Il linguaggio del corpo nella preghiera dei ragazzi

Inserito in NPG annata 1978.


Bruno Ferrero

(NPG 1978-07-66)


C'è chi dice che oggi ai ragazzi piaccia pregare. È un'impressione confortata spesso dai fatti.
Anche il modo di pregare ha delle costanti: il deserto, con lunghi spazi di silenzio, I' uso abbondante dei salmi e della Bibbia. La fantasia dell'animatore non si allontana normalmente da queste forme, che tuttavia si è abbastanza concordi nel ritenere piuttosto pesanti per le spalle dei ragazzi.
Mentre qua e là si escogitano nuovi modi di preghiera, fondandoli su forme espressive più adatte ai ragazzi, si constata che mancano non solo sussidi e strumenti, ma anche l'atteggiamento mentale aperto e la buona volontà, capaci di condurre gli operatori pastorali verso una sorta di nuova specializzazione nel campo della preghiera. In fondo si è convinti – e se non è convinzione è certamente prassi rassodata – che il modo migliore di esprimersi e di pregare sia ancora il linguaggio della parola (o I' ascolto e il silenzio, che ne sono delle modalità). Il non-verbale rimane tuttora un campo inesplorato, un lusso per raffinati, un di più marginale. Raramente si giunge alla convinzione che l'espressione non-verbale possa manifestare con maggior immediatezza e verità dei sentimenti interiori e che sia quindi una condizione importante per realizzare l'armonia personale. Non abbiamo ancora preso coscienza che tutto ciò che la persona vive viene anche recepito a livello fisico, e che il corpo dà il timbro ad ogni manifestazione, anche la più spirituale. a Il corpo, afferma Garaudy, non è una parte dell'uomo... Il corpo è l'uomo che si esteriorizza, è ciò che mi collega agli altri e al mondo, ciò attraverso cui mi esprimo e prendo coscienza di me stesso».
In questi ultimi mesi sono apparsi nei cataloghi degli editori parecchi titoli che intendono divulgare per l'uomo d'oggi l'esperienza yoga. Coloro che hanno adottato questo modo di riflettere e di pregare, che vuole essere ben più di un metodo – una metafisica, una mistica – si lasciano andare ad affermazioni che sanno di conquista, come di chi avrebbe scoperto realmente una nuova dimensione dell'uomo. Tale diffusione rivela un bisogno nuovo dell'uomo d'oggi, desideroso di conquistare nuove forme di espressione e di raggiungere I' unità interiore, anche se l'esoterismo di molte manifestazioni ci fanno essere cauti nell'esprimere giudizi.
Soprattutto ci pare soggetto a rischi affidarsi a questi metodi con i ragazzi, i quali vivono un momento di importante riscoperta della religiosità e devono riuscire a saldare la fede con la dimensione della loro vita concreta. Non si tratta quindi di escogitare forme astruse di espressione religiosa, quasi una sorta di magia vestita di gesti simbolici, costruiti al di fuori della vita e dell'esperienza quotidiana, quanto piuttosto di riscoprire e valorizzare quelle manifestazioni sensibili in grado di esprimere meglio l'unità e l'armonia della persona; di creare dei momenti e delle forme espressive in cui i ragazzi possano gustare fino in fondo, con semplicità; la loro gioia di esistere e l'intensità della creazione.

 

La moderna pedagogia dei preadolescenti ha riscoperto l'importanza dell'espressione corporea e delle sue tecniche. Molti animatori e catechisti ne hanno percepito l'enorme importanza nel campo della pedagogia della fede e della preghiera. Anche se qualcuno, trasportato dall'entusiasmo, ha trasformato le riunioni di preghiera in sacre rappresentazioni» o anche in sedute per esercizi yoga.
D'estate, durante un campeggio, in una gita di fine settimana, i ragazzi hanno l'occasione di sperimentare la notte, la solitudine, il freddo, l'amicizia, il rischio, la montagna, la stanchezza... Queste esperienze possono risultare dei punti di partenza molto semplici per captare la dimensione dell'interiorità e per giungere a forme più spontanee di comunicazione non-verbale e di preghiera.

