Femminismo: quale progetto di donna

Inserito in NPG annata 1975.


Maria Teresa Bellenzier

(NPG 1975-12-23)

 

È abbastanza scontato ricordare che le istanze innovative nei confronti del «progetto di donna» sono riconducibili a quelle tendenze culturali e sociali che passano sotto il nome di «femminismo».
Si tratta, però, di un insieme disorganico di riferimenti: prese di posizione, documenti, associazioni, dalle ascendenze ideologiche le più disparate. Qualche volta è presente, negli educatori troppo facili al giudizio, la tentazione di fare di ogni erba un fascio. Di fronte alle proposte nell'aria, l'atteggiamento si fa rigido: o l'accettazione inconsulta o il rifiuto globale.
L'invito a «discernere i segni dei tempi» (e il femminismo ne è certo uno, e tra i più rilevanti...) significa lettura documentata del fenomeno, analisi critica delle varie componenti, riferimenti ideologici e valutazioni concrete. Lo studio che segue ha questo preciso obiettivo.

 

IL FEMMINISMO COME FATTO SOCIALE

Gli slogans delle femministe, scanditi durante manifestazioni e cortei ormai frequenti, il tono provocatorio dei loro giornali, opuscoli e proclami, l'intenzione didattica degli spettacoli teatrali messi in scena da gruppi e collettivi femministi, i congressi e le prese di posizione sui problemi più scottanti legati alla condizione femminile, sono tutte tessere di un mosaico che dovrebbe alla fine rappresentare il nuovo volto della donna di oggi. C'è da chiedersi però se siano proprio questi elementi – certo i più clamorosi e in grado di colpire l'opinione pubblica – ad esprimere la sostanza del femminismo, o meglio del neo-femminismo, come più precisamente si usa definirlo.
E anzitutto c'è da chiedersi come mai, dopo un primo femminismo identificabile con le suffragette degli inizi del secolo, dopo tutta la serie di diritti acquisiti dalle donne negli ultimi cinquant'anni, dopo gli innegabili mutamenti in meglio di una condizione femminile che per secoli aveva conosciuto solo la dipendenza assoluta dall'uomo, la discriminazione e l'emarginazione in tutti i campi, le donne – o almeno una parte non indifferente di esse – si ritrovino oggi con tanta rabbia in corpo.
Perché è questa indubbiamente la prima impressione che si riceve dal femminismo: le femministe sono delle «arrabbiate» che rivolgono le loro notevoli energie non più verso i compiti tradizionali, così rassicuranti per la società maschile e in definitiva per le donne stesse, ma verso la contestazione radicale e se possibile la distruzione di tali compiti. Nessun tono dissacratorio appare esagerato, nessun argomento troppo scabroso, nessun problema troppo difficile per chi sembra decisa a trovarne le soluzioni negando anzitutto le soluzioni già date.

Gli obiettivi del femminismo: i nemici da abbattere

Chi sono i principali nemici contro i quali muovono le femministe?

♦ L'uomo certamente, non tanto come individuo, con il quale si può continuare tutto sommato ad aver rapporti, ma come rappresentante di quel sistema patriarcale che trova espressione nella famiglia, nella società civile e in quella ecclesiastica, nella cultura e nella politica.
Prima del razzismo, dicono le femministe, c'è il «sessismo»; prima della classe sociale c'è la casta femminile, sicché in ogni situazione dove l'uomo può essere oppresso o emarginato, la donna di quello stesso uomo sperimenterà una duplice emarginazione e una duplice oppressione. «Compagno padrone», è intitolato eloquentemente un recente libro sulla condizione della donna del proletariato [1].

 Altro nemico strettamente collegato al patriarcato: il capitalismo e l'organizzazione sociale – anzitutto del lavoro – che ne consegue. E poiché in questa organizzazione uno dei pilastri si dimostra essere la famiglia (in quanto fornitrice non pagata di una serie di servizi che altrimenti si tradurrebbero in oneri sociali) allora – per chi, come molte femministe, contesta il capitalismo – la famiglia diventa il primo obiettivo da distruggere.
Ma ci dev'essere qualcun altro responsabile di una posizione della donna per secoli così rispondente alle aspettative e alle esigenze del patriarcato, del capitalismo, del modello tradizionale di famiglia. Ci dev'essere qualcuno, o qualche cosa, che ha inchiodato la donna a ruoli estremamente funzionali per tutti meno che per lei stessa. Questo qualcosa è certo la cultura, che ha elaborato i modelli di donna che ancor oggi prevalgono nell'opinione comune, e cioè da un lato la donna sposa e madre amorosa, e dall'altro la donna simbolo della tentazione e del peccato: Eva in contrapposizione a Maria.

 La psicologia cosiddetta femminile, ossia descrivente le caratteristiche «naturali» della donna, e ancor più la psicoanalisi, figlia di un misogino borghese ed ebreo quale Freud, sono due prodotti culturali particolarmente responsabili di una serie di condizionamenti femminili: quindi anche psicologia e psicoanalisi sono nemici da abbattere. A meno che non possano servire invece a sconfiggere a loro volta un altro dei nemici individuati dal femminismo attuale, e cioè tutti quei tabù sessuali che hanno contribuito in misura determinante a rendere la donna qual è stata fino oggi: passiva, convinta di non avere una sessualità propria, votata solo alla procreazione, unica sorte capace di riscattarla dalle brutture e dalla peccaminosità del sesso.

