In che misura si può parlare di una «donna nuova» in Italia?

Inserito in NPG annata 1975.


Sandra Chistolini

(NPG 1975-12-11)

 

Sulla condizione femminile se ne scrivono tante. Spesso l'ultima percezione soggettiva o la battuta che fa scalpore diventano un tratto definitivo: «la donna pensa così...,», si afferma, assolutizzando dati molto parziali.
Vogliamo partire, invece, con una documentazione ritenuta seria e consistente, per misurare in termini adeguati le «novità» e le «resistenze» che caratterizzano la condizione femminile attuale. Per questo facciamo riferimento ad una inchiesta a livello nazionale. Da questa «fotografia» della realtà possiamo muovere i passi, con una certa sicurezza. Capaci di riferire il peso quantitativo adeguato ai problemi e alle affermazioni.

 

PREMESSA

L'inchiesta Doxa-Shell sulla condizione femminile in italia

Muovendo dall'inchiesta che la Doxa-Shell ha condotto tra il 1971 e il 1972 intorno alla condizione della donna in Italia, ci proponiamo, in questo breve studio, di presentare, e quindi di analizzare criticamente, gli eventuali mutamenti relativi al ruolo femminile, ai problemi e alle difficoltà che la donna incontra nella società di oggi. Con particolare attenzione si cercherà di mettere in evidenza le caratteristiche, così come vengono viste dalle donne stesse, inerenti a tre dimensioni:
1) In che modo la donna percepisce la propria condizione nella società.
2) Come la donna percepisce la propria condizione nei rapporti con l'altro sesso.
3) Come la donna percepisce il proprio inserimento nella società e quindi la propria partecipazione alla vita politica, sociale e religiosa.
Nel puntualizzare i dati salienti che emergono dall'inchiesta si terrà conto delle tendenze evolutive nel modo di concepirsi delle donne in una società in continuo cambiamento, si cercherà di risalire ad alcune probabili cause capaci di fare meglio comprendere i motivi che stanno alla base e i fattori che contribuiscono a determinare quelle tendenze. Tendenze che hanno fatto muovere l'indagine Doxa sull'ipotesi di una evoluzione da una concezione «polare» (secondo la quale i ruoli della donna e dell'uomo sono tra loro ben distinti per cui alla prima spetterebbero compiti ed attività intradomestiche, familiari, tipicamente definiti femminili, al secondo spetterebbero le occupazioni extradomestiche, la volontà di far carriera, la vita pubblica) ad una concezione «interazionale» nella quale i ruoli dei due sessi sono visti come intercambiabili e non irrigiditi entro schemi predeterminati.
Tuttavia nel corso dello studio avremo anche modo di notare il permanere di tendenze involutive (controtendenze) accanto a tendenze evolutive. Le prime tali da mantenere la donna ancorata ai ruoli tradizionalmente assegnatile; le seconde tali da preannunciare una figura di donna capace di rivalutarsi come persona e quindi di progettarsi in maniera nuova e originale.

Il campione utilizzato per l'inchiesta

L'inchiesta promossa dalla Doxa è stata condotta in 135 comuni d'Italia, con lo scopo di individuare il grado di percezione delle donne dei propri problemi femminili. I sondaggi di opinione effettuati sono stati di tre tipi.

– Un sondaggio che costituisce la base della ricerca ha interessato un campione casuale di 1987 donne dai 16 anni in poi e ha riguardato tutte le tematiche presentate nell'indagine.

– Un secondo sondaggio è stato rivolto ad un campione speciale (ragionato) composto di 525 donne con diploma di scuola media superiore o laureate. A questo campione sono state rivolte solo una parte delle domande destinate al campione casuale, mentre ne sono state aggiunte altre, volte ad esplorare tematiche particolari (come quelle inerenti ai movimenti femministi, alle trasformazioni della famiglia, ai problemi politico-sociali) che si è presupposto interessanti l'opinione della parte più colta della popolazione femminile.

– Infine si è condotto uno studio comparativo con un sondaggio diretto ad esplorare, solo per alcuni temi, gli atteggiamenti differenziali degli uomini (1.930) e delle donne (2.092). In complesso l'indagine ha raccolto le opinioni di 4.604 donne e di 1.930 uomini. Nel campione casuale che prenderemo in esame sono state utilizzate come variabili generali: il luogo di residenza (Nord-ovest, Nord-est, Centro, Sud e Isole); l'età (dai 16 ai 65 anni e oltre); la condizione professionale (casalinghe, lavoratrici); il grado d'istruzione (da nessuna istruzione all'università) delle donne intervistate.

