(NPG 1978-10-19)

 

La riflessione educativa sullo sport ha segnato in questi anni sia il crescente disagio e, a volte, la contestazione vivace di chi non riesce più a vedere nella pratica sportiva dei ragazzi e dei giovani uno spazio promozionale
ed educativo, sia lo svilupparsi di una teoria critica dello sport che è diventata teoria critica della società e dei rapporti di alienazione alla base di molto sport. È stato facile per tutti denunciare i mali dello sport e i meccanismi di scarica delle tensioni e di compensazione aggressiva che lo governano.
Anche nei centri giovanili e nelle società sportive che vi trovano spazio. Ricerca del risultato a tutti i costi, agonismo, commercialismo e abbinamenti pubblicitari umilianti, selettività e impossibilità di far uscire lo sportivo fuori dal limitato orizzonte dei punti e delle classifiche.
Mentre tuttavia alcuni dei critici hanno abbandonato il servizio sportivo
ai ragazzi e ai giovani per dedicarsi a «cose più serie», altri, pur condividendo le loro perplessità, non si sono arresi ed hanno rilanciato «l'utopia dello sport» come «pratica della libertà», spazio cioè in cui la partecipazione e l'attivazione di tutte le energie psicofisiche pongono le basi per un discorso di promozione umana e di ricerca di nuovi modelli di vita.
Note di pastorale giovanile si è soffermata più volte su una teoria critica dello sport come momento di una più generale teoria critica della società. In questo dossier vuole compiere un passo ulteriore, sul piano questa volta del «che fare» nel concreto dei centri giovanili e delle società sportive. Il dossier procede induttivamente. Parte dalla presentazione di alcune esperienze di società sportive che stanno tentando di praticare uno sport che sia promozionale ed educativo. Alle esperienze seguono alcune riflessioni dal punto di vista tecnico ed educativo, che mettono l'accento sulle scelte di base che hanno reso possibile dare luogo a degli spazi sportivi che, pur nei loro limiti, denotano un modo nuovo di pensare, gestire e praticare lo sport.
Le esperienze e le riflessioni che le accompagnano, ripropongono molti degli interrogativi e punti nodali di tanti gruppi e società sportive, offrendo degli stimoli concreti per tentare delle nuove strade.
La realizzazione di questo dossier è stata curata da V. Peri.

FATTI

Di fatti sportivi su cui riflettere ce ne potrebbero essere tanti.
Il tema dello sport è sempre di moda. Basta pensare a come i mondiali di calcio hanno fatto la parte del leone nella spartizione dello spazio televisivo di questi ultimi mesi. Insieme alle «imprese» di Mennea e della Simeoni e delle nazionali di pallavolo e pallanuoto.
Un fatto popolare, di massa si dice. Popolare come l'intervento del governo per sbloccare, sempre la scorsa estate, con una leggina varata a tempo di record, la campagna di compravendita dei giocatori di calcio.
Sarebbe fin troppo facile rivedere le bucce di un simile uso e sfruttamento del termine sport in una nazione in cui la gran maggioranza dei ragazzi e dei giovani deve accontentarsi di parlare di sport e di fare tifo. Nella rivista questo processo allo sport è stato fatto più volte.
La coscientizzazione sul fatto sportivo deve tuttavia procedere oltre la denuncia della strumentalizzazione dello sport. Deve affrontare temi più vicini alla invenzione di un modo diverso di praticare lo sport.
In questa direzione come fatti sono state raccolte le vicende di alcune società sportive che in questi anni si sono sforzate di rinnovare dal di dentro il mondo dello sport con i ragazzi ed i giovani.
La loro esperienza sta a dire che è possibile, nel concreto, cambiare qualcosa. Che è possibile fare dello sport un luogo di promozione integrale della persona. In altre parole, uno spazio educativo. Purché si facciano delle scelte controcorrente, maturate da gruppi coscienti che l'educazione umana e cristiana si gioca anche nei campi di calcio e nelle piste di atletica leggera.

