandierata tanto spesso, « l'oratorio sono i giovani ». Se sono loro, se è roba loro, possiamo depauperarli del diritto di riflettere sulle loro cose, anche in modo Informe?
I giovani sanno cogliere nel segno; hanno il dono, l'istinto dell'essenziale, di ciò che conta e che incide. La loro scorza può apparire ruvida a chi ha dedicato una vita a coltivare la parola più diplomatica per raggiungere uno scopo; a chi l'esperienza ha insegnato a lasciar decantare le impressioni; a chi si sente, dopo tanta fatica, arrivato. Ma scomodo non è sinonimo di non vero. Tutt'altro.
Il realismo non è accettazione incondizionata di tutto, per l'unica motivazione storicista della sua esistenza.
Rimane sempre importante che l'educatore porti la sua esperienza. Dopo aver ascoltato tutto, con interesse e con amore, egli ha il diritto-dovere di parlare. Solo in questo missaggio la voce profetica dei giovani diventa vera « profezia », capace di spingere avanti il mondo, in una direzione ottimale.
L'educatore, al di là di ogni paternalismo, sa « amplificare » i flebili bagliori di verità, presenti sempre; sa « rivelare » i risvolti non verificabili, il volto divino di ogni gesto; sa « unificare » tensioni e indicazioni, in quella sintesi che, sola, è contributo valido nella ricerca della verità (cfr. « Le funzioni del dialogo », in Note di Pastorale Giovanile, 1969, VI-VII, 40ss) .
 
IL PROCEDIMENTO DI LAVORO
 
Ci siamo posti il problema se era più funzionale trascrivere i singoli documenti, interamente uno di seguito all'altro, oppure curarne una certa rielaborazione che, nel rispetto dell'originalità di ciascuno, permettesse una chiave di lettura efficace e immediata.
Abbiamo scelto la seconda ipotesi. La prima — pur negli innegabili vantaggi (primo fra tutti la freschezza e la consequenzialità, forse offuscata sotto la pressione di un ordine logico esterno) — ci dava l'impressione e il sapore di un centone informe.
Il procedimento di lavoro è stato il seguente:
 
• stesura di una « griglia dei problemi aperti »: una specie di falsariga per un discorso completo e articolato.
La stesura non è nata totalmente a priori, perché frutto di una lettura attenta dei singoli documenti e dello studio collegiale che ha originato l'articolo d'apertura di questa monografia;
 
• catalogazione di tutte le affermazioni significative contenute nei singoli documenti. Solo le cose più banali o troppo legate a situazioni locali, sono state omesse (è possibile così ricostruire ogni documento rimontando quanto abbiamo smontato) .
Sono conservate le ripetizioni e le affermazioni contraddittorie: per ogni argomento è trascritto tutto ciò che i giovani hanno stilato;
 
• questa schedatura permette di cogliere immediatamente i punti sottolineati con maggior forza (quelli che stanno più a cuore ai giovani) ; i vari pareri esistenti (anche se chiaramente opposti) ; i punti carenti (nella griglia sono rimaste alcune voci scoperte — molto poche, in verità —: o perché non ne esiste ancora una sensibilità diffusa; o perché i problemi sono solo « nostri »: i giovani non li valutano cose degne di spenderci quattro parole) .
 
GRIGLIA DEI PROBLEMI APERTI 
 
Ricerca sulla definizione e sul fine del C.G. cors
— confessionalità
— aconfessionalità
 
Le dimensioni del C.G. cprs
— una comunità
— aperta e missionaria
rapporto con gli adulti e la parrocchia 
rapporto con le situazioni locali
— in corresponsabilità
esercizio della corresponsabilità 
strumenti per la corresponsabilità 
ruolo del sacerdote
indicazioni per l'avvicendamento
 
Le strutture pastorali del C.G.
— strutture (attività) all'interno
— strutture di proiezione all'esterno
— la programmazione pastorale catechesi
vita liturgica
vita di gruppo
— la mixité
 
I documenti sono riportati senza alcun commento. Molte affermazioni ci paiono condivisibili. Altre no in tutto o in parte. Il pensiero del gruppo redazionale di Note di Pastorale Giovanile è quello espresso nello studio introduttivo (« Verso una definizione di centro giovanile »). In questo spirito, la redazione invita a leggere i documenti che seguono.
 
RICERCA SULLA DEFINIZIONE
E SUL FINE DEL CENTRO GIOVANILE 12
 
POSIZIONE A: UNA CHIARA PROSPETTIVA DI FEDE
 
^ A nostro avviso, il fine di un centro giovanile è quello di stimolare « una armonica crescita umana e cristiana »; rispettando cioè e favorendo in ogni ragazzo la sua originalità, la sua irripetibile autenticità di uomo e di cristiano.
Siamo certamente in contrasto con l'antica educazione che spesso chiedeva al ragazzo di lottare contro natura; una educazione ascetica che intendeva spiritualizzare il giovane ponendo continuamente in rilievo la superiorità dell'anima sul corpo. Bisogna superare questa mentalità manichea: il bene e il male, l'anima e il corpo, materia e spirito, natura e grazia, quasi fossero due realtà contrapposte. Non lo sono, l'uomo è una realtà unica, non può essere spaccato in due. Così Gesù Cristo si è fatto uomo, non per combattere la natura umana, ma per elevarla.
Quindi nell'educazione il bene e il male non devono essere posti sullo stesso piano, perché il bene è una positività, il male una negatività: non può reggere il confronto.
Doc. 5
 