 La libertà sessuale quindi è per le femministe un modo proprio e privilegiato, anche se non esclusivo, di ribellione e di affermazione di autonomia da parte della donna. E con la libertà sessuale tutto ciò che ne consegue: il rifiuto del matrimonio monogamico, la contraccezione, il libero aborto, l'omosessualità.

COSA È MUTATO NEL MONDO DELLA DONNA

Queste, sommariamente, alcune caratteristiche del discorso femminista contemporaneo. Non ci si può fermare però a considerazioni sommarie, col rischio di rifiutare in blocco tale discorso, che muove invece da una situazione storico-sociale e culturale che va meditata.
La donna del 1975 non vive, non sente e non pensa come sua madre o sua nonna; e soprattutto non trova più la sua identità in modelli che andavano bene per sua madre o sua nonna, e per moltissime generazioni prima di loro. Un cambiamento di egual portata non è invece avvenuto per l'uomo, anche se è possibile avvertire i sintomi di un rivolgimento che
potrebbe coinvolgere anche il processo di identificazione del maschio, con conseguenze per ora imprevedibili.

I fatti che hanno influenzato

Ma restiamo alla donna. Per secoli regina della casa, nel cui ambito ella svolgeva, oltre alle funzioni attuali, un considerevole ruolo produttivo, con l'avvento della rivoluzione industriale si è vista costretta ad uscire dalle mura domestiche per entrare in fabbrica, se voleva ancora che il suo lavoro fruttasse qualcosa sul piano di una produzione mercificabile, e quindi remunerata.
Altro fatto rilevante: con il prolungamento della vita media reso possibile dai progressi della medicina e dal diffondersi di norme igieniche elementari, la donna ha oggi a disposizione un notevole numero di anni non accaparrati dalle cure materne. Vita più lunga, minore numero di figli, nonché precoce autonomia di questi, che già a 3-4 anni passano buona parte della giornata lontano dalla madre: tutti elementi che influenzano ovviamente in modo profondo la visione che la donna si costruisce del suo ruolo e del significato della sua attività.

Resistenze di mentalità e contraddizioni

Ma questi mutamenti di una realtà oggettiva non sono ancora accompagnati da effettivi e generalizzati mutamenti di mentalità, sia nell'uomo che nella donna stessa.
Prendiamo ad esempio la famiglia, così strettamente legata ad ogni discorso sulla donna, e indichiamo alcune contraddizioni che provano questa lentezza di reali mutamenti.

 È ormai luogo comune dire che la famiglia patriarcale è finita, sostituita dalla famiglia nucleare: ma è finita anche la mentalità patriarcale, o non permane essa ancora in larghi strati della popolazione italiana, laddove il padre, e magari i figli maggiori, dispongono della vita delle loro donne (moglie, madre, sorelle), pur senza averne più l'autorità, e al limite neanche il potere necessari?

 La famiglia non è più centro di produzione, caratteristica di una società rurale e artigianale: ma per la donna essa rimane luogo di lavoro. Solo che il lavoro domestico non produce merci, e quindi non è considerato un vero lavoro; e dal fatto che esso è attribuito alle donne si arguisce che la convinzione sociale imperante conviene sul fatto che le donne hanno con la produzione un rapporto diverso da quello che hanno gli uomini. La famiglia oggi è per i suoi membri tutto meno che luogo di lavoro; continua ad esserlo solo per la casalinga, per la quale il lavoro acquista così quasi inevitabilmente un carattere alienante.

 Altra contraddizione: la famiglia, o meglio il matrimonio monogamico, è l'unico luogo per un uso legittimo della sessualità. Tuttavia oggi questo luogo è talmente assediato da una enfatizzazione del sesso, e dal suo uso senza limiti di sorta, che riesce difficile prevedere se e fino a quando durerà l'«esclusiva» del matrimonio in questo campo. E la donna, di questo conflitto oggi particolarmente acuto è certo quella che ne risente di più. Per lei non è mai esistita infatti una «doppia morale», che ha invece permesso a generazioni di uomini di conciliare le esigenze sociogiuridiche-religiose del matrimonio indissolubile con quelle di un libertinaggio oggi proclamato invece come diritto di entrambi i sessi.

 Nella famiglia infine la donna si realizzava soprattutto come madre. Nella procreazione, nell'allevamento e nell'educazione dei figli, ella trovava modo di dare un senso alla sua vita e soprattutto di ricevere quella considerazione sociale di cui ogni essere umano ha bisogno. Ma oggi il problema centrale di ogni coppia è quello di avere pochi figli, o di non averne affatto, per motivi più o meno validi, e tuttavia sempre più frequenti. E allora la donna? Se non lavora fuori casa, dovrà «esprimersi» solo nel preparare pranzetti e nel tenere in ordine il soggiorno e il guardaroba del marito?
Resta alla famiglia, per ammissione comune, il compito di socializzare i suoi membri più giovani. E infatti nella famiglia, dall'esperienza del rapporto con i genitori e con i fratelli, che il bambino assume i primi atteggiamenti sociali; e dipende da questa esperienza fondante se domani egli sarà capace di inserirsi nella società con attitudini costruttive, o se al contrario si porterà dietro il peso di complessi e di vicende frustranti. Ma oggi nella famiglia il bambino vive soprattutto – e in certi casi quasi esclusivamente – con la madre. E se questa non ha altre occupazioni fuori di casa, è spesso una insoddisfatta o comunque una persona portata a dare peso eccessivo a cose secondarie. Se lavora fuori casa, raramente va esente da un senso di colpa nei confronti del figlio che deve affidare ad altri e che sarà tentata di compensare cedendo ai suoi capricci o soffocandolo di cure e preoccupazioni eccessive. E un bambino trattato in questo modo non risulterà certo socializzato nel modo migliore.

