La donna nel progetto del Vangelo

Inserito in NPG annata 1975.


(NPG 1975-12-58)

 

Stiamo cercando di cogliere, con sufficiente criticità, l'immagine di donna che emerge nella nostra cultura e le reazioni, emotive o pensose, dei movimenti che in questi modelli non si riconoscono.
La panoramica non può esaurirsi in queste tinte. Esiste, nel groviglio della storia, un progetto di donna, normativo pur nella sua indeterminatezza pratica: il Vangelo ci offre, nei fatti e nelle parole di Cristo, il progetto di Dio sulla donna.
Questo dato storico, con cui confrontarsi, è una proposta di speranza tra le tante che ci parlano di strumentalizzazioni e di sopraffazioni. ll comportamento di Gesù con le donne è sorprendente per novità e audacia. Gesù, oltrepassando le barriere religiose e sociali del suo tempo, ristabilisce la donna nella sua piena dignità di persona uguale all'uomo.

(Il testo che pubblichiamo è a cura della Pontificia Commissione di Studio sulla donna nella società e nella chiesa - cfr. collana «Vita della Chiesa», LDC).

 

Ciò che colpisce maggiormente in tutto il Nuovo Testamento, e in particolare nel suo insegnamento sulla donna, è un totale rovesciamento di vedute in rapporto alla situazione creatasi per il peccato.

UNA COMUNIONE RITROVATA

Il primo aspetto che emerge è il posto riservato alla donna nell'annuncio del Vangelo.
Gesù nella predicazione del Regno prende al suo seguito non solo i Dodici, ma anche le donne. Ciò è attestato esplicitamente da Lc 8,1-3: «Andava per le città e i villaggi predicando ed annunciando la buona notizia del Regno di Dio. C'erano con lui i Dodici e alcune donne che erano state guarite da spiriti cattivi e da infermità: Maria di Magdala, dalla quale erano usciti sette demoni; Giovanna, moglie di Cusa, amministratore di Erode; Susanna e molte altre che li assistevano con i loro beni»; ma anche dagli altri sinottici: Mt 27,55-56; Mc 15,40-41. Ed è confermato dalla preghiera di Maria e di altre donne che, insieme agli apostoli, nel Cenacolo attendevano la Pentecoste (At 1,14).
All'origine della Chiesa apostolica si verifica intorno a Gesù la riscoperta della comunione tra l'uomo e la donna, comunione che è essenziale per l'annuncio apostolico.
Questa comunione suppone un nuovo modo di considerare la donna da parte di Gesù, documentato ampiamente dal Nuovo Testamento.

UNA VISIONE NUOVA

Davanti a Cristo la donna è liberata dal desiderio di possesso e di dominio da parte dell'uomo.
Basta citare il discorso della montagna: «Avete inteso che fu detto: non commettere adulterio; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5, 27-28).
È il rovesciamento del modo solito di considerare la donna, sottolineato dall'obiezione sconfortata degli apostoli: «Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna non conviene sposarsi» (Mt 19,10), appare ancora più chiaramente nella scena in cui Cristo respinge il divorzio; è qui che richiamandosi al progetto della creazione nella luce della sua risurrezione distrugge radicalmente il principio di dominio dell'uomo sulla donna.
È sempre questa nuova visione di Cristo che libera la donna dalla impurità legale, come appare nel caso dell'emorroissa (Mc 5,25-34), e dalla potenza dominatrice di Satana (Lc 13,10-17).
Ma l'atteggiamento più significativo di Gesù è senza dubbio quello che egli assume di fronte all'adultera: pone l'uomo che nella Genesi accusava la donna, di fronte alla propria coscienza: «Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra contro di lei» (Gv 8,7). Lungi dall'accusare sol tanto come la una donna,, obbliga di Dio l'uomo all'uomo a riconoscere che all'origine la propria dell'umanità responsabilità.
È la donna.
Gesù non esita nel rifiuto di ridurre la donna alla sua sola funzione di madre: alla donna che grida: «Beato il ventre che ti ha portato ed il seno da cui hai preso il latte» risponde: «Beati piuttosto coloro che ascoltano la Parola di Dio e la osservano» (Lc 11,27-28). Questa restaurata comunione dell'uomo con la donna, fondata sull'atteggiamento di Gesù – segno del Regno – permette di presentare la donna da una parte come il modello della fede e dell'amore, dall'altra come mediatrice del messaggio apostolico.