TRADIZIONE E EMANCIPAZIONE NEL RUOLO DELLA DONNA

La condizione della donna

Delle 1987 donne intervistate (I campione) l'80,9% ritiene che la condizione della donna sia migliore oggi rispetto a quella di 20-30 anni fa Tale opinione è riscontrabile soprattutto nell'Italia del Nord, tra le donne più giovani, tra le lavoratrici, tra chi ha un grado d'istruzione superiore. La maggior parte delle intervistate (55,7%) che ritiene migliorata la condizione della donna di oggi sostiene che ciò sia dovuto alla «raggiunta emancipazione, libertà, parità di diritti con l'uomo in tutti i campi (libertà di disporre della propria vita, maggior peso e considerazione nella vita sociale e familiare, possibilità di esprimersi, di dire ciò che si pensa, consapevolezza di diritti, più potere decisionale, ecc.)». Le donne che considerano invece peggiorata la loro condizione sono un 7,8%, soprattutto del Sud, con età avanzata, casalinghe, con nessuna o minima istruzione. A motivo di tale peggioramento queste donne indicano il decadimento dei valori morali perciò corruzione, immoralità, mancanza di serietà, di onestà, riservatezza, abuso di libertà. Le intervistate ritengono che nel passato il desiderio e l'aspirazione predominante delle donne era quella di trovare un marito (82,3%), di avere figli (66,6%), di avere una casa perfettamente pulita ed ordinata (40,9%). Ultimi posti occupano i desideri di avere un lavoro fuori casa (6,5%), di essere indipendenti nel modo di vedere e di pensare le cose (6,0%), di partecipare alla vita sociale e politica (3,7%).
Oggi invece il quadro sembra completamente capovolto. Infatti trovare un marito, avere figli, mantenere la casa pulita riscuotono percentuali più basse (rispettivamente 28,8%, 18,6%, 12,9%) mentre ciò che ieri poteva interessare la donna solo marginalmente, oggi fa parte delle sue maggiori aspirazioni. Per cui assumono maggior rilevanza i desideri dell'istruzione (50,2%: soprattutto per le più giovani e per le più istruite); del lavoro fuori casa (47,6%: soprattutto per le donne dai 36 ai 45 anni e per quelle con titolo di scuola media inferiore e superiore); dell'indipendenza nel modo di pensare e di vedere le cose (45,9%: soprattutto tra le donne più giovani e tra le più istruite). Tutto ciò starebbe a dimostrare come la donna di oggi vada progressivamente rinnegando un tipo di ruolo tradizionale che la configurava come l'«angelo del focolare», la destinava al biasimo pubblico nel caso in cui non si fosse sposata e/o addirittura fallita in quanto donna se non avesse avuto dei figli da accudire. La sua vita pubblica era ridotta al massimo, l'educazione alla sottomissione al maschio (padre, fratelli, marito, figli) era tale da non farle aspirare ad alcuna forma di indipendenza o di uguaglianza di diritti rispetto all'uomo. Tuttavia anche se la donna di per sé, dal di dentro, sembra più disposta ad un tipo di vita extrafamiliare c'è chi non trascura di notare che aldilà di questo desiderio rinvenibile, come si è visto, in una buona percentuale di donne, sembra mantenersi viva l'opinione secondo la quale, stando a quanto scrive C. Ravaioli, la «femminilità» diminuirebbe ai livelli più alti di qualificazione culturale e sociale della donna [1].
Sempre in base all'inchiesta Doxa la minore percentuale delle donne che oggi (19,4%) rispetto a ieri (9,1%) reputano come loro desiderio quello di essere corteggiate dagli uomini, può stare ad indicare, entro certi limiti, la sostituzione, anche a livello inconscio, del vecchio desiderio di trovar marito. Nel passato la donna, secondo le intervistate, aveva come massimo desiderio quello di trovar marito più che l'essere corteggiate per cui si potevano verificare matrimoni di compromesso, contratti talvolta più per la paura di rimanere zitelle che per effettivo amore. Dati simili sono stati rilevati anche in un'altra indagine condotta da L. Harrison in Italia su 1056 donne sposate: madri e figlie. In base a quest'ultima ricerca, svolta tra il 1969 e il 1970, l'autrice notava che al momento del matrimonio, oltre a dare poca importanza al sesso, le madri (84,4%) erano poco o niente attratte sessualmente dal marito. Sempre nel campione della Harrison se le madri per il 76,6% si erano sposate per paura di restare zitelle, anche una metà delle figlie, malgrado la maggiore libertà ed emancipazione della donna, sembravano temere la condizione di zitella [2]. Così se da un lato l'inchiesta Doxa ci permette di rilevare un maggiore equilibrio nelle aspirazioni oggi attribuite dalle donne intervistate al trovar marito e al corteggiamento (rispettivamente 28,8 e 19,4% oggi rispetto all'82,3% e al 9,1% del passato). D'altra parte l'indagine della Harrison non ci può far trascurare che molte donne ancora oggi attribuiscono un alto valore, se non al matrimonio nei suoi contenuti affettivi, al matrimonio in quanto condizione sociale.