IL FEMMINISMO POLITICO

Tutto dunque, del mondo tradizionale della donna, rivela carenze e squilibri, e presenta spesso nodi insolubili. E poco alla volta le donne vanno prendendo coscienza delle difficoltà da affrontare per vivere in modo adeguato ai tempi odierni. Il neo-femminismo ha dato voce a questo malessere diffuso, una voce che, per timore di non essere udita bene, assume necessariamente toni esasperati. Le femministe ritengono che per infrangere certe barriere occorre una teoria e una strategia rivoluzionaria; d'altra parte si rendono conto che il problema femminile è anche e soprattutto problema politico, e in sede politica cercano spesso la soluzione, o almeno il motivo ispiratore. Si spiega così come mai tante femministe – anzitutto negli Stati Uniti, dove il neofemminismo è stato rilanciato all'inizio degli anni '70, ma poi anche qui in Italia – assumano l'analisi marxista della storia per spiegare l'origine dell'oppressione della donna, e proclamino la necessità di liberare tutte le potenzialità del marxismo dalle pastoie delle realizzazioni storiche dei regimi socialisti.

«li femminismo, è inutile nasconderlo, pur nascendo da un modo marxista d'interpretare e di cambiare il mondo, non si trova a suo agio nel marxismo corrente, che relega la lotta di liberazione femminile in secondo piano, tra le alleanze del proletariato, in quanto si svilupperebbe da una contraddizione secondaria: il rapporto donna-uomo... Il marxismo non ha ancora compiuto sino in fondo la critica materialistica all'ideologia, in quanto esso è intersessista... Il femminismo appare come un ulteriore sviluppo del marxismo... si può battere il capitalismo solo affrontandolo anche nella sua struttura profonda (o infrastruttura) patriarcale, cioè come oppressione, sfruttamento ed alienazione della donna, su cui è costruita la struttura della famiglia e la proprietà privata...» [2].

Nell'Unione Sovietica del resto si è assistito, a proposito della condizione femminile, ad una parabola molto significativa. Nella prima fase rivoluzionaria, e fino al piano quinquennale, ci fu una spinta radicale alla soppressione non solo di ogni elemento di inferiorità della donna nella vita familiare, ma anche di ogni elemento giuridico coercitivo a tutela della famiglia monogamica e della sua stabilità. Già con Lenin tuttavia (cui si deve del resto molta parte dell'analisi marxista della condizione femminile e della famiglia) si facevano udire voci allarmate di fronte a certi atteggiamenti di rivoluzionarie quali la Kollontai, specialmente per quanto riguardava la libertà sessuale. Con l'epoca staliniana si assisteva poi ad una netta inversione di rotta: la famiglia veniva riportata entro limiti piuttosto restrittivi dal punto di vista giuridico. Dopo la morte di Stalin si è avuta una nuova tendenza liberalizzatrice, su linee ideologiche tuttavia ancora non del tutto precisate [3].
Che il socialismo, sia nella teoria ma specialmente nella sua prassi, abbia deluso e deluda le femministe, sono in molte a dirlo. Il Women's Liberation nasce negli Stati Uniti anche da una esperienza negativa delle donne nei movimenti di contestazione di ispirazione marxista. Le femministe non di rado hanno dovuto sostenere scontri frontali con la sinistra: quelli che avrebbero dovuto essere i loro compagni di fede, andavano da un «rispetto» fatto di paternalismo alla più grossolana volgarità. Le femministe replicano allora con tesi estreme: la rivoluzione non va fatta contro una forma specifica di società, ossia il capitalismo, ma contro la natura stessa, e le sue manifestazioni in tutta la cultura dell'uomo [4].

Quale progetto?

Si vedano, in una sorta di tavola sinottica, le argomentazioni che distinguono le posizioni del femminismo radicale da quelle del socialismo (dalle femministe definito «astratto»):

NPG 1975-12-290002

Tuttavia l'A. di questa tabella riconosce che entrambe le posizioni sono giuste se considerate insieme. Mentre infatti l'oppressione femminile è intrinseca al sistema capitalistico, non lo è in quello socialista. Solo che finora la coscienza femminista è stata insufficientemente rappresentata nella formazione dell'ideologia socialista, e l'oppressione femminile non è stata combattuta a sufficienza nelle rivoluzioni socialiste.