 

I DUE MODULI DELLA COMUNICAZIONE UMANA

Pregare è comunicare. La preghiera è quindi soggetta a tutte le regole della comunicazione umana. La prima, e più importante, è che è impossibile non-comunicare. La persona umana è sempre al centro di una ragnatela di comunicazioni, in arrivo e in partenza, anche quando questa frenetica attività non è riflessa. Perché l'essere umano non comunica solo con un modulo numerico (la parola, la scrittura), ma soprattutto con un modulo analogico, cioè con tutte quelle forme di comunicazione che non sono verbali. È in ogni caso un termine ingannevole perché spesso se ne limita l'uso al solo movimento del corpo, al comportamento. Il termine deve includere le posizioni del corpo, i gesti, l'espressione del viso, le inflessioni della voce, la sequenza, il ritmo e la cadenza delle stesse parole, e ogni altra espressione non verbale di cui l'organismo sia capace, come pure i segni di comunicazione immancabilmente presenti in ogni contesto in cui ha luogo un'interazione.
È esperienza comune che il materiale del messaggio numerico ha un grado di complessità, di versatilità e di astrazione molto più elevato di quello analogico, ma è di scarsa efficacia nel campo delle relazioni. «Ti voglio bene», per esempio, è un messaggio che può essere trasmesso senza alcuna parola (linguaggio numerico), ma solo con l'atteggiamento del corpo (linguaggio analogico). È possibile anche che un «ti voglio bene» a parole sia radicalmente squalificato dall'atteggiamento e dal tono della voce. Un «sì» pronunciato con un certo tono e una certa espressione del viso può essere un «no» raggelante.
La persona umana matura ed equilibrata usa entrambi questi codici in radicale armonia: sono entrambi necessari perché la comunicazione sia veramente e profondamente «umana».
Riflettere su questi principi e sulle loro conseguenze è fondamentale oggi, anche nel campo della pedagogia della fede e della preghiera, perché il progressivo sviluppo dei mass-media ha portato una moltiplicazione degli stimoli visivi e sonori, rendendo difficile tra l'altro la conquista di quella quiete e concentrazione interiore della persona, che sono il presupposto di qualsiasi forma di preghiera. Inoltre il ragazzo dell'universo audiovisivo non può assolutamente entusiasmarsi per le sottigliezze della logica aristotelica: non per mancanza di sforzo nel prestarvi attenzione, ma per l'impossibilità di emigrare di colpo ín un «altro» universo logico.

Un linguaggio dimenticato

Nel campo della preghiera si è verificata una progressiva marginalizzazione del linguaggio corporeo, mentre è proprio in questo campo che il linguaggio corporeo ha trovato le sue espressioni più spontanee e più sublimi. Basta pensare alle manifestazioni presenti in tutte le religioni. Nel cattolicesimo ha nuociuto molto una certa sfiducia, ereditata da secoli di rigorismo, nei confronti del corpo considerato spesso come una vecchia bicicletta che ci serve, su cui si pedala e si arranca, ma che all'arrivo verrà gettata via. Troppo spesso si pensava al «corpo che ho» e non al «corpo che io sono».
Dimenticando, soprattutto a livello pedagogico, che gesti e segni corporei esercitano un'impressione, riflettono la loro azione su noi stessi. Si può influenzare – considerandoli come elementi separati – l'anima con il corpo, rivivere e approfondire un sentimento, uno stato d'animo. La realtà entra in contatto con noi solo attraverso il corpo. Pregare anche con il corpo è quindi pregare con tutta la realtà umana.
La liturgia, la Messa, i riti sacramentali avevano ben compreso tutto questo, ma secoli di stilizzazioni hanno cancellato tutto, lasciando spesso solo dei monconi, incomprensibili e spesso ridicoli, di espressività corporea. Oggi, un versetto come quello del salmo 84 «Il mio cuore e la mia carne gridano al Dio vivente» viene tranquillamente biascicato senza un battito di ciglia più del normale. Un atteggiamento corporeo adeguato in un contesto adeguato potrebbe portare ad una radicale interiorizzazione del sentimento del versetto.
È per la disattenzione di tanti educatori che uno degli atti più alti, più importanti, più affascinanti dell'uomo si è trasformato in una delle cose più noiose. La preghiera in comune è diventata per molti ragazzi e ragazze una specie di biglietto da pagare per frequentare ambienti e scuole religiosi.
Le celebrazioni e gli incontri, anche per soli ragazzi, contengono generalmente solo e troppe parole. La parola è il centro e tutto gira intorno ad elementi intellettuali. Lo spazio destinato all'esperienza vitale, al sensibile, al corporeo è quasi nullo. È un depauperamento terribile. La preghiera che è solo parola diviene con molta difficoltà comunicazione con Dio.
Cristo è parola di Dio, ma non verbalismo. Ha trasmesso la salvezza non solo con le parole, ma anche con i gesti sensibili e corporali, con tutta la sua persona. Erede di una tradizione ricchissima in questo campo, quella veterotestamentaria, Gesù lasciò un rito largamente espressivo (Fate questo in memoria di me). Nella sua vita per pregare «alzava gli occhi al cielo», «si prostrava», «si ritirava nel deserto».
Tutte le espressioni di fede, disprezzate per molti motivi, devono riguadagnarsi spazio. Specialmente le più interiori, come la preghiera. In un campeggio, in una gita di fine settimana i ragazzi hanno l'occasione di sperimentare la notte, la solitudine, il freddo, l'amicizia, il rischio, la montagna, la stanchezza... Sono tutte esperienze prossime alla nudità, alla fragilità, alla gratuità che risultano punti di partenza molto semplici per captare la dimensione dell'interiorità e, facendo ancora un passo, della preghiera (quella biblica in particolare).