I movimenti femministi

Tra le persone e le istituzioni che hanno favorito l'emancipazione della donna, le intervistate danno maggior peso alla scuola (85,1%), alla donna stessa (80,6%), al lavoro fuori casa (78,2%); mentre tra gli ostacoli vengono indicati soprattutto la chiesa (24,7%), il divorzio (23,5%), il comunismo (16,2%), l'uomo in generale (14,9%).
Accanto al 39,6% delle intervistate che vedono nei movimenti femministi un valido contributo alla lotta per l'emancipazione della donna (contro il 32,2% che lo reputa negativo), c'è una bassa percentuale di donne (11,0%) che considera come la più efficace l'azione dei movimenti femministi ai fini del miglioramento e della trasformazione della condizione della donna.
Seppure la donna della società postindustriale sembra aver assimilato anche in Italia il discorso e la problematica sulla sua necessaria emancipazione, tuttavia quest'ultima non sembra dover passare per forza sul cadavere della vecchia figura della casalinga, per lasciare il posto ad una donna pienamente occupata nel lavoro extradomestico. Buona parte del campione della Doxa (43,9%) sembra propendere per una via intermedia nella quale l'emancipazione della donna e l'indipendenza economica siano conciliate nell'ambito di un lavoro a metà tempo. Solo il 15,6% del campione ritiene che una soluzione alla vera emancipazione possa venire dall'indipendenza e dall'emancipazione più propriamente culturale, psicologica della donna; dalla sua presa di coscienza di essere persona e non oggetto, di essere partecipe di ciò che accade nel mondo, di avere degli interessi culturali. Una identica percentuale di intervistate (15,6% fatta soprattutto di donne dai 36 ai 45 anni) non sa dare una risposta precisa al problema relativo ai contenuti da dare al processo emancipatorio.

La famiglia

In genere sono le donne casalinghe (36,2%) più che le lavoratrici (19,8%) a ritenere gratificanti i compiti e i ruoli tradizionalmente attribuiti alla donna (lavoro tranquillo a casa, cura dei figli, casa ordinata e pulita). Dello stesso parere sono soprattutto le donne meno istruite e le più anziane che, con minore dose di autocritica rispetto alle più istruite e alle più giovani, avvertono di meno la condizione femminile come oggetto di gentilezze, di considerazioni, di affetto, di protezione. Ne segue che con il procedere degli anni, dipendentemente dal grado di istruzione, soprattutto se casalinga, la donna si sente meno accettata e rispettata nella famiglia e nella società. Nonostante ciò le donne più giovani e quelle più istruite denunciano di più (rispettivamente 65,3% e 62,9%) la propria condizione di subordinazione, di emarginazione rispetto all'uomo. Di conseguenza le donne più anziane e le meno istruite si sentono meno rispettate, più escluse, ma protestano di meno. Viceversa le più giovani e le più istruite si sentono più rispettate, ma protestano di più.
Unica discriminante rispetto all'uomo che le donne (50,4%) sembrano accettare, aldilà del discorso sulla parità dei sessi, è quella relativa alla forza fisica, all'energia dimostrata dall'uomo in generale e nel lavoro. D'altra parte le stesse intervistate (per il 41,5%) si ritengono superiori all'uomo quanto a virtù domestiche. Ecco quindi che il dibattito sull'emancipazione della donna lascia ancora ampi spazi al discorso sulla divisione dei compiti e sulle diverse prestazioni dei due sessi. Se in senso lato si rifiutano i propri ruoli di casalinga, di sesso debole, tuttavia ci si serve ancora di essi per mettere in evidenza ora aspetti di superiorità, ora aspetti di inferiorità nei confronti dell'uomo. È interessante notare che mentre le donne avvertono per di più un senso di felicità nell'indipendenza economica, gli uomini sembrano invece considerare felice per la donna la condizione di casalinga perché priva di responsabilità e di pensieri. Eppure l'autonomia di cui godono le donne, secondo le intervistate, non sembra essere sufficiente visto che le stesse sostengono di vivere pur sempre in uno stato di illibertà e di controllo.
Altri dati della Doxa mettono in evidenza l'importanza attribuita dalle intervistate al proprio ruolo di madre. Infatti la nascita del primo figlio, la notizia di una gravidanza, l'allattamento del bambino sono eventi registrati come piacevoli dalla maggior parte delle intervistate (rispettivamente nella misura dell'89,5%, del 79,1%, del 76,2%) soprattutto se casalinghe ai livelli più bassi di istruzione. Cosicché si spiega perché le paure più grandi per le donne del campione siano quelle di avere un figlio deforme (62,9%), di restare sole nella vita (60,1%). Paure presenti sia nelle giovani che nelle anziane. Ne segue che se l'evento della maternità è accettato dalle donne intervistate come il più gradito, l'evento della menopausa è quello indicato come il più spiacevole (59,4%) visto che con esso si arresta nella donna la possibilità di procreare.

