Gianna Campanini Agostinucci

(NPG 1975-12-05)

 

I FENOMENI CHE INFLUENZANO LA CONDIZIONE FEMMINILE

Le trasformazioni che incidono sulla condizione femminile si possono riassumere in tre grandi fenomeni: in primo luogo l'istruzione obbligatoria per tutti (ragazzi e ragazze) fino ai quattordici anni; in secondo luogo il recupero culturale e psicologico della sessualità come elemento dinamico e positivo della persona; in terzo luogo l'ingresso della donna nel mondo del lavoro.
Vale la pena di soffermarsi brevemente su questi tre fenomeni.

L'istruzione obbligatoria

L'istruzione obbligatoria fino ai 14 anni è un fatto, per l'Italia, abbastanza recente, che si sta estendendo rapidamente e largamente, nonostante le difficoltà di ogni genere che ne ostacolano l'attuazione. Si pensi che nel 1951 oltre il 15 per cento delle donne italiane era analfabeta, mentre oggi la percentuale è scesa intorno al 6 per cento. Inoltre la popolazione scolastica femminile, a livello di scuola media, è salita dal 40 per cento circa dell'anno 1948-49 al 47 per cento del 1972-73 [1]. Ma già prima dell'estendersi dell'obbligo scolastico fino a 14 anni, del quale ancora non è possibile valutare appieno le conseguenze, molta parte della popolazione italiana – escluse le sacche croniche dell'analfabetismo e della miseria, tuttavia da non sottovalutare in un discorso attento alla realtà –avviava di buon grado le figlie alla licenza elementare, traguardo modesto, ma spesso negato alle loro madri.
Questo divario di istruzione non è stato che il preludio al salto culturale che separa le donne mature oggi dalle giovani uscite dalla scuola dell'obbligo. Salto culturale non solo e non tanto in virtù dell'istruzione scolastica, ma in virtù, anche, dell'accelerazione e della diffusione capillare di un certo tipo di «cultura di massa» della quale i nostri giovani e le nostre ragazze sono in parte il prodotto. Rientra in questo «salto culturale» il modo diverso della giovane donna di concepire la sessualità rispetto alla generazione precedente [2].

Un significato nuovo alla sessualità

Al di là, infatti, della confusione ideologica che spesso accomuna e talvolta identifica l'immagine della donna come «oggetto» erotico e come strumento pubblicitario e l'immagine della donna libera in quanto persona e perciò capace di «gestire» la propria sessualità (e del resto l'equivoco su cui gioca tale identificazione è stato abbastanza chiarito e denunciato dai movimenti femministi), al di là dunque di tale confusione si vanno radicando nella giovane donna d'oggi alcune convinzioni:
– il sesso non è male, ma anzi un elemento positivo, arricchente la persona;
– la morale sessuale deve essere eguale per l'uomo e per la donna (affermazione cui spesso si aggiunge il corollario che la «libertà sessuale» deve essere riconosciuta ad entrambi);
– il matrimonio non è il solo ambito nel quale una donna possa realizzarsi, anche sessualmente;
– il diritto alla soddisfazione sessuale non è esclusivo dell'uomo, ma è proprio anche della donna.
Inoltre il matrimonio resta sempre una meta agognata delle ragazze, benché meno di quanto forse si pensi: soltanto il 25 per cento delle ragazze fra i 16 e i 25 anni lo colloca al primo posto nelle proprie aspirazioni [3].

Vi sono poi fatti che invece chiaramente conseguono alla mutata concezione di sé e della sessualità da parte della giovane d'oggi:
– l'accostamento precoce, teorico o pratico, ai problemi e ai fenomeni sessuali (il flirt come fatto di costume);
– lo slittamento all'indietro dell'età del fidanzamento e la conseguente perdita di importanza di questo come fatto di costume (la ragazza di oggi raramente dirà che è «fidanzata», ma piuttosto che «ha il ragazzo»);
– il trasformarsi del fidanzamento, inteso nel senso su accennato, da preludio al matrimonio ad una sorta di «status» sociale: una giovane che ha il «ragazzo fisso» si sente presso a poco «accasata»);
– viceversa, il matrimonio appare spesso assai meno stabile che per il passato, visto come è in una prospettiva individualistica e privatistica, come ricerca di una felicità pensata come un diritto [4].