Dal minimo al massimo

È necessario premettere ancora che la partecipazione corporea alla preghiera va da un minimo ad un massimo. Il minimo è richiedere al corpo di non opporsi alla preghiera, di non ostacolarla o frenarla con le sue infermità, la fatica, l'eccessiva tensione fisica o nervosa disordinata, dall'agitazione, l'inquietudine, l'«elettricità» del corpo.
È necessario però ottenere dal corpo un apporto positivo alla preghiera. Che faccia beneficiare lo spirito della sua vitalità, del suo equilibrio, della sua pace.
È attraverso il corpo che si inizia lo spirito alla distensione, allo slancio, all'abbandono, all'offerta a Dio. Il corpo è inoltre ricco di energie che, captate e canalizzate, fortificano lo spirito e lo sostengono nella sua attività di preghiera. Ma la vocazione più alta del corpo è di trasformarsi in un linguaggio. Saper plasmare il proprio corpo per esprimere la propria vita profonda è una grande arte: è vero nelle relazioni umane, non è meno vero nei rapporti con Dio. La moderna pedagogia dei preadolescenti ha riscoperto l'importanza dell'espressione corporea e delle sue tecniche. Molti animatori di pastorale e catechisti ne hanno percepito l'enorme importanza nel campo della pedagogia della fede e della preghiera. Anche se molti, trasportati dall'entusiasmo, hanno trasformato le riunioni di preghiera in «sacre rappresentazioni» o anche in sedute per esercizi yoga o riunioni per mimi e contorsionisti.
Raccogliamo qui alcune idee pratiche per una pedagogia della «preghiera anche con il corpo» per preadolescenti. Naturalmente deve essere integrata con l'educazione alla corporeità e all'espressione come crescita personale e comunitaria, con l'educazione dei sensi e dei sentimenti. Una corretta pedagogia della preghiera diviene così una corretta iniziazione all'essere pienamente «uomini», figli di Dio. Ci si accorgerà anche che una preghiera così richiede una lunga preparazione.
È inevitabile se crediamo veramente che la preghiera sia una cosa seria. A pregare s'impara lentamente e facendo molto esercizio.

