Giacomo Grasso

(NPG 1978-07-23)


PREMESSA

È possibile parlare di «spiritualità scout» solo dopo aver rapidamente inquadrato un movimento (che si traduce istituzionalmente in Associazioni) fiorente da 70 anni in tutto il mondo (fatta eccezione per la più parte dei paesi comunisti), che raggiunge 20 milioni di fanciulli, preadolescenti, adolescenti e giovani e che realizza, attraverso la Conferenza Mondiale dello Scoutismo (maschile) e la Conferenza Mondiale del Guidismo (femminile), intensi momenti di contatto tra i responsabili e anche tra i ragazzi. Ancora: va notato che lo scoutismo, come tale, non raggiunge solo i cristiani. È un movimento mondiale che interessa giovani di tutte le religioni. Ad ognuno si chiede di crescere nella propria fede e di impegnarsi in essa. Uno dei punti della Carta Mondiale dello scoutismo, sulla quale ha ampiamente lavorato anche l'ultima Conferenza mondiale (estate 1977 a Montreal), riguarda proprio la dimensione spirituale del movimento. Proprio per questo il movimento scout dà ai cattolici che ne fanno parte (organizzati variamente: o in Associazioni di cattolici, come in Italia, in buona parte dell'Europa, in America Latina; o in Associazioni nazionali nelle quali i cattolici hanno gruppi propri legati tra loro da un Catholic Council, come in quasi tutti i paesi anglofoni), la possibilità di un «dialogo tra le religioni» (secondo lo stile voluto dal Vaticano II), e la possibilità di un «dialogo ecumenico», anch'esso condotto secondo le indicazioni conciliari. In questo senso operano le due Conferenze Internazionali Cattoliche dello Scoutismo e del Guidismo, entrambe riconosciute dalla Santa Sede. A livello europeo esiste una Christian Conference (riformata) che ne rappresenta il partner specie per le riflessioni ecumeniche. Le due Conferenze realizzano annualmente incontri e seminari di studio sempre incentrati su temi di spiritualità.
Ultimo elemento da considerare come premessa, e ancora da riprendere, è lo stretto collegamento tra metodo educativo e spiritualità scout. Quest'ultima, ancora prima di essere una «spiritualità cristiana» (proprio per quanto detto prima) è una «spiritualità scout». Come tale utilizza strumenti propri che il cristiano «vive» come «segni» del Cristo da lui confessato e vissuto come l'unica «strada».

ESISTE UNA SPIRITUALITÀ SCOUT

Utilizzando un'espressione di Enzo Bianchi (ripresa da Giuseppe De Rita al Convegno ecclesiale su Evangelizzazione e promozione umana), si può sintetizzare la spiritualità scout dicendo che essa rende «monaci delle cose», «contemplativi della realtà che ci circonda (sia essa la natura, la storia, l'uomo,... Dio)». Questo vale per tutti gli scouts, quale che sia la loro età (si tenga presente che il movimento scout, servendosi di strumenti metodologici differenziati ma omogenei tra loro, si rivolge a persone dagli 8 ai 21 anni, e interessa – come educatori – anche gli adulti), la loro origine e la loro appartenenza ad una religione (o anche una eventuale situazione pre-religiosa, come accade a molti giovani in società secolarizzate: ad essi lo scoutismo fa una «proposta religiosa» e, nel caso di associazioni di cattolici, una «proposta di Fede, nella Chiesa», dunque ad essi rivolge l'annuncio evangelico).
È possibile sintetizzare nell'espressione «monaci delle cose» e in quella «contemplativi della realtà», la spiritualità scout basandosi sul metodo educativo dello scoutismo. Come si è già detto questo metodo ha almeno due caratteristiche di fondo. La prima è quella di essere un metodo che passa attraverso una costante di esperienza, di vissuto. Nello scoutismo non esistono messaggi se non nella loro quotidiana incarnazione nelle attività e nello stile di vita. La seconda è quella di essere un metodo globale che interessa – nella continuità del metodo – un arco d'età che va dalla fanciullezza alla vita adulta.
Qui mi limito ad osservare, solo in riferimento all'età giovanile, il collegamento tra il contenuto sopra accennato della spiritualità scout e gli strumenti del metodo che costituiscono i pilastri delle comunità di rovers e di scolte (e dei loro noviziati), cioè delle comunità che interessano i giovani dai 16 ai 19-21 anni. Ancora una annotazione (che non è per nulla formale e che rappresenta un aspetto importante dello scoutismo, almeno in Italia). Ogni comunità di rovers e di scolte ha un noviziato (nel 60% dei casi biennale, altrimenti annuale) che comprende giovani dai 16 ai 17/18 anni. Sia il Noviziato che la comunità hanno come responsabili educatori adulti (che prendono il nome di Capi, anche ad evidenziare che non si tratta di animatori – espressione secondo noi ambigua e tendente al giovanilismo – ma di veri responsabili educatori adulti che non si limitano, quindi, a stimolare, ma svolgono una vera e propria «direzione» della comunità, o del Noviziato. Va da sé, anche in stretta relazione allo spirito di «servizio» che caratterizza il volontariato educativo nello scoutismo, che il modello del Capo, almeno nelle associazioni di cristiani, è quello offerto da Marco 10,42ss.).
Gli strumenti del metodo, per i giovani dai 16 ai 19/21 anni, sono: la strada, la comunità, il servizio. Solo se si danno tutti e tre, opportunamente misurati, si fa scoutismo, in questa età, e si può parlare di spiritualità scout. Si noti: nessuno dei tre è un fine. Tutti e tre sono solo strumenti, mezzi; perché il fine è un altro: la costruzione di una persona che sappia, come dice Baden-Powell, condurre da sé la propria barca. Con l'aiuto di Dio. Questa affermazione non solo non è una cornice, ma si carica, almeno nello scoutismo dei cristiani e dei cattolici, di tutto il significato evangelico che gli spetta.

