Enrica Rosanna

(NPG 1975-12-62)

 

È molto evidente, nelle pagine precedenti, il divario di interpretazioni sul concetto di «emancipazione», sugli obiettivi e sui mezzi da adottare per raggiungerli.
Tale divergenza orienta le discussioni sulla questione femminile e in concreto sulla portata dei condizionamenti storici e culturali e il significato dell'espressione «uguaglianza uomo-donna».
Tal: ambiguità trovano un riscontro nella mentalità comune alla maggior parte delle donne che oscillano tra il desiderio di uscire dai vecchi schemi culturali e sociali, causa della loro emarginazione, e il timore di perdere posizioni e ruoli tradizionali e rassicuranti.
A monte di ogni corrente di pensiero sta una antropologia. Non è possibile passare dal terreno delle analisi a quello della elaborazione di tendenze operative, se non dopo avere fatto emergere tale antropologia ed averla, in qualche modo, giudicata alla luce di valori oggettivi: per noi l'immagine «definitiva» di persona che emerge dal Vangelo.
Per collegare quindi la parte descrittiva (i «fatti») con quella a carattere educativo (le «tendenze»), sintetizziamo le varie posizioni antropologiche che stanno a monte dei concetti ricorrenti di «emancipazione femminile».

 

Da molte parti si conclude l'analisi della «condizione femminile» con la costatazione che la donna sta attraversando un periodo di ripensamento sul significato da dare al «suo essere donna», ripensamento che assume espressioni diversissime che vanno dall'insicurezza al passivo conformismo, alla ostinata e profonda ricerca di un nuovo modo di intendere lo status e il ruolo della donna nella società moderna. Alla ricerca di questo nuovo modo di vivere della donna si sono impegnate in questi ultimi anni, a livello teorico e operativo, forze diverse (politiche, sociali, economiche, religiose) che, sottendendo teorizzazioni polivalenti e molte volte contrastanti, si sono proposte di raggiungere obiettivi particolari di emancipazione. Ovviamente, data la grande diversità delle premesse, i punti di accordo sulla portata del termine emancipazione e sulle sue conseguenze sono stati spesso molto labili e hanno dato àdito a confusioni e mistificazioni.

PROSPETTIVE MARXISTE

Per il marxismo tout court l'inferiorità della donna è un fatto storico e non naturale, infatti la donna, che nelle società primitive non era soggetta all'uomo, lo è diventata nel corso dei secoli perché, con l'organizzazione più complessa dei rapporti sociali e con la divisione dei compiti familiari, è diventata economicamente dipendente dall'uomo. Di conseguenza, l'emancipazione femminile si realizza nell'inserimento della donna nel processo produttivo che le dà la possibilità di contribuire al progresso della società, la rende indipendente dall'uomo e la inserisce, in parità di diritti e di doveri con l'uomo, nella comunità sociale. Il marxismo, quindi, criticando la situazione di sfruttamento della donna determinata dalla rivoluzione industriale, individua nella stessa dinamica del processo di industrializzazione la condizione dell'emancipazione femminile, cioè della sua uscita dal ruolo domestico, attribuendo alle strutture economiche una capacità liberatoria. Ne consegue che il lavoro diviene valore sociale, poiché è condizione necessaria per l'indipendenza dell'uomo nella società, ed essendo valore acquisisce la forza di diritto individuale.
Orbene: risolvere il problema dell'emancipazione attribuendo in maniera determinante alle strutture economiche una capacità liberatrice della condizione della donna conduce veramente a sciogliere il nodo essenziale della questione femminile?
Si può essere d'accordo nel sostenere che le mentalità, i costumi, le tradizioni, le leggi, i comportamenti sociali hanno contribuito a costruire un'immagine della donna «a misura» e «a servizio» dell'uomo, anzi non si deve sottacere che limitazioni, impedimenti, tabù e costrizioni hanno posto la donna in situazione di difficoltà, di umiliazione, di sfruttamento, non va però dimenticato che «in una ideologia in cui la donna (e l'individuo in genere) è considerata un prodotto della società, ossia in una società in cui il primato non sia dell'uomo, della persona, ma della società, non sarà mai veramente possibile superare i condizionamenti oppressivi della società stessa, e dei suoi strumenti, e delle mentalità e dei costumi e delle leggi ingiuste della medesima società» [1]. Non basta infatti cambiare il modello di società per risolvere la questione femminile, occorre forse contemporaneamente cambiare mentalità e ideologia nei confronti della donna, della sua identità, del suo ruolo. Con queste affermazioni non si vuol ovviamente misconoscere l'incidenza della società sulla donna, ma si vuol soltanto rilevare, sempre in accordo con quanto espone il Riva, che «il ridurre tutto al primato e alla funzione della società nei confronti della persona, è gravemente dannoso alla donna, che non trova in sé una consistenza e una fiducia, ma si sente completamente condizionata dai rapporti sociali, e quindi in piena balìa altrui» [2].