L'educazione dei figli

Un'altra dimensione approfondita dall'inchiesta Doxa ci permette di rilevare altre caratteristiche della donna italiana che, pur aspirando ad un proprio cambiamento, non è sempre sicura sulla direzione di esso. Perciò talvolta le sue decisioni sembrano ricalcare schemi tradizionali piuttosto che nuove concezioni.
Si è visto come la maternità sia vissuta dalla donna in modo particolarmente significativo. Di conseguenza anche l'educazione dei figli, che la donna sente gravare soprattutto su di sé, occupa un ruolo molto importante e problematico. Decisamente le donne più giovani, le lavoratrici, le più istruite ritengono di dover avviare i figli verso una educazione diversa da quella da loro ricevuta. I contenuti di questa nuova educazione sono rinvenibili e nell'accentuazione data al dialogo (83,6%), all'educazione sessuale (75,8%), alla confidenza (72,4%); e nella diminuzione dell'uso di rimproveri e punizioni (35,8%). Tuttavia nonostante le aperture verso un nuovo tipo di educazione, trovandosi in una ipotetica situazione conflittuale, molte delle intervistate non accetterebbero mai che la figlia di 18-20 anni decidesse di andare a vivere fuori casa o che già vivesse insieme al fidanzato. La posizione proibitiva delle donne del campione è maggiormente riscontrabile tra le più anziane e tra le meno istruite, tra le donne del Nord-est, del Sud e delle Isole. Sebbene le donne intervistate percepiscano una loro condizione di illibertà e di subordinazione all'uomo, tuttavia non sono disposte a lasciare alle figlie la stessa libertà che lascerebbero ai figli. Le intervistate lascerebbero rincasare figli e figlie a qualsiasi ora della sera solo quando abbiano raggiunto i 20-21 anni. Tuttavia per i figli c'è la tendenza ad anticipare il permesso verso i 18-19 anni. Dato ormai largamente acquisito è il diritto ad una uguale istruzione sia per i maschi che per le femmine. Quanto alle maggiori preoccupazioni che gli adolescenti possono procurare ad una madre, le donne del campione denunciano in massima parte la paura della droga (61,2%). Paura sentita soprattutto dalle giovani generazioni, dalle donne lavoratrici e dalle donne con più alto grado d'istruzione.