La strada

Con questa espressione si indica genericamente la vita all'aria aperta, e più propriamente il «far strada» a piedi (una eccezione è data unicamente dall'impresa in bicicletta, ma qui privilegio la strada a piedi). È la strada dei pellegrini, è la strada di chi si sa in Cristo (Gesù ha detto di sé: «Io sono la strada», Gv 14,6), è la strada che da Abramo all'ultimo dei credenti esprime un itinerario di fede, dall'esilio alla patria.
Far strada, da soli: sono momenti rari ma privilegiati, tecnicamente vengono chiamati «hyke», permettono il deserto, e in esso il silenzioso contemplare di quanto ci circonda, partendo dalla personale solitudine, dalla propria piccolezza, per arrivare alla grandezza e all'amore di chi ha immerso l'uomo in un clima di salvezza (la Creazione vista alla luce dell'Alleanza), fanno constatare tutti i limiti di cui uno è portatore: la stanchezza, il sonno, anche la paura; e i limiti della società che ci circonda: la diffidenza (non è facile trovare una casa nella quale essere ospitati per passare la notte), lo scherno. Ma anche la ricchezza che dà una situazione di povertà, di libertà; e gli incontri insospettati con gente semplice, piena di disponibilità. Far strada con la propria comunità: l'esempio più classico è la «route» che richiede una buona preparazione, e poi, nella fatica di un percorso, fa cadere le maschere, evidenzia le solidarietà, ma anche gli egoismi, permette il confronto reciproco e la lettura, fatta insieme, delle piccole e grandi realtà che uno, insieme agli altri, incontra. Un fiore al quale si riesce dare un nome, un paese da conoscere, una famiglia con la quale spartire la cena e la gioia che ne segue, un fuoco attorno al quale ritrovare il calore dell'amicizia e la profondità del silenzio. Un cielo stellato da contemplare durante una «veglia alle stelle» (si tratta di una lunga veglia, dal tramonto all'alba, durante la quale alla lettura – sia della Bibbia che di altri testi – si alternano i silenzi e la presentazione delle costellazioni, ciascuna delle quali assume un volto e un nome, permettendo ancora una volta la lode di Dio).
Tutti possono far strada (è abbastanza abituale per le comunità accogliere anche handicappati). Ma è indispensabile una preparazione talora minuziosa. Anche questa preparazione è momento di spiritualità, perché la vita in Cristo non s'improvvisa. Richiede, anche se è strada, anzi proprio perché è strada, «stabilità» e «fermezza».