OBIETTIVO: LIBERAZIONE

Non tutte le femministe però sono così esplicitamente legate a ideologie politiche. Tracciando un panorama del movimento di liberazione femminile negli Stati Uniti, nel 1972 la Menapace distingueva almeno tre tipi di obiettivi, coincidenti con gruppi diversi:
– obiettivi riformisti, consistenti nell'ottenere i diritti fondamentali definiti dalla Costituzione e l'abrogazione di leggi discriminanti;
– obiettivi tattici, ossia il liberare le donne dai compiti tradizionalmente affidati loro, e dal loro sfruttamento in quanto oggetti sessuali;
– obiettivi finali, cioè l'abolizione di tutte le istituzioni sessiste e il riconoscimento alla donna del diritto di disporre di se stessa [6]. In Italia, dove del resto fin dall'immediato dopoguerra un discorso di rivendicazioni femminili andava avanti con l'apporto sia di voci comuniste (U.D.I.) sia di voci cristiane (v. associazioni cattoliche e movimento femminile della DC), il neofemminismo ha subito assunto posizioni di punta, rivoluzionarie; quindi, per riprendere la distinzione della Menapace, obiettivi finali, non tattici né riformisti. Anche in Italia, ovviamente, le posizioni dei vari gruppi sono diverse, assumendo colorazioni più o meno chiaramente politiche o rifiutandole: ciò che accomuna tutte le femministe è la rivendicazione della propria autonomia, consistente nella gestione diretta della lotta, nel rifiuto del principo di delega.
Basta con le concessioni alle donne, fatte con maggiore o minore convinzione da parte dei detentori del potere (sempre maschi); basta con le celebrazioni di «giornate della donna», con la proclamazione di «anni della donna» e via dicendo. A poco servono infatti le conquiste ottenute dalle donne nel campo della parità formale, se non si modificano i modi e le strutture di un potere maschile.
Il primo passo è quindi quello di prendere coscienza della specifica condizione di oppressione e di sfruttamento in cui si trovano le donne. Il secondo, può essere il rifiuto dell'eguaglianza con l'altro sesso, se ciò significasse identificarsi con l'oppressore (È quanto fa in USA il Blak Power, rifiutando l'integrazione nella società dei bianchi).
«La questione femminile pertanto lungi dall'esaurirsi nell'obiettivo della parità appare come un fattore di tensione in quanto non assorbibile dallo sviluppo della società capitalistica e in questo rivela la sua portata rivoluzionaria «[7].
Il panorama tracciato dal libro donde abbiamo preso questa citazione risale al 1971 ed è in parte già superato, data la proliferazione dei gruppi femministi e la loro difficoltà a confluire in movimenti più vasti in grado di portare avanti un discorso comune (nel marzo scorso si sono svolti contemporaneamente – a Roma e a Milano – due congressi femministi, che si son scambiate accuse di scissionismo).
Tuttavia vi è un certo nucleo di motivi comuni, che riappaiono, sia pure in misura e con accenti diversi, in tutti i gruppi e movimenti.

Quale liberazione

Il discorso è anzitutto un discorso di liberazione; ma da che cosa? Dall'autoritarismo e dalla gerarchizzazione (ognuno deve poter partecipare alla determinazione del proprio destino); dai valori dogmatici o settoriali, dai pregiudizi religiosi e biologici; dallo sfruttamento economico; dal condizionamento e dalla repressione psicologica; dalla repressione sessuale; dalle limitazioni del proprio corpo [8].

 Più radicale il manifesto di Rivolta femminile. Oltre alle solite accuse alla chiesa, alla psicoanalisi, al marxismo e alla lotta di classe, come incapaci di operare realmente per la liberazione della donna, si mette sotto accusa anche la cultura.
«Non riconoscendosi nella cultura maschile, la donna le toglie l'illusione dell'universalità... La forza dell'uomo è nel suo identificarsi con la cultura, la nostra nel rifiutarla. Dopo questo atto di coscienza l'uomo sarà distinto dalla donna e dovrà ascoltare da lei tutto quello che la concerne... Nella cocente realtà di un universo che non ha mai svelato i suoi segreti, noi togliamo molto del credito dato agli accanimenti della cultura. Vogliamo essere all'altezza di un universo senza risposte... «[9].

 Altri gruppi intendono svelare tutta l'ambiguità dei discorsi sulla «eguaglianza» dei sessi. Chiedere eguali diritti, sostenere eguali possibilità, aspirare a posizioni eguali nella famiglia e nella società, può essere ancora una volta un modo per ratificare la situazione attuale, e quindi per non cambiare nulla in radice.
«Per uguaglianza della donna si intende il suo diritto a partecipare alla gestione del potere nella società mediante il riconoscimento che essa possiede capacità uguali a quelle dell'uomo. Ma il chiarimento che l'esperienza femminile più genuina di questi anni ha portato sta in un processo di svalutazione globale del mondo maschile. Ci siamo accorte che, sul piano della gestione del potere, non occorrono delle capacità, ma una particolare forma di alienazione molto efficace. Il porsi della donna non implica una partecipazione al potere maschile, ma una messa in questione del concetto di potere. È per sventare questo possibile attentato della donna che oggi ci viene riconosciuto l'inserimento a titolo di uguaglianza... In questo nuovo stadio di consapevolezza la donna rifiuta, come un dilemma imposto dal potere maschile, sia il piano dell'uguaglianza che quello della differenza, e afferma che nessun essere umano e nessun gruppo deve definirsi o essere definito sulla base di un altro essere umano e di un altro gruppo» [10].