L'aborto e il divorzio

Poiché la maternità è ritenuta nel 51,7% dei casi la cosa principale per una donna, le intervistate relative a questa percentuale sono dell'opinione che la donna dovrebbe dedicarsi a questa missione interamente accettandone i sacrifici che ne derivano. Mentre, per il 38,6% del campione (soprattutto le residenti nell'Italia del Nord e del Centro, le più giovani, le lavoratrici, le più istruite) la maternità è un compito molto importante, tuttavia non dovrebbe assorbire la donna così completamente da non lasciarla libera di scegliere un altro lavoro e/o di coltivare altri interessi. Per quanto riguarda il campione speciale, costituito dalla parte culturalmente più evoluta della popolazione femminile, una notevole percentuale (76,0%) protende per una situazione conciliante la maternità con il lavoro.
Dato il ruolo assegnato alla maternità ci si spiega il perché molte donne intervistate (41,3%) ritengono dannoso il divorzio a causa degli effetti deleteri che provoca nei figli. D'altra parte l'aborto viene maggiormente consentito quando è in pericolo la vita della madre (77,1%) oppure si prevede una malformazione grave per il nascituro (68,3). Pochissime (9,0%) sono invece le donne che ammetterebbero l'aborto in tutti quei casi in cui la donna lo desiderasse. Di conseguenza in materia di aborto e di divorzio sembrano prevalere concezioni di tipo tradizionale. Il divorzio è visto come un mezzo per risolvere situazioni insostenibili nel 68,8% dei casi; il divorzio danneggia i figli per il 26,2% dei casi; il matrimonio diventerebbe labile, si approfitterebbe di ogni litigio per separarsi, sarebbe una situazione sempre in forse, tutti vorrebbero divorziare per niente, ci sarebbe ancora meno sopportazione (18,1%). In particolare è da rilevare che in corrispondenza delle età più anziane e ai gradi più bassi di istruzione c'è una maggiore considerazione per i figli; mentre in corrispondenza delle nuove generazioni e dei più alti gradi di istruzione c'è la tendenza a considerare il divorzio come una minaccia alla solidità del matrimonio. Quanto all'aborto si è visto come esso venga maggiormente consentito nei casi di pericolo per la madre o per il nascituro. Difficoltà di penetrazione sembrano invece incontrare concezioni di tipo innovatore come quella di intendere il divorzio come un mezzo per aumentare la responsabilità del matrimonio; o come quella di lasciare la donna libera di decidere quando abortire (rispettivamente 1,4% e 9,0% dei casi). Nonostante questo orientamento le donne del campione non sono molto decise sul che cosa rimproverare ad una donna (30,6%). Principalmente riprovevoli sarebbero: il comportamento poco serio (immoralità, disonestà, volgarità nel parlare) (18,9%); il poco amore per i figli, il marito e la casa (12,0%). Mentre, non molto riprovevoli sarebbero azioni come l'abbandono dei figli (5,4%); l'aborto (1,8%). Ne segue che le donne del campione se da un lato non si sentono di condannare, in generale, azioni di per sé sconvenienti in una madre, d'altro canto sono di per sé prevalentemente concordi con le leggi già costituite in materia di divorzio e di aborto. Pur non trascurando quei processi in fermento attraverso i quali alcune donne cercano di liberarsi da un modello che le relegava, soprattutto nel passato, in posizioni di passività, non si può sottacere che lo sforzo di «individualizzare» la maternità, di adeguarla ad esigenze e situazioni specifiche e personali non sembra essere proprio di una larga fascia di donne.