+ Fine dell'oratorio è la costruzione del popolo di Dio (presa di coscienza personale della propria fede e adesione totale a Cristo risorto, in relazione alla comunità dei fratelli).
«L'oratorio deve preoccuparsi di educare dei cristiani capaci di inserirsi nella vita della Chiesa d'oggi in tutta la ricchezza delle loro vocazioni ».
«Entrando un giovane deve persuadersi che questo è luogo di religione in cui si desidera fare dei buoni cristiani e degli ottimi cittadini ».
Doc. 4
 
Pur nel profondo rispetto della libertà di scelta
 
^ La Chiesa non deve mai costringere nessuno, non deve mai porsi in atteggiamento di potenza, né in campo ideologico, né sotto l'aspetto psicologico, né sociale. Il suo deve essere un atteggiamento di servizio.
Ciò anzitutto per un motivo teologico: la fede è essenzialmente un dono di Dio, risposta libera dell'uomo, quindi ogni mezzo (un centro giovanile, una palestra, un pallone...) non può generare automaticamente la fede: siamo in una sproporzione di causalità. Non si devono creare delle aree immunizzate, in cui poter legiferare senza controlli, delle aree di potere, anche spirituale. Questo ci porterebbe indietro, a ripetere l'esperienza superata della « civitas christiana », chiusa dentro le sue mura, contrapposta alla « civitas pagana ». Mentalità che, portata nel mondo di oggi e nel mondo immediato di ieri, ha valso non poco a ingenerare quella situazione di divisione tanto deleteria in seno alla cristianità, fra clero e laici, generando da una parte il clericalismo e dall'altra il
laicismo.
Quando il figlio comincia a capire, non è il padre che sceglie per il figlio, ma il padre deve aiutare il figlio a scegliere autonomamente;
il padre deve scegliere con » il figlio. Così il circolo giovanile non deve imporre scelte religiose ai singoli, ma stimolarle con l'esempio di una comunità che vive unita nella fede, nella speranza e nella carità. Il ragazzo sentirà il desiderio di scoprire quei valori che animano il gruppo, sarà stimolato ad una ricerca personale, ad uno sviluppo interiore. È la pedagogia espressa nel discorso dell'ultima cena: « In ciò riconosceranno che vi ho mandato ».
Doc. 5
 
POSIZIONE B: DECISA AFFERMAZIONE
DI ACONFESSIONALITÀ FORMALE
 
^ Il C. G. è, perciò, una comunità aconfessionale (per aconfessionale intendiamo una comunità nella quale non si chiede nessun credo religioso né politico, ma solo l'adesione al valore umano che è a fondamento della comunità stessa).
L'ambiente materiale del C. G. in sede di parrocchia (dove è necessario e non ci sono altri ambienti di ritrovo) deve essere aconfessionale e non deve imporre in alcun modo nulla di « cristiano » a nessuno che voglia partecipare alla costruzione della comunità umana la quale è fondata sull'amicizia e l'apertura agli altri, specialmente gli ultimi.
Il rispetto delle convinzioni personali di ciascuno vale più del rispetto di un presunto tono « Cristiano » dell'ambiente.
Doc. 3
 
^ Riteniamo che nel C. G. le convinzioni religiose devono restare a livello personale. Non devono qualificare l'ambiente. Solo così i non credenti non si sentiranno « in sagrestia » e il C. G. perderà il suo aspetto attuale di ghetto.
Il C. G. in sede di parrocchia è a servizio disinteressato della gioventù del quartiere. Disinteressato vuol dire che a chi si serve del C. G. non viene chiesto in cambio di raccogliersi a una certa ora a dire le preghiere e ad ascoltare il sermone, magari contro le proprie convinzioni e la propria coscienza; e tanto meno di venire alla messa la domenica.
Doc. 3
 
POSIZIONE C: PLURALISMO PRATICO
E RICERCA DELLA SPECIFICITÀ DELL'INTERVENTO CRISTIANO
 
^ La strutturazione dell'attuale oratorio, nei riguardi dei giovani, viene messo in causa. Questo perché tale struttura non comporta, in pratica (a volte neppure in teoria) un reale pluralismo. Ammettere questo pluralismo, è per noi il vero rilancio del C. G. Per pluralismo, intendiamo la possibilità di vita comune, nello stesso C. G., di giovani « credenti » e non credenti », senza privilegi e distinzioni, tenuti insieme dall'amicizia, da una certa valutazione comune della realtà, e da un impegno umano verso gli altri.
Alcuni di noi pensano che, non essendoci un modo specificamente cristiano di risolvere i problemi dell'uomo, i credenti possono unirsi a tutti gli uomini di buona volontà, senza necessariamente portare motivazioni cristiane alle loro scelte.
2. Altri pensano che la particolare consapevolezza dei valori umani, portata dalla fede, possa portare il cristiano ad un dissenso nei riguardi dei non-credenti, anche per quanto riguarda certi campi dell'attività terrena, e quindi vedono alcune difficoltà nel funzionamento di questo centro giovanile pluralistico.
Doc. 1
 
