Sport sociale: sì, ma come?

Inserito in NPG annata 1978.


(NPG 1978-10-43)


Sport sociale è un termine che è entrato ormai nel linguaggio corrente, un facile slogan reperibile soprattutto sulla bocca dei politici alla vigilia di importanti competizioni elettorali e degli oratori ai convegni che un po' tutti si sono affrettati ad organizzare su questo tema.
Si sa che quando una parola viene usata con troppa facilità e con troppa frequenza rischia di perdere il suo reale significato e la sua originaria connotazione per assumere contorni sfocati e indefiniti in cui è possibile farci entrare tutto e... niente.
È quanto è successo, a nostro avviso, al termine sport sociale. Sotto la frusta etichetta è oggi possibile contrabbandare modelli di sport che ben poco hanno di sociale. È il caso delle cosiddette marce non competitive, delle camminate ecologiche, dei corri per la salute, ecc., con le quali spesso si nascondono e si perpetuano i modelli e i valori dello sport tradiziónale. O è il caso, molto più grave, dei tanti centri di formazione che hanno anch'essi esclusive finalità speculative e in più, invece di formare uomini, addestrano precocemente dei campioni.
È pertanto necessario dire con chiarezza che cosa si intende per sport sociale.

NON È SOLTANTO ALLARGAMENTO NUMERICO

Da più parti si è voluto identificare il discorso innovativo dello sport sociale con un puro e semplice incremento quantitativo dei praticanti l'attività sportiva; col trasferire cioè alla massa ciò che finora è stato privilegio di pochi. Quest'impostazione riduttiva dello sport sociale – anche se comprensibile in quanto si è voluto così rispondere ad una reale e legittima esigenza della gente, da sempre discriminata da una concezione elitaria dello sport, o comunque tenuta ai margini di esso, come spettatrice pagante e consumatrice di un prodotto preconfezionato – non è assolutamente accettabile.

È SOPRATTUTTO CRESCITA QUALITATIVA

Il modello associativo sportivo oggi largamente diffuso, ci pare incapace di interpretare le aspirazioni profonde dell'uomo contemporaneo, ed in particolare quelle avvertite dai giovani (ricerca di esperienze personali, desiderio di libertà, di autonomia, di partecipazione, di rapporti comunitari non alienanti, ecc.).
La concezione pedagogica che è sottesa a questo tipo di sport, l'obiettivo politico e gli strumenti che vengono utilizzati appartengono ancora alla logica vecchia dello sport tradizionale che, abbiamo visto, è impotente a realizzare quel progetto di sport, inteso come spazio libero, luogo di crescita e di maturazione umana di tutti i cittadini, che chiamiamo sport sociale.
Necessita, pertanto, un'alternativa.

QUATTRO SCELTE PER L'ALTERNATIVA

L'impegno degli animatori culturali sportivi dovrebbe svilupparsi lungo quattro direttrici che possono così essere indicate: sport per l'uomo, per ogni uomo, di ogni uomo, con ogni uomo.

1. SPORT PER L'UOMO
Pur tenendo conto di innegabili analisi critiche ormai presenti anche sui più conformisti giornali sportivi, dei fermenti operanti tra gli atleti e delle sperimentazioni di modi nuovi di fare sport, come quelle presentate in questo stesso fascicolo, permane e predomina una realtà sportiva ancorata a concetti, strumenti e metodi che non solo si collocano al di fuori di un vero cammino di promozione umana, ma vi si contrappongono come notevole forza frenante.
In nome dell'uomo il cristiano si deve opporre a questa situazione proponendo come alternativa un'attività sportiva a servizio della persona. Lo sport non è un fine, ma un mezzo. Il fine non può che essere l'uomo. Èstato detto e scritto tante volte, anche su questa rivista (1). Ma aggiungiamo: non esiste l'uomo astratto. Esistono Mario, Franca, Sonia, ecc., che possono essere giovani o anziani, studenti o lavoratori, sani o malati.
Un progetto di sport servizio sociale parte perciò dalle persone concrete e dai loro spesso ignoti e tuttavia reali bisogni profondi.
Se è vero che è ingiusto trattare in maniera disuguale gli uguali, è altrettanto vero che è ingiusto trattare in maniera uguale i disuguali.
Sulla base di queste idee il CSI ha elaborato un itinerario sportivo educativo che ci sembra utile per la riflessione dei nostri lettori.
Il progetto enuncia solo criteri generali per lasciare alle società sportive il più ampio spazio di ricerca e sperimentazione. Èdunque suscettibile di sviluppi e cambiamenti, ferma restando l'irrinunciabile fedeltà alle esigenze della promozione dell'uomo.