I RAPPORTI DELLA DONNA CON L'ALTRO SESSO

Vediamo ora di analizzare in che modo le donne percepiscono la propria condizione nel matrimonio. In genere le donne intervistate hanno preferito abbandonare il lavoro una volta sposate per meglio dedicarsi alla famiglia. Solo quando i figli saranno cresciuti riprenderanno a lavorare (69,9%). Da altri dati risulta che le donne sentono gravare unicamente e/o prevalentemente su di sé le responsabilità della famiglia in quanto il marito sembra disinteressarsene, a detta delle intervistate. Per cui se il matrimonio non riesce una certa dose di colpa è attribuita al maschio. Gli sforzi che le donne compiono per la famiglia danno buoni esiti visto che il 47,3% del campione giudica il proprio matrimonio «più riuscito»; il 43,7% lo giudica riuscito «come gli altri»; il 5,6% «meno riuscito»; il 3,4% «non sa». Globalmente per la maggior parte delle donne (53,9%) la famiglia di tipo tradizionale non è «per niente» in crisi. Le generazioni più giovani avvertono una certa crisi dell'istituzione familiare tradizionale, tuttavia né le giovani né le anziane si sentono di accettare soluzioni di rinnovamento quali: la «centralizzazione dei servizi» (servizi domestici in comune); la formazione e la partecipazione alle «famiglie aperte» o «comunità» dove varie coppie sposate o anche non sposate abiterebbero insieme. Come motivi di insuccesso di queste soluzioni alternative alla famiglia nucleare vengono avanzate: la difficoltà di incontrarsi con persone che abbiano le stesse idee (52,0%); la difficoltà di rinunciare alla privacy e di esprimere i propri sentimenti (31,1 %). L'ipotesi di una famiglia allargata è vista come probabile causa di conflittualità, di rivalità, di sacrificio delle proprie esigenze (23,6%).
L'infedeltà tanto dell'uomo quanto della donna è un fatto comunemente ritenuto grave, tuttavia nell'uomo esso è perdonabile secondo il 65,4% delle intervistate. Nella donna l'opinione è piuttosto controversa visto che il 45,1% la dichiara «imperdonabile» e il 42,3% «perdonabile». Permane il doppio standard: perdono indiscutibile o quasi per l'uomo, perdono discutibile per la donna. Le intervistate più giovani, le lavoratrici, quelle con un grado d'istruzione maggiore sono le più disposte a perdonare anche alla donna. Perché l'uomo sia più perdonabile della donna può essere in parte spiegato dal fatto che nel campione il 60,2% considera «molto importante» la sessualità per l'uomo, mentre il 49,8% la reputa «molto importante» per la donna. In genere sono le donne residenti nell'Italia del Nord-est, del Centro, le donne più giovani, le più istruite, le lavoratrici a riconoscere importanza alla sessualità nella donna. Mentre, tra le classi di età intermedie (26-55 anni), e tra chi ha un basso grado di istruzione si tende a ritenere la sessualità della donna come «abbastanza importante». La stragrande maggioranza delle intervistate dichiara di usare i mezzi anticoncezionali (98,7%) anche se solo una minima parte ricorre all'uso della pillola (22,2%) (soprattutto le donne dai 16 ai 35 anni).

L'INSERIMENTO DELLA DONNA NELLA SOCIETÀ

Il mondo del lavoro

Gran parte delle donne intervistate dichiara di aver scelto di lavorare per avere una maggior indipendenza economica (48,9%), per interesse (47,3%), per meglio esprimere la propria personalità (47,0%), per avere maggiori contatti con gli altri (40,0%). Di conseguenza la prospettiva di lasciare il lavoro non è accolta di buon grado nel 57,9% dei casi. Un 42,1 % dei casi vive l'abbandono del lavoro a vantaggio della famiglia senza rammarico. Sono soprattutto le donne delle età intermedie (26-35 anni) ad essere pienamente soddisfatte per la nuova condizione acquisita con il matrimonio. Le più giovani (16-25 anni) si dichiarano soddisfatte solo in parte. Già nella ricerca della Harrison risultava nelle figlie una maggior presa di coscienza dei prezzi che le donne pagano al matrimonio [3]. D'altra parte la donna che sceglie di mantere il lavoro dopo il matrimonio, non sempre riesce facilmente a superare un certo complesso di colpa verso la famiglia. La stessa situazione di conciliazione tra lavoro e famiglia sembra trovare vari ostacoli soprattutto ad opera dei familiari (parenti, nonni, suoceri).

La politica

All'apertura al mondo del lavoro non corrisponde nella donna una pari apertura alla vita politica. Tra le intervistate il 32,7% sostiene che la politica la si debba lasciare alle persone che più ne hanno competenza (atteggiamento che decresce con l'aumento dell'istruzione); il 26,8% si ritiene al corrente della politica pur non prendendovi parte attiva (atteggiamento che cresce con l'aumento dell'istruzione); il 26,4% pensa che la politica sia una cosa per gli uomini (atteggiamento riscontrabile per lo più tra le anziane e le meno istruite). Una gran parte del campione dichiara di non essere iscritta né ad un partito (94,9%) né ad un sindacato (80,5% ). In genere le domande del questionario intese ad indagare l'area politica della donna hanno ottenuto rilevanti percentuali di «non so». Nel complesso la situazione politica ed economica italiana è percepita dal campione soprattutto preoccupato per l'aumento della delinquenza (72,7%); per l'aumento del costo della vita (58,8%); per la disoccupazione che minaccia i giovani (52,7%). In particolare percepiscono maggiormente la delinquenza le più anziane, la disoccupazione giovanile le più giovani.