LE DIMENSIONI DEL CENTRO GIOVANILE 12
 
APERTURA E INSERIMENTO NELLE SITUAZIONI LOCALI
 
C. G. e parrocchia
 
In questi tempi post-conciliari si è venuto a scoprire il vero senso della parola « parrocchia ». Si è capito che il cristiano non  può più vivere da solo il proprio cristianesimo, ma lo devo vIvore con i fratelli, in una comunità di fede; e la comunità di ognuno è la parrocchia.
In questo spirito è inconcepibile che un oratorio viva la sua vita. al di fuori o peggio ancora in contrasto con la parrocchia entro i confini della quale è inserito.
L'oratorio deve avere come sbocco naturale della maturità dei suoi giovani l'inserimento attivo nella vita della parrocchia. Come infatti la parrocchia ha la missione di evangelizzare il quartiere nel quale è inserita, così scopo dell'oratorio è quello di evangelizzare lo strato giovane del quartiere, deve essere in un certo senso la prima linea di contatto con i « lontani ».
Doc. 6
 
Inserimento nelle situazioni locali come testimonianza
 
^ Nella misura in cui costituiscono così la loro personalità umana e cristiana, i giovani possono fare dell'oratorio un centro che influenza gli ambienti esterni circostanti, perché essi diventano capaci di testimoniare il loro cristianesimo in tutti gli ambienti della vita: l'oratorio infatti avrà provato il suo motivo di esistere nella misura in cui coloro che ne usciranno saranno capaci di camminare nel mondo.
Doc. 4.
 
Inserimento nelle situazioni locali: motivazioni e interventi
 
^ L'incarnazione si realizza in chiave di testimonianza e di servizio. Ciò riguarda tutti i cristiani, laici e sacerdoti. La Chiesa non ha una ideologia: il cristianesimo è una vita, una realtà concreta, in modo che giustamente l'uomo moderno domanda al cristiano non « che cosa dici «, ma « chi sei, che cosa fai ».
La Chiesa è per il mondo. La Chiesa altra potenza terrena per sé non ambisce che quella che la abilita a servire e ad amare. Ne scaturisce un atteggiamento di dialogo, in cui ci si lascia penetrare dalla situazione storica concreta, geografica.
È un atteggiamento opposto a quello che abbiamo criticato sotto il nome di strumentalizzazione e chiusura: i ragazzi non sono oggetti in mano all'autoritarismo, ma occasione di servizio. Come diceva don Bosco, « mettiamoci quasi al servizio dei giovani, come Gesù venne ad obbedire e non a comandare; vergogniamoci di ciò che potesse avere in noi l'aria dei dominatori ». Parole queste che ci sembrano alquanto dimenticate.
Questo porta a conseguenze importantissime per il circolo giovanile:
• anzitutto il rifiuto dell'idea che le « opere » siano condizione necessaria e sufficiente per lo sviluppo di una comunità giovanile. Possono essere un aiuto, ma da sole non generano la comunità. ll marmo è spesso troppo freddo perché possa essere abitato dai poveri, come Gesù ha dimostrato nascendo in una stalla;
• in secondo luogo il dovere di non ridurre il centro giovanile ad un ritrovo per i figli dei ricchi, sia materialmente che spiritualmente;
• in terzo luogo occorre porsi in atteggiamento di « contestazione » di fronte alla civiltà del benessere la cui caratteristica maggiore sia un arricchimento esteriore parallelo ad un progressivo svuotamento interiore;
• infine il senso della nostra povertà intellettuale deve aprirci al dialogo, all'amicizia, alla esperienza, alla comune ricerca della verità. Quindi dialogo fra credenti e non credenti.
Doc. 5
 
^ D'altra parte è sempre stata una illusione quella di potersi servire dello sport, del turismo, del divertimento, o dell'azione sociale e culturale in funzione pastorale. Queste realtà umane non si lasciano violentare. Non si piegano, cioè, ad essere strumenti di un fine che non è il loro. Se così non fosse dopo 81 anni di affiancamento dell'oratorio alla parrocchia, questa dovrebbe rigurgitare di uomini. Quanti sono gli uomini del popolo alle nostre messe? E quelli di noi che sono credenti non dovranno formare gruppi a sé per lo svolgimento delle attività umane, ma, se ne sentiranno il bisogno, per trattare dei problemi specificatamente religiosi. Avranno, dunque, ben poco da dirsi! E anche questo poco dovranno dirselo non come in una setta o società segreta, ma rimanendo aperti agli altri e badando bene che questo poco non li divida dagli altri e non divida gli altri da loro.
Essi dovranno in modo particolare studiare come rendere vitali in se stessi le proprie convinzioni religiose in modo da renderle presenti nell'ambiente come testimonianza. Essi non dovranno ritenersi « i credenti », e come tali superiori agli altri nella comunità, ricordando che l'essenza della fede non sta nel dir di sì a una
certa quantità di dogmi più o meno ben formulati, ma nel rispondere positivamente alla domanda di Dio che responsabilizza ciascuno di noi verso gli altri, specialmente gli ultimi. E ricorderanno che in questa fede non è di stretta necessità essere coscienti che la domanda ci viene posta da Dio (Mt 25). Essi riterranno, dunque, che tutta la comunità giovanile fondata sul valore dell'amicizia aperta agli altri, specialmente gli ultimi, è in realtà in stato di fede.
Doc. 3
 