Non si può, secondo questo gruppo femminista, riportare il rapporto donna-uomo a quello classista, teorizzato da Hegel nella lotta servo-padrone. In realtà sia l'idealismo hegeliano, sia la teoria rivoluzionaria marxista, hanno come matrice una cultura patriarcale, nella quale la condizione femminile – frutto dell'oppressione maschile – è indicata come movente dell'oppressione stessa. Infatti nel principio femminile Hegel ripone l'a-priori di una passività nella quale si annullano le prove del dominio maschile.
«La donna – dice Hegel – non oltrepassa lo stadio della soggettività: riconoscendosi nei congiunti e consanguinei essa resta immediatamente universale, le mancano le premesse per scindersi dall'ethos della famiglia e raggiungere l'autocosciente forza dell'universalità per la quale l'uomo diventa cittadino».

 Lavoro specifico del femminismo diventa allora quello di cercare ovunque, in qualsiasi avvenimento o problema del passato e del presente, il rapporto con l'oppressione della donna; e quello di sabotare ogni aspetto della cultura che continui ancora ad ignorarlo.
«Il problema femminile è di per sé mezzo e fine dei mutamenti sostanziali dell'umanità. Esso non ha bisogno di futuro. Non fa distinzioni di proletariato, borghesia, tribù, razza, età cultura. Non viene né dall'alto né dal basso, né dall'élite né dalla base. Non va diretto né organizzato, né diffuso né propagandato. È una parola nuova che un soggetto nuovo pronuncia e affida all'istante medesimo la sua diffusione. Agire diventa semplice e elementare» [11].

 Di oppressione femminile parla anche il Fronte Italiano di Liberazione Femminile: le donne sono anzi le oppresse anche dagli oppressi, le sfruttate anche dagli sfruttati: per questa loro caratteristica costituiscono addirittura il «quarto mondo». Un quarto mondo che si pone essenzialmente tre tipi di problemi, legati alla crisi occupazionale, alla crisi della famiglia e alla crisi della specie.
Le donne che lavorano sono continuamente soggette al ricatto della disoccupazione (perché le gravidanze e l'allevamento dei figli le rendono meno produttive, perché sono meno qualificate e quindi costituiscono una riserva di mano d'opera a buon mercato, di cui è facile sbarazzarsi non appena la situazione lo renda conveniente). E il ricatto della disoccupazione si risolve soltanto con la drastica riduzione degli orari di lavoro e con la totale occupazione della forza lavoro maschile e femminile.
La crisi della famiglia è crisi della famiglia nucleare in quanto è ancora basata su modelli dell'autorità e della supremazia maschile che caratterizzavano la famiglia patriarcale, nella quale avevano una funzione. Occorre allora arrivare ad una famiglia elettiva e libera, affiancata da scuole e asili nido che abituino le nuove generazioni alla vita comunitaria, formando nuovi individui umani che creeranno una società non autoritaria, non repressiva, basata sulla solidarietà e sulla libertà.
E infine la crisi della specie, causata dalla tuttora impossibile limitazione delle nascite. Contrariamente a quanto in genere si dice circa il problema della sovrappopolazione, secondo queste femministe è l'Europa l'area mondiale dove più grave è il problema, perché è in Europa che la densità della popolazione è troppo alta. Se gli europei non muoiono di fame è perché sono ricchi e forti; ma il loro sviluppo costa fame, rovina e guerre in altre aree geografiche. Spetta quindi alle donne, e anzitutto alle donne europee, rivendicare il diritto all'«autogestione della maternità», e a assumersi così l'incarico e l'impegno del controllo della popolazione.
«Bisogna che ci assumiamo la maternità come un impegno sociale, regolandola sulla nostra conoscenza della realtà e sui nostri molteplici diritti e doveri sociali. Ciò non significa rinnegarla. Significa riconoscere che la vita umana non è un fatto quantitativo ma qualitativo: che si può essere nobilmente madri anche di figli che non sono nati dal nostro ventre» [12].

