Dopo la terza media: linee della nuova personalità. La crisi religiosa

Inserito in NPG annata 1977.


Umbero De Vanna

(NPG 1977-05-71)


Dedichiamo queste pagine destinate ai pre adolescenti al «dopo terza media». Pensiamo sia naturale, in questo periodo dell'anno scolastico, che un insegnante o un animatore di gruppo si ponga seriamente il problema di che cosa fare per questi quattordicenni già molto cambiati e che nei prossimi mesi si inseriranno nel mondo dei giovani.
Se sarà da ritenersi normale un periodo di temporaneo disagio negli adolescenti che vivono in ambienti educativi, occorre però fare attenzione che tale fenomeno di crisi non si trasformi in aperta rottura: l'intransigenza di certi educatori che non riescono a trovare la capacità di dialogo, rappresenta spesso l'occasione dell'allontanamento definitivo di parecchi adolescenti dagli ambienti ecclesiali.
«Vi sono educatori che a trent'anni di età hanno già perso ogni contatto con la gioventù – osserva E. Ell – sono già spiritualmente vecchi e perciò non vedono la gioventù che dietro un volto cattivo. Vi sono altri che a più di sessant'anni svolgono ancora sorridendo il loro lavoro di educatori, si sono conservati spiritualmente giovani, e ciò li ha resi capaci di vedere la gioventù dietro un volto che, per riflesso, ha influito positivamente anche su di loro» (Gli adolescenti, chi sono cosa vogliono, LDC, '68, p. 196).
«Un po' dovunque i giovani denunciano una certa rigidezza nelle strutture, nei metodi nella pastorale della Chiesa; una lentezza che urta le loro impazienze; una certa viscosità che rallenta il protendersi in avanti che è loro proprio. Sembra anche loro che ci sia una insuperabile differenza nel modo con cui essi sentono le ansie",del mondo cui sono così vicini .e il modo con cui la Chiesa le giudica. Impazienti di cambiare tutto e presto, desiderosi di vedere tutto subito perfetto ed efficiente, presi dalla naturale tensione tra le generazioni essi rischiano di non rispondere all'appello della Chiesa, della loro stessa associazione; e la posta di tale rischio è essere o non essere degni della speranza che è in loro.
Così alcuni soccombono alla tentazione di andare altrove, o di isolarsi in gruppi spontanei che «per protesta» privano la Chiesa locale del loro apporto, col rischio di approfondire sempre più le divergenze, perdere lentamente la «comunione ecclesiale», divenire «chiesuola» e finire «antichiesa» (G. Raineri, relazione tenuta agli Exallievi salesiani, Zafferana, '72).
Crediamo quindi utile affrontare in queste pagine il tema della situazione dei ragazzi che passano dalla terza media al mondo degli adolescenti. Saranno stimoli ed esperienze per programmare iniziative pastorali segnate dall'ottimismo e dalla speranza, dalla ammirazione verso questi giovani per i quali il mondo ricomincia sempre di nuovo e che ci aiutano a non perdere la sensibilità verso il nostro tempo. «A causa della loro maggiore vicinanza allo spirito del tempo ed ai problemi tecnici dell'immediato futuro, gli adolescenti hanno una visione dei problemi del vivere quotidiano molto più matura di quella dei loro padri ed in certo senso sono più " saggi " di loro» (E.H. Erikson, «Infanzia e società», Armando '63, p. 290).

Con la terza media si chiude un ciclo scolastico, ma anche un importante periodo di evoluzione dei ragazzi. I preadolescenti che avranno fatto una buona esperienza di maturazione in questi tre anni avranno indubbiamente posto le migliori premesse per il loro futuro; mentre i «vuoti» educativi, in particolare l'insufficiente capacità di giudizio critico sulla realtà e il non avvenuto sviluppo sociale, andranno ad aumentare il peso delle difficoltà negli anni della già difficile adolescenza.
In queste pagine vogliamo metterci esplicitamente di fronte al momento del passaggio dalla scuola media. Sarà un prendere coscienza della situazione in cui i nostri ragazzi verranno a trovarsi tra pochi mesi, ma anche un tentativo di farsi promotori di iniziative pastorali che rispondano alle loro nuove esigenze.