PROSPETTIVE INDIVIDUALISTE

Alla base del femminismo individualista ed egualitario che sostiene l'uguaglianza totale della donna con l'uomo e il diritto della donna di disporre di sé in assoluta indipendenza, si possono ritrovare gli ideali della libertà di pensiero, della libertà di coscienza, della morale indipendente e dell'ateismo propri del laicismo. Ne consegue che, per raggiungere l'emancipazione della donna, il femminismo propone di risolvere i problemi inerenti a queste idee fontali, ma, nel travaglio della ricerca dei mezzi più opportuni per raggiungere il suo scopo, esso assume aspetti più o meno radicali, frantumando le prospettive emancipatorie in diverse correnti non sempre nettamente separabili.
Le correnti più moderate, ricollegate ai movimenti femministi del secolo scorso, alle iniziative delle suffraggette che si batterono per la conquista del diritto di voto, fanno valere tutta una serie di rivendicazioni volte a emancipare la donna dalla situazione di inferiorità giuridica e sociale in cui per secoli era stata confinata. Ma poiché oggi tale obiettivo di emancipazione – almeno in linea di diritto – pare sia stato ovunque raggiunto, il femminismo più progressista, sotto l'egida della liberazione, si va orientando verso la critica delle motivazioni che sono alla radice delle oppressioni socio-culturali e che hanno determinato una falsa immagine e un ruolo stereotipato della donna. Questa svolta viene così descritta dalla femminista Jessie Bernard: «Il termine "ottocentesco" emancipazione implicava libertà da costrizioni giuridiche. Il presente termine "liberazione" è più sottile: vuol significare anche libertà da costrizioni psicologiche, libertà da quelle pressioni, magari non espresse a parole, ma altrettanto persistenti anzi ancora più insistenti delle espressioni verbali, che forzano le donne ad adottare un certo stile di vita» [3]. Dall'orientamento femminista più radicale sorgono tutti i movimenti di liberazione della donna che mirano a un vero e proprio sovvertimento di valori, di concezioni, di norme istituzionalizzate, proprie della società patriarcale, e alla costruzione di una società radicalmente nuova in cui la donna sia in una posizione di forza politicamente, economicamente e socialmente. Tale posizione trova il suo nucleo nella proclamazione dell'assoluta libertà della donna di disporre di se stessa, soprattutto in campo sessuale. Le femministe vogliono liberare la donna dal modo tradizionale e alienante di vivere la sessualità, facendole prendere coscienza del suo «dovere al piacere». Ovviamente, questo programma di liberazione, riecheggiando l'individualismo laicista che lo sottende, finisce per essere unilaterale e mistificante poiché avvilisce la dignità della persona e spinge la donna a una sempre più piena deresponsabilizzazione, in perfetta sintonia con la logica della filosofia permissiva. L'assoluta parità della donna con l'uomo, che esso sostiene, finisce inoltre per eludere, se non per negare, la capacità e la necessità di relazione della persona umana, chiudendo così la donna in un'autonomia e in un individualismo assoluti.