INTERROGATIVI SULLA SESSUALITÀ

Come si vede da queste ultime citazioni, gli argomenti privilegiati del discorso femminista continuano ad essere quelli della famiglia e della sessualità: cosa del resto inevitabile, se si pensi a quanto strettamente legato è stato sempre il discorso sulla donna a queste tematiche. Oggi ovviamente si cerca di rovesciare l'impostazione tradizionale del discorso, con toni e argomenti che, per essere i più facilmente recepibili dall'opinione pubblica, sono spesso identificati come l'unica sostanza del femminismo.
E ben vero del resto che molta parte delle argomentazioni femministe sono per l'eliminazione di ogni forma di repressione sessuale. Non mancano però voci critiche, o che almeno mettono in guardia contro i rischi di una indiscriminata libertà sessuale per la donna: in essa potrebbe ancora una volta celarsi la trappola di una reintegrazione nel sistema. 
«La liberazione dell'esperienza sessuale da rapporti che le sono estranei –sia che si tratti di procreazione oppure di proprietà – potrebbe portare a una reale libertà nei rapporti fra i sessi. Ma c'è il rischio che porti invece solo a nuove forme di ideologia e di prassi neocapitalista. Infatti, una delle forze dietro l'attuale accelerazione della liberazione sessuale è stata senza dubbio la conversione del capitalismo contemporaneo da un'etica del lavoro e produzione a un'etica di consumismo e divertimento... Le nuove forme di reificazione e il consumo commerciale del sesso possono svuotare la libertà sessuale di ogni significato» [13].
Estendere troppo la barriera della sessualità può essere un tentativo di mascherare la mancata proposta alla donna di fini e di attività più importanti, e soprattutto più valide ai fini della sua liberazione. Accettare l'enfatizzazione del sesso, che caratterizza la nostra società attuale, significherebbe ancora una volta far ricadere la donna sotto la condanna di un ruolo; non più quello di sposa e madre, ma quello di oggetto sessuale, anche quando le si dia l'illusione di essere soggetto. In realtà, viene ancora osservato, se la sessualità femminile è, al di fuori della famiglia, mercificata e ridotta ad oggetto, questo è perché essa non si è ancora sciolta realmente dal momento riproduttivo.
Sono i ruoli d'altra parte che vanno rifiutati, sia quelli applicati alla donna sia quelli applicati all'uomo. Infatti, come risulta dalla analisi svolta in proposito dalla Ravaioli [14], anche l'uomo subisce un condizionamento, di segno opposto ma non per questo minore, perché nella società assuma un determinato ruolo e si comporti in un determinato modo. Così ad es. nel maschio viene coltivata l'aggressività, in quanto tecnicamente funzionale ad una società basata su un'economia privatistica. E il maschio, nell'assunzione del ruolo attivo richiestogli, trova gratificazione poiché le motivazioni ideali di volta in volta propostegli corrispondono sia ai valori dominanti nella società, sia al modello maschile convenzionale. Si tratta quindi di eliminare tutti i ruoli obbligati in funzione gerarchica, così come sono gestiti e imposti nella società attuale. In essa infatti non solo ci sono dei ruoli imposti, ma volutamente il ruolo maschile e quello femminile sono collocati in opposizione.
Si ha così «una frattura radicale nei ruoli: da una parte una mascolinità senza vita, né emozioni, fatta di risposte obbligate a necessità di efficienza, dove la razionalità è solo funzionale e imposta rispetto ai bisogni della produzione; dall'altra una femminilità senza diritto al pensiero, tutta avvolta in sentimenti che diventano gabbie e catene» [15].

LA DONNA NEI MEZZI DI COMUNICAZIONE SOCIALE

Se ora però, dagli scritti più impegnati, dalle tesi sia pure estremiste ma che ricercano pur sempre una base scientifica, passiamo alla volgarizzazione del discorso femminista, assistiamo ad un'indubbia caduta di tono. Una tesi ridotta a slogans, per suggestivi che siano, e anzi proprio perché suggestivi, rivela facilmente i suoi punti deboli. E un femminismo di cui si impadronisce la moda (come sta accadendo, vista l'ospitalità che molta stampa femminile dà a queste tematiche, in pagine che continuano a convivere con le rubriche dedicate ai lavoretti di casa, all'uso dei prodotti di bellezza e alle ricette di cucina), è destinato a diventare prodotto di consumo, e a perdere gran parte della sua vitalità.
Se teniamo presente poi il campo dei mass media (che sono quelli che fanno l'opinione pubblica maschile e femminile), troviamo una quantità rilevante di messaggi esaltanti un modello di donna quanto mai rispondente ai canoni «tradizionali».
Da un'indagine svolta dall'UISPER sullo spazio e il ruolo che ha la donna nel fumetto e nel giornalismo per ragazzi (e fra i fumetti esaminati sono compresi anche quelli per adulti comunemente letti anche da ragazzi) risulta anzitutto che i personaggi femminili, anche secondari, sono pochissimi. Negli albi destinati ai ragazzi i personaggi femminili stanno a quelli maschili in proporzioni variabili da 1/12 a 1/15. Negli albi per adulti la presenza femminile ovviamente aumenta. Diventa allora interessante analizzare il ruolo prevalente svolto dalla donna: esso risulta essere quello di vittima (dai casi più estremi dei fumetti per adulti, in cui essa è violentata, seviziata in ogni modo, uccisa, spezzata come una cosa, a quelli più blandi degli albi per ragazzi, in cui viene rapita e liberata, o rimane vittima di incidenti vari, ecc.). Se la donna non è vittima, allora è di facili costumi, o criminale, o maga e strega (negli albi per adulti quest'ultimo ruolo, tipico della favolistica, assume connotazioni sadiche ed erotiche). Negli albi per ragazzi ci sono anche, è vero, donne nei ruoli di mogli e massaie, ma quasi sempre in posizione assolutamente secondaria nella vicenda. Pochissime le donne che abbiano un lavoro o una posizione autonoma nella società.
Si potrebbero citare altre indagini, meno recenti, svolte sui programmi televisivi di un'intera annata; anche là, scarsa presenza femminile, e quella esistente in maggioranza localizzata in ruoli tradizionali. L'unica donna classificabile come «moderna», in un anno di programmi televisivi, risultava essere il personaggio di Penelope, nella riduzione televisiva dell'Odissea!
Abbiamo accennato a queste risultanze per sottolineare ancora una volta le contraddizioni entro cui si muove ogni discorso sulla donna. Tutti, a parole, riconoscono la necessità di uscire dai vecchi schemi, di dare alle donne le stesse opportunità che hanno gli uomini; molti auspicano che la società sappia valorizzare le doti e le capacità di una parte così cospicua dei suoi componenti. Ma i mass media continuano a proporre modelli superati, la scuola continua a ignorare la questione femminile e di fatto ad operare discriminazioni (una certa maggiore indulgenza verso il rendimento scolastico delle ragazze, l'insegnamento delle «applicazioni tecniche» nella media dell'obbligo in base a schemi «tipicamente» femminili, ecc.). Sicché è comprensibile come, di fronte a una situazione del genere, il femminismo assuma posizioni radicali e non stia tanto a misurare le parole.