DAL RAGAZZO ALL'ADOLESCENTE

Il periodo della scuola media è un periodo di crescita. Il compito principale di un educatore durante questi tre anni è quello di creare delle situazioni favorevoli perché le forze vitali in espansione nei ragazzi possano svilupparsi. In tutto ciò che fanno o che viene organizzato per loro, i ragazzi sono sempre l'obiettivo principale, in quanto è la loro crescita il centro di ogni attività. Specie in terza media è importante sollecitare i ragazzi e le ragazze ad uscire dall'egocentrismo, ma concretamente fino ai 13 anni essi sono per lo più psicologicamente orientati verso i propri fenomeni di sviluppo.
La timidezza, nervosità, l'infantilismo dei tredicenni introversi, hanno una rapida evoluzione al sopraggiungere dei 14 anni. Niente di automatico, evidentemente, ma è un fatto che i ragazzi a 14 anni sono più rilassati e soddisfatti, si abbandonano volentieri alle risate rumorose, manifestano maggior ottimismo e gioia di vivere. È il periodo degli sport movimentati e organizzati, dei complessi musicali, dei picnic, delle moto e delle festicciole in famiglia, dell'amicizia di gruppo solida e fracassona.
Espansivi e cordiali, dotati di uno spiccato senso critico e morale, aperti agli interessi e capaci di fedeltà e rispetto verso gli adulti che stimano, i quattordicenni soffrono l'impatto con una società ed una scuola profondamente in crisi. I loro ideali e i progetti di vita che si ispirano volentieri a modelli viventi, non troveranno facilmente sbocco positivo e correranno il rischio concreto della frustrazione. «Le caratteristiche di sviluppo del quattordicenne fanno di lui un elemento di sfida per l'educazione. Consideriamo la sua travolgente energia ed espansiva cordialità, l'universalità dei suoi interessi, la conoscenza intima di se stesso e dei suoi insegnanti, una fiorente consapevolezza degli ideali, una crescente comprensione ed un crescente comando delle parole, ed un'esuberante inclinazione al raziocinio. Queste qualità, intellettuali, personali e sociali, pongono domande significative su quali siano i metodi migliori di educazione. Questi problemi di base valgono sia per i ragazzi che per le ragazze, separatamente o insieme, anche considerando differenze ben note, come il grado di sviluppo fisico» (Gesell). Se i 14 anni, nella forma tipica e migliore, sono gli anni della felicità e della fiducia in se stessi, dell'esuberanza e dell'energia, dell'emotività e degli ideali di vita, i 15 anni sono spesso caratterizzati dall'indifferenza, dalla mancanza di entusiasmo, dall'apatia. Il quindicenne rompe l'equilibrio in famiglia, vuole libertà ed indipendenza, e sottolinea queste esigenze con vigore, quasi non ne avesse mai avute prima. Ha un grande bisogno di partecipazione, cioè di programmare in prima persona la propria maturazione, ma tale bisogno è spesso frenato sia dalla propria indecisione e dalla difficoltà a sbloccarsi ed a riconoscersi in un progetto, sia dalle strutture imperfette in cui egli si trova inserito, che vietano per lo più tali aperture e collaborazioni (1).
Il quindicenne è alla ricerca di sicurezza e accumula in se stesso quei programmi di vita e la fermezza che caratterizzeranno gli anni futuri dell'adolescente maturo.