PROSPETTIVE NEO-FEMMINISTE

Il nuovo femminismo, frutto della contestazione studentesca e operaia del '68, abbandona definitivamente le richieste riformiste dei movimenti femministi moderati e del marxismo tradizionale, per spingere all'estremo la radicalità e la totalitarietà delle rivendicazioni del femminismo progressista. Esso attacca duramente il marxismo, sostenendo che la debolezza della sua analisi è dovuta ai limiti connaturali alla stessa teoria marxista, la quale, per la sua limitatezza di visuale, assegna alla donna un posto secondario e successivo nella liberazione dalle oppressioni, dimenticando che la prima oppressione fu proprio quella delle donne ed essa, come tale, deve sparire per prima.
Per il neo-femminismo radicale, chi opprime la donna non è il sistema, ma l'uomo; ne consegue che la donna si deve ribellare all'uomo e quindi alla società patriarcale che egli ha costruito e all'istituzione fondamentale di questa società: la famiglia. Le neo-femministe, perciò, superano il problema delle rivendicazioni paritarie tra uomo e donna, che esse ritengono marginale, per proporre tutta una gamma di rivendicazioni aventi di mira una società basata sulla soppressione della divisione gerarchica dei ruoli sessuali e sul rifiuto della divisione sociale del lavoro. Esse auspicano che la donna, ogni donna, gestisca personalmente la lotta contro l'uomo, contro la società, contro la cultura, poiché soltanto una lotta radicale e continua, un impegno politico partecipato a tutti i livelli e in tutti i campi può liberare la donna dalla secolare situazione di oppressione, di sfruttamento e di alienazione a cui è soggetta. Le esplosive proposte neo-femministe, che sono attualmente accettate da una piccola élite di donne, per lo più intellettuali, possono essere con facilità criticate, anche se hanno indubbiamente il merito di aver sensibilizzato società e istituzioni al problema femminile e di aver ricondotto lo studio della condizione di sfruttamento della donna alla radice delle sue cause, anche se queste ultime non sono sempre state evidenziate con chiarezza e obiettività..È evidente, per esempio, che nel precisare i contenuti inerenti alla liberazione, le neo-femministe identificano libertà con spontaneità e capriccio, pare inoltre che alla «mistica della regina del focolare» esse sostituiscano la «mistica della libertà sessuale» e alle spinte fatalistiche della cultura patriarcale che rendeva la donna vittima del proprio destino esse sostiuiscano la priorità della coscienza soggettiva, dello spontaneismo, della permissività. Inoltre, pare che il tentativo di eliminare ogni colpevolizzazione che impedisce una totale espressione sessuale conduca la donna a quei tipi di attività sessuale che sono funzionali al sistema dominante; si tende cioè ad aderire nuovamente, anche se in modo diverso, al modello dominante.
In questi ultimi anni il neo-femminismo ha subito una notevole frattura interna dovuta alla presa di coscienza del problema da parte di ideologie politiche estremiste, le quali, pur nella diversità metodologica, vanno
sbandierando il comune obiettivo di rovesciare l'attuale gerarchia di valori, di tinta democratico-ecclesiale, che è funzionale alla discriminazione femminile [4].