Prima fascia - Per i fanciulli (5-10 anni circa)
Obiettivo: far acquisire ai soggetti una prima coscienza e padronanza di sé nel senso globale dell'espressione che abbraccia la personalità dei fanciulli in tutte le sue dimensioni.
Contenuto: educazione psicomotoria. Il fanciullo è aiutato e guidato a conoscersi, formarsi ed esprimersi attraverso il movimento ludico, polivalente, socializzante.
I valori su cui decisamente puntare: il gioco, che è quasi l'unica forma di attività che il fanciullo conosca e sappia usare; l'espressività, ancora in gran parte istintiva, ma già con una gamma vastissima di possibilità nei vari campi; la spontaneità, che non significa spontaneismo, che non esclude una guida e che anzi sottintende da parte dell'operatore una costante e profonda motivazione sia delle singole attività sia del ciclo di esse nell'arco di uno o più anni.
Criteri: l'attività è a carattere esclusivamente formativo, con esclusione di preoccupazioni sia tecniche sia agonistiche. La polivalenza degli esercizi (cioè assenza di specifiche caratterizzazioni tecnico-sportive) dovrà essere accompagnata dalla interdisciplinarità, cioè dall'abbinamento integrativo del movimento di tipo sportivo con altri campi di interesse e di impegno: mimo, drammatizzazione, musica, disegno e in genere con tutte le materie proprie dell'apprendimento scolastico dei soggetti di questa età. L'egocentrismo del fanciullo in questa fase non consente grandi esperienze di collaborazione, ma il costante rapporto con gli altri, l'agire insieme è indispensabile al soggetto per prendere coscienza di sé. Analoga importanza ha il rapporto con il mondo esterno, da quello degli oggetti a quello dell'ambiente naturale.

Seconda fascia - Per i preadolescenti (11-13 anni circa)
Obiettivo: equilibrato sviluppo delle qualità psico-fisiche del soggetto che attraversa una delle fasi più delicate e difficili dell'esistenza.
Contenuto: educazione sportiva. Il ragazzo è aiutato e guidato a sviluppare le proprie qualità psico-fisiche e ad affinare le proprie abilità attraverso il gesto sportivo.
I valori su cui far leva: il gioco, che deve essere ancora prevalente sulla tecnica, sulle regole e sull'agonismo; la creatività, intesa come partecipazione attiva e consapevole del ragazzo alla determinazione del tipo e del modo di impegnarsi sportivamente; la libertà, intesa come esercizio responsabile della facoltà di scegliere e di realizzare all'interno di uno spazio effettivo che i responsabili devono garantire al ragazzo.
Criteri: non si parla ancora di «attività sportiva» nel senso specifico e completo del termine, ma di educazione allo sport mediante l'impegno nei gesti sportivi. Il ragazzo non è un atleta, è un soggetto che sta acquisendo una mentalità e abilità sportive nel senso più ampio del termine, intese cioè come strumenti di educazione personale e sociale. Le attività si fanno specifiche, senza diventare specialistiche; si affinano senza giungere all'esasperazione tecnicistica; si intensificano, senza imporre esagerati impegni fisici e tensioni psichiche. Le regole si complicano, senza uccidere la spontaneità e la libertà espressiva; l'agonismo assume per l'età stessa una parte di rilievo, ma occorre che non degeneri in competitività aggressiva e prolungata: è indispensabile che la gara conservi il carattere prevalente di un gioco fine a se stesso.