AMICIZIA E VITA DI GRUPPO

I 14-15enni sono molto sensibili alla vita di gruppo, che manifesta sovente una straordinaria solidità. Proprio perché l'amicizia è per loro qualcosa di molto impegnativo, il gruppo per formarsi ha dovuto superare prove e trovare un proprio equilibrio: il gruppo diventa così parte della loro vita e viene preferito alla stessa famiglia. Nell'amicizia non vanno per il sottile: sono tolleranti verso le scelte ed i gusti degli altri, che sono per lo più scelti tra i vicini di casa o tra i compagni di scuola. Non deve stupire il trovare nello stesso gruppo adolescenti molto diversi tra loro per sensibilità e maturazione. La loro tolleranza giunge al punto da far posto nel gruppo a giovani veramente in difficoltà ed ai soliti esclusi. Anche le ragazze hanno meno problemi nella scelta delle amiche e non sono più soggette ai facili drammi ed ai bisticci. Una delle costanti delle loro amicizie è l'essere insaziabili di comunicare (basti pensare alle interminabili telefonate!).
A questa età tuttavia si fa sentire molto il condizionamento del gruppo degli amici. Essi sono dei «gregari» per vocazione e come tali non soffrono la «manipolazione», anzi l'accettano come segno di solidarietà e di sicurezza. Per questo non amano le strutture «verticali», ma realizzano raggruppamenti informali e veramente democratici.
I 14-15enni nei riguardi dell'altro sesso sono ancora in fase di ricerca di rapporti veri. Più sentito dalle ragazze, il problema affettivo è risolto spesso con molta superficialità e le coppie, anche quando pare facciano sul serio, per lo più non durano. Del resto alla vita a due preferiscono la vita di gruppo, che tra l'altro permette un rimescolarsi delle simpatie.

I GRUPPI A CARATTERE ANTISOCIALE

Hanno caratteristiche decisamente differenti dai normali gruppi di 14-15enni, e meritano una parola a parte per la diffusione che hanno avuto in questi anni. In fondo si tratta di sottolineare il problema della violenza e spesso della delinquenza giovanile, che nel periodo della adolescenza vive un momento di consolidamento. Le cause di tali gruppi sono molteplici. Probabilmente ci troviamo di fronte a ragazzi dotati di intelligenza qualitativamente diversa, caratterizzata dalla incapacità di risolvere problemi astratti e quindi con una minore possibilità di proporsi soluzioni a lungo termine, comprendenti sforzi e rinunce. Queste difficoltà, accompagnate spesso da fallimenti scolastici e da frustrazioni di vario genere, sono forse le cause principali di tali fenomeni di antisocialità. Altre caratteristiche sono la struttura fisica atletica e robusta ed un temperamento estroverso, impulsivo, portato al soddisfacimento immediato delle proprie esigenze. Queste differenze, unite quasi sempre ad un ambiente familiare negativo, che ha lasciato tracce pesanti nell'educazione, creano in questi adolescenti i motivi della ribellione e della ricerca di un gruppo che in qualche modo giustifichi il proprio comportamento. Giovani «diversi» quindi, che avrebbero bisogno di un'attenzione educativa e pastorale diversa; giovani che per lo più escono dal gruppo antisociale per motivi «sociali»: o perché si sposano, o perché hanno trovato lavoro.

I GIOVANI APPRENDISTI

Ricordiamo anche questa categoria di adolescenti, soprattutto perché pur avendo risolto abbastanza felicemente con il lavoro parecchi problemi personali e sociali, si vengono a trovare non di rado in una situazione di marginalità sociale e culturale. Sia per i loro orari di lavoro, sia per la distanza psicologica che si crea tra il giovane lavoratore e lo studente, vengono spesso tagliati fuori dal giro normale della vita dei gruppi. I giovani lavoratori in particolare trovano banali certe discussioni importanti fatte dagli studenti, sentendosi lontani oltreché psicologicamente, anche dallo stesso vocabolario. frequente in particolare la loro assenza dai gruppi «cattolici» organizzati, che non riescono a trovare sempre metodi e orari adatti alla loro nuova situazione.

LA CRISI RELIGIOSA

Se è vero che parecchi adolescenti sono ancora fedeli alla pratica religiosa (soprattutto per il gusto di sentirsi parte di una comunità) è pur vero che a questa età i ragazzi si trovano in una fase di vera e propria crisi religiosa. Accanto alla sfiducia verso le autorità e le istituzioni, vi è quella della indifferenza verso una pratica religiosa ritenuta infantile. Tuttavia tale crisi ha degli aspetti profondamente positivi, ed è da interpretarsi come tentativo di ricuperare in termini di revisione critica la propria religiosità, aperta alla doppia possibilità di esito, cioè alla accettazione e ristrutturazione di una religiosità nuova o all'abbandono definitivo di ogni vera religiosità (2).