^ Il nostro C. G. deve essere « aperto » non solo nel senso che si rivolge a tutti i giovani della città (o della zona), ma anche nel senso che si interessa e partecipa attivamente a tutta la vita sociale della popolazione locale.
Nell'ambito del C. G. e ai fini del suo inserimento nella « città umana » l'azione abbia la preminenza sullo studio e lo studio sia al servizio dell'azione. Questa azione potrà orientarsi (a titolo di esempio) verso l'assistenza ai malati, ai poveri, ai sub-normali, e verso un'azione politica completa, come sensibilizzazione dell'opinione pubblica, in funzione di una umanizzazione delle strutture sociali.
Nella nostra azione dobbiamo condividere fino in fondo la condizione degli ultimi e dei bisognosi, al cui servizio ci poniamo. 
Doc. 1
 
Inserimento nelle situazioni reali: apertura
 
^ II centro giovanile dovrà quindi essere caratterizzato da una grande apertura:
• verso la persona del ragazzo, rinunciando ad ogni forma di discriminazione, perché « tutti gli uomini sono chiamati a formare il
popolo di Dio » (Lumen Gentium, 13). Ha ancora senso la distinzione dei giovani in buoni e cattivi? Se poi così fosse perché curare solo i « buoni » (magari i figli dei ricchi) e trascurare i « cattivi » perché non hanno avuto una educazione tranquilla, una famiglia normale?...
• verso l'esterno, cercando di inserire i giovani nel contesto della vita cittadina, delle sue attività culturali, sociali, politiche. La Chiesa riconosce tutto ciò che di buono si trova nel dinamismo sociale odierno, soprattutto l'evoluzione verso l'unità, il processo di una sana socializzazione e consociazione civile ed economica (Gaudium et Spes, 42), Quindi collaborazione e non concorrenza con le altre forme associative anche se di tipo laico, quali saranno, ad esempio in un prossimo futuro i quartieri.
Doc. 5
 
^ Si costata che i nostri C. G. sono a prevalente partecipazione studentesca, e riteniamo che sia necessario ricercare una partecipazione attiva di giovani lavoratori. Per questo è necessario trovare un comune centro di interesse attorno a cui avviare, attraverso il dialogo, una reciproca maturazione, che dia all'operaio certe consapevolezze e allo studente un maggior senso del concreto, secondo un orientamento condiviso da tutta la gioventù studentesca europea.
Doc. 1
 
Il C. G. come centro di riferimento
 
^ Il C. G. così come noi lo intendiamo è un insieme di gruppi spontanei. Attualmente avvertiamo negli oratori una carenza di gruppi spontanei. I pochi esistenti vengono ostacolati.
II C. G. per noi si istituisce a vari livelli: sociale, musicale, sportivo... La sua vita dipende dal fatto che tutti o parte dei componenti sentano intensamente il discorso che portano avanti.
bene che i G. S. lavorino immersi completamente nel rione e nella città, aperti con la loro azione ai problemi cittadini. Questi G. S. potranno trovare nel C. G. contatto col sacerdote, la possibilità di verifica del loro agire e la ricarica delle loro energie spirituali.
Doc. 1
 
LA CORRESPONSABILITÀ
 
La corresponsabilità: urgenza ed esercizio
 
^ Riteniamo che per creare vera comunità sia necessario responsabilizzare ogni giovane. Si tengano presenti le affermazioni del Concilio nei riguardi del « popolo di Dio » e del compito specifico dei laici nella Chiesa.
Doc. 1
 
^ Si auspica ancora che si favorisca l'opera dei laici all'interno dell'Oratorio, incoraggiando le iniziative, al di sopra di ogni pregiudizio e formalismo, affinché l'Oratorio non corra il rischio di mostrarsi palesemente inadeguato alle nuove esigenze dei giovani e si impedisca il sorgere di un clima di reciproca incomprensione.
Doc. 2
 
^ Il C. G. sono i giovani in unione e in accordo con i salesiani, con i genitori e gli educatori che portano avanti il discorso educativo. Ai laici, secondo gli orientamenti espressi dal Concilio, competono funzioni e responsabilità a tutti i livelli: formazione, organizzazione, disciplina, amministrazione.
È necessario introdurre nella dinamica educativa quei giovani che per capacità naturale, per sensibilità umana e cristiana vogliono essere missionari tra i fratelli, lievito nella pasta.
Don Bosco aveva capito che senza la collaborazione di questi giovani l'oratorio non poteva essere vitale, dinamico e missionario e si servì della loro collaborazione per dare solidità e continuità all'opera oratoriana.
Noi crediamo dunque essenziale l'inserimento tra gli educatori di forze nuove, costituite appunto da quei giovani che intendono il loro cristianesimo come servizio di evangelizzazione. Implicito attributo di questa immissione di forze nuove è la corresponsabilità, impegno tipicamente umano e cristiano che comporta la cosciente accettazione dei problemi pastorali come missione primaria del laicato cristiano, che è sacerdote, maestro e pastore.
Evidentemente si supera In questo spirito il livello di rivendicazioni quasi a carattere sindacale che generano soltanto attriti e incomprensioni, mentre sono indispensabili collaborazione, fiducia, corresponsabilità, in una parola: carità tra clero e laicato.
Doc. 4
 