INCISIVITÀ DEL DISCORSO FEMMINISTA

La validità del discorso femminista, almeno nelle sue espressioni più serie, sta nell'intuizione fondamentale che la lotta per la liberazione della donna non può arrestarsi alla superficie dei fenomeni, e limitarsi quindi a vittorie parziali (qualche diritto in più, qualche divieto in meno): essa deve arrivare alle radici dell'impulso di dominazione, che è nell'essere umano, uomo o donna che sia, e che storicamente l'uomo è riuscito a istituzionalizzare a danno della donna. Importa relativamente infatti se l'origine dell'oppressione femminile sia dovuta a ragioni puramente economiche (il sorgere della proprietà privata e la necessità da parte dell'uomo di assicurarsi una discendenza legittima ai fini ereditari), o a cause di origine biologica (la breve vita media della donna spesa tutta nel compito di procreare). Importa invece rendersi conto non soltanto che quelle ragioni non sussistono più, ma che è comunque ingiusto e soprattutto poco fruttuoso per la comunità umana, che metà dei suoi membri subiscano di fatto una qualche forma di oppressione e sfruttamento.

Incidenza del femminismo

Che presa può avere il discorso femminista sulla massa delle donne? Forse maggiore di quanto non si possa pensare; solo che le ragioni del suo successo (se di successo si potrà parlare) hanno in parte un vizio di fondo. Esso infatti in gran parte fa leva su un aspetto della personalità femminile sul quale si sono sempre appoggiati i discorsi che da ogni parte sono stati rivolti alla donna, e cioè l'aspetto individualistico e privato.
In questo approccio vi è indubbiamente qualcosa di valido: l'analisi della società e dei rapporti che in essa si instaurano, condotta dalla prospettiva dell'io individuale permette certo di cogliere nella realtà sociale molti elementi essenziali che altrimenti vengono ignorati o sottovalutati (si pensi come la donna sia assente dalla «storia» ufficiale; il fatto che non ci siano state donne imperatori, condottieri, capi di stato, inventori, eroi, ecc. significa forse che le donne non abbiano avuto un peso nella storia?). Ma l'insistenza sull'aspetto individuale può facilmente assumere connotazioni anarchiche. L'anarchia infatti, con le sue lotte in favore della liberazione dell'individuo da ogni forma di organizzazione, con una politica rivoluzionaria convalidata attraverso le azioni private e la vita personale dell'anarchico, esercita un indubbio fascino sulle donne.
Osserva la Mitchell: «Privatizzate come sono nell'isolamento della vita familiare, la libertà individuale sembra loro l'orizzonte naturale per cui combattere. La liberazione, nella terminologia anarchica, si esprime come liberazione di tutte le energie psichiche fino allora arginate e probabilmente non c'è nessuno al mondo che senta questa esigenza più delle donne» [16].
Altro elemento su cui si fa leva e che ha facile presa sulle donne è lo spontaneismo. Appartiene infatti ad una certa mentalità, specie borghese, di considerare la donna come essere «spontaneo», alla quale cioè è lecito e addirittura conveniente ed esteticamente apprezzabile abbandonarsi alle emozioni, manifestare «spontaneamente» i propri sentimenti. Quando il femminismo, in certe sue manifestazioni ad effetto, punta sulla spontaneità per esplodere in scoppi di violenza, di aggressività anticonformista e stravagante, rischia in realtà di ribaltare una situazione senza mutarne veramente i termini.
Per correggere effettivamente un certo concetto di femminilità non serve rovesciarlo adottando comportamenti choccanti in quanto opposti a quelli tradizionali. Si farà un po' di chiasso, si provocheranno reazioni fra divertite e sprezzanti, ma non si sarà operato nel profondo.