L'ingresso nel mondo del lavoro

Per quanto riguarda l'ingresso della donna nel mondo del lavoro, il lungo dibattito se essa debba o non debba lavorare fuori casa è risolto dalla realtà dei fatti: le donne nella gran parte, almeno prima di sposarsi (e molte anche dopo) lavorano fuori casa. Va tuttavia notato che fra i 16 e i 25 anni circa si verifica un calo generale nell'occupazione, in relazione al più ampio accesso dei giovani d'ambo i sessi all'istruzione superiore. Ma tale calo «riguarda i ragazzi in misura assai più accentuata delle ragazze» [5]. Questo dato, suffragato dal minore tasso di scolarità femminile nelle classi superiori e all'università (17 per cento circa delle femmine contro il 20 per cento dei maschi, rispetto al totale della popolazione giovanile della stessa età, nelle scuole superiori; 6 per cento delle femmine contro l'otto e mezzo per cento circa all'università) starebbe a dimostrare che, ancora una volta, si attua una discriminazione fra maschi e femmine, ritenendosi la cultura quasi un accessorio di lusso per la donna, destinata a compiti più modesti e pratici.
In ogni modo, almeno per quanto riguarda le donne sposate, il fenomeno del lavoro extra-domestico non tocca certamente la maggioranza; secondo i dati forniti da una pubblicazione della Presidenza del Consiglio [6], nel 1972-73 su 27 milioni e mezzo di donne si aveva la seguente ripartizione: 6 milioni e mezzo sotto i 14 anni; 1 milione e mezzo di studentesse; 8 milioni e 500 mila casalinghe; 5 milioni e mezzo in età pensionabile; 5 milioni e mezzo di lavoratrici, pari al 19 per cento circa della popolazione occupata [6].
È da supporre che i quasi nove milioni di casalinghe (cui si possono assimilare buona parte degli oltre 5 milioni di donne in età pensionabile) siano formati da donne coniugate. Va però tenuto conto che bisognerebbe aggiungere nel novero delle lavoratrici le donne che svolgono un'attività a domicilio (fenomeno di cui è difficile valutare l'entità) e il nutrito drappello delle collaboratrici domestiche a ore che, specialmente nelle grandi città e nel centro-sud, costituiscono la valvola di una sia pur precaria sicurezza economica per le famiglie, nei momenti di crisi e di disoccupazione del capo-famiglia.
Con tutto ciò le casalinghe costituiscono ancora la maggioranza delle donne sposate italiane: sono soprattutto loro ad essere corteggiate dalla pubblicità, dai rotocalchi, dalla stampa rosa e dai partiti al momento delle elezioni. Ma anche le casalinghe – il prototipo autentico della «condizione femminile» – non sono più le stesse di venti o anche di dieci anni fa. A parte coloro che soffrono tale condizione come una malattia – la cosiddetta «nevrosi della casalinga» (chi la conterà mai?) – quella famosa istruzione in più, l'allargamento dei loro interessi, anche per mezzo della televisione (che con tutti i suoi limiti e i suoi difetti «costringe» in qualche modo le casalinghe a non ignorare che cosa capita nel mondo), l'inquietudine che insinuano nella loro coscienza le pur discutibili iniziative femministe, le rendono più critiche verso la loro situazione e verso la società, più disponibili ai discorsi di un certo impegno, più sensibili ed aperte specialmente ai problemi educativi. La partecipazione, l'attenzione, gli interventi delle mamme alle assemblee per i decreti delegati sono stati, da questo punto di vista, illuminanti.

PREMESSE DI «EMANCIPAZIONE»?

Queste donne «diverse» oggi pretendono dal marito una stima e una collaborazione maggiore, vogliono da lui un interesse meno sporadico per i problemi dei figli, si ribellano a certe imposizioni di tipo feudale che toccano la loro libertà d'azione e di movimento, sia pure rivendicata entro limiti più che ragionevoli, non accettano, o almeno non vorrebbero più accettare passivamente qualunque decisione o iniziativa del marito sul piano sessuale.
Ma si tratta evidentemente di una presa di coscienza soltanto incipiente, di un seme che abbisogna di molte e sollecite cure per crescere nel senso e nella direzione corretta. Occorre infatti non nascondersi che, se graffiamo la vernice degli slogans e della pseudo-cultura, se guardiamo al di là di molte apparenze (moda, discorsi, affermazioni), di alcuni fenomeni vistosi (spregiudicatezza di costume e di linguaggio, e anche alcuni comportamenti positivi, ma spesso «obbligati» da un certo conformismo sociale) il cammino dell'autentica emancipazione femminile è davvero appena iniziato.
«Emancipazione», qui, significa coscienza critica, capacità di autodeterminazione, di scelte consapevoli e di decisioni mature: l'indipendenza economica, bandiera di molte femministe, può essere la molla, la causa immediata che avvia tale processo di liberazione, in molti casi anche una condizione imprescindibile, ma non la causa sine qua non, l'assolutamente necessario, e tanto meno il traguardo preliminare per il quale battersi ad ogni costo.
Del resto appare chiaro che il concetto di «emancipazione» al quale facciamo riferimento non è applicabile nemmeno all'uomo: quanti uomini – uomini «maschi», per intenderci – pur indipendenti economicamente, possono dirsi «emancipati», ossia «liberi» moralmente, secondo l'idea espressa sopra? Il dongiovannismo, il carrierismo esasperato, la corsa al benessere ad ogni costo, il disinteresse culturale (i discorsi di molti uomini riguardano soltanto i cibi, le automobili e le... donne come preda) sono il parallelo, sul versante maschile, della passività e dell'incultura femminile. Questo va detto per puntualizzare che in realtà, oggi come oggi, il problema fondamentale rimane quello della promozione e della crescita della persona umana, la quale non è soltanto o prevalentemente, l'uomo – come a fatti, se non a parole, proclamavano la cultura e la società da cui proveniamo – ma è anche la donna.
Si tratta, dunque, di promuovere la crescita autentica di questa persona umana che è la donna, la quale – e in questo hanno ragione i movimenti femministi – parte svantaggiata rispetto all'uomo, deve superare condizionamenti ed oppressioni ancestrali, delle quali essa stessa il più delle volte non si rende conto [7].
Ci troviamo dinanzi a un problema educativo, e ad un problema educativo di portata incommensurabile, che interpella la nostra coscienza di cristiani non meno che di persone libere e civili.