Corresponsabilità: strutture
 
+ Si propone in concreto la costituzione di organi con potere decisamente deliberativo (Consiglio oratoriano, consulte ispettoriali e cittadine) cui competerà decidere di tutti i problemi oratoriani (organizzazione, azione pastorale ed educativa). Soprattutto sentiamo l'urgenza ed il bisogno di un piano organico di pastorale giovanile che tracci, pur nella sua provvisorietà e limitatezza, le linee da seguire nell'educazione del ragazzo secondo i vari livelli di età e di associazione.
Noi crediamo che la risoluzione di un così grave problema possa e debba cercarsi in clima di corresponsabilità tra laici e clero, nella certezza che la molteplicità di esperienze e di vocazioni sia in grado di ispirare un piano pastorale il più completo possibile.
Doc. 4
 
^ Negli oratori in cui non esiste, è opportuno creare il « Consiglio oratoriano » visto come un passo transitorio verso l'Assemblea giovanile; nei C. G. dove già esistesse il Consiglio, ci pare opportuno tentare l'esperienza dell'Assemblea.
L'assemblea decide la linea di fondo e le decisioni di interesse generale nel C. G.
Nell'ambito dei C. G. i singoli gruppi mantengono una piena autonomia operativa.
Doc. 1
 
^ Ribadiamo in definitiva la necessità di un consiglio oratoriano con potere deliberativo.
Doc. 4
 
RUOLO DEL SACERDOTE: UN AMICO E UN ESPERTO IN UMANITÀ
 
^ Ci pare di pensare che in una comunità aconfessionale il prete come tale deve sparire.
Riteniamo che egli non debba essere presente come una persona sacra: innanzi tutto perché, per quelli di noi che non sono « credenti ufficiali », questa sacralità del prete non ha alcun significato e perché la presenza del prete in quanto « persona sacra » è ciò che dà al C. G. il puzzo di sagrestia e che lo mantiene in stato di ghetto dei cattolici. E poi perché, anche per quelli di noi che sono « credenti ufficiali », non ha senso e non è credibile questa distinzione di persone sacre e persone profane nella Chiesa.
Riteniamo che egli non debba essere presente come un « funzionario », rappresentante di « un potere superiore », un impiegato trasferibile a piacimento e neppure, di conseguenza, come difensore di una verità già fatta di una legge già stabilita da imporre dal di fuori.
Egli sarà presente nella comunità e parteciperà alla sua ricerca di verità, innanzi tutto con il peso della sua esperienza di uomo e con il significato della sua vita di uomo.
Doc. 3
 
^ Noi vediamo il nostro prete come un uomo ricco di esperienza umana (e per questo dovrebbe vivere intensamente la sua vita di uomo fra gli uomini), portatore, per i credenti, di un carisma che lo abilita ad accogliere e unificare in sé e a verificare alla luce del Cristo (in questo unito al vescovo e alla comunità) i risultati di ogni esperienza e di ogni ricerca di verità presenti nella comunità.
Doc. 3
 
^ Noi vediamo il prete-animatore del centro come un uomo con la sua esperienza umana e aperto all'esperienza degli altri, e per questo dovrebbe vivere intensamente la sua vita di uomo fra gli uomini. Egli è inoltre per i credenti il portatore dí un carisma che lo abilita ad accogliere, unificare in sé e verificare alla luce del Cristo (unito però in questo al Vescovo e alla comunità) i risultati di ogni esperienza e di ogni ricerca della verità presenti nella comunità; e lo fa strumento, sul piano liturgico e sacramentale, della comunicazione di Dio agli uomini.
Per quanto riguarda le attività e gli interessi umani del centro, egli si metterà al servizio degli altri, rinunciando ad ogni autorità che non sia quella che gli viene dalla sua esperienza e competenza nei problemi posti dalla comunità.
Doc. 1
 
^ L'educazione richiede un rapporto di amicizia, rapporto che nasce dalla consuetudine del vivere insieme, dalla conoscenza dell'ambiente familiare, cittadino, scolastico in cui si svolge la vita del ragazzo, dal possedere adeguati mezzi di penetrazione psicologica e pedagogica.
In genere l'assistente di un circolo giovanile non ha strutture burocratiche a cui appoggiarsi; il suo lavoro è sempre diverso perché diversi sono i giovani. Continuamente deve da adulto farsi giovane per rivivere continuamente l'esperienza dei suoi ragazzi, perché il suo compito non è insegnare dall'alto, ma da amico, confessore, collaboratore.
Doc. 5
 
L'AVVICENDAMENTO DEL SACERDOTE IN RAPPORTO
ALLA COMUNITÀ ORATORIANA
 
^ Il prete non è un funzionario. Egli si incarna nel gruppo che in lui si raccoglie e si esprime. Un suo cambiamento di ufficio coinvolge la comunità. Un suo eventuale cambiamento esigerebbe quindi che la comunità fosse previamente interpellata. Tale cambiamento sia possibilmente programmato in anticipo, in modo da introdurre il sostituto per tempo nella comunità.
Doc. 1
 