La comunità

È il momento di apprendimento alla vita comunitaria. Non sembra sia possibile, a proposito di gruppi giovanili, parlare di comunità in senso proprio. Ma di momenti di apprendimento alla vita comunitaria, sì. Questi momenti, anch'essi dosati perché un unico punto di riferimento può nuocere alla crescita del giovane (facilmente il gruppo diventa «ghetto» se esaurisce tutte le comunicazioni di ogni singolo suo membro), dicono incontri (col ritmo di uno/due per settimana), e rimandano a quello che è per il cristiano la comunità: una comunione in Cristo che esprime a realizza il compiersi del dono di Dio, la sua fedeltà (cfr 1 Cor 1,9); una comunione che nasce tra coloro che, avendo sperimentato il Verbo della vita, lo annunciano e coloro che accolgono l'annuncio, e ancora tra questi e il Padre e il Figlio (cfr 1 Gv 1,1-4); una comunione che fa sperimentare il morire con Cristo e il conrisorgere con Lui (cfr Rm 6, passim).
Un momento centrale della comunità è il momento del «capitolo». Si sceglie un argomento di fondo per la vita dei giovani (vengono affrontati due/tre di questi argomenti ogni anno, possibilmente secondo un ciclo triennale), ci si prepara – da soli o a gruppi – poi lo si affronta, cercando di arrivare ad una soluzione, e ad una proposta. Questa può andare ad arricchire il testo della «carta di comunità». La «carta» è un documento nel quale si riconoscono i membri della comunità che l'hanno costruito e firmato, o che l'hanno firmato, dopo il Noviziato, al loro entrare nella Comunità stessa.
Vivere un apprendimento alla vita comunitaria è anch'esso momento di contemplazione. Si diventa «monaci» nei confronti degli argomenti esaminati, ma anche contemplativi del volto dei fratelli che si hanno attorno, consapevoli della benedizione di cui godono coloro che sanno cogliere nel volto del più piccolo dei fratelli (il meno simpatico, quello che è più lontano dal nostro punto di vista), il volto di Cristo.

Il servizio

Ancora una volta, specie per il servizio, va ribadito che si tratta solo di un mezzo, di uno strumento. Per apprendere a servire sapendo che non ci si improvvisa «servi», specie se si vuole vivere il servizio secondo l'attitudine del «servo del Signore», quello di cui parla il Secondo-Isaia, quello di cui parla e vive Gesù (i vangeli sono densi di dottrina a proposito della dimensione di servo propria al Figlio dell'uomo: colui che sta in mezzo a noi come colui che serve, colui che è venuto non per essere servito ma per servire, colui che lava i piedi ai discepoli e insegna a fare altrettanto).
Se il Noviziato prevede momenti di servizio isolati, il momento seguente chiede almeno tre anni di servizio preciso. Per lo più viene svolto in Associazione, con i più giovani (dagli 8 ai 16 anni), con compiti precisi e costanti. Anche il servizio, nell'esercizio faticoso di singole incombenze, è momento contemplativo. Ancora di sé, delle proprie capacità, delle possibilità altrui. Sempre per arrivare al superamento delle proprie determinazioni e lasciarsi prendere dallo «spirito del servizio», da un'obbedienza agli altri che anche qui è espressione della più alta obbedienza al Signore che chiama.

OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

La spiritualità scout, spiritualità da «monaci delle cose», da «contemplativi della realtà», passa attraverso il vissuto che diventa «segno», in qualche modo sacramento, della salvezza compiutasi in Gesù Cristo. La Parola annunciata, e poi concretizzata nella vita – e nei sacramenti –, rappresenta il riferimento indispensabile perché, nella Fede, il vissuto divenuto «segno», rimandi al suo significato profondo.
Tutto questo perché il giovane al quale si è proposto l'itinerario scout e in esso l'annuncio evangelico, diventando uomo colga e viva, ancora nel «segno» del suo essere divenuto adulto attraverso un'educazione alla libertà, cosa significa essere adulti nel Cristo: uomini e donne che, a prescindere dalla loro età, e dal quoziente di intelligenza, sanno contemplare, sempre per dono di Dio, i misteri loro rivelati in Gesù Cristo.
E qui i singoli elementi di una vita cristiana (dal vissuto al culto, dai modi di preghiera alla vita morale, dall'appartenenza ecclesiale agli impegni politici), perdono la loro importanza, o meglio, non rappresentano più gli elementi focali del discorso. Possono essere introdotti in tante maniere diverse, a seconda dei luoghi e delle situazioni in cui le diverse comunità si trovano, a seconda della diversa sensibilità dei Capi e degli Assistenti Ecclesiastici, a seconda delle più differenziate tradizioni delle Chiese locali.
Una Fede profonda, senza equivoci portanti alla «confusione» o alla «divisione», nell'incarnazione del Verbo, e una teologia attentamente rispettosa di tutta la grande tradizione ecclesiale, rappresentano infine il punto di riferimento l'una di una spiritualità vissuta, quale quella descritta, l'altra di un'elaborazione che tende, come ogni elaborazione, ad arrivare ad una schematizzazione teoretica fedele sì, ma sempre astratta.
Ancora una volta non può che nascere l'invito. «Vieni con me, fratello». Solo così, dall'intreccio sperimentato di strada, comunità, servizio, può derivare un quadro vivo della spiritualità scout che, come si dice tra noi, «entra dagli scarponi».