PROSPETTIVE

Quello dello sport è uno degli ambiti educativi in cui vengono ad infrangersi molti dogmatismi. Basterebbe lasciar parlare da una parte quanti credono in e predicano un nuovo modo di fare sport e dall'altra quanti da anni tentano concretamente di realizzarlo.
La realtà sport, quello praticato da ragazzi e giovani, rimane sempre problematica. Lo sport si dice è un servizio. Ma quale servizio? Non sarebbe più importante e più urgente rendere loro altri servizi? Lo sport, si afferma ancora, può diventare luogo di attività democratica, autogestita, partecipata, liberante. Ma dove si verifica tutto questo? E a quali condizioni?
Nel difficile dialogo tra utopia dello sport e ambiguità in cui si dibatte di fatto la pratica sportiva, cosa del resto comune ad ogni teoria pedagogica in rapporto alla pratica educativa, ci sembra importante affermare alcuni punti. Lo sport, oggi più che qualche anno fa, può rispondere in modo creativo al bisogno di nuovi spazi di aggregazione giovanile. Certo se è sempre difficile fare uno sport liberante, lo è maggiormente quando viene proposto come risposta a dei bisogni giovanili in fondo complessi e allo stato fluido.
In questo contesto diventa più acuto il bisogno di avere tra mano una teoria critica dello sport che sia un momento di una più vasta teoria critica della società. Per non ricadere, sotto l'urgenza dei nuovi bisogni, in uno sport come compensazione e droga.
Ma diventa non meno importante accettare il rischio dello sport, come del resto di ogni spazio educativo. Rifacendoci a delle pagine molto suggestive di Jurgen Moltmann diciamo che se è vero che l'approccio allo sport (Moltmann parla più in generale e a maggior ragione di gioco) è oggi approccio alienato alla felicità, è pur sempre un approccio alla felicità. Superando mentalità perfezionistiche che finiscono per bloccare ogni attività. A chi dice, osserva lo stesso autore, che «non c'è verità nella falsità», si deve obiettare che «la vita falsa è pur sempre vita». E aggiunge, citando un testo biblico: «Un cane vivo è meglio di un leone morto» (Eccl 9,3b). Superata l'idea di politica come fatto totalizzante, o meglio, riscoperto che ogni fatto umano, compreso lo sport, è luogo in cui si svolge un discorso politico importante, molti gruppi stanno riscoprendo il gioco, il teatro, lo sport come momento di socializzazione e aggregazione giovanile. Le ambiguità del fatto sportivo non sono perciò stesso superate. Anzi. Diventa ancor più decisiva una attenta riflessione sulla valenza educativa dello sport e sui suoi rischi.

PER L'AZIONE

In quale direzione muoversi per uno sport promozionale ed educativo?
Il documento che presentiamo, espressione fra l'altro delle scelte educative che stanno operando una profonda trasformazione del Centro Sportivo Italiano (CSI), ha il pregio di offrire delle piste per un dibattito all'interno di una società sportiva. Perché le scelte concrete e le strutture nascano da un lento ma preciso lavoro di sensibilizzazione di quanti, giocatori e animatori, hanno a che fare con lo sport.
Non crediamo che serva molto un cambio radicale delle strutture sportive che non sia accompagnato, anzi preceduto da una riflessione critica sul tempo libero e sullo sport condivisa da tutti. È fin troppo facile altrimenti ritagliarsi nuovamente delle fette di attività sportiva in cui far riemergere, a gratificazione dei tecnici sportivi e di quanti praticano attivamente, selettività, agonismo e così via.
Del resto per nessuno è facile sottrarsi alle abitudini e a volte al fascino di certi schematismi culturali. Il modo attuale di fare sport è normalmente debitore di una «fantasia riproduttrice» che non fa .che ripetere nel tempo libero il ritmo e i criteri di valutazione e di azione che regolano il mondo del lavoro e il modello attuale di vita, creando strutture funzionali, spesso in modo inconsapevole, al sistema.
Il rinnovamento del mondo dello sport con ragazzi e giovani deve cominciare da un'opera di sensibilizzazione che faccia emergere le connessioni strette tra mondo dello sport ed altri momenti della vita sociale e aiuti a concepire sport e tempo libero come «fantasia produttrice» di nuovi rapporti umani in vista di un nuovo modello di vita. «Il gioco – osserva Moltmann – diventa senza speranza e perde la sua molla se serve soltanto a dimenticare per un certo tempo ciò che non può essere mutato. Si prova gioia nella libertà quando giocando si anticipa ciò che può e deve diventare diverso, sopprimendo il bando della immutabilità di ciò che esiste... Ci si libera nel gioco, e cioè giocando, dalla pressione dell'attuale sistema di vita e ridendo si riconosce che le cose non devono stare come stanno e come viene asserito da tutti che così devono stare. Si impara a camminare diritti se improvvisamente vengono tolte le catene. Così anche nei giochi di fantasia creatrice si possono compiere dei collaudi della libertà e di un diverso rapporto con gli uomini».