^ Gli oratoriani fanno presente anche che sarebbe cosa loro gradita che in occasione del trasferimento dei sacerdoti in qualunque modo a contatto con loro, gli stessi oratoriani possano al riguardo esprimere il loro pensiero. Essi potranno così mostrare, con la dovuta documentazione, ai superiori competenti l'attività passata compiuta con questi sacerdoti e le prospettive di azione futura, al fine di poter avanzare la richiesta, non vincolante, di poter continuare ad avvalersi dell'impulso e della collaborazione di questi sacerdoti ai fini di una continuità di metodi e d'azione.
Doc. 2
 
^ Nel momento in cui, in tutto il mondo cattolico, si procede vano una responsabile maturazione del laicato, ampliando ed applicando il significato della Chiesa-popolo di Dio, affermato da Pio XII In anni ormai lontani, i Superiori hanno ancora una volta ignorato, in maniera assoluta, i giovani dell'oratorio, ovvero i membri della comunità giovanile, al servizio della quale, pure, tali sacerdoti operavano, non sentendoli in alcuna maniera prima di assumere tali provvedimenti.
Doc. 2
 
^ Spesso, troppo spesso, il cambiamento dell'assistente opera una frattura in seno alla comunità giovanile. Gli assestamenti che ne derivano sono disastrosi, distruggendo il lavoro di anni del precedente assistente, e, questo è peggio, allontanano molti giovani dal sacerdote, dalla parrocchia, dalla Chiesa.
Quanti giovani che si confessavano dal vecchio non si confesseranno più dal nuovo perché non lo conoscono? Quanti dirigenti teneva uniti l'amicizia del vecchio che il nuovo non ha il tempo e la voglia di conservare, tutto intento come è nel cercarsi i « suoi » dirigenti, nel curare i « suoi » obiettivi pedagogici?
Vediamo in dettaglio le difficoltà che incontra il nuovo assistente, sperando di chiarire il nostro pensiero e di suggerire implicitamente una soluzione:
 
• mancanza di ambientamento: il nuovo deve crescere vicino al vecchio per qualche tempo (almeno un anno);
 
• mancanza di esperienza: spesso l'oratorio è visto come un terreno in cui il sacerdote « fa esperienza », naturalmente sulla pelle dei ragazzi. Come abbiamo già citato il sacerdote non deve fare la sua esperienza (Presbyterorum Ordinis 4), ma deve curare che ciascuno dei fedeli sia condotto nello Spirito Santo a sviluppare la propria specifica vocazione (Presbyterorum Ordinis 6);
 
• mancanza di preparazione specifica: lo dice il Concilio: « siano scelti con diligenza sacerdoti dotati delle qualità necessarie e convenientemente formati per aiutare i laici in speciali forme di apostolato » (Apostolicam Actuositatem 25);
 
• idea del prete tutto fare, centro, presente dappertutto, determinante in ogni iniziativa. Quando poi parte, salta anche quella
continuità e quel metodo che si reggevano sulla sua persona. La continuità organizzativa non deve essere garantita dal sacerdote, ma dai laici, nell'esercizio di quella autonomia di cui sopra abbiamo parlato. Il sacerdote deve quindi educare i suoi giovani ad essere autosufficienti, « educare a quella libertà con cui Dio ci ha liberati » (Presbyterorum Ordinis 6).
Doc. 5
 
LE STRUTTURE PASTORALI DEL CENTRO GIOVANILE 12
 
LA PROGRAMMAZIONE PASTORALE: URGENZA
 
^ Un difetto notevole riscontrabile (ma ben più giustificabile, date le difficoltà oggettive che si riscontrano in questo campo) è la mancanza di un piano organico di azione educativa, che permetta l'inserimento attivo e coerente di ogni intervento educativo. Doc. 4
 
^ Bisogna pensare a come attuare in concreto il fine essenziale dell'oratorio: la formazione cristiana dei giovani; utilizzando l'esperienza educativa oratoriana e in particolare quella delle associazioni, bisogna concretare un programma pastorale articolato secondo le esigenze delle diverse età, che costituisca la via percorrendo la quale il giovane possa maturare le sue scelte di fede, approfondire la conoscenza della Bibbia, comprendere e attuare il senso di una partecipazione viva alla Liturgia, ai Sacramenti.
Doc. 4
 
La programmazione pastorale: una proposta concreta
 
^ Nella nostra riflessione il punto di partenza è l'uomo. Ci pare che nella sua esistenza si manifestino molteplici esigenze. Esse tuttavia si possono sintetizzare in quelle fondamentali di:
• coscienza (essere cosciente di sé, del mondo, degli altri);
• attività (espansione dell'uomo verso ciò che conosce);
• relazione (II contesto che lo lega agli altri uomini o noi quale « conosce » ed « agisce »).
È chiaro che dette esigenze di fondo non troveranno soluzione in ciò che circonda l'uomo, ma nell'uomo stesso. Esse cioè si svilupperanno col progressivo « crescere » dell'uomo, ossia nella sua realizzazione completa (autodeterminazione). Ma questo sviluppo incontra diversi ostacoli, che risiedono:
• all'interno dell'uomo;
• nei rapporti dell'uomo con i suoi simili;
• nel mondo e nelle cose.
Concretamente, quindi, lo sforzo di sviluppo dell'uomo è di crescere superando gli ostacoli, verso la sua progressiva liberazione: è in questa direzione che camminano tutti gli « uomini di buona volontà ».
Dio non è per l'uomo — così crediamo — un essere astratto o una ipotesi di lavoro, bensì Egli presenta all'uomo una proposta di liberazione, nella persona del Cristo. La meta dell'uomo coincide quindi con la proposta che Dio gli fa: la liberazione progressiva dell'uomo, cioè, la Salvezza.
Da questo appare come la fede non sia staccata dalla vita, perché la fede è la risposta positiva (non necessariamente definitiva) alla proposta-dono che Dio ci ha fatto in forma esplicita o anche implicita, ma che comunque presenta all'uomo la salvezza.
Doc. 4
 