La donna modello di fede e d'amore

Contro la tradizione rabbinica, Maria di Betania è il tipo autentico del discepolo (Lc 10,38-42): ascolta la parola.
La peccatrice in casa di Simone il fariseo diventa l'esempio perfetto della risposta d'amore al perdono di Dio (Lc 7,36-38); è per suo mezzo che Gesù svela ciò che è di specifico nel messaggio evangelico.
L'obolo della vedova (Mc 12,41-44; Lc 21,1-4) proclama la grandezza del dono assoluto e definitivo.
È ad una donna, Marta, che noi dobbiamo la più bella professione di fede di tutto il Vangelo – analoga a quella di Pietro, – nel momento stesso in cui Cristo risuscitando Lazzaro conferma la propria morte: «Sì, Signore, – gli rispose – io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio che deve venire nel mondo» (Gv 11,27).
È proprio in forza di questa fede e di questo amore che Gesù sembra rivolgersi al cuore della donna e svelarle più totalmente il suo mistero: basti pensare al dialogo di Gesù con la samaritana e alla sua dichiarazione messianica: «Sono io che ti parlo» (Gv 4,26), alla sua compassione verso la vedova di Naim (Mc 7,11-17), mentre la sua intimità con Marta e Maria si manifesta nella scena della risurrezione di Lazzaro.
Le donne non sono chiamate come gli apostoli a seguire Cristo con una vocazione «ufficiale»; lo seguono spontaneamente, ma ricevono una missione speciale nella comunità apostolica.

Le donne al servizio della missione apostolica

A una donna – la Samaritana – sono rivelati sia la proposta universale del messaggio evangelico, che il mistero del Messia: «È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo); quando egli verrà ci annuncerà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io che ti parlo» (Gv 4,23-26).
Lo stesso mistero dell'universalità della salvezza è prefigurato nella Cananea in Mt 15,21-28.
Ancora: mentre gli apostoli si bloccano di fronte all'annuncio di Cristo che profetizza la sua passione, le donne invece intuiscono il suo mistero di morte e di risurrezione. La scena dell'unzione di Maria a Betania (Mt 26,6-13; Mc 14,3-9; Gv 12,1-8) si rivela di una importanza capitale, importanza evidenziata dalle parole di Gesù (Mt 26,13; Mc 14,9) che inserisce nell'annuncio stesso del Vangelo il gesto di Maria di Betania. Maria ha capito ciò che Cristo ripeteva incessantemente agli apostoli incapaci di comprendere; ha intuito il mistero che stava per compiersi. Le donne infatti hanno l'intuizione di come deve svolgersi il piano di salvezza. Ed è certamente per questo che le donne, in particolare Maria e Maddalena, sono i primi testimoni della risurrezione.
È come dire che l'interiorizzazione del messaggio evangelico avvenuta nel cuore della donna ha preparato gli apostoli al mistero di Cristo.
E vero che in un primo momento gli apostoli non accettarono questa mediazione femminile – parlavano infatti di «chiacchiere» di donne –; ma alla luce dello Spirito tutto diverrà chiaro e il Vangelo stesso testimonierà quanto gli apostoli devono alle donne.
Infatti nel kerigma apostolico c'è la presenza delle donne.

MARIA

Più intima e ancora più nascosta, nel cuore stesso del mistero del Vangelo, è la presenza di Maria penetrata dalla potenza e avvolta dall'ombra dello Spirito di Dio (Lc 1,34): ne è luminosa prova la scena dell'Annunciazione: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (Lc 1,38).
Maria è al di sopra di ogni altra creatura, il modello di come accogliere la parola e rispondere nella fede e nell'amore. Accoglie in pienezza la parola di Dio, e se anche non la comprende – come nell'episodio al tempio –, la conserva nel cuore.
La struttura dei due primi capitoli di Luca mostra come tutta l'azione di Dio su di lei tende a farla entrare nella comprensione del mistero del Servo sofferente. Maria è anche colei che ci introduce nel mistero di suo Figlio: a Cana è Maria che provoca il miracolo, e la narrazione conclude: «Manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui» (Gv 2,11). La croce poi che associa Maria a Cristo nell'atto in cui si sostituisce ai peccatori – come annunciò Simeone – costituisce Maria madre dell'apostolo – il discepolo per eccellenza – e quindi Madre di tutta la Chiesa.
Senza l'esperienza delle pie donne e in particolare di Maria, l'esperienza apostolica non sarebbe stata quella che è.