Terza fascia - Per i giovani (14-18 anni circa)
Obiettivo: vivere un'esperienza associativa democratica e partecipata, incentrata sullo sport inteso come occasione e strumento di maturazione umana e di impegno sociale.
Contenuto: attività sportiva: impiego delle qualità psico-fisiche maturate e delle abilità tecniche attraverso l'attività sportiva.
I valori su cui far leva: il gioco, che nello sport attuale viene di solito soffocato dall'elemento agonistico; la partecipazione attraverso la quale il giovane si riappropria dell'esperienza sportiva, che solitamente subisce o, nel migliore dei casi, accetta passivamente nei modelli e nei metodi proposti o imposti da altri; la democrazia che garantisce al giovane la determinazione, la gestione e il controllo della propria esperienza associativo-sportiva; l'impegno sociale mediante il quale la società sportiva, caratterizzandosi come gruppo giovanile aperto, recepisce anche altri interessi, si collega con la realtà sportiva e sociale del proprio ambiente, assumendone i problemi e ponendosi in atteggiamento di servizio.
Criteri: per questa fascia si usa per la prima volta l'espressione attività sportiva, intendendo con essa la pratica dello sport nel senso pieno e autentico del termine. I criteri sono: la preminenza dell'uomo nei confronti degli aspetti tecnico-agonistici; il rispetto per i valori originali dello sport che non devono essere sacrificati da interessi né strumentalizzati per fini estranei; il rispetto per i diritti di tutti che impone di evitare selezioni improprie, discriminazioni ed emarginazioni.

Quarta fascia - Per gli adulti
Obiettivo: contribuire, attraverso lo sport, a valorizzare la dignità della persona, a recuperare il senso umano e sociale dell'esistenza, a migliorare la qualità della vita.
Contenuto: iniziative sportive sia occasionali sia sistematiche.
I valori su cui si deve far leva: la salute, da recuperare, difendere e mantenere; la ricreazione, il senso della gioia e della festa da riscoprire e vivere insieme agli altri; il tempo libero, inteso come occasione di scelta e di impegno attivo contro la passività alienante; la socialità, la riscoperta dei rapporti interpersonali basati sull'amicizia; la natura, il recupero di una dimensione umana della vita che tende a scomparire.
Criteri: le iniziative dovranno ispirarsi ai concetti di sport per tutti e sport come costume di vita. In generale, per le attività di questo àmbito di età, i rischi della degenerazione e strumentalizzazione dello sport sono relativi e, quindi, non è difficile adottare i principi e i criteri cui si ispira questo discorso.

2. SPORT PER OGNI UOMO

Le statistiche ci dicono che oggi non più di 10 persone su 100 svolgono con regolarità un'attività sportiva. La percentuale è incredibilmente bassa. In Italia la maggior parte delle persone conduce ormai una vita sedentaria.
I pochi e ristretti spazi verdi alla portata di tutti, strappati non si sa come alla speculazione edilizia e all'incuria pubblica e privata, non sono sufficienti nemmeno per una fruizione di attività sportive al di sotto della media europea. Il 40% dei bambini di città gioca solo in casa. Cioè non gioca affatto. Ogni movimento è controllato dall'adulto di turno: non correre, non gridare, non toccare. Nelle città possono correre solo i rombanti grossi giocattoli di papà.
La gente comincia però a rendersi conto della necessità dello sport e chiede concrete possibilità di praticarlo.

Uomini e donne

Chiedono sia gli uomini sia le donne che sono appena 15 su 100 sportivi. «Solo un uomo può essere un perfetto olimpionico», aveva sentenziato de Coubertin che le aveva escluse dai giochi olimpici.
Ma il problema «donna e sport» è ancora difficile da risolvere forse perché è un falso problema. Se è vero infatti che lo sport è uno spicchio della vita sociale, è vero anche che la soluzione di ogni problema sportivo va cercata all'interno della società; nel caso particolare, all'interno della condizione della donna nella vita sociale. È un dato sperimentabile: le attese del gruppo condizionano il comportamento del singolo membro che finisce quasi sempre per adeguarvisi.
Le attese che lungo i secoli la società ha manifestato nei confronti della donna hanno provocato in lei una precisa risposta: confezionarsi come oggetto appetibile per l'uomo.
Ancora oggi, quando s'impegna in attività extra-casalinghe, la donna dev'essere brava il doppio dell'uomo per arrivare alla stessa posizione o, nello sport, per fare notizia.