LE TRASFORMAZIONI DEL PENSIERO RELIGIOSO

Le trasformazioni nel pensiero religioso appaiono piuttosto profonde. Lo sviluppo conoscitivo e la corrispondente scoperta delle possibilità della ragione, unite ad una acquisizione istintiva della mentalità razionalistica dovuta al progresso scientifico e tecnologico, incidono sulla religiosità dell'adolescente, per lo più rimasto ad una concezione infantile del mondo religioso.
Le conseguenze più evidenti sembrano essere queste:
L'adolescente tende a costruirsi una propria religiosità sulla base di motivazioni personali acquisite nel confronto e nel rifiuto della religiosità infantile (che era gestita dalla famiglia, dalla chiesa, dalla scuola) (3).
L'adolescente percepisce che la visione religiosa avuta è insostenibile di fronte alla novità, alla funzionalità ed alla coerenza della visione scientifica.
La componente religiosa appare una delle possibili soluzioni del problema della vita, non l'unica.
Appare inadeguata la funzione religiosa di fronte al proprio compito di maturazione della propria personalità.

LA DIMENSIONE SOCIALE DELLA RELIGIOSITÀ ADOLESCENZIALE

Dalla presenza o meno nella società (e nei gruppi frequentati) di modelli religiosi rilevanti dipende in gran parte la sopravvivenza della religiosità individuale dell'adolescente. È improbabile che sopravviva una pratica individuale che non sia sostenuta in questo periodo da un'esperienza di gruppo.
Ecco, in un'analisi più articolata, alcune modalità tipiche della religiosità adolescenziale in rapporto al suo sviluppo sociale.

DECLINO DELLA RELIGIOSITÀ DEL PADRE

La spinta alla propria autonomia diventa per l'adolescente occasione frequente di conflitti con gli adulti del nucleo familiare. L'immagine del padre, come immagine-ricordo è nettamente in declino, anche perché compromessa dai suoi limiti (demitizzazione) e dalla crisi generale del simbolo culturale del padre, cioè dell'autorità, nella civiltà di tipo occidentale (4).
Il rifiuto della religione è quindi prima di tutto rifiuto della immagine paterna, soprattutto quando questa diventa incarnazione-simbolo di un'autorità che blocca, che impedisce l'emancipazione. Talvolta il rifiuto della religiosità del padre è frutto della percezione della retoricità della religiosità condotta in famiglia, senza alcuna corrispondenza reale con la vita concreta.
Taluno percepisce la religiosità infantile come mezzo utilizzato a scopo educativo-coercitivo per meglio manipolare e reprimere la personalità infantile. Il rifiuto di tale religiosità diventa quindi apertura verso nuove prospettive di liberazione e di auto-realizzazione.
Osserviamo ancora a questo riguardo:
– Per taluni adolescenti il declino della religione paterna non costituisce un vero trauma. Si tratta per molti della normale conclusione di un'epoca della vita, che cede il posto ad altre condotte più adeguate alla nuova fase dello sviluppo. Questa nuova situazione, insomma, si inserisce nell'insieme delle trasformazioni conoscitive, affettive, emotive, morali e sociali di questa particolare età della vita.
– La religione del padre può essere sostituita in taluni adolescenti da un ritorno alla religione materna, caratterizzata da toni intimistici, partecipativi, affettivi. Notiamo che tale ritorno si risolve – a questa età – in fattore di disturbo nello sviluppo, determinando spesso la chiusura dell'adolescente in un pericoloso individualismo esclusivista.