UNA CATECHESI CHE PARTA 
DAI VALORI UMANI NEL GRUPPO
 
• Per quanto riguarda la catechesi del C. G.: lo studio collettivo e dialogale, che si svolge all'interno di ciascun gruppo e che ha come oggetto la realtà umana globale (con la sua dimensione soprannaturale) costituisce già la catechesi del gruppo stesso. Infatti, l'impostazione stessa del C. G. deve sollecitare interrogativi e problemi, in modo che l'ambiente stesso comporti una sua catechesi.
Doc. 1 
 
^ Abbiamo parlato dl valori umani, ebbene la religione per i giovani deve essere proposta in chiave di valore umano.
La religione è infatti lo strumento con cui il gruppo si trasforma in comunità. Tale trasformazione non è esclusivo compito del sacerdote, ma di tutti. Se l'assistente fosse il solo in un gruppo giovanile a parlare di religione, finirebbe per essere il meno ascoltato.
Il problema teologicamente e realmente più importante ci sembra sia quello di evitare il tradizionalismo perché i giovani sentono i tempi, l'attualità, i problemi del mondo contemporaneo; nello stesso tempo bisogna rendere viva la tradizione. Tradizione non significa immobilismo, ma anzi è il frutto di una continua riscoperta e rigenerazione del popolo di Dio: è il popolo di Dio che accoglie nella sua intierezza la tradizione, purificandola dal tradizionalismo, arricchendola dei segni dei tempi. La liturgia, ad esempio, è una tradizione, che ha bisogno di sfociare in un segno vivo.
Bisogna quindi conciliare due tendenze apparentemente opposte: la fedeltà alla tradizione e la sensibilità verso la vita.
Doc. 5
 
Le attività tradizionali in funzione di umanizzazione
 
^ Ogni attività dell'oratorio non può prescindere dalla finalità tipica dell'arricchimento umano, e cristiano, dell'individuo. Ogni attività suppletiva (sport - turismo - cinema, ecc.) non deve essere fine a se stessa, ma inserita in un piano dinamico e pastorale: non vogliamo uno sport professionistico fine a se stesso, né un cinema che sia scuola della violenza, ma ogni attività (anche ricreativa) deve venir proposta in quanto ha un valore in se stessa e non semplicemente come attività trionfalistica o come mezzo per avvicinare un grande numero di ragazzi.
Doc. 4
 
+ Oltre alle attività tipiche, dipendenti dall'impostazione data al C. G. locale, possono sussistere attività di carattere sportivo, turistico e culturale. Queste attività assumono un valore particolare se viste come una prima esperienza di gruppo e come prime possibilità di un rapporto di amicizia.
Mentre nel giovani della nostra età rileviamo una accentuazione degli interessi culturali, di fatto, nei nostri C. G. troviamo poche possibilità di soddisfare queste esigenze.
Queste attività non siano condizionate al momento religioso della vita del C. G. Nessun giovane deve essere costretto alla messa e alla catechesi, come condizione per poter svolgere queste attività.
Doc. 1
 
Il catechista e la catechesi ai pio piccoli
 
^ Per quanto riguarda la collaborazione che il C. G. dà alla catechesi dei piccoli dell'oratorio, proponiamo:
• che il metodo e i contenuti della catechesi tengano sempre presenti i problemi della loro età, i problemi del mondo in cui vivono e a cui si devono interessare, per risalire, da questi problemi, attraverso Cristo, a Dio;
• la catechesi sia una realtà comunitaria, espressione della vita e del pensiero di tutta la comunità parrocchiale. La determinazione concreta dei suoi orientamenti sia discussa, concordata anche con la comunità giovanile.
Doc. 1
 
^ Il giovane catechista cercherà di inserirsi nella vita dei suoi ragazzi, per mezzo dell'amicizia e dell'affiatamento, rispettando con obiettività la loro personalità, cercherà di farne maturare tutte le qualità. La validità del suo insegnamento dipende dalla coerenza della sua vita.
Doc. 1
 
GRUPPI SPONTANEI E ISTITUZIONALIZZATI 
ALL'INTERNO DEL C. G.
 