L'IMPORTANZA DEL CONTESTO UMANO

Attraverso il corpo entriamo in relazione con la realtà esterna materiale ed umana. Inoltre il corpo ha una funzione «collettiva»: attraverso il corpo le realtà esterne entrano in noi ed influiscono su di noi, attraverso il corpo noi influiamo e operiamo tra le persone che ci circondano e nell'ambiente in cui ci troviamo.
Questa semplice considerazione riveste grande importanza per la preghiera. Negativamente si può dire che il contesto materiale ed umano può impedire la preghiera, soprattutto se le parole ed i sentimenti espressi non corrispondono al contesto. Dire: «Splende il sole di Pasqua...» in una giornata piovosa è perlomeno strano e vanifica il sentimento suggerito dalle parole che si dicono. Nascono così, in fondo, le famigerate distrazioni contro cui tanto ci si scagliava. Si comprende anche come sia assurdo pretendere di eliminarle solo con la buona volontà. Sfruttare positivamente l'ambiente, soprattutto quello umano, per la preghiera è fondamentale. Non è la cornice, ma la tela su cui si dipinge. Non possiamo qui fermarci a riflettere sull'ambiente materiale della preghiera: sarebbe troppo lungo. Si può pregare ovunque, è vero, ma esistono secondo logica luoghi esperienzialmente più idonei di altri. E assolutamente necessario raggiungere l'armonia tra l'ambiente e la preghiera. Ammassare un gruppo di ragazzi in chiesa ed infilare una serie di Vi adoro-Padre nostro-Ave Maria-Gloria al Padre-Angelo di Dio, mantenendo un ordine sommario con occhiate truci e velate minacce, non può aiutare una vera pedagogia della preghiera.
Devono entrare nella preghiera dei ragazzi il mattino e la sera, la caccia al tesoro che stanno per fare, l'incidente che è capitato, i quadri della chiesa se la chiesa in cui ci si trova ha dei bei quadri...
Molta più attenzione è necessaria per l'ambiente «umano». Come orientamento generale si tenga presente che l'atteggiamento corporeo della preghiera ha una funzione collettiva molto accentuata: trasforma veramente una riunione di preghiera in «celebrazione» e in pregare «insieme» perché la preghiera di ciascuno diviene stimolo, aiuto e testimonianza per l'altro.
Esistono due forme differenti di vivere e celebrare la fede: una forma che mira a mantenere una situazione stabile e percepita come definitiva oppure una forma che intende creare personalità spontanee, che siano in grado di cercare un cammino proprio per esprimere la fede. Le differenze principali tra queste due forme sono:
a) Celebrazioni con una minoranza che dirige o celebrazioni comunitarie. La celebrazione autentica deve riuscire a creare condizioni di libertà. Si deve rendere possibile un ambiente in cui il gruppo si senta creatore di nuovi modi di espressione della propria fede.
b) Celebrazioni per uomini-oggetto o per uomini-soggetto. Molti animatori cercano solo tecniche perfette a livello psicologico e pedagogico, che li aiutino a rinforzare le loro posizioni personali o strutturali. Questo è utilizzare il gruppo e fare dei ragazzi uomini-oggetto al servizio delle tecniche.
C'è un secondo modo di intendere la celebrazione: usare la tecnica in modo da creare un ambiente in cui la persona sia protagonista, soggetto, in grado di sviluppare la sua creatività, la sua critica, la sua originalità. Ogni ragazzo deve essere capace e libero di dire la sua parola, per creare nuove espressioni di fede.
c) Celebrazioni che dividono o che solidarizzano. C'è una forma di intendere le espressioni della fede che automaticamente stabilisce una divisione tra una élite che pianifica e dirige e una massa che recepisce più o meno in una forma impersonale. Occorre creare forme di celebrazione che pongano tutto il gruppo in cammino di fede: ragazzi, giovani e adulti. Un cammino che viene tracciato da tutti insieme.
Ancora un'osservazione: quando un gruppo è molto grande non si possono usare i canoni della preghiera meditativa e spontanea che dà grandi risultati in un piccolo gruppo. Molto meglio celebrare la festa, l'incontro, come un happening di gioia, con grandi gesti collettivi che accompagnino i canti e le preghiere litaniche, che devono essere brevi, ritmiche, scandite.

CONQUISTARE IL SILENZIO

Il silenzio imposto è la cosa che fa il maggior fracasso interiore. I ragazzi devono convincersi che il silenzio è la sola porta alla preghiera, che è necessario per fare attenzione a Colui che mai nessuno ha visto, Colui che si rivela dentro di noi. Occorre spiegare che il silenzio non è mancanza di tutto, annullamento, cancellatura, ma concentrazione e occasione per la scoperta di voci e suoni di cui non si erano forse mai accorti. Il rumore che ottunde la vita dell'uomo moderno è una giungla in cui si perde una buona fetta di umanità.
Segnaliamo alcuni semplici esercizi per imparare ad ascoltare il silenzio.

Il rumore nascosto

L'animatore nasconde nella sala di raduno una sveglia, quindi chiede ai ragazzi di indovinare qual è il rumore insolito che c'è nella sala. Se lo sentono, devono scrivere da che cosa proviene su un foglietto. Naturalmente per percepirlo occorre che tutti facciano silenzio. Quando tutti i ragazzi lo hanno scoperto, l'animatore commenta l'esperienza, facendo intervenire i ragazzi.
Sommariamente le linee di intervento dell'animatore possono essere le seguenti: Saper fare silenzio è rendersi forti e liberi. t rendersi capaci d'essere attenti all'essenziale. Non si tratta semplicemente di un generico tacere, ma piuttosto di quiete interiore, superamento della frenesia e della superficialità quotidiana, riflessione e tranquillità. Solo così avete potuto scoprire il ticchettio dell'orologio, che normalmente sarebbe passato inavvertito. Succede la stessa cosa con la voce di Dio. Il silenzio ci può permettere di sentirla.