UNA RESPONSABILITÀ EDUCATIVA

In questo la donna oggi è protagonista, anche se per la maggior parte delle donne si tratta appena, come si è detto, di un timido inizio. Infatti non bisogna lasciarsi abbagliare da fenomeni più vistosi e sconcertanti, ed imparare a leggere nella coscienza delle donne l'insicurezza, la ricerca e la paura del nuovo, la tentazione di lasciarsi andare, ma anche il sentimento mai spento della propria dignità.
Occorre rendersi conto che accanto alle donne, oggi, non vi sono soltanto educatori attenti, amici premurosi, anzi ve ne sono ben pochi. Gli interessi politici, economici, sociali, dei quali, spesso senza saperlo e senza volerlo, esse sono elemento decisivo, si nascondono il più delle volte dietro la mano soccorritrice di «liberatori», che in realtà non hanno altro scopo che di asservirle alle loro ideologie e alle loro mire. La cosiddetta battaglia del divorzio si è combattuta sulla pelle delle donne, e altrettanto adesso si va facendo con l'aborto. Chi segue con occhio attento e critico la stampa femminile si sarà certamente accorto che le prime avvisaglie della campagna, allora occulta, a favore dell'aborto risalgono almeno a due anni or sono, con la presentazione delle solite storie strappalacrime, destinate ad aprire brecce di solidarietà nelle coscienze emotive ma scarsamente critiche delle donne italiane. Negli ultimi tempi la violenza morale di questa campagna, orchestrata dai direttori (quasi tutti uomini!) di molte di tali riviste ha raggiunto, in certi casi, limiti intollerabili. E forse raggiungerà il suo effetto, proprio perché la donna «emancipata» alla quale queste riviste proclamano di rivolgersi – e spesso con grossolane mistificazioni, con cifre manipolate, con episodi abilmente «montati» e con notizie ad effetto – è in realtà, per molta parte, del tutto vulnerabile e sprovveduta a livello critico e culturale, ossia a livello di maturità umana.
Su questo fatto giocano appunto coloro che hanno interessi economici, politici o di altro genere, tirando volta a volta i fili dell'emotività, della lotta al tiranno, della libertà sessuale e così via, conducendo così la donna a una schiavitù più rigida di quella dalla quale va faticosamente uscendo con l'alienarla sempre più da se stessa e dai suoi reali problemi.
Non appaia, questo giudizio di incultura e di scarsa capacità critica troppo duro e, al limite, antifemminile; si è già chiarito che un giudizio di questo tipo può essere espresso anche nei confronti di buona parte degli uomini. Anche chi, come il cristiano, ha per vocazione di essere un segno di giudizio per il mondo, troppo spesso non si sottrae al peso dei condizionamenti che le ideologie prevalenti operano su tutti.
Occorre conoscere la realtà per operare in modo positivo e corretto su di essa. La realtà della donna, oggi, è una realtà in faticoso divenire, sulla quale troppi falsi profeti si lanciano per trarne profitto, proprio perché aperta a tutte le possibilità e a tutte le avventure. Sta dunque anche alla sensibilità dei credenti e alla capacità pastorale delle comunità cristiane far sì che la donna si apra all'avventura cristiana, nel suo senso globale e profondo, un'avventura che perciò significa anche reale crescita umana, nella libertà e nella dignità dei figli di Dio.

NOTE

[1] Cfr. AA. Vv., La donna dalla Resistenza ad oggi, Roma, 1975.
[2] Per più ampi sviluppi di questo tema rinviamo al nostro studio Il fidanzamento nella cultura e nel costume attuale come problema pastorale, Ediz. Centro apostolato ascetico, Sestri Levante, 1975, pp. 19 e ss.
[3] Cfr. La donna oggi in Italia, inchiesta Shell, Genova, 1973.
[4] Per un'analisi di questo fenomeno cfr. GIORGIO CAMPANINI, Le crisi matrimoniali, in Nuova enciclopedia del matrimonio, a cura di T. GOFFI, Queriniana, Brescia, 1975, pp. 385 e ss.
[5] La donna italiana, op. cit.
[6] La donna italiana, op. cit.
[7] Cfr., fra l'altro, la lucida denuncia di SIMONE DE BEAUVOIR, Il secondo sesso, trad. ital. Mondadori, Milano, 1961.