I giovani sì, ma anche gli adulti

Per il mondo sportivo tradizionale, gli adulti e gli anziani non esistono che per sponsorizzare le squadre e per pagare il biglietto d'ingresso ai campi di gara. Ed è naturale che sia così se lo sport è visto come fabbrica di campioni produttori di spettacolo. Per questo, servono solo muscoli freschi.
Lo sport servizio sociale deve rovesciare radicalmente questo rapporto: dall'uomo per lo sport allo sport per l'uomo, per ogni uomo. L'itinerario sportivo educativo delle pagine precedenti fa spazio anche all'uomo anziano. Come è giusto che sia.

Per i sani, ma anche per gli handicappati

L'ispirazione cristiana alla quale si rifà tutto il nostro discorso trova forse qui, nell'attenzione ai più poveri, il suo momento più forte. Privilegiare i «minori», coloro che per diversi motivi sono ora totalmente esclusi dalla gioia di una qualsiasi attività ludica, dev'essere un impegno irrinunciabile.
Le differenti capacità psico-motorie non debbono essere considerate come elementi di superiorità o di inferiorità, ma solo come originalità che esige risposte diversificate.
Non è possibile, in questa sede, sviluppare il tema. Le complesse tipologie degli handicappati esigono competenze specifiche (i non vedenti sono molto diversi dai cerebrolesi). Ci basti, per ora, l'averlo messo in evidenza. Le soluzioni si troveranno, se ci sarà impegno di ricerca.

3. SPORT DI OGNI UOMO

Reiventare finalità, metodi e strumenti vuol dire ribaltare la struttura stessa dello sport tradizionale. Se i metodi dello sport tradizionale erano autoritari e calati dall'alto, quelli dello sport sociale dovranno essere autenticamente democratici, scelti dalla base e partecipati.
Gli strumenti stessi dello sport sociale dovranno essere misurati sul ragazzo (sia quello fisicamente normale, sia quello meno dotato o handicappato) e non più sul campione; sull'individuo e non più sul record; sui bisogni psichici, fisici, intellettuali della persona, e non più sullo spettacolo.
Tale rivoluzione non può evidentemente essere l'opera di un vertice. Anche perché un progetto calato dall'alto non si abbatte con un altro progetto calato dall'alto.
A un progressivo allargamento del numero dei praticanti sportivi, deve corrispondere una progressiva presa di possesso da parte della gente di questo bene comune che è lo sport. Lo sport sociale è sport di tutti. Coloro che lo praticano devono incominciare a sentirlo come cosa loro, come un bene, una ricchezza che appartiene ad essi. Sport di tutti vuol dire diritto di tutti al possesso dello sport, possibilità di gestirlo, di adattarlo alle proprie esigenze e alle proprie necessità. Reinventarlo, appunto.

4. SPORT CON OGNI UOMO

Il servizio sociale sportivo si deve realizzare nel rispetto della libertà di associazione, insieme con tutte le forze che hanno un serio progetto di promozione umana. Non quindi sport di Stato, ma sport a gestione sociale.

Politica perché
Uno dei principali impegni per lo sport servizio sociale è l'azione politica. A chi afferma «lo sport agli sportivi, la politica ai politici», si può rispondere che non interessarsi di politica non significa non farla, ma farla nel peggior modo. Grazie infatti a questo disimpegno degli sportivi è stata attuata nel passato una «politica nello sport» e trascurata una «politica per lo sport» (2).
Conseguenza di ciò è lo scarso numero di praticanti, la mancanza di impianti adeguati, l'insufficiente pratica motoria nelle scuole, la nascita dello sport industriale che si è fatto veicolo di un modello culturale contrario alla crescita della persona, che sempre più notiamo anacronistico e assurdo.