Ascoltare il silenzio

Raggiungere il silenzio e ascoltare il silenzio sono esercizi a cui invitare i ragazzi collettivamente e anche individualmente perché ognuno scopra un suo ritmo di conquista di un autentico silenzio. Un altro esercizio molto semplice è quello di invitare i ragazzi a rimanere calmi e rilassati per una decina di minuti, respirando lentamente e con calma, cercando di ascoltare il battito del proprio cuore.
L'animatore poi interviene così: Pensate che potete trattenere il respiro, ma non fermare il cuore. Anche se lo voleste, non vi sarebbe possibile. Il cuore continua a battere instancabile. Percepite chiaramente: «Io sono vivo, io sono in vita. In me è la forza della vita, inarrestabile, guidata a distanza». Chi mette in movimento questa forza, chi le dà questa energia? Riflettendo sul respiro e sul battito del cuore diventate veramente coscienti di voi stessi, scoprite che la vita vi è stata donata e quante ragioni avete per essere riconoscenti.
Durante l'esercizio precedente ci si siede con il busto eretto, le mani appoggiate sulle ginocchia, unite a coppa, e si rimane tranquilli e immobili nella posizione di chi riceve. È un atteggiamento che favorisce la ricezione.
Molti ragazzi possono raggiungere il silenzio ascoltando musica rilassante, osservando diapositive di natura (tramonti, fiori, panorami marini o montani), guardando il cielo o immersi nella calma di un meriggio estivo.
Si convincano i ragazzi che la preghiera germoglia nel silenzio, che ne diventa il compagno indispensabile. Per pregare ci vogliono parole e silenzi. Le pause, i momenti brevi di silenzio (che non devono mancare mai) hanno lo scopo di interiorizzazione e presa di cosciernza di quanto si va dicendo. Le pause di silenzio nella preghiera possono diventarne i momenti più alti, ma è un'arte difficile.

La parola-porta

Si scoprono spesso nella preghiera parole che piacciono pait fermare e ripeterle. Certe frasi diventano ancora più belle mente. Bisogna lasciarle risuonare dentro, per capirle bene, in profondità, farle penetrare nel cuore. Attraverso esse si può geme dell'interiorità, dei nostri sentimenti nascosti ed è spesso una scopata Questa esperienza è possibile anche in gruppo: si legge un bel testo, pi zal zio, liberamente ciascuno ripete ad alta voce la frase che più lo ba

IL LINGUAGGIO DELLE POSIZIONI FONDAMENTALI

È importante coinvolgere il corpo, i sentimenti, i pensieri e le parole fino ad essere e sentirsi veramente «uno». Naturalmente i gesti hanno già un loro linguaggio: l'essere coricati indica calma, lo stare in piedi prontezza, lo stare in ginocchio un atteggiamento di umiltà. Nei momenti di preghiera i ragazzi usano già degli atteggiamenti precisi: si tratta di analizzarli e comprenderli perché diventino «linguaggio».

Stare in piedi

È l'atteggiamento normale di preghiera nella maggioranza delle religioni. Anche nella tradizione giudaica e in quella cristiana. Il celebrante sta sempre in piedi.
«In piedi, figlio dell'uomo, perché ti devo parlare» dice Dio ad Ezechiele. «Quando state in piedi a pregare» dice letteralmente Gesù in Marco 11,25. Si invitino i ragazzi a fare alcuni semplici esercizi per prendere coscienza di questo atteggiamento. t un atteggiamento di equilibrio, stabilità e distensione. Perché ciò avvenga occorre sentire attentamente ogni parte del corpo, senza alcuna tensione, senza sforzo mentale. I pensieri devono lentamente concentrarsi sul-1'«essere corpo», dimenticare quello che c'è intorno per sentirsi «essere fisico». Le spalle non devono stare alte (ad attaccapanni), ma naturali e distese. La nuca ben diritta, in modo che le vertebre cervicali trovino il loro normale prolungamento nelle vertebre dorsali. Respirazione e circolazione devono essere calme e naturali.
Le braccia possono assumere le più diverse posizioni, come spiegheremo in seguito. Lo sguardo può essere fissato su un oggetto sacro: un quadro, un crocifisso, il tabernacolo. Chiudere gli occhi facilita la concentrazione.
Il sentirsi a proprio agio, stabili, distesi è segno di avere una posizione corretta. Il linguaggio simbolico di questo atteggiamento è l'espressione dell'equilibrio e della stabilità, del rispetto e dell'attenzione, dell'accoglienza e della disponibilità. Soprattutto lo stare in piedi esprime slancio per l'azione.
Ecco una preghiera semplicissima, inventata da un ragazzo, che si può recitare dopo aver preso «coscientemente» la posizione in piedi e con le braccia a V ben tese verso l'alto:

Signore,
eccomi in piedi davanti a te
come un albero
che si slancia verso il cielo.
Tí ammiro,
ti amo.
Sono contento d'essere tuo figlio.