PROSPETTIVE PERSONALISTE

Le proposte personaliste sull'emancipazione femminile assumono un'angolatura particolare ben delineata dalla Dichiarazione conciliare Gaudium et spes. Ultimamente sono state riespresse nella lettera apostolica Octogesima adveniens di Paolo VI, al n. 13, e in particolare là dove si auspica che «l'evoluzione delle legislazioni deve andare nel senso della protezione della vocazione propria della donna stessa, e, insieme, del riconoscimento della sua indipendenza in quanto persona, dell'uguaglianza dei suoi diritti in ordine alla partecipazione alla vita culturale, economica, sociale e politica» [5].
Queste proposte, di carattere operativo, hanno il loro fondamento in alcuni princìpi riguardanti la dignità della persona umana e riecheggiano le più comuni aspirazioni delle donne di tutti i Paesi, quali vanno emergendo dai Congressi mondiali e internazionali e dai princìpi accolti nelle Carte costituzionali e nei programmi delle Organizzazioni internazionali. Esse puntano sostanzialmente sull'eliminazione graduale di un tipo di società che valorizza l'uomo a scapito della donna, o peggio discrimina la donna o la opprime, e sulla concomitante creazione di una società che offra le condizioni perché la donna passi dalla dipendenza all'autonomia, dalla costrizione alla libertà, dalla passività all'iniziativa e dalla subordinazione alla partecipazione. In sostanza, il personalismo si pone automaticamente contro il mito marxista della capacità liberante del lavoro extradomestico, contro il mito laicista del pansessualismo, contro ogni teoria che identifica la donna con una forza parassitaria o sub-produttiva o con lo strumento di cui il capitalismo si serve per rafforzare la sua egemonia, per sottolineare che la nuova condizione della donna parte dal riconoscere il suo essere «persona».
Esso pone la dignità della persona umana a primo principio e il suo sviluppo a fine ultimo, senza distinzione tra uomini e donne, superando e rinnegando ogni diversa determinazione del valore supremo da perseguire nella vita politicamente associata: sia esso lo stato, la società, la razza, il benessere, ecc. A livello di persona, quindi, non vi sono differenze tra uomo e donna, anche se a livello di natura e di funzioni la donna e l'uomo hanno caratteristiche proprie dalle quali deriva una diversità di diritti e di doveri naturali, sociali, familiari. Da questi princìpi consegue che il primo irrinunciabile obiettivo della donna dev'essere l'elevazione culturale, quale condizione perché essa possa esprimere il suo essere persona sia nel lavoro come nella maternità. Il lavoro non è infatti un mero valore economico, ma un valore che rende concreta la possibilità di dominio sulle cose e contribuisce al miglioramento della condizione umana; esso è insieme un diritto e un dovere, e riscoperto nella sua dimensione umana è espressione di libertà, di dignità e di parità. Il lavoro extrafamiliare della donna non può quindi essere considerato un valore alternativo a quello della famiglia, essendo l'uno e l'altra manifestazioni essenziali della condizione e dello sviluppo umano, e neppure si può stabilire tra i due aspetti, reciprocamente considerati, una gerarchia di valore [6]. Il lavoro, inoltre, non dev'essere posto come alternativa alla maternità. La donna deve maturare in sé l'esperienza materna (essendo una funzione biologica sua particolare), ma ciò deve implicare un concetto di quest'ultima che si integri con un'idea più matura della sessualità umana. La maternità non dev'essere un destino e una professione, ma uno dei molti modi in cui la donna chiede di realizzarsi. Ovviamente, l'angolatura con cui il personalismo tenta di cogliere il problema della donna postula la costruzione di una società personalistica, una società che riconosca e valorizzi l'apporto di ogni persona al bene comune, e in cui ogni persona possa realizzare la propria vocazione e si senta parte responsabile della vita sia della famiglia che della comunità. Una società in cui non esista più un mondo dell'uomo e un mondo della donna, ma nella quale uomo e donna siano considerati e si sentano sempre più uguali: persone in cammino verso la stessa mèta.

NOTE

[1] RIVA CLEMENTE, La dignità della donna, in Justitia 27 (1974) 206.
[2] Cfr. ibidem.
[3] Cfr. BELTRAO CALDERON PEDRO, Uomo e donna nella famiglia di domani, in La famiglia 9 (1975) 215.
[4] Per una presentazione dettagliata delle diverse prospettive del neo-femminismo italiano cfr. soprattutto SPAGNOLETTI ROSALBA [ed.], I movimenti femministi in Italia, Roma, Savelli 2(1974).
[5] PAOLO VI, Octogesima adveniens n. 13.
[6] Cfr. FALCUCCI FRANCA, Donna e società 1975: oltre il femminismo per una nuova condizione della donna, in Donna e società 9 (1975) 33, 14-16.