Politica come
Come cristiani, presenti e operanti nella realtà sociale dello sport, non abbiamo da offrire delle soluzioni precostituite e immutabili, ma abbiamo da proporre un messaggio e una speranza: il messaggio di Cristo che è venuto «per portare la buona notizia ai poveri, per annunciare la liberazione ai prigionieri, per restituire la vista ai ciechi, per liberare gli oppressi» (Lc 4,17-20), e la speranza nello stesso Cristo che ha già conquistato la libertà per tutti gli uomini garantendone la piena realizzazione con l'avvento del suo Regno, alla cui crescita tutti gli uomini sono chiamati a partecipare, facendo del lungo commino della storia un costante processo di liberazione.
Nella nostra ricerca ci avvaliamo dei comuni strumenti umani e con gli stessi strumenti offerti dalle scienze umane cerchiamo di individuare le risposte più adeguate ai bisogni e alle aspirazioni degli uomini, convinti che in questo si costruisce storicamente la liberazione.

Politica quando
L'azione politica (così come l'azione educativa, strettamente correlata) si effettua in continuazione, affrontando i diversi problemi che si pongono nel corso dell'attività delle persone e dei gruppi.
La Società sportiva è quindi produttrice continua di azione politica sul suo territorio.

Politica con chi
Se si vuole incidere nella realtà non si può agire individualmente, ma come gruppo o insieme di gruppi.
È pertanto importante che la società sportiva si colleghi e si confronti con altre realtà simili presenti sul territorio. Dal confronto e dal dialogo si evidenzieranno problemi comuni e possibilità d'azione unitaria.
Trovare punti di convergenza e instaurare forme di collaborazione non significa annullare la propria identità e rinunciare ai propri apporti originali. Non deve nemmeno significare neutralità del servizio che si intende offrire. Le collaborazioni sono anzi valide se ciascuno conserva la propria originalità e rispetta quella altrui, operando nello stesso tempo con leale impegno per conseguire gli obiettivi comuni.
In Italia esiste oggi, al di là della diversità di origine, di scopi e di metodi, un obiettivo comune a molti enti di promozione sportiva: lo sport come servizio di promozione umana. Ènecessario che su di esso si concentrino le energie di tutti per raggiungere i seguenti risultati:
– una riforma globale della legislazione sportiva che sancisca il diritto di tutti i cittadini alla pratica sportiva garantendolo con la creazione di adeguati servizi pubblici;
– la restituzione al CONI delle sue originarie funzioni che lo liberino dagli equivoci e impossibili compiti assegnatigli dal regime fascista;
– il riconoscimento e il sostegno del ruolo eminentemente sociale delle libere associazioni sportive, anche a fianco e a integrazione delle istituzioni pubbliche quali le regioni, gli enti locali e la scuola;
– l'ulteriore aggiornamento degli indirizzi, dei programmi e dei metodi dell'educazione fisica e sportiva nella scuola, da realizzare di pari passo con la riforma degli strumenti di preparazione e dei criteri di impiego degli insegnanti;
– il riconoscimento alle regioni del compito della programmazione dei servizi sportivi nel territorio, agevolandone gli interventi e coordinandoli sul piano nazionale;
– il riconoscimento degli enti locali quali responsabili della realizzazione dei servizi pubblici dello sport sociale, non considerando tali interventi più come facoltativi ma come compiti istituzionali;
– il riconoscimento, infine, alle espressioni associative di base del diritto di gestire democraticamente l'uso dei servizi pubblici, in collegamento con l'ente locale e nel rispetto delle esigenze della popolazione.

NOTE

(1) Cfr. A. NOTARIO, Basta con uno sport selettivo!, 1973/3, pp. 58-66; V. PERI, Società sportiva, luogo di maturazione globale, 1974/11, pp. 15-22.
(2) Cfr. V. PERI, Dalla «politica nello sport» alla «politica per lo sport», in Note di pastorale giovanile, 1975/2, pp. 24-38.