Stare seduti

È un atteggiamento di domanda e di disponibilità, di riposo davanti a Dio, di meditazione. È l'atteggiamento esatto per una preghiera serena e per l'interiorizzazione di qualche bel testo.
Naturalmente anche in questa posizione occorre evitare degli errori comuni, come la testa ciondolante, il dorso curvo, gambe accavallate, braccia tese.
L'animatore, in fase di esercizio, può suggerire questi pensieri:
Ecco...
Voglio rimanere tranquillo un momento. Sono deciso a non fare nient'altro per qualche minuto.
Mi rilasso,
mi rilasso completamente.
Sto bene nel mio corpo.
Guardo un oggetto che mi piace. Chiudo gli occhi.
Sono tranquillo,
non mi muovo.
A poco a poco dentro di me si è fatta una grande calma.
Sento il mio cuore che batte. Sento il me il soffio della vita. Sto bene.
La mia festa diventa come una stanza ben ordinata.
Vedo chiaro.
Ciò che vi è di grande e bello acquista importanza.
Mi guardo dentro...
Mi invade il senso di una presenza. Mi metto a parlare con Dio, lentamente,
con dei lunghi silenzi tra frase e frase. Parlo e ascolto.
Dio vive in me e io vivo in lui. I minuti che passano
diventano preziosi come l'oro. In quel momento
so che la mia vita è un dono, un tesoro.
Simile a questa è anche la posizione «seduti sui talloni», molto più faticosa, che esprime attesa, attenzione, accoglienza, ascolto.

Stare in ginocchio e prosternati

La posizione «in ginocchio» esprime la dipendenza, la sottomissione, il pentimento, l'implorazione, la supplica. Non è affatto l'atteggiamento «vero» della preghiera cristiana, come ancora molti pensano. Nei primi tempi della Chiesa era proibito la domenica e durante tutto il tempo pasquale.
Rimane tuttavia una posizione molto espressiva di supplica e di adorazione (se all'atteggiamento «in ginocchio» si unisce la prostrazione) e deve essere usato con i ragazzi in momenti opportuni. Come momento iniziale di una celebrazione penitenziale, per esempio. Può allora diventare simbolico il passare dall'atteggiamento «prosternati» a quello «in piedi», come passaggio dal «chiedere perdono» alla gioia dell'essere accolti come figli.
Accompagnato da un gesto di chiusura e poi di apertura progressiva delle braccia, significa anche il passaggio dalla chisura dell'egoismo all'apertura della fraternità riconquistata.

IL LINGUAGGIO DELLE MANI

Braccia e mani sono l'alfabeto base del linguaggio corporeo. Un proverbio orientale afferma, con una punta di esagerazione, che «l'uomo è intelligente perché ha due mani». Tutti ci serviamo delle mani per dare maggior vigore ai nostri messaggi, per incarnare le nostre proteste, per partecipare i sentimenti più sconvolgenti. Con le mani possiamo esprimere anche la nostra preghiera.
Descriviamo sommariamente il linguaggio dei più usuali gesti delle braccia e delle mani. Possono essere combinati naturalmente con le tre posizioni fondamentali del corpo che abbiamo descritte.
Mani giunte: palme e dita congiunte all'altezza del petto, in un modo che si accorda perfettamente con l'atteggiamento verticale. É gesto di adorazione, di fiduciosa gioia, di slancio, di presenza davanti a Dio.
Mani giunte con le dita incrociate all'altezza del petto. É gesto di tranquilla accoglienza, di domanda, di devoto raccoglimento.
Braccia incrociate sul petto: attribuito dai pittori alla Vergine dell'Annunciazione, è molto poco usato ai nostri giorni. Esprime accoglienza, consenso, gratitudine.
Braccia lungo il corpo più o meno distanti dal corpo, a V rovesciata, le palme volte in avanti: è il gesto del servo che ascolta attentamente ed è pronto agli ordini.
Gesto dell'orante: è il gesto tipico della preghiera cristiana, braccia ad angolo retto e palme in avanti. Esprime supplica, lode, azione di grazie.
Braccia in croce: la verticale del corpo indica unità con Dio, l'orizzontalità delle braccia legame con i fratelli. Particolarmente indicato per le preghiere d'intercessione.
Braccia levate a V: è gesto d'intercessione, di supplica, preghiera che si fa grido. Due esempi semplicissimi:

Il salmo 62

Il salmo 62 si presta particolarmente per la sua espressività ad una preghiera «totale». Suggeriamo tra parentesi gli atteggiamenti corporei che possono accompagnare la preghiera del salmo.