PER OPERARE NEL PROFONDO

È vero che ci vuole un mutamento radicale, un rifiuto di modelli imposti – e accettati dalla donna – in quanto rispondenti ad un sistema sociale in cui la subordinazione di un sesso è funzionale. Si pensi, ad esempio, a come il lavoro domestico venga considerato così ben rispondente alla «natura» della donna, da acquisire un colore fisiologico e diventare un carattere sessuale secondario, invece di emergere come fatto economico con peso determinante in un tipo di economia capitalistica quale quella occidentale.
Ma la ribellione che serve non è tanto quella esterna, reclamizzata e clamorosa; «il principale atto di ribellione per una donna è un atto intimo, un tentativo di afferrare una fiducia nella propria personalità e un rifiuto di asservimento alla immagine del ruolo femminile dominante nella società. Di conseguenza la ribellione interna si estende nell'ambito della sfera sociale come una rivoluzione culturale per dare forma nuova alla circolazione sociale dei valori... nessuna rivoluzione psichica può essere realmente completa senza essere accompagnata da una rivoluzione sociale» [17].
Ora, malgrado le dichiarazioni di impegno sociale fatte da molti gruppi femministi, il loro discorso su questo piano non è sempre convincente. Un po' perché è fatto prevalentemente da un'élite, quasi sempre di intellettuali e di borghesi, che dovrebbe dar voce anche all'incolta donna del proletariato, un po' perché i motivi più ampiamente reclamizzati (libertà sessuale, liberalizzazione dell'aborto) rispondono di nuovo più ad una logica individualistica (il diritto di gestire il proprio corpo, la vita umana – del feto – intesa come proprietà privata della madre, che può quindi sbarazzarsene quando vuole) che ad una reale considerazione di esigenze sociali.
Lo stesso leit motiv che caratterizza ogni analisi di situazioni private e collettive, e cioè sempre e dovunque la denuncia di un'oppressione e di uno sfruttamento della donna, appare limitativo. Alla base di tale monocorde lettura dei fatti ci sembra essere un misconoscimento sostanziale: la persona umana cioè non è mai vista come relazione; si ipotizza e si sostiene l'autonomia più assoluta della donna, che per realizzare se stessa ha bisogno di agire e non agire in un determinato modo, mai di entrare in rapporto con qualcuno. Si sostiene è vero la positività dell'amicizia, e dello stesso rapporto amoroso (non escludendo neppure quello fra donne), ma in una prospettiva essenzialmente egocentrica, per non dire egoistica.
Uno dei pezzi più interessanti del primo numero della rivista femminista Effe era un dibattito svoltosi fra le componenti la redazione, sul tema «innamorarsi». Pur nella diversità dei pareri, il motivo dominante era questo: la donna autonoma che ama è abbastanza fuori della realtà... il modo di amare tradizionale, a coppia, limita te e l'altro.
È quindi sul piano della valutazione del sentimento che la validità del discorso femminista appare più discutibile; e non tanto per ragioni morali (che pure devono avere tutto il loro peso), quanto perché una simile intransigenza esclude un aspetto fondante la personalità umana, qual è appunto la capacità di arricchirsi e crescere donandosi. Mentre è appunto su questo aspetto essenziale dei rapporti umani che va fondata ogni «rivoluzione», anche nel campo di una presa di coscienza da parte delle donne.

Da un progetto individualistico ad uno sociale

Certo non è pensabile il ripetere le solite esortazioni alla dedizione e al sacrificio come tipici modi di essere femminili, quasi connaturati alla donna sposa e madre. Troppo spesso queste prediche sono servite da paravento all'egoismo e allo sfruttamento da parte dell'uomo e della società. Ma neanche come momento di transizione è accettabile una radicale opposizione dei sessi, e soprattutto una autodeterminazione della donna intesa come esaltazione di esigenze e di desideri che sembrano ignorare tutta una serie di realtà spirituali pure indiscutibili. È pur vero, ad esempio, che ci può essere un modo alienante di vivere la maternità; ma vederla solo come esercizio di arbitrio personale («ogni donna ha il diritto di fare solo i figli che vuole e quando li vuole») porta di fatto ad un profondo deprezzamento di una delle massime espressioni di creatività. Privata di essa, la donna riuscirà veramente ad esprimere la sua creatività in modi costruttivi? O non si tratta piuttosto di mettere in luce in maniera sempre più chiara la «socialità» intrinseca nel fatto procreativo, così come già in quello coniugale?
A nostro avviso la vera rivoluzione che le donne devono compiere (e che in parte già stanno compiendo, con il loro concreto inserimento non solo nel mondo produttivo ma in tutte quelle strutture in cui sia possibile realizzare una forma di partecipazione) è proprio il passaggio da un ambito (di vita, di preoccupazioni, di interessi e sentimenti) privatistico, ad un più ampio orizzonte, in cui i valori e le capacità individuali trovino non mortificazione, ma una più piena e soddisfacente utilizzazione per il bene di tutti.
Un discorso femminista veramente efficace dovrà in sostanza approdare al superamento della «questione femminile».

NOTE

[1] L. GRASSO, Compagno padrone, ed. Guaraldi, 1974.
[2] AA.Vv., La coscienza di sfruttata, Mazzotta, 1972, pp. 167-168.
[3] L. CASTELLINA, «L'esperienza sovietica (analisi della politica verso la famiglia)», in Famiglia e società capitalista, Alfani, 1974.
[4] Si veda S. FIRESTONE, La dialettica dei sessi, Guaraldi, 1971.
[5] J. MITCHELL, La condizione della donna, Einaudi, 1972, p. 103.
[6] Per un movimento politico di liberazione della donna, a cura di L. MENAPACE, Bertani ed., 1972, p. 30.
[7] R. SPAGNOLETTI, I movimenti femministi in Italia, Savelli, 2' ed., 1974, p. 22.
[8] Questi ad es. i problemi indicati dal Movimento di Liberazione della donna, cfr. SPAGNOLETTI, op. cit., pp. 65-66.
[9] SPAGNOLETTI, op. cit., pp. 93-94.
[10] C. LoNzi, «Sputiamo su Hegel», in Scritti di Rivolta femminile n. 1, sta in SPAGNOLETTI, op. cit., pp. 95-97.
[11] C. LONZI, cit., p. 124.
[12] SPAGNOLETTI, op. cit., p. 148.
[13] J. MITCHELL, op. cit., pp. 162-163.
[14] C. RAVAIOLI, Maschio per obbligo, Bompiani, 1974.
[15] M. GRAMAGLIA, «Referendum e liberazione della donna», in Famiglia e società capitalista, Alfani, 1974, pp. 54-55.
[16] MITCHELL, op. cit., p. 75.
[17] R. RADFORD RUETHER, «Le radici psicologiche e teologiche dell'oppressione della donna», sta in [1], Mondadori, 1973, p. 57.