La religione

Per quel che concerne la vita religiosa le intervistate sembrano oscillare nell'attribuire alla religione «abbastanza importanza» (35,5%: soprattutto tra le residenti nell'Italia del Nord-est, tra le donne dai 36 ai 45 anni, tra le donne con elementare ultimata o media inferiore non ultimata); «molta importanza» (29,7%); «moltissima importanza» (20,3%). Alla prevalenza di un atteggiamento intermedio nei confronti della religione, fa riscontro una frequenza per lo più regolare alla messa festiva che interessa soprattutto le residenti dell'Italia del Sud e delle Isole, le donne dai 46 ai 55 anni. Non discriminanti sembrano risultare la condizione professionale e il grado d'istruzione del campione. La permanenza della dimensione religiosa è rilevabile anche dal fatto che nell'educazione dei figli la religione occupa un ruolo ben definito. Tale ruolo è sentito molto di più dalle donne anziane e dalle meno istruite. In particolare secondo i nuovi metodi educativi la religione sembra essere via via meno rilevante procedendo dalle età più anziane a quelle più giovani; dai gradi d'istruzione più bassi a quelli più alti.

CONCLUSIONI

I dati forniti dall'inchiesta Doxa permettono alcune conclusioni che peraltro non hanno la pretesa di porsi come esaustive nella comprensione dei problemi femminili.
La donna sta attraversando un periodo di ripensamento profondo sul significato da dare al suo essere donna. Tale ripensamento sebbene non la spinga a rifiutare se stessa in quanto donna, tuttavia la pone di fronte a delle aspettative da parte della società e della famiglia non sempre responsabilmente percepite dalla stessa donna o desiderate dalla parte più conservatrice della società ancora legata a vecchie specificazioni del ruolo femminile. Ecco perciò che se alcune donne si sentono direttamente implicate nello sforzo al cambiamento, altre donne quasi ostacolano quel cambiamento preferendo, più o meno coscientemente, rimanere legate ai propri ruoli tradizionalmente intesi [4]. Fino a che punto la donna si ribella di fatto alle classificazioni che su di lei vengono fatte? La donna rivendica la parità sessuale con l'uomo, ma è pronta a dire che nell'uomo la sessualità è molto più importante che nella donna. La donna è pronta a perdonare l'infedeltà al marito, ma non sempre la perdonerebbe alla moglie. La donna dichiara di volersi aprire al mondo del lavoro, ma rimane poi quasi assente dalla vita politica e sociale. La donna dichiara di voler educare i figli secondo metodi nuovi, ma proibisce alla figlia di 18-20 anni di convivere col fidanzato. La donna rimane profondamente legata al suo ruolo di madre per cui rifiuta eventi come il divorzio, l'aborto, la solitudine. Tutti questi elementi che risaltano come contraddizioni nel modo di porsi della donna, non devono però essere fraintesi. Le pressioni che la società muove sulla donna non hanno trovato quest'ultima preparata a riceverle. Se da un lato la donna vuole aprirsi perché ha capito e ha assimilato la necessità di una sua autonomia, di una sua personale realizzazione in quanto donna, d'altro canto non ha ancora a disposizione tutti quei mezzi pratici (servizi sociali tra i quali soprattutto gli asili nido) ed intellettuali (un tipo di educazione non discriminante i maschi dalle femmine) che potrebbero agevolarle il trapasso da una vecchia ad una nuova figura di donna. Perciò spesso la donna si mostra indecisa, si sente colpevole di certe decisioni. Barcolla tra una soluzione ed un'altra proprio perché cosciente che molti atteggiamenti del passato vadano rivisti pur senza capovolgerli completamente. Pur non rappresentando sempre una maggioranza, sono le donne più giovani e le più istruite a permettere di rilevare la tendenza all'acquisizione di nuovi ruoli nei quali recuperare la propria autonomia e la propria originalità nel rispetto critico di una parte del passato [5]. Le idee innovative presenti nella generazione più giovane si pongono come segni della tendenza ad una maggiore consapevolezza di sé da parte della donna. Crediamo opportuno rilevare ciò sebbene, allo stato attuale, permanga nella donna una certa dose di problematica insicurezza nella quale è tuttavia ravvisabile la garanzia per una costante autocritica.

NOTE

[1] Cfr. C. RAVAIOLI, La donna contro se stessa, Bari, Laterza, 1970, p. 113.
[2] Cfr. L. HARRISON, La donna sposata, Milano, Feltrinelli, 1972, pp. 76-84.
[3] Cfr. L. HARRISON, op. cit., pp. 88-96.
[4] Cfr. C. RAVAIOLI, op. cit., pp. 106-107.
[5] Cfr. C. SARACENO, Dalla parte della donna, Bari, De Donato, 1971, pp. 48-49.