LA VERIFICA DELLA RELIGIONE NEL GRUPPO

La desatellizzazione dal nucleo familiare è accompagnata da una parallela ri-satellizzazione attorno a gruppi nuovi, generalmente di coetanei. Questi incontri hanno lo scopo di allargare le esperienze, di accostare nuovi valori e nuovi modelli. L'amicizia conferisce all'adolescente sicurezza e fiducia, gli fa diminuire il senso di colpa e l'ansia di frustrazione, gli permette dei rapporti su una base di uguaglianza e parità.
Questa nuova esperienza permetterà di verificare tra l'altro fino a qual punto i valori religiosi che possedeva con una certa sicurezza possano ancora sopravvivere. L'alternativa è questa: se il gruppo di inserimento non dà alcun peso a questi valori, il più delle volte l'adolescente abbandonerà o relegherà a pratica del tutto privata e marginale la sua condotta religiosa, preferendo essere fedele al gruppo. Se – al contrario – il gruppo darà rilievo alla componente religiosa, egli si sentirà maggiormente armonizzato quanto più il gruppo nelle proprie concezioni e pratiche darà risposta vitale ai numerosi interrogativi della propria «revisione critica globale». Da notare infine che il gruppo può esercitare – in ambedue i casi – una forte pressione conformistica, proponendo all'adolescente un comportamento cui non corrisponde un'adeguata base di accettazione critica personale.

PER UNA EVOLUZIONE RELIGIOSA POSITIVA

A conclusione di queste brevi note, tentiamo di abbozzare a quali condizioni di base la proposta religiosa possa essere fatta ed eventualmente condivisa da un adolescente (5).
• Fede è realtà che deve esprimersi nella libertà. Diventa temerario a questa età un insegnamento religioso imposto, indistinto. Antipatie ed avversione sorgeranno facilmente ogni volta che il giovane verrà costretto alla pratica religiosa. E si noti che ora può essere considerato «costrizione» ciò che nell'infanzia sembrava ovvia espressione di religiosità ed accettato senza reticenze. Occorre essere i primi – sul piano educativo – a concedere ai giovani ampia libertà nell'esercizio della religiosità, senza attendere che essi si debbano battere per ottenerla (E. Ell, Gli adolescenti, chi sono, cosa vogliono, LDC, 1969, pp. 192-193).
• Una religione accettabile dagli adolescenti deve essere fedele a Dio e all'uomo, cioè deve incontrare l'uomo inserendosi vitalmente nella sua personalità. La religione deve quindi sottolineare le esigenze delle componenti umane dell'uomo e fare spazio alle scienze antropologiche che lo descrivono (6). Qualsiasi altra proposta sarà disincarnata, non incontrerà l'uomo concreto, si imporrà dall'esterno, parallelamente all'esistenza concreta e pertanto verrà rifiutata. Una religione calata dall'alto e imposta per principi d'autorità appare inadeguata e l'adolescente dovendo scegliere tra Dio e l'uomo, sceglierà l'uomo (7).
• Una religione accettabile dall'adolescente si propone come aiuto per superare i problemi storici dell'uomo e promuove in prospettiva soluzioni globali agli sforzi di un mondo imperfetto in trasformazione. L'uomo religioso non può più oggi parlare esclusivamente il linguaggio della fede, ma deve interessarsi della vita. Cíò concretamente si traduce in sensibilità per le sofferenze e le ingiustizie umane e per i miglioramenti strutturali.
In sostanza la fede deve stimolare ad un impegno concreto socio-politico, inteso come accettazione piena della condizione umana e come impegno a estendere a tutti i diritti fondamentali e le condizioni sufficienti per condurre una vita autenticamente umana. È il superamento della religione come alienazione. Se ciò non avvenisse, ancora una volta l'adolescente dovendo scegliere tra la religione e la vita, sceglierà evidentemente la vita.
• L'esperienza di fede comporta infine un'esperienza di gruppo. L'amicizia e la solidarietà diventano vita di comunità. È estremamente improbabile, come già è stato sottolineato, che gli adolescenti possano sperimentare l'appartenenza ecclesiale senza l'inserimento in un gruppo, in una comunità viva. D'altra parte in una società secolarizzata, all'infuori dei concreti gruppi parrocchiali o di chiara denominazione cristiana, i giovani non trovano spazi per coltivare una vita di fede evangelica. Questo dato sottolinea anche l'importanza che il gruppo assume per il superamento di una religiosità di tipo intimistico-individualista, al quale l'adolescente potrebbe abbandonarsi per delusione verso l'istituzione ecclesiale.