Dio, Dio mio!
Ti desidero, ti cerco.
Il mio cuore ha sete di te.
Sono assetato come una terra secca che invoca la pioggia.
(Braccia nel gesto dell'offerta, distanti dal corpo: dobbiamo sentirci terra assetata)
Penso a te
di giorno e di notte.
Mi aggrappo a te:
la tua forza mi sostiene.
(Mani giunte all'altezza del petto)
Tu sei la mia gioia e io canto a te.

Tutto quello che fai
mi riempie di meraviglia.
Le mie mani si alzano per benedirti. Il tuo amore val più della vita.
(Braccia levate a V)

Un atto penitenziale

È un atto penitenziale interiorizzato solo attraverso movimenti delle mani. È particolarmente indicato per ragazzi di V elementare - la media. L'animatore descrive prima i movimenti che si faranno poi insieme, badando soprattutto che siano compresi nella loro carica simbolica.
Si uniscono le due mani a conca. Deve essere una posizione assolutamente priva di tensione e di sforzo. Il respiro deve essere regolare e profondo. Guardiamo le mani: sono il simbolo dell'uomo che tutto ha ricevuto e che ha ancora sempre bisogno di ricevere. Così sono le mani del povero, tese per chiedere. La conca delle mani indica disponibilità ad accogliere.
Si chiudano lentamente le mani fino a formare un pugno ben stretto. I muscoli si contraggono, la respirazione si fa più rapida. Il pugno chiuso indica chiusura, rifiuto ad incontrarsi con l'altro, mancanza di disponibilità ad accoglierlo, autosufficienza ed egoismo. Quante volte nella giornata assumiamo questa posizione?
una posizione innaturale, perché quando l'abbandoniamo sentiamo che tutto il nostro essere si rilassa, ritorna nella quiete.
Si aprano quindi le mani. t necessario uno sforzo, per aprirsi agli altri, farli partecipi dei doni che abbiamo ricevuto, accoglierli. Per questo siamo stati creati da Dio.
Ci si prenda tutti per mano. Formiamo una famiglia, riunita sotto lo sguardo dell'unico Padre dei cieli. Condividiamo la vita, la fede. Recitiamo insieme il Padre Nostro.

PREGARE IL FUOCO, L'ACQUA, IL VENTO

Pregare anche con il corpo significa far partecipare alla preghiera tutti i sensi. Esistono molte esperienze interessanti in questo campo. Una delle più semplici è quella di incentrare tutta la riunione di preghiera su un elemento materiale od un oggetto che sia carico di simbolismo umano o biblico. t un esercizio molto utile perché consente tra l'altro di ricuperare l'interiorità e la forza di moltissime frasi bibliche.
Il metodo è molto semplice. Coloro che vogliono partecipare ad una riunione di preghiera e meditazione su un determinato simbolo si radunano e scelgono liberamente quale deve essere e come possono esprimerlo. Quindi ciascuno deve riservarsi un periodo di meditazione personale in cui, con l'aiuto della Bibbia se necessario, riflette sul simbolismo dell'oggetto scelto e sull'alone personalissimo che suscita in lui.
Tra gli elementi che si prestano meglio ricordiamo: il fuoco, l'acqua, l'albero, la roccia, la tenda, il sole, le stelle, la pioggia, la montagna, il mare. Recentemente è stato pubblicato un repertorio molto ampio di spunti di questo tipo: «Opere del Signore, benedite il Signore» (LDC).

PREGARE IL CAMMINO

Non solo le posizioni statiche e tranquille sono via alla preghiera. Anche il movimento, il camminare, è esperienza privilegiata dell'uomo. Simbolicamente rappresenta tutto il dinamismo vitale, che è cambiamento, passaggio, rottura e conquista di nuove mete.
Mettersi in cammino significa lasciare alle spalle qualcosa, affrontare l'ignoto, magari, perché ci si fida della guida. Accettare di rischiare nella ricerca di nuove e più ampie conoscenze, superamento di se stessi.
È facilissimo trasformare in preghiera il camminare se i ragazzi sono convenientemente preparati. I momenti più semplici (e da valorizzare) sono ovviamente quelli già esistenti: la «processione» dell'offertorio, della comunione, dell'entrata solenne del Vangelo nella Messa e la Via Crucis.