^ Quando il ragazzo è sulla via della propria autenticità, nelle radici dell'io scopre l'esistenza del « tu », degli altri, della loro necessità e ricchezza. Per i giovani è quindi essenziale trovare un clima di amicizia.
L'amicizia viene realizzata nel clima di un gruppo. L'esperienza di gruppo è la risposta più efficace al processo di spersonalizzazione e massificazione operato dalla civiltà dei consumi: è in questa via che si sta avviando la riforma dell'insegnamento nella scuola dell'obbligo e nell'università.
L'esperienza di gruppo rende spontanea l'integrazione con gli altri gruppi, dei ragazzi con le ragazze, dei giovani con gli adulti, studenti e lavoratori: ciò però accade a condizione che il gruppo sia aperto. Si colloca in questa problematica la discussione se i gruppi debbano essere spontanei o istituzionalizzati, « formali » come si dice. È nostra opinione che il gruppo spontaneo sia introverso, portato cioè ad approfondire l'amicizia e la vita di gruppo dei suoi membri, ma sostanzialmente portatore di un linguaggio e di uno stile da iniziati, chiuso alla partecipazione di una grande massa giovanile.
A nostro avviso il centro giovanile deve essere istituzionalizzato proprio per permettere al suo interno la spontaneità della vita di gruppo a tutti i ragazzi di una certa zona o ambiente.
A questo punto qualcuno ritiene che una organizzazione efficiente soffochi l'amicizia: l'organizzazione invece è un puro strumento, può servire una logica accentratrice e autoritaria (vedi Azione Cattolica) come può preparare l'ambiente e le condizioni idonee alla naturale evoluzione del ragazzo. E in questo senso deve essere rivalutata perché l'educazione richiede un impegno continuo e non improvvisato, uno sforzo economico non indifferente, la composizione armonica di molteplici gruppi spontanei, uno stimolo costante ad aprirsi al mondo.
Doc. 5
 
LA MIXITÉ
 
^ Nel concetto di oratorio inteso come momento giovanile di maturazione umana e cristiana, scopriamo le motivazioni di una presenza femminile, sia a livello di educande che di educatrici, in quanto la pastorale educativa supera la disparità di sesso e richiede invece una complementarietà di esperienze e di sensibilità indispensabili alla maturazione dell'individuo. Noi crediamo
che il superamento e la risoluzione delle difficoltà che si presentano nei gruppi misti finora realizzati stia soprattutto nella assoluta serietà dell'impegno, con la presenza di educatori validi e competenti. Del resto ci paiono irrinunciabili i vantaggi sul piano umano, psicologico e pedagogico che possono derivare dalla comunione di esperienze e di sensibilità tra giovani di ambo i sessi.
Doc. 4
 
^ Il C. G., come noi lo pensiamo, esige la mixité. Pensiamo che le seguenti motivazioni siano assai valide:
1. nella società d'oggi i ragazzi e le ragazze vivono spesso insieme (scuola, lavoro, divertimento...). Un C. G. che li separasse nel momento educativo, non li preparerebbe alla vita personale e sociale;
2. necessità di vivere esperienze comuni, per la mutua conoscenza, stima e arricchimento;
3. la mixité aiuta non poco gli adolescenti a sdrammatizzare i loro problemi, e uscire più maturi da questo periodo. Tutto questo, meglio se avvenisse in un ambiente educativo, come il C. G.;
4. necessità della ragazza in alcuni momenti della vita dell'oratorio e del C. G. (far giocare ì bambini, attività assistenziali...).
Per una serena impostazione del problema della mixité, a livello di centro giovanile, si auspica che la reciproca conoscenza e collaborazione, sia iniziata sin dalla fanciullezza.
Perché poi la mixité risulti un elemento di vera educazione personale e sociale, riteniamo necessaria un'attività (sociale, educativa, catechistica ecc.), capace di amalgamare il gruppo e di interessarlo profondamente.
Doc. 1
 
^ Per realizzare in pratica la mixité dei nostri oratori noi proponiamo:
1. Che in essi i gruppi misti non siano tollerati, come un fatto scomodo ma necessario, ma abbiano pieno diritto di cittadinanza e spazio vitale sia in senso fisico (ambienti...) sia in senso morale (libertà di autodecisioni, pluralismo...).
2. La disponibilità al rischio. Il rischio è Insito in ogni attività umana, soprattutto quando si tratta di dare fiducia ad altri: tanto più in questo caso in cui i protagonisti sono dei giovani, cioè delle persone ancora in formazione. Non ci sembra logico cioè — cosa che è già successa — che, non appena un gruppo misto presenta qualche inconveniente o commette qualche errore, l'educatore si faccia avanti con un intervento autoritario che quasi sempre è l'eliminazione del gruppo stesso.
3. Dove esistono gruppi misti, bisogna fare il possibile perché essi abbiano équipes direttive miste.
4. Infine, dopo tutto questo discorso, ci sembra assurda la divisione — dai 17-18 anni — tra oratorio maschile e oratorio femminile, spesso anche fisicamente lontani. Chiediamo perciò l'abolizione di questa divisione, dove ancora esistesse, e la creazione o il potenziamento di un unico oratorio parrocchiale.
Doc. 6
 
La Congregazione è tutta relativa ai giovani, così come sono. Il cuore della Congregazione deve battere là dove batte il cuore dei giovani. Essa esiste per essi, così come essi sono nel mondo attuale, necessariamente e profondamente inseriti in esso (anche se lo contestano su questo o quel punto), per essi così come vivono in questo mondo secondo tutte le dimensioni della loro vita concreta, con tutti i loro problemi. Essa sente di avere la doppia missione di umanizzarli e di divinizzarli, nel Cristo.
(dalle prospettive per il capitolo speciale dei Salesiani)