NOTE

(1) I 15 anni sono anche un periodo di rottura aggravato dalla difficoltà che gli adulti trovano a dialogare con loro. È durante questi anni tra l'altro che molti rompono definitivamente i ponti con le comunità ecclesiali, incapaci di accoglierli poiché cominciano a ragionare con la propria testa. Questo «esodo» mette anche un grosso punto interrogativo su come vengono gestite le comunità giovanili nel periodo della fanciullezza e della preadolescenza. Se non si sa accettare l'insofferenza dei ragazzi che crescono è perché già prima non vi era libertà e partecipazione, e la vita di gruppo era condotta autoritativamente.
(2) L'adolescenza registra, sia nei maschi che nelle femmine, sentimenti assai simili a quelli che da qualcuno furono chiamati «peak experiences», o esperienze di vertice, come il desiderio e la nostalgia dell'Assoluto, del Puro, del Sublime, ecc. Queste esperienze affini al senso estetico che pure in questa età si sviluppa molto, hanno una strana connessione con forme anche mature di religiosità adulta. La ricchezza della affettività adolescenziale può trovare nella religione un'occasione privilegiata per esprimersi e maturare. Non a caso è stato osservato che gli adolescenti portano nella loro esperienza religiosa i tratti «intuitivi» e sentimentali della religiosità fondata sul «desiderio» di Dio, che si riscontra presso certi primitivi o certi mistici (Cfr. MILANESI-ALETTI, Psicologia della Religione, LDC 73, p. 183).
(3) La disaffezione religiosa riguarda principalmente la «religione di chiesa», cioè la chiesa come istituzione; non pregiudica un orientamento o un interesse religioso che si esprimerà in forma personale e forse privata.
Talora tutto questo si esprime in aperta polemica verso le forme istituzionali della religione, che appaiono sostanzialmente all'adolescente come forme antagoniste e negatrici della religiosità «personale». È per questi motivi che abbandona il più delle volte ogni pratica religiosa pubblica e respinge ogni censura tendente a manipolare la sua personalità.
(4) Cfr. MITSCHERLICH, Verso una società senza padre, Milano, Feltrinelli, 1970.
(5) «È necessario che già durante l'infanzia e la fanciullezza non sorgano nel soggetto sentimenti errati. I dubbi di fede sono dell'età adolescenziale, ma se nel centro della persona non avranno allignato sentimenti d'avversione, quei dubbi potranno più facilmente essere superati» (ELL, op. cit., p. 192).
(6) Questa fedeltà all'uomo deve farsi anche attenzione ai tempi di maturazione personale, senza forzature, senza impazienze. Non ci vorrà molto ad accorgersi che gli adolescenti manifestano una aperta incoerenza di vita: diventa normale a questa età riuscire a mettere insieme i più alti ideali di vita ed una pratica fatta di alti e bassi. Il loro istinto vitale li spinge ad esperienze che non riescono a valutare obiettivamente. Vanno aiutati non tanto a riconoscere un Dio esigente fuori di loro che li rimprovera, quanto piuttosto il Dio dei progetti e dell'avventura, che chiede loro soprattutto la disponibilità a mettere continuamente in discussione il proprio stile di vita, aiutandoli nel non facile lavoro di trovare dei punti di riferimento chiari.
(7) «Non può essere accusata di naturalismo una pastorale che sottolinei le esigenze delle componenti umane dell'uomo e che quindi faccia spazio alle scienze antropologiche. Se nella salvezza nulla vi è di automatico, che avvenga cioè senza la risposta dell'uomo, nessuna storica risposta sarà per lui autenticamente " sua ", se non investe la sua piena personalità» (R. TONELLI, Fare pastorale giovanile oggi, LDC 1975, p. 15).