Esperienze di preghiera accompagnate da luce e suoni

Camminare nella notte è un'esperienza che offre un ambiente adatto alla riflessione di temi umani e religiosi, coinvolgendo tutta la persona. Può essere il terreno adatto per la presentazione di un messaggio che susciti la meditazione e poi una discussione di tutto il gruppo. Per la presentazione del messaggio si devono usare le più diverse tecniche (visive, drammatiche, sonore...) ma durante il cammino il messaggio non deve essere spiegato. Deve essere solo presentato.
La realizzazione di queste esperienze deve tenere presenti questi punti:
a) L'ambiente. Scegliere un tratto di strada isolato, possibilmente in un parco o in un bosco, che l'animatore conosca bene.
b) Le persone. Sono due i gruppi che intervengono nell'esperienza: quelli che offrono il messaggio e i diversi gruppi di ragazzi e ragazze che vanno in cerca del messaggio di luce e suoni che verrà loro presentato.
c) Realizzazione. Quando si fa di notte, il gruppo di persone che deve offrire il messaggio si prepara in precedenza in vari punti del percorso. Quando il secondo gruppo arriva alla loro postazione, comunicano il messaggio usando la tecnica prescelta (una poesia, un testo declamato, diapositive, una canzone, un mimo, una scenetta...).
Al termine entrambi i gruppi si riuniranno in un luogo comune a riflettere sul messaggio ricevuto, sulla loro situazione concreta e su come trasformarlo in vita. I temi che si prestano meglio sono «Il progetto di vita del mondo e il progetto di vita di Gesù», «La fede», «Le tappe della vita dell'uomo»...

INTERIORIZZARE UNA PARABOLA

Le parabole sono i brani evangelici che più si prestano ad essere interiorizzati attraverso l'espressione corporea. Presentiamo l'esempio della parabola del «seminatore». Può servire per far riflettere i ragazzi sull'accoglienza della parola di Dio. Come sempre esige una certa preparazione di gruppo.
Prima l'animatore pruenta la parabola e insieme ai ragazzi cerca il significato di tutti gli elementi di essa. Non è necessario porre in espressione corporea tutta la parabola. Dipende dalle esigenze e dalla capacità del gruppo.
I gesti, che i ragazzi sono liberi di inventare, possono differire molto tra di loro. L'animatore deve rispettare e stimolare la fantasia. L'importante non è che i movimenti siano uguali e sincroni: l'essenziale è lo sforzo di interiorizzazione e appropriazione del messaggio.

Realizzazione:
a) Il seme cade sulla strada
Ascoltate:
un contadino andò a seminare; e mentre seminava, alcuni semi andarono a cadere sulla strada: vennero gli uccelli e li mangiarono.
(All'inizio tutti stanno fermi. I ragazzi formano due gruppi a semicerchio intorno al lettore, uno alle spalle dell'altro. Il primo gruppo quello più vicino al lettore solleva lentamente le braccia lungo il corpo, allargandole in un gesto di accoglimento. Il secondo gruppo lo impedisce e li costringe a volgere le spalle al lettore).
b) Il seme cade sul terreno pietroso
Altri semi, invece, andarono a finire su un terreno dove c'erano molte pietre e poca terra: germogliarono subito perché la terra non era profonda, ma il sole quando si levò, bruciò le pianticene ed esse seccarono perché non avevano radici robuste.
(I ragazzi si accoccolano tutti a terra, nella posizione di massima chiusura, nel posto dove si trovano. Poi, lentamente, cominciano a dispiegare mani e braccia e a levare la testa verso il lettore. È un movimento che non termina. Lentamente tornano nella posizione di prima, come grano secco che muore).
c) Il seme cade fra le spine
Altri semi caddero in mezzo alle spine e le spine, crescendo, soffocarono i germogli.
(Il primo gruppo, dalla posizione di massima chiusura, comincia il gesto di prima: il lento germinare. Il secondo gruppo cerca di impedirlo dapprima intralciando il movimento, poi costringendoli di nuovo alla posizione di massima chiusura).
d) Il seme cade sulla buona terra
Ma alcuni semi caddero in un terreno buono e diedero un frutto abbondante: cento o sessanta o trenta volte di più. Chi ha orecchi, cerchi di capire!
(I ragazzi prendono la posizione di massimo raccoglimento. Concentrati su se stessi, come un seme che sta per germogliare. Poi cominciano lentamente a levare le braccia e la testa, ad alzarsi in piedi. Infine ciascuno dà la mano ad un compagno, in